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sabato 1 agosto 2020

L'Horrorcore rinasce in Sardegna tra esoterismo e metal (Intervista a DubZenStep)

Abbiamo già ospitato DubZenStep in passato, intervistandolo circa il suo primo album The Suicide Box (che potete ascoltare da noi). Il 2020 è stato, però, un album pieno di novità per l'artista sardo, a partire dal suo nuovo album, Inner Circle. Ma lasciamo parlare lui.

Q: Dopo Joe Meredith anche tu sei tornato sul sito in occasione del tuo nuovo album. Cosa è cambiato da allora? 
A: Ciao Robb, un piacere essere di nuovo qua. Da “The Suicide Box” son cambiate talmente tante cose che potrei scriverci un volume a parte, sul serio. Ci son stati eventi che hanno inciso sulla nascita di Inner Circle, eventi per i quali ho accumulato rabbia, nevrosi e angoscia che ho convertito in musica, letteralmente. Inoltre c’è stata una pandemia di mezzo che ha aiutato a scrivere una buona parte dell’album. Ho scritto quest’album con uno spirito diverso, forse addirittura più nero, rispetto a TSB.
Q: Inner Circle è un album sicuramente più maturo rispetto al precedente e le influenze metal sono sempre più evidenti: puoi raccontarci lo sviluppo di questo nuovo disco? 
A: Ho scritto e sviluppato questo lavoro in modo discontinuo, ma comunque in due macro fasi: pre-quarantena e quarantena. Due periodi diversi nel quale ho ascoltato e soprattutto letto cose diverse e in grandissima quantità. In questo lavoro c’è tantissimo malessere e tantissima Sardegna, quella antica e occulta che sta fuori dai teleschermi. Molti testi sono il frutto di letture e studi personali, come per esempio Julia e Accabadora. Ma non solo: nell’album i maggiori protagonisti sono la morte e il Diavolo, presenti ossessivamente in ogni traccia e ispiratori diretti dell’album, romanticamente parlando.
Elencare tutte le influenze musicali sarebbe un’impresa titanica, ma mettiamola così: ho cercato di far convergere un sound duro e distorto con dei testi rap ragionati, tecnici e con un senso compiuto, almeno per me. 

Q: In "Brenda" vi è un curioso feat, quello con White Lupara, il tuo altro pseudonimo musicale, perché questa scelta di non collaborare con un altro musicista?
A: Tecnicamente “Brenda” doveva essere un pezzo per White Lupara, lo si può intravedere dal riff principale, dal ritornello e dall’outro. All’inizio doveva essere un brano Post/Math Rock, pesantemente influenzato da “Millions Now Living Will Never Die” dei Tortoise e da Il Vile” dei Marlene Kuntz, due pietre miliari assolute per me. A un certo punto però, mentre sperimentavo, ho stravolto il lavoro e ho creato quella strumentale scrivendo contestualmente anche il testo di Brenda. Pian piano quindi il brano ha preso forma e White Lupara e DubZenStep si sono incontrati e fusi indissolubilmente. È in quel momento che è nato il feat con me stesso. Può sembrare strano, ma per come vivo interiormente i due progetti ha perfettamente senso (ride).
Q: A questo punto parliamo di White Lupara (di cui il primo EP è ascoltabile in streaming qui sul sito), altro tuo progetto: come nasce e quali progetti sono in serbo? 
A: Bella domanda. White Lupara è il mio lato più acustico, intimo e metafisico, musicalmente parlando. Non ti saprei dire nemmeno quando è nato di preciso, ma ho scritto l’EP omonimo contestualmente a TSB. Ho composto tutti quei brani in momenti di totale isolamento e, anche se sembra che parlino d’amore, trattano tematiche legate alla psicologia. Il tema ricorrente, ben nascosto tra le righe, è il rapporto tra ciò che siamo esternamente e la nostra interiorità. Ognuno di noi è un fottuto bugiardo del cazzo che recita una parte. Ci facciamo un culo così per crearci un’immagine “da vendere” agli altri, indossando una maschera per l’appunto, ma in realtà siamo tutt’altro. E la coscienza ogni tanto ce lo ricorda anche se a noi non piace. Carl Gustav Jung riflettendoci bene è un ispiratore involontario dell’album. 
Al momento non ho nessun album in programma e non so se mai ne farò un altro, ma ho parecchio materiale su cui lavorare. Su White Lupara ci sarebbe un casino di roba da dire, tipo sulla scelta del nome, sulla copertina dell’album, sulla storia di ogni brano e sulle influenze musicali, ma magari ne parliamo nella prossima puntata.

Q: Ultima Pregadorìas e Præphica sono due tracce black metal assolutamente folli, del tutto inaspettate in un album rap, ma più che gradite: ce ne puoi parlare? 
A: Questi due brani sono frutto di tanto  Black e Drone Metal e sono stati concepiti mentre facevo delle ricerche inerenti al lato più oscuro ed esoterico della Sardegna antica. L’unione di questi fattori ha fatto sì che nascessero quelle due tracce, che potrebbero essere prese per degli specie di skit, ma in realtà non lo sono. Sono parte integrante del processo creativo che mi ha portato a definire Inner Circle. I testi sono in lingua sarda e il sound è volutamente grezzo e, se vogliamo, disturbante, ai limiti dell’orecchiabile. Sono brevi, intime e nevrotiche e hanno odore di morte. Digrignavo i denti mentre le producevo.
Q: "Julia" è forse il cavallo di battaglia del tuo album, se ne sta parlando nel web ed è sicuramente uno storytelling forte e ben realizzato: qual è la vera storia della strega di cui narri? Come è nata l'idea di narrarne la storia?
A: Vengo da un posto per certi versi oscuro e dimenticato da Signore, ma allo stesso tempo pieno di storia e storie da raccontare, tra cui quelle dell’Inquisizione spagnola in Sardegna. Il brano si ispira a una di queste, quella di Julia Carta (il vero nome della protagonista), una strega proveniente dal mio paese la cui storia processuale tra le maglie dell’inquisizione è durata un decennio. L’idea di scrivere Julia è nata dopo aver letto un bellissimo libro del professor Tomasino Pinna al riguardo nel quale, tra l’altro, vi è tra la trascrizione e la traduzione degli atti processuali. È una storia assurda piena di dettagli macabri e demoniaci che raccontano un periodo perverso e buio della mia terra. Cercare di riassumere questa storia con tutti i suoi elementi non è stato facile. Nella storia originale lei scampò al rogo e di lei non si seppe letteralmente più nulla, mentre io ho riadattato il finale rendendolo più teatrale.

Q: C'è qualche altra leggenda sarda di cui vorresti parlare in tuo pezzo? 
A: Certo! Non saprei da dove partire da quante ce ne sono! Ho buttato giù un’idea per un pezzo che parla del “riso sardonico” unito alla pratica del geronticidio durante l’età nuragica. Una roba assurda e violentissima. Fatti un giro su internet per scoprire di cosa sto parlando. Al momento sto facendo ricerche al riguardo per avere un quadro rigoroso e affidabile. Un giorno magari ne parlerò su questo sito.
Q: Ritagliamoci un angolino anche per parlare del tuo Quarantena Freestyle, sicuramente degno di nota ed uno dei pochi originali tra i tanti stornati, ottimo esempio della tua metrica: ce ne puoi parlare?
A: Quella roba la mi fa incazzare. Ho fatto il Quarantena Freestyle prima che la scena mainstream lanciasse la challenge del Covid Freestyle, vatti a vedere le date (ride). Comunque a parte gli scherzi, era appena iniziata la quarantena e quel giorno ho aperto il progetto di quel beat dopo mesi. Una strumentale prodotta e dimenticata nei meandri del PC. Sta di fatto che quel pomeriggio ho iniziato a cazzeggiarci su, e tra una cosa e l’altra, dopo qualche ora avevo il brano finito tra le mani, registrato e caricato su web. Tutto di getto, non me ne sono nemmeno accorto. 

Q: Parliamo della parte tecnica ora: le basi come sono state composte, specialmente nelle parti con i samples di canti? Come scrivi i testi e come consiglieresti a chiunque di approcciarsi alla scrittura rap/musicale? 
A: In genere non seguo nessun tipo di regola quando compongo e mi lascio andare totalmente. Ho la fortuna di avere un po’ di attrezzatura e passo molte ore a suonare, registrare e campionare suoni. Quando qualcosa mi suona bene, sviluppo la strumentale intera assieme al testo ed è così che nasce un brano solitamente. È un’alchimia strana: compongo, scrivo, suono e registro tutti gli strumenti da solo e produrre una traccia è un po’ come trovare l’equilibrio. Una sorta di meditazione nel quale bisogna dosare ogni ingrediente con sensibilità. Tra questi ingredienti appunto ci sono i samples di voce che faccio con una loop station. Per questo motivo io sono assolutamente contrario al comprare beats plastici da sconosciuti e rapparci sopra due puttanate: ogni strumentale per me deve avere una storia e ciò incide anche sulla scrittura del testo.
Un consiglio che mi sento di dare? Non avere paura di esprimersi artisticamente ed essere se stessi. Inoltre ogni buon testo nasce da una buona knowledge. Leggere e ascoltare molta musica secondo me stimola la creatività, fa evolvere lo stile ed il linguaggio, ma soprattutto aumenta la sensibilità musicale. Quest’ultima è un fattore molto importante.
Q: Ultima domanda: ora che ci sarà? Come evolverà DubZenStep in futuro?
A: Ho moltissime idee in testa, ma al momento la mia vita è talmente incasinata e incerta che non so dirti nulla circa il futuro del progetto. Per adesso sono alla ricerca di musicisti con la mia mentalità per suonare un po’ in giro per l’Italia nel 2021 e spero tanto di riuscirci.

INTERVISTA DI
Potete seguire l'artista su Facebook, Instagram, Spotify, Youtube e Bandcamp.

sabato 15 febbraio 2020

La bambina nella ghiacciaia - Fantasmi made in Italy

Da piccolo sentivo sempre parlare di una storia che riguardava una bambina, scomparsa nella ghiacciaia di un castello, che si dicesse avesse gli occhi e i capelli  azzurri. Sto parlando della leggenda italiana di Azzurrina, che prende atto nel castello di Montebello durante il Medioevo. Essendo passati tre secoli tra l’accaduto e la prima trascrizione della storia per mano di un parrocco su un documento chiamato “Mons belli et Deline” (Montebello e Adelina), la storia presenta differenti versioni e alterazioni, tanto che si è addirittura incerti sul nome della bambina e anche sulla sua esistenza effettiva. 
Particolare della copertina del libro "Azzurrina di Montebello" di Leo Farinelli
Partiamo col raccontare la leggenda in grandi linee: Guendalina (o Adelina) nacque nel 1370 con una caraterristica particolare, ossia era albina. Durante quel periodo essere albini significava avere a che fare col demonio e con la stregoneria in generale, e così i genitori, di cui il padre si chiamava Ugolinuccio ed era il feudatario di Montebello, per prottegerla la tennero sempre in compagnia di due guardie, non la facevano mai uscire fuori dalla zona del castello e le tingevano i capelli con una tinta nera, ma poichè i capelli degli albini non trattiene il pigmento essi presero una colorazione azzurrina, da cui proviene il nomignolo. Il 21 giugno 1375, il giorno del solstizio d’estate, ci fu un temporale che impedì ad Azzurina di giocare fuori con la sua palla fatta di stracci così dovette giocare all’interno del castello, ovviamente sorvegliata dalle guardie. In un momento di distrazione di quest’ultime, la bambina perse la palla nella ghiacciaia del castello e andò a cercarla, non tornando mai più. Si dice che ogni cinque anni dall’anno dell’accaduto, il 21 giugno si possa sentire Azzurrina mentre chiama sua madre, o addirittura i suoi lamenti e il suo pianto.
Nel 1990 il castello venne aperto come museo, ma la leggenda aveva spinto le persone a registrare cosa succedesse nella ghiacciaia durante il 21  giugno, facendo una scoperta raccapriciante: grazie alle apparecchiature acustiche professionali, si poterono sentire diversi suoni, tra cui dei tuoni e la voce di una bambina che chiama sua madre. Nel 1995, sempre nello stesso giorno, si eseguirono altre registrazioni e avvenne sempre la stessa cosa, ma questo vale anche per il 2000 e il 2005. Che sia effettivamente la voce della povera anima della bambina? Potete giudicarlo voi stessi visitando il museo, in cui la guida vi farà ascoltare le registrazioni effettuate nella cantina.
Presunta fotografia del fantasma della bambina scattata da Mattia Mascagni
Secondo alcuni approfondimenti e teorie, Azzurina non era mai stata albina ma semplicemente bionda, abbastanza strano considerato che i genitori erano entrambi castani. Infatti, alcuni voci dicevano che la madre di Azzurrina tradì suo marito col capitano delle guardie, Hubert Jean Joseph, il quale capitava essere biondo; Ugolinuccio spesso diveniva dubbioso sulla sua paternità, ma la moglie insisteva nel dire che non l’aveva tradito.  Imbarazzato dal colore dei capelli della loro stessa figlia che rappresentava il probabile tradimento della moglie, il padre non la fece mai uscire dal castello per paura delle dicerie delle persone e le fece tingere i capelli con una tinta ricavata dal Guado, che dava un colore azzurro, per poi farglieli tagliare corti e coprire con un copricapo. Riguardo al giorno della misteriosa scomparsa, non è da escludere che sia stato lo stesso Ugolinuccio a mandare un sicario per uccidere la figlia nella ghiacciaia – o addiritura, mandando le due guardie che la sorvegliavano, alle quali la bambina si era affezzionata, per poi giustiziarli per mantenere il segreto. Come tutto il resto della storia, non si hanno prove concrete per convalidare queste supposizioni. Inoltre, c’è gente che afferma si possa sentire il rumore di una palla rimbalzare, ma c’è da tenere conto che la palla con cui Azzurrina stava giocando era fatta di stracci, quindi non in grado di rimbalzare. Insomma, esistono parecchie cose che non tornano, ma svelare ogni mistero legato ad Azzurrina tolga il mistero e il fascino che questa leggenda è in grado di dare alle persone, che riesce sempre ad intrigare e a incuriosirle.
La tragica storia del fantasma che infesta il castello ha interessato sia musicisti che registi. La band Evenoire ne dedicò una canzone, “Azzurina” mentre il regista Giacomo Franciosa  dirisse un film chiamato “Il Castello di Azzurina”. In breve, la storia del film parla di una coppia di sposi che decide di passare una notte dentro al castello di Montebello dopo la chiusura, ritrovandosi assieme con altre due persone decise di risolvere il mistero dietro queste registrazioni. Cosa ancora più interessante, il film, nonostante il film sia pronto già dal 2015, non è mai uscito nelle sale e non ci sono più aggiornamenti sulla pagina Facebook da ormai due anni, ma il pubblico continua a rimanere fiducioso nel vedere la trasposizione cinematrogafica della leggenda.
Articolo di Thanasis Gaetano Riela, revisione di Robb P. Lestinci

domenica 9 febbraio 2020

La Maledizione della Cittá di Carcosa - Luoghi del Terrore e dove trovarli

Di frequente i racconti e le pellicole dell’orrore sono ambientati in dei luoghi facilmente identificabili dal lettore o dallo spettatore. In un territorio familiare o riconoscibile, il pathos incrementa la paura, invadendo psicologicamente la sfera di intimitá di un presunto pubblico. Senza mai perdere completamente i suoi connotati, lo stesso luogo ricompare spesso, anche a distanza di molto tempo, nelle opere di diversi autori che hanno voluto rendere tributo alla tradizione; altre volte, invece, lo stesso luogo conserva il suo nome, ma subisce una metamorfosi radicale nelle sue trame ed é talmente cangiante nella forma che una sua trattazione risulterebbe tanto ardita, se non impossibile, da far desistere qualsiasi redazione dal trattarla. Se poi questo luogo si erge ad epitome di esecrazione, é nostro dovere morale presentarvelo: benvenuti nelle terre selvagge e maledette di Carcosa
Carcosa nell’illustrazione di Yuri Shepherd
Carcosa é menzionata per la prima volta nel racconto breve intitolato “Un cittadino di Carcosa” di Ambrose Bierce, soldato, giornalista e scrittore dell’Ohio, ne “La newsletter di San Francisco” del 25 dicembre 1886, successivamente ristampato nelle due famose collezioni dei racconti di Bierce: “Tales of Soldiers and Civilians” e “Can Such Things Be?”. Nell’introduzione biografica de “I racconti dell’oltretomba”, Gianni Pilo elegge Bierce a maestro dell’orrore breve e non dimentica il suo genio della satira di fine XIX secolo, la quale ugualmente traspare nei suoi racconti dell’orrore. Dallo stile perfetto, conciso e pacato, l’anticonformista Bierce “fece a pezzi tutte le regole del racconto e, nel fare questo, si divertiva un mondo” (G. Pilo). 
La Carcosa ideata da Bierce é giá in rovina. Il nome ricorda quello latino della città di Carcassone in Francia, “Carcasō”. Un anonimo cittadino si aggira ignaro tra queste macerie, egli é in cerca della sua stessa città, pur non riconoscendola per via della natura che ha giá preso il soppravvento. Contemplando l’escatologiche parole del suo concittadino e filosofo Hali, circa il destino ultimo successivo alla morte, vagabondando, giungerá, infine, ad incontrare la sua stessa lapide sepolcrale, riscoprendosi spettro del luogo. La narrazione ha tutte le fattezze del racconto allegorico: vento autunnale, nebbia fitta e animali simbolici, tra cui un vecchio arciere seminudo, fanno da cornice al racconto, il quale non nasconde riflessioni sulla vacuità del tempo e la sfida all’oblio. Al crepuscolo, l’enigmatico spettro scorge in cielo Aldebaran, α-tauri, e le Iadi, cluster stellare della medesima costellazione, che ispireranno successivamente la collocazione di Carcosa su un non meglio identificato esopianeta dello spazio siderale. Improvvisamente é di nuovo l’alba, un raggio di luce illumina la tomba del protagonista che si rivela romanziere metafisico del racconto, rendendolo noto, insieme al suo nome, ad un menzionato medium: tipico stratagemma dei racconti gotici di fine ottocento. 
Recentemente, Luis G. Abbadie, scrittore e studioso messicano specializzato in horror, paganesimo, pseudobiblia e paramitologie, analizzando i testi dello scrittore americano ed il trattato filosofico “Course of Ancient and Modern Initiations”, di José María Ragón, seconda metá del XIX secolo, identifica l’arciere con la costellazione del Sagittario e ipotizza un’interpretazione di tipo astrologica-simbolica-iniziatica di stampo massonico correlata al ciclo delle stagioni, con la consueta consapevolezza che qualsiasi esegesi é riconducibile al moto di rivoluzione terrestre e alla precessione degli equinozi. 

Nel 1913, Ambrose Bierce si recó in Messico per poi scomparire nel nulla, così si persero le sue tracce per sempre. Ci piace pensare che egli abbia raggiunto la sua Carcosa. 
Sará compito di Robert William Chambers quello di estendere il ciclo di storie su Carcosa, con la sua opera intramontabile “The King in Yellow”, 1895, collocando la città nelle regioni aliene dello spazio, forse in prossimitá del menzionato cluster, in un sistema di stelle binario. Qui, la città di Carcosa sorge in prossimità del lago Hali in cui i due soli gemelli si inabbissano al crepuscolo. 
Il giallo é il colore del pericolo e del veleno, e questo libro li contiene entrambi. Il Re in Giallo é una raccolta di dieci racconti, legati, piú o meno, da personaggi ricorrenti ed elementi comuni, come il Marchio Giallo che, da qui accompagnerá le storie della città, cambiando forma come essa. In Chambers il marchio giallo non viene mai descritto nella sua forma, è grazie al ciclo dei miti di Cthulhu che il marchio giallo ha assunto le sembianze di una trìscele non simmetrica. 
The Parth to Carcosa, illustrazione di Cristi Balanescu
Alcuni dei personaggi si ritrovano tra le mani un misterioso manoscritto, censurato in tutto il mondo, rappresentante un’oscura sceneggiatura teatrale ambientata a Carcosa intitolata “Il Re in Giallo” , il quale impartisce loro una presa ipnotica e malevola. Le storie si diramano tra New York e Parigi, seguendo una saltellante linea temporale. Il primo dei celebri racconti, “Il Riparatore di Reputazioni”, é ambientata nel 1920, venticinque anni nel futuro dalla data di pubblicazione, ed é in grado di preannunciare la distopica realtà della prima grande guerra (...e non solo!). Il protagonista Hildred Castaigne, narratore inaffidabile, si crede legittimo erede di una dinastia imperiale americana, le cui origini risiedono a Carcosa. I racconti non seguono una linea temporle definita e al lettore é lasciato il compito di riordinare cronologicamente i racconti. A mio avviso, questa é un’altra forma di letteratura ergodica che non ha bisogno di fare affidamento sul formato della pagina, ma é in grado di intrattenere il lettore come una partita di scacchi. Chambers non é facile da leggere, tuttavia il suo stile é scorrevole, e le eleganti descrizioni sono in grado di preservare l’immaginazione del lettore con climax straordinari. 

Carcosa é l’epitome del non-luogo, l’universo sconosciuto e prossimo a manifestarsi dopo la distruzione della realtá. Stelle nere ed alte torri disegnano i profili della città in un labirinto narrativo di trame convolute e sotterranee che indicano il passaggio tra i due mondi in un pattern trascendente in cui il lettore, come Dedalo o Icaro, é obbligato a venirne a capo. Il tema del labirinto é in grado di farci perdere la rotta della razionalitá e l’orientamento. L’essenza dualistica della natura paradossale del labirinto come perimetro della psiche umana, lineare e circolare, semplice e complessa al tempo stesso, giunge fino al misterioso e invisibile centro, per scoprire che Carcosa é la città della sofferenza, dell’oscuritá e della confusione. 
Questo simbolismo della coscienza disturbata si mostra a noi anche nella prima apparizione televisiva di Carcosa, la prima stagione di True Detective, 2014, in cui le riprese del finale a Fort Macomb mostreranno tutto l’orrore della dinastia del Re in Giallo, dopo una serie infinita ed impeccabile di citazioni tardo romantiche. La serie, traendo ispirazione dai racconti, ha saputo inserire, senza mai svelarle, le classiche visioni del paranormale con pregiati effetti speciali. Le riprese hanno dell’incredibile, famosissimi i sei minuti di ripresa continua durante la scena di una retata. Anche questa storia conduce alla fine del labirinto con la classica visione dell’idolo della morte e la ripugnante banalitá del male. 
Carcosa é stata scelta anche da Marion Zimmer Bradley per ambientare alcuni dei suoi romanzi futuristi della serie di Darkover, 1958. Per chiunque voglia mettersi alla ricerca della cittá maledetta, porgo i miei migliori auguri, e ricordo che la suddetta é stata avvistata anche nella mappa ufficiale delle terre del Trono di Spade di George R. R. Martin, inserita nell’estremo oriente conosciuto del suo universo, ma nei suoi racconti non ve n’é menzione. 

Concludo la lista approdando sul territorio musicale, invitandovi ad ascoltare i brani ispirati alla città di Carcosa, in cui la seconda scena del primo atto della pseudosceneggiaura del Re in Giallo é stata caparbiamente musicata da diversi autori. Ho scelto queste note per la mia incoronazione, ora che sono anch’io un Re, perché conosco ciò che vedo, e quel che vedo sono le stelle: Aldebaran e le Iadi che decretano la mia sovranità. La nobiltá mi obbliga a proseguire questo cammino ecdotico con il consueto indizio per il prossimo luogo da narrare: ordunque, ci rileggiamo tra venticinque anni.
Illustrazione di Aaron Rizla
Articolo ed illustrazione originale di Aaron Rizla

mercoledì 5 febbraio 2020

Bloody Mary - Dalla leggenda al cinema ed il videogioco

“Bloody Mary... Bloody Mary... Bloody Mary!”
Queste sono le uniche parole che servono ad eseguire uno dei rituali più famosi di sempre: sto ovviamente parlando di Bloody Mary, presubilmente diffuso tra gli anni sessanta e settanta, ma quanto sappiamo veramente di questa leggenda metropolitana e del misterioso spettro che infesta gli specchi, protagonista di questa leggenda?
"Bloody Mary" (USA, 2006), regia di Richard Valentine
Non tutti sanno che non esiste solo una versione della leggenda, infatti ce ne sono molteplici e molte anche totalmente diverse tra loro, collegate solamente dal nome e dalla presenza di uno specchio. Una versione riguarda una bellissima donna che amava ammirarsi allo specchio, ma un giorno ebbe un terribile incidente che le sfigurò completamente il viso, e per paura di vedere il suo nuovo aspetto, decise di non specchiarsi mai più.Passò il tempo ed essa divenne sempre più curiosa e un giorno andò diffronte a uno specchio e si vide, rimanendone così distrutta che riuscì ad entrare dentro lo specchio per cercare il suo vecchio volto. Una cosa interessante è che alcune persone teorizzano che la Bloody Mary di questa versione sia una metafora per la pubertà: la paura mischiata con la curiosità di Mary nel vedere il suo nuovo aspetto è riconducibile alle ragazzine che notano i cambiamenti del loro aspetto per via di questa fase delle loro vite.

Un’altra versione narra di una giovane malata di Difterite che cadde in un coma profondo e il padre, convinto che fosse morta, decise di seppelirla. Ma la madre, fiduciosa che ci fosse ancora speranza per la sua amata figlia, legò al polso di Mary un filo legato a una campanella posta fuori dalla bara: se il campanellino avesse suonato, avrebbe significato che Mary era ancora viva. Durante la notte, la madre rimase fuori tutto il tempo e suo marito, preoccupato che le venisse qualcosa per via del freddo ma incapacitato di farla rientrare in casa, le diede un sonnifero. Il mattino seguente, i genitori della ragazza trovarono il campanellino per terra, realizzando che la loro amata figlia era in verità viva. Iniziarono a scavare ma ormai per la povera Mary non c‘era più niente da fare: era morta d’asfissia mentre  cercava di grattare via la superficie del coperchio della bara con le proprie unghie, insanguinate e rotte nel tentativo. Il giorno dopo, il padre venne trovato morto nel bagno diffronte allo specchio con un espressione di puro terrore, causato da qualosa che aveva visto nello specchio. 
"Ghost Whisperer", stagione 3, episodio 2, "Don't Try This at Home" (USA, 2007), regia di Ian Sander
Ci sono molte altre versioni diverse della leggenda o del rituale, ad esempio in una Mary è una madre che uccise il suo bambino (nel rito bisogna dire “Bloody Mary, I killed your baby”); in un altro ancora Mary è una donna sospettata di stregoneria uccisa davanti ad uno specchio. Il rituale invece non presenta variazioni così pesanti, infatti in qualunque versione bisogna essere in un bagno buio con solo alcune candele per far luce, e pronunciare una frase che varia in alcune versioni tre o tredici volte  (se non dovesse funzionare, bisogna ripeterle nuovamente facendo dei giri su noi stessi). Insomma, di storie legate a questa leggenda ce ne sono a bizzeffe, ma tutte presentano un elemento in comune: lo specchio.

Lo specchio è considerato una sorta di portale per spettri e demoni dell’aldilà, ma è anche un oggetto di divinazione nel quale si possono percepire visioni e informazioni sul passato, presente e futuro. Non a caso si teorizza che la leggenda nacque da un altro rito più vecchiotto (circa gli inizi del XX secolo), nel quale delle giovani fanciulle salivano, al buio, le scale all’indietro tenendo in una mano uno specchio e nell’altra una candela accesa. Dopo aver fatto ciò, nello specchio appariva il volto del loro futuro marito (divinazione, per appunto). Se capitava che al posto del loro futuro coniuge apparisse un teschio, significava che esse sarebbero morte prima di potersi sposare.
"The Legend of Bloody Mary" (USA, 2008), regia di John Stecenko
Cercando una soluzione più logica dietro il vedere effettivamente qualcosa dentro lo specchio, Giovanni Caputo spiegò in un articolo pubblicato in rete il fenomeno, sostenendo che la percezione umana può giocare brutti scherzi se si fissa un volto in un ambiente al buio: infatti alcuni tratti facciali inizieranno a sparire o a cambiare, mentre potrebbero apparire altri volti ancora più distorti.

Bloody Mary ha avuto un forte impatto mediatico, portando alla realizzazione di diversi film basati su queste figura come il terzo capitolo di Urban Legends o della pellicola del 2006 “Bloody Mary”, ma ha anche ispirato diversi episodi di serie TV come Ghost Whisperer e Supernatural, così come ha ispirato diversi videogiochi come il quinto capitolo di Grim Tales.
Insomma, una leggenda che nonostante sia vecchiotta e smentita da un bel po’, riesce ancora a risultare interessante e una fonte d’ispirazione per diversi autori.

Articolo di Thanasis Gaetano Riela

martedì 28 gennaio 2020

I sinistri omicidi all'origine delle filastrocche per bambini

Tutti da bambini abbiamo cantato delle filastrocche mentre giocavamo, senza pensare troppo a quello che stavamo dicendo. Ma se vi dicessi che molte di queste filastrocche si ricollegano ad episodi di cronaca nera? Oggi ho in mente di farvi conoscere tre filastrocche e i loro relativi significati, iniziando con una che penso avrete sentito nominare almeno una volta.

Mary Mary quite contrary, (Mary Mary tutta contraria)
How does your garden grow? (come fa a crescere il tuo giardino?)
With silver bells and cockle shells (con campane d’argento e gusci di conchiglia)
And pretty maids all in a row (e belle fanciulle allineate)
"Supernatutal", stagione 1, episodio 1, "Bloody Mary" (USA, 2008), regia di Peter Ellis
Secondo una teoria, il nome di Mary equivarebbe a quello della regina Maria I d’Inghilterra, meglio conosiuta come Bloody Mary e Maria la Sanguinaria per via delle sue numerosi esecuzioni contro i Protestanti, messe in atto come un modo per rendere l’Inghilterra di nuovo cattolica.

In questo caso, il giardino nominato ha un valore metaforico, infatti esso rappresenta un cimitero che diventa sempre più grande per via delle persone giustiziate; le campane argentate e le conchiglie rappresentano invece dei strumenti di tortura utilizzati dalla regina: le prime servivano per distruggere i pollici schiaccandoli, mentre le seconde si mettevano negli orifizi del corpo umano, per poi svitarli e aprirli sempre di più causando un dolore pazzesco; le belle fanciulle in verità non sarebbero altro che un riferimento alla prima versione della ghigliottina chiamata “maiden”, abbreviato in “maid”, ma potrebbero anche significare delle persone che aspettano la loro esecuzione.
Illustrazione di Robb P. Lestinci
Ci sono altre interpretazioni di questa filastrocca, tra cui uno religioso in cui Mary sarebbe la Sacra Vergine e uno che si riferisce ad un’altra regina d’Inghilterra, Maria Stuarda, ma nessuna di queste è stata confermata.

Lizzie Borden took an axe, (Lizzie Borden prese un’ascia)
And gave her mother 40 whacks. (E diede a sua madre quaranta colpi)
When she saw what she had done, (quando realizzò cosa avesse fatto)
She gave her father 41. (ne diede a suo padre quarantuno)

Come avrete capito, questa cupa e sinistra filastrocca si riferisce a un omicidio, anche se il numero dei colpi e l’arma del delitto non sono esatti.
"Lizzie Borden's Revenge" (USA, 2013), regia di Dennis Devine
Il 4 agosto 1892 a Fall River, nel Massachusetts, nella dimora dei Borden tutto sembrava essere a posto: dopo che Andrew Borden tornò a casa, sua figlia, Lizzie Borden, gli disse che la sua matrigna, Abby Borden, se n’era andata per far visita a una persona malata, così lui si sdraiò sul divano nel salotto, cercando di rilassarsi, ma da lì a poco sarebbe stato brutalmente ucciso a colpi di accetta (precisamente 11 colpi) che gli tagliarono metà di un occhio e completamente il naso, togliendolo dalla faccia.

La loro domestica in seguito scoprì il cadavere di Abby nella sua stanza, circondata dal suo stesso sangue di color scuro che indicava che era stata uccisa prima del signor Borden. Dopo l’omicidio, Lizzie Borden fu interrogata mostrando svariate lacune nel suo alibi, per non parlare del fatto che avrebbe avuto anche un movente essendo che litigava spesso con suo padre per motivi economici, rendendola la sospettata principale. Incredibilmente, alla fine del processo venne dichiarata innocente nonostante le prove contro di lei e continuò la sua vita nella sua città natale fino alla sua morte, abitando in un’altra casa.
A sinistra Lizzie Borden, a sinistra i cadaveri di Andrew ed Abby Borden
Are you a witch? (sei una strega?)
Or are you a fairy? (o sei una fata?)
Or are you the wife (o sei la moglie)
Of Michael Cleary? (di Michael Cleary?)

Il folklore irlandese è costituito da una moltitudine di creature fantastiche tra cui folletti, gnomi, fate e streghe, ma oltre ad essere i protagonisti di alcune fiabe, nel 1985 sarebbero stati la causa di un violento omicidio.

Bridget Boland viveva con suo marito, Michael Cleary, nel piccolo villaggio di Ballyvadlea, in Irlanda, in un piccolo cottage. Esso era costruito vicino a una collina che era considerata un luogo di ritrovo per le fate, che venivano considerate delle creature maligne.
Bridget Boland e Michael Clearly
Nel marzo del 1895, Bridget si ammalò di febbre e col passare dei giorni la sua condizione peggiorò; allora il signor Cleary venne in contatto con un esperto di folklore e di creature fatate che gli disse che quella non era veramente Bridget, ma che fosse stata rapita dalle fate e rimpiazzata con una “changeling”, una creatura che serviva come sostituto dalle persone che erano state rapite dalle fate principalmente per aver violato i loro territori. Durante una notte, Michael cercò di esorcizzare la changeling e di far tornare sua moglie con l’aiuto di alcuni famigliari, dandole una strana pozione amara, facendole le stesse domande a ripetizione e minacciandola col fuoco essendo che le changeling ne avevano paura, ma proprio durante una di queste minacce lei prese fuoco veramente, morendo circondata dai suoi parenti e da suo marito che continuava a ripetere che non era veramente sua moglie.

Michael Cleary fece 15 anni di prigione per poi immigrare in Canada dove si persero le sue tracce. Bridget Cleary è considerata l’ultima strega bruciata viva in Irlanda, ma nonostante essa sia morta venne immortalata da questa tetra filastrocca.
"Urban Legends 3: Bloody Mary" ("Urban Legends: Bloody Mary", USA, 2005), regia di Mary Lambert
Articolo di Thanasis Gaetano Riela, illustrazione originale di Robb P. Lestinci

sabato 25 gennaio 2020

Un lupo mannaro campano - un racconto di licantropia nella letteratura latina

Credereste mai a chi vi racconta dell'esistenza di un testo che narra di un classico uomo-lupo, a cui cinema e letteratura ci hanno ormai abituati... Scritto nel I secolo dopo Cristo?
Dello scrittore e politico romano Gaio Petronio Arbitro sappiamo molto poco. Generalmente si fa coincidere la sua misteriosa figura con quella di tale Gaio Petronio Nigro, di cui parla il celebre storiografo Tacito nei suoi "Annales", definendolo come letterato "arbirtro dell'elegenza" presso la corte dell'Imperatore Nerone. Intorno al 65 d.C, una volta accusato di aver preso parte alla congiura dei Pisoni ai danni del trono neroniano, sarebbe stato costretto a mettere in pratica il suicidio stoico (come fecero altri illustri esponenti della letteratura romana quali Seneca, o il nipote Lucano).
Sotto il suo nome ci sono giunti i frammenti di un'opera, probabilmente molto più estesa di quanto ci è pervenuto, che prende il nome di Satyricon ("Cose riguardanti i Satiri") in cui si narrano vicende amorose comico-satiriche di carattere licenzioso, che spaziano da amori omosessuali infedeli, a perverse orge, fino ad inganni e insidie che i personaggi si tendono tra loro. La trama di questo antico romanzo gira intorno a un giovane chiamato Encolpio e alle disavventure che corre assieme al ragazzo che ama, Gitone, e al suo infido amico Ascilto. Le sfortunate vicende che Petronio narrerà nel corso della storia sarebbero da ricondurre, secondo il suo lacunoso antefatto, alla divinità fallica Priapo che si sarebbe sentita oltraggiata da un atto sacrilego che il protagonista avrebbe compiuto nei suoi confronti.

Secondo i critici il Satyricon non sarebbe altro che un ribaltamento del romanzo greco (data la presenza in esso di alcuni temi propri di questa corrente letteraria, totalmente rovesciati di senso) in cui si vanno ad estrapolare e mettere in ridicolo più momenti iconici di opere come "Iliade", "Odissea" o "Eneide". L'unico elemento del Satyricon di cui si può parlare con certezza è la sua profonda vena realistica: infatti, attraverso il racconto, Petronio ci restituisce un'immagine viva e tangibile della Roma del tempo, che va a punzecchiare con lo scopo di denunciarne eccessi e degredazione. L'episodio centrale dell'opera (e quello che siamo riusciti meglio a ricostruire) riguarda la cena che si tiene in casa di un rozzo liberto chiamato Trimalchione, di cui Petronio Arbiter va a criticare la bassezza culturale e la vacua ostentazione delle ricchezze che si è guadagnato, una volta superata la sua condizione di schiavitù
Una scena dall'omonima trasposizione dello scritto di Petronio, a opera di Federico Fellini (1969)
Parallelamente alla tendenza realistica che questo racconto assume, l'autore dispiega uno spiccato gusto per il fantastico che è dato dall'inserimento nel mezzo della narrazione di superstizioni e racconti mitici. Questo è il caso del singolare e inquietante estratto di cui parleremo. Nel Satyricon 62, durante la cena in casa di Trimalchione, l'amico liberto Nicerote racconta a tutti i convitati di una macabra peripezia che gli capitò durante un viaggio di notte a Capua, mentre era in compagnia di un soldato:

<< C'era invece un soldato, forte come l'Orco. Ce la svignammo al canto del gallo; c’era una luna che sembrava mezzogiorno. Arriviamo in mezzo a un cimitero: il mio uomo si mette a farla tra le tombe, io mi siedo canticchiando e mi metto a contare le lapidi. Poi mi volto verso il mio compagno, e vedo che quello è lì che si spoglia e lascia tutti gli abiti sul ciglio della strada. Mi sentivo il cuore in gola; stavo immobile come fossi morto. Quello allora si mise a pisciare tutto intorno alle vesti e di colpo si trasformò in lupo. Non pensate che stia scherzando; non mentirei per tutto l’oro del mondo. Ma, come stavo dicendo, una volta diventato lupo, incominciò a ululare e si dileguò nella boscaglia. Io sulle prime non capivo più dove fossi; poi mi avvicinai ai suoi abiti per prenderli; ma quelli erano diventati pietra. Chi non poté morire di paura se non io stesso?  
Illustrazione di Mont Subdury per "The Werewolf Howls" da Weird Tales (n. 36, vol. 2, pag. 38, novembre 1941)
Strinsi la mano alla spada, e andai infilzando le ombre, finché non raggiunsi la villa della mia amica. Entrai che parevo uno spettro, a momenti schiattavo, il sudore mi colava tra le natiche e avevo gli occhi di un morto; ce ne volle per riprendermi. La mia Melissa dapprima si meravigliò perché ero ancora in giro a quell’ora, e fece: “Se arrivavi un po’ prima, ci davi una mano; un lupo si è introdotto nella fattoria e da vero macellaio ci ha massacrato tutte le bestie. Però non l’ha fatta franca, anche se è riuscito a fuggire, un nostro servo gli ha trapassato il collo con la lancia”.  

A sentir questo, non potei più chiuder occhio e sul far del giorno, via di corsa alla casa del nostro Gaio, come un oste rapinato; e una volta che giunsi in quel posto, dove gli abiti erano diventati pietra, non altro trovai altro che sangue. Come poi tornai a casa trovai il mio soldato stravaccato sul letto come un bue, mentre il medico gli curava il collo. Compresi che era un lupo mannaro e da allora in poi non sarei più riuscito a dividere il pane con lui, nemmeno se mi avessero ammazzato. Gli altri al riguardo la pensino come vogliono. Quanto a me, se mento, possano i vostri numi tutelari stramaledirmi >>.
Uno dei lupi mannari visti ne ''L'Ululato'', di Joe Dante (1981)
La paura ancestrale per il lupo (che caratterizza da sempre l'uomo) dunque ha portato la civiltà a partorire il mito del mannarismo ben prima dei tradizionali licantropi che abbiamo potuto conoscere...i è un topos ben radicato nella nostra storia, le cui origini si vanno a perdere nell'alba dei tempi.

Articolo di Lorenzo Spagnoli

lunedì 23 dicembre 2019

Il demone del Natale - tra leggenda, cinema ed attualità

Strano ma vero, nella tradizione di diverse culture dell'Europa Centrale (dall'Austria, alla Baviera, al Trentino e molte altre) esiste una figura del tutto singolare legata al Natale. In contrasto con il sempre verde Babbo Natale/San Nicola, di cui è il braccio destro, nonostante sia circondato da un'aura decisamente oscura, similmente all'Aiutante Oscuro o, secondo una bizzarra teoria che abbiamo già trattato, a Santa Claus stesso.

Il suo nome è Krampus (dal tedesco "Krampen", artiglio) ed è un demone dal pelo nero, con artigli, corna, zoccoli e una lunga lingua rossa. È ritratto con un sacco in cui intrappola le sue vittime, ed un bastone con cui le picchia. Oltretutto si trascina dietro delle lunghe catene, spesso accompagnate da alcune campane, che stanno a simboleggiare il trionfo della Chiesa Cristiana sul demonio.
Se il compito di San Nicola è quello di premiare i fanciulli migliori con dei regali, quello di questa creatura è di punirli...in maniera ben più drastica rispetto quella a cui il Babbo Natale della Coca-Cola ci ha abituati. Questa creatura infernale è solita manifestarsi per le strade delle città la notte del 5 Dicembre (Krampusnacht), in cui va a caccia di bambini cattivi inseguendoli, malmenandoli e poi, a seconda delle versioni, divorandoli o portandoli all'Inferno. La mattina del giorno seguente, il giorno di San Nicola, i bambini vanno a controllare cosa è stato lasciato nella scarpa che hanno messo fuori la porta: un dono, per quelli buoni, o un bastone per quelli che sono stati così fortunati da sopravvivere al Krampus fino a quel momento. 

Riguardo alle origini di questa figura esistono più teorie. C'è chi crede che sia di matrice pagana, d'altronde di divinità dalle simili fattezze, venerate dalle streghe prima dell'avvento della Cristianità, ne conosciamo molte. Altri rispondo a questa storia con un'altra leggenda: si racconta di come sulle Alpi, in tempi remoti, un gruppo di giovani delinquenti si vestisse da demoni per terrorizzare i villaggi vicini e rubargli le scorte di cibo. Quando però iniziarono a sospettare che tra di loro si fosse insinuato un vero diavolo, convocarono San Nicola che lo smascherò per le impronte caprine che lasciava, e lo esorcizzò. 
Illustrazione di Cristiano Baricelli
In tempi recenti esiste un'ulteriore scuola di pensiero che è stata adottata anche dal National Geographic, che ricondurrebbe la storia del Krampus alla mitolgia nordica; egli sarebbe il figlio di Hel, dea dell'aldilà. Va detto però che in molti contestano quest'ipotesi, tacciandola di non essere altro che un collegamento inventato di sana pianta dello scrittore fantasy Gerarld Brom, per il suo romanzo del 2012 "Krampus the Yule Lord".

Le sfilate ispirate al mostro sono parte vitale di questo mito. Avrete sentito parlare di cosa è successo recentemente a Vipiteno, in Alto Adige: durante una di queste sfilate in maschera, dei manifestanti vestiti da krampus avrebbero aggredito e infierito con violenza sugli altri partecipanti. Questi cortei solitamente iniziano con l'arrivo del vescovo S. Nicola, con i regali da consegnare ai giovani meritevoli e in compagnia di moltissimi diavoli che inizialmente terrà a bada. Al calare del sole però San Nicola sparirà dalla scena e li lascerà senza alcun controllo, selvaggi e inferociti, liberi di scorrazzare per le strade e attaccare o spaventare tutti gli altri manifestanti. Durante queste sfilate è severamente vietato smascherare i Krampus, ma anche reagire fisicamente ai loro attacchi.
Quella del Krampus è una tradizione folkloristica molto particolare, figlia di una concezione di insegnamento del giusto e dello sbagliato ai più piccoli vecchia e terrorizzante, che non è mai stata vista di buon occhio dalla Chiesa Cattolica. Non a caso dopo il 1932, durante il periodo dell'Austrofascismo, venne totalmente proibita la celebrazione della "festa del demonio" e anche in molte altre aree germaniche venne portata avanti una campagna di sensibilizzazione anti- Krampus. A causa di simili provvedimenti questa celebrazione rischiò di estinguersi ma grazie agli sforzi fatti verso la fine del XX secolo, volti al al preservare un patrimonio culturale così ricco (e così antico) che riguarda diverse culture del Vecchio Continente, tra cui quella italiana, è sopravvissuta fino ad oggi.

Il Krampus, infatti, è riuscito ad insidiarsi anche nel mondo del cinema e della serialità a partire dal 2010 con il film "Trasporto Eccezionale - Un racconto di Natale" ("Rare Exports") per la regia di Jalmari Helander. Il film, nonostante non citi mai direttamente il Krampus gira attorno a una bizzarra scoperta archeologica: Babbo Natale è stato trovato, ma non è l'uomo sorridente che tutti ci aspettiamo, bensì un gigantesco mostro peloso e cornuto ricoperto da ghiacci, un gigante del passato che unisce i tratti caratteristici di Babbo Natale (come la lunga barba) a quelli del Krampus, creando un terrificante mostro che da secoli terrorizza la notte di Natale divorando gli sventurati bambini.
Dopo anni di assenza dallo schermo, eccezion fatta per un corto del 2012 diretto da George Dalphin, il Krampus fa il suo debutto effettivo sia al cinema che in tv, apparendo nell'episodio "Il Gemello di Babbo Natale" della serie Grimm e nel film "Krampus - The Christmas Devil", un film a basso budget di una qualità infima e montato in maniera più che amatoriale, che sotto la, se così definibile, regia di Jason Hull mostra un mostro, realizzato con un fatiscente costume, il Krampus appunto, terrorizzare una cittadina, inseguito dal capo della polizia (A.J. Leslie) e da un San Nicola cacciatore di mostri (Paul Ferm). Nonostante la cosa migliore della pellicola sia la sua locandina, riuscirà comunque a generare diversi seguiti, opportunamente usciti in concomitanza o immediatamente dopo quello che potrebbe essere definito il film definitivo del Krampus. 

Nel 2015, infatti, esce "Krampus - Natale Non è sempre Natale", per la regia di Michael Dougherty, lo stesso regista che ha creato l'icona moderna di Sam nel film "La vendetta di Halloween" ("Trick'r Treat"). Il protagonista dell'opera è Max (Emjay Anthony) che tre notti prima di Natale porta la sua famiglia all'annuale riunione natalizia, che si rivelerà però ben presto un fallimento, non solo per i litigi, ma anche per l'attacco di alcuni demonietti (i Klowns), un macabro presagio della presenza del demone natalizio per eccellenza: il Krampus, intenzionato a portare Max e i suoi cari all'Inferno.
Nello stesso anno, come precedentemente accennato, usciranno ben due film sulla figura del diavolo natalizio: "Krampus: The Reckoning" di Robert Conway, che vede Zoe (Amelia Haberman) alle prese con un bizzarro amico immaginario: il Krampus e "A Christmas Horror Story", un'antologia horror diretta da Grant Harvey, Steven Hoban e Brett Sullivan, che vedrà, al centro dei suoi ultimi due segmenti, il Krampus (Rob Archer) in lotta con Santa Claus (George Buza) in persona... ma non sempre tutto è come sembra. 

Dal 2015 in poi, quasi ogni anno, nel periodo natalizio esce un nuovo film sul Krampus, più o meno originale, come ad esempio "Mother Krampus" di James Klass del 2017, che fonde il mito della strega Frau Perchta con la figura del demone assistente di San Nicola o "Krampus Unleashed" del 2016, di Robert Conway, che narra di una famiglia alle prese con il mostro titolare (Travis Amery).
Il demone si è quindi imposto come una sorta di icona moderna del genere horror, destinata a regnare incontrastata sulla stagione natalizia: un destino già profetizzato da Dougherty, che da sempre ne aveva riconosciute le potenzialità.

La notte di Natale, quindi, ponete più attenzione a ciò che udite, mettete al sicuro i vostri bambini, chiudete ogni porta e finestra: potrebbe esserci un Krampus in agguato, affamato, nascosto, che non aspetta altro che l'occasione per trascinare voi e ciò che amate con lui negli Inferi per un Natale tanto freddo quanto lungo e doloroso. Un Natale rosso sangue. Un Natale mortale. Il vostro ultimo, se siete abbastanza fortunati.

Buon Natale.
Articolo di Robb P. Lestinci e Lorenzo Spagnoli, illustrazione originale di Cristiano Baricelli