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domenica 12 giugno 2022

• Ecosofia del Pianeta Instabile, vivere in un mondo destinato al cambiamento (Miskatonic Archives)

Le trasformazioni che avvengono in un pianeta durante miliardi di anni sono innumerevoli. Gli effetti di alcune di queste trasformazioni sono molto dilatati nel tempo, poco percepiti o ignorati durante un breve arco di vita umana. Anche la nostra mente si trasforma insieme al mondo, in un continuo gioco di influenze. Il principio entropico e i modelli di meccanica non classica descrivono gli spazi sempre in perenne metamorfosi. 

La rapidità di trasformazione di un pianeta aumenta proporzionalmente al livello tecnologico raggiunto dalle civiltà che lo popolano. La scala di Kardashev ha ipotizzato delle categorie cardinali per i livelli di civilizzazione in base alla resa energetica della tecnologia applicata. Il nostro mondo è collocato al di sotto del primo livello, dal momento che non siamo ancora in grado di usare al meglio l’energie solare. 

Spesso rappresentato come statico ed immutabile, per semplicità di giudizio o per difetto di scopo, il nostro habitat è invece un sistema fisico in continuo cambiamento e governato dal caos. Lo studio dell'evoluzione planetaria è suddiviso da diverse materie scientifiche, in base all'oggetto di riferimento, seguendo classi descrittive e culturali a volte anche in disaccordo tra di loro.

Secondo il biologo evoluzionista Klaus Rohde, l'ecologia è stata a lungo plasmata da idee che sottolineano la condivisione delle risorse e la competizione per quelle risorse, e dal presupposto che popolazioni e comunità tipicamente esistano in condizioni di equilibrio in habitat saturi sia di individui che di specie. Tuttavia, molte prove contraddicono queste ipotesi, e nel suo libro afferma che il disequilibrio è molto più diffuso di quanto ci si potrebbe aspettare (Nonequilibrium Ecology, Cambridge University Press – 2006). 

La tesi del non equilibrio mette alla prova qualsiasi tentativo logico di fronteggiare l'incertezza del futuro e le sue crisi caratterizzate da trasformazioni fuori portata, inarrestabili ed irreversibili. Ho sempre apprezzato la potenza descrittiva nel raccontare un mondo in continua trasformazione. Riflettere sulle basi e sulle cause dei cambiamenti mondiali è un esercizio mentale dinamico e speculativo, stratificato all’interno del mondo della letteratura, in un simbolismo intrinseco di interconnessione tra l’arte e la vita, tra il macro ed il microcosmo, tra l’autore e lo spettatore, tra l’oggetto ed il soggetto.

In questo breve articolo confronterò le storie di alcuni pianeti fantastici della narrazione cinematografica, teatri di rivoluzioni globali e galattiche in grado di trasformare drasticamente l’aspetto del pianeta ed i suoi abitanti. Geomorfismi metatrascendentali per veicolare al pubblico una catarsi ricercata nella metodologia della presa coscienza. Epifanie ritardate e retroattive. Trasformazioni molto spesso innescate dall’uomo e pilotate per lunghi secoli, conferiscono anche allo spazio scenico il ruolo di ecoprotagonista all’interno di saghe e cicli epici. 

Arrakis e Trantor
Illustrazione di Cristiano Baricelli
Arrakis, o Dune, è il pianeta ideato dalla penna di Frank Herbert nel 1965, nell’omonima epopea che ci ha donato lo scorso anno la sua prima degna trasposizione cinematografica a cura di Denis Villeneuve, vincitrice di ben sei premi Oscar. Trantor, invece, è il pianeta capitale ed ecumenopoli dell’Impero Galattico nel ciclo della Fondazione di Isaac Asimov del 1942, recentemente adattata per il piccolo schermo da Davis Samuel Goyer e Josh Friedman per Apple TV+ nel 2021

In un intervallo temporale lungo migliaia di anni, il pianeta-deserto Dune prenderà le sembianze di un pianeta verde ed ospitale al seguito di lotte di potere, guerre, messianizzazioni, ascensioni, abominazioni, cospirazioni politiche e religiose. Ciclo già noto, prototipo preistorico anche del terzo pianeta del sistema solare. Nel suo universo, Dune è il pianeta più importante in quanto unica sede di produzione della spezia: misterioso elemento psicoattivo che permette i viaggi interstellari, prodotto da vermi mastodontici abitatori del deserto, anime e vessilli divini di un mondo che si autodivora. Un universo futuristico privo di robot o intelligenze artificiali che lascia spazio ad azioni sovraumane espresse all’interno di una civiltà galattica feudale e biotronica. Un pianeta mistico che non seduce, trappola della fede e del suo misticismo. 
Bene Gesserit – Philippe Bertrand (bashi.buzuk)
Su Trantor, invece, assistiamo all’ascesa e alla caduta dell’Impero Galattico, reminiscenza storica dell’antico Impero Romano, collocato nello spazio cosmico e siderale. Anche su Trantor assistiamo alla profezia pleiotropica, solo che questa volta non ha origini religiose, bensì accademiche: la psicostoria ha calcolato matematicamente che l’Impero è destinato a collassare, forse perché, a causa del linguaggio, le relazioni gerarchiche e istituzionali tendono sempre verso una certa decadenza autodistruttiva. Non serviva scomodare la matematica per sottolinearlo, dal momento che milioni di pianeti, sotto l’egida dell’Impero, eseguono gli ordini di un imperatore clone tripartito in tre diverse forme di età, ognuna vittima e carnefice della macchina tecnopatriarcale. Temendo le profezie accademiche della psicostoria, il triumvirato genetico permetterà la formazioni di nuove colonie umane su pianeti esterni, in posizioni estreme dell’Impero: le Fondazioni.
Emperor Cleon – Philippe Bertrand (bashi.buzuk)
Nella serie, le geometrie dell’urbanistica di Trantor cambiano fin da subito, definendo immediatamente la caducità di qualsiasi privilegio.

Entrambi i pianeti riflettono sul potere delle predizioni e la forza dei sogni, descrivendo la guerra come un orgasmo collettivo perpetuato dalla politica corrotta e decadente. Su Dune, la reciproca empatia tra l’uomo e la terra culminerà con la simbiosi tra l’uomo e il verme in contrasto alle istanze di razzismo ambientale mediate da un linguaggio rituale utilizzato come arma per manipolare le persone. Su Trantor, invece, è l’olonomia capitalista che minaccia la coscienza costruita attorno ad antiche credenze disabitate da cui fuggono, nello spazio, i flussi migratori: l’ultimo baluardo di sopravvivenza per una civiltà. In entrambi questi mondi il messaggio che traspare è quello di non fidarsi delle figure carismatiche, di dubitare dell’eredità del passato ridescrivere il rapporto uomo-natura, anche attraverso tecnologie invasive interspeciste ed intraspeciste.
Leto II, God Emperor of Dune - Aaron Rizla
Sicuramente esistono altri modelli planetari letterali in cui il tempo ha decretato la metamorfosi del pianeta, ad esempio, Il Pianeta della Scimmie (1963) o il più recente 2067 - Battaglia per il futuro (2020). Queste espressioni letterali sono forse la manifestazione di paure più ataviche, come l’impotenza umana nei confronti della natura primigenia e selvaggia. 

L’ambientalismo razionale prefigge il superamento di certe ideologie antiquarie e in questo articolo ho cercato di descrivere le metafore ecologiche che trovano larga espressione anche oltre i limiti artistici e scientifici. Esistono anche molti artisti e attivisti che lavorano per rendere il mondo un posto migliore. Scientist rebellion è un collettivo di scienziati che da un paio d’anni si espone affinché i governi mondiali si adoperino per il compimento di leggi a difesa del clima. Non tutte le nazionalità sono sensibili a questo tema e anche la percezione del problema ecologico è diversa a seconda della latitudine di riferimento. 

Personalmente mi ritengo molto fortunato di aver conosciuto artisti sensibili a questa tematica, non a caso, in Finlandia, dove il tessuto urbano è in semiperfetta simbiosi con la natura feroce e ferale delle foreste. Sono due gli interventi artistici che più mi hanno colpito. Il primo é il progetto Performative Habitats di Egle Oddo, nella quale l’artista entrando in comunione con ciò che la circonda, costruisce dei giardini evolutivi destinati ad autosostenersi senza l’intervento umano. Il secondo, invece, è stato l’altare per Greta Thunberg di Kamila Sladowska al Yö Festival di Helsinki in cui alla giovinezza è affiancato il mito della santità futura in missione per salvare il mondo! 
Altare per Greta Thunberg – courtesy of Kamila Sladowska 
Photo: Robert Prokopovich

 Buona Fortuna!

ARTICOLO E ILLUSTRAZIONE DI
ILLUSTRAZIONI ORIGINALI DI












REVISIONE DI
GIULIA ULIVUCCI E


domenica 24 gennaio 2021

DARK TENET K-rad(ius): Timeloop Bromance+Reverse Entropy = Manovra a Tenaglia Temporale e Quantum Immortality contro il Principio Inesorabile dell’Orizzonte degli Eventi (Atto 2)

Being with you and not being with you is the only way I have to measure time.

Jorge Luis Borges

Ricominciare da capo è un po’ come tornare indietro nel tempo. Tornare indietro nel tempo ci permetterebbe di ripetere un’esperienza per cercare di modificarla anche in accordo al nostro gusto personale. Investire un secondo tempo, per raggiungere un secondo obiettivo, potrebbe sembrare una pratica noiosa e deleteria, monotona, tediosa e controproducente. Ricominciare da capo è un po’ soporifero, a volte spiacevole e per taluni insopportabile. Ricominciare da capo è anche indispensabile: dalle prove d’orchestra, alle prove di regia, fino al seminfinito ripetersi della narrazione:  musicale come nei leitmotif e nelle arie da capo, o scenica, quando il disegno della trama ripercorre le geometrie temporali del cerchio.

Il timeloop non è un artificio narrativo che piace a tutti. Il timeloop è un paradosso, e come tale andrebbe trattato, facendo ricorso anche alla sospensione dell’incredulità, se necessario, dal momento che infrange il principio di conservazione. Il timeloop è la trasposizione cinematografica delle istanze storico-filosofiche sull’eterno ritorno di Nietzsche. Molto più semplicemente, in un timeloop, causa ed effetto coincidono, ed è più facile riferirsi in questi casi a delle singolarità.

Ad ogni singolarità è possibile associare un orizzonte degli eventi: un’osservazione specifica in uno specifico punto dello spazio durante uno specifico intervallo di tempo. Nel paradosso di Schrödinger, associato al collasso della funzione d’onda (Ψn), tale orizzonte è l’apertura della scatola. Nel 1957, il fisico Hugh Everett sostenne che la funzione d’onda non collasserebbe. Secondo la sua interpretazione della meccanica quantistica, la funziona d’onda è una realtà oggettiva, per cui non ci sarebbe nessun collasso relativo all’osservazione, ma bensì esisterebbero tante dimensioni parallele, ognuna per ogni plausibile e possibile risultato associato all’osservazione stessa. Questo scenario, che implica l’esistenza del multiverso, non è dimostrabile sperimentalmente, perchè l’empirismo si basa, appunto, sull’osservazione stessa, ciononostante, la fisica quantistica e le ricerche sulla quantum gravity continuano sia a lavorare per la realizzazione di un quantumcomputer sempre più potenti e sia ad ispirare numerosi autori e registi. 

In questo contesto multiuniversale letterario e fantascientifico, l’orizzonte degli eventi diviene un banalissimo vettore complesso dello spazio di Hilbert ed è piuttosto facile controllarlo e manipolarlo a proprio piacere, distruggerlo se volete. Facendo riferimento ai paradossi di autoreferenzialità o ai Teoremi di Incompletezza di Gödel, è possibile ipotizzare, per esempio,  che, nel sistema di riferimento solidale all’orizzonte degli eventi stesso, esistano uno o più vettori di Ψn associati all’osservazione di tale orizzonte in grado di ridescrivere il continuum, come se più orizzonti fossero in realtà sovrapposti in modo tale da lasciare alla prospettiva il compito della risoluzione della trama la quale assume così le caratteristiche geometriche dell’interuniverso di Mochizuki

Affrontare il principio inesorabile dell’orizzonte degli eventi vuol dire sia iniziare a fare i conti col determinismo cinico e sadico del Primo Atto, sia terminare i conti con il suo epilogo ne l’Ultimo? Atto, in cui ho cercato di evidenziare i confini fisici e i contorni razionali di tale orizzonte fisico/letterario... d’altra parte, manipolare tale principio, plagiarlo alla prosa, è adesso anche un’arte fantamilitare, che dal 2020, grazie a Christopher Nolan e il suo TENET, ha un nome: manovra a tenaglia temporale, degno aggiornamento sul trattato de l’Arte della Guerra di Sun Tsu

In contrasto, la scuola tedesca di Baran bo Odar e Jantje Friese ha deciso, invece, di distruggere questo orizzonte con il finale della serie Dark (2017-2020), in cui due dimensioni parallele, associate ed evolute a partire dalla creazione della macchina del tempo, si coalizzano con successo per fermare la realizzazione della singolarità tecnologica stessa mentre due diverse società segrete di viaggiatori del tempo, ognuna nella propria dimensione, perseguendo ognuna i propri ideali, darà origine al più complicato albero genealogico mai apparso sullo schermo televisivo quale eco della genesi biblica.  

Questi modi alternativi che descrivono la ri-capitolazione dei timeloop ricordano i diagrammi di elettrodinamica quantisca di Richard Feynman e mi hanno permesso di immaginare una nuova unità di misura per descrive le diverse geometrie temporali delle iterazioni sceniche: il DARK TENET K-radius (o Dark Tenet Krad, abbr. DT K-rad). Prendendo in prestito il termine krad (Kilo Radical) dall’Urban Dictionary, ho adimensionalizzato rispetto al tempo la dimensione temporale della trama (e non la sua esposizione cronologica rispetto al pubblico che risulta quasi sempre descritta dalle tecniche narrative dell' in media res, flasback e flashforward) per classificare, con quattro grandi macrocategorie, l’iperdimensionalismo temporale messo in scena:

• Nella prima categoria è possibile associare tutte le storie che seguono la canonica traiettoria temporale lineare ed euclidea, con un inizio ed una fine ben distinti, o tendenti linearmente ad infinito. In queste storie lo sviluppo della trama può essere una linea, una retta o una semiretta.
I punti di vista dei personaggi possono essere rappresentati da segmenti, più o meno lunghi. Queste timeline giaciono sullo stesso piano.
Le storie su piani privi di curvatura sarebbe caratterizzato da un DT K-rad < 0. Ogni dimensione nella storia può essere rappresentata da un n-simo piano immaginario. Un eventuale retta di intersezione tra due o più piani rappresenterebbe un’orizzonte degli eventi immutabile. Tanto maggiore è il numero di piani, tanto più negativo risulta il DT K-rad associato a questa storia (DT K-rad = -∑n).
In questa categoria narrativa, il viaggio nel tempo potrebbe essere rappresentato dalla retta di intersezione tra due piani, ma la singolarità ad essa associata risulta immutabile nel tempo. In accordo al teorema delle intersezione dimensionali non troveremo paradossi formali per intersezioni singole, e di conseguenza nessun timeloop. (DT K-rad < 0).
 

• Alla seconda categoria, per progressione lineare, attribuisco al DT K-rad un valore nullo e uguale a zero, in quelle storie in cui il timeloop, non solo si conclude su sè stesso, ma viene anche annientato ed annichilito in tabula rasa (per esempio con un reset). All’interno di questo insieme, oltre al già citato Dark, che prende di mira la singolarità e la distrugge, possiamo ritrovare anche vari archi narrativi di Doctor Who. L’elemento geometrico che attribuisco a questo scenario è il punto. (DT K-rad = 0).

• Nella terza categoria, appartengono le storie in timeloop, storie in cui l’inizio coincide con la fine. Questa curvatura risulterebbe essere generata da una o n-sime singolarità che permetterebbero una serie infinita e ciclica di eventi sempre identici o quasi identici, in cicli che si ripetono ad infinitum (DT K-rad = ∑n). Ne sono esempi: 12 Monkeys di Terry Gillian (1995), Lost Highway di David Lynch (1997), Donnie Darko di Richard Kelly (2001), Timecrimes di Nacho Vigalondo (2007), Looper di Rian Johnson (2012), The Endless di Justin Benson (2017), etc...

• La quarta e ultima categoria, presuppone e ipotizza un numero potenzialmente infinito di singolarità, in grado di alterare l’interpretazione del finale della storia ad ogni nuova visione prospettica associata all’orizzonte degli eventi. In Tenet, per esempio, l’invenzione scenica dell’entropia invertita ha permesso: sia il viaggio a ritroso nel tempo, sia la possibilità pratica, per l’autore e per lo spettatore, di riscrivere il finale della storia a proprio piacere. In questo contesto la sovrapposizione delle singolarità coincide con l’intersezione di piani infiniti, generando uno spazio tridimensionale sferico (DT K-rad = ∞).

 

Alla quarta categoria è possibile attribuire il merito del raggiungimento della quantum immortality, grazie alla quale, qualsiasi personaggio dato per morto, potrebbe resuscitare in un ipotetico sequel con una riproposizione alternativa del quantum entanglement associato alla Ψn dell’orizzonte degli eventi, un’addizionale proiezione ortoassiale di una sezione ipercubica. Circumnavigando le declinazioni filosofiche e poetiche alla maniera della calligrafia orientale, il cerchio chiuso, o ensô, é la rappresentazione artistica della perfezione, nonchè la figura geometrica più difficile da realizzare a mano libera. Così come il cerchio, la storia di TENET e il titolo stesso della pellicola, sono palindromi e liberamente ispirati al famoso quadrato magico medievale.

L’ inizio con l’assedio all’Opera House e la battaglia finale tra le montagne presentano eventi che si svolgono nello stesso momento nell’universo della pellicola, rendendo palindroma la collocazione degli enventi all’interno della narrazione. Il coprotagonista Neil, interpretato da Robert Pattinson, non solo, è potenzialmente onniscente perchè viene da un futuro in cui è arruolato dallo stesso protagonista diventato nel frattempo il CEO dell’organizzazione internazionale TENET, ma risulta consapevole del suo stesso presunto triste destino che lo attende, quando, con il suo ultimo ed estremo sacrificio finale darà la vita per salvare quella del protagonista, nei suoi ultimi istanti di tempo invertito. Non fornendo nessun dettaglio tangibile, al di fuori di un cordoncino arancione legato allo zaino di Neil, celando, per giunta, il suo viso allo spettatore, in un contesto dove è possibile invertire l’entropia, Neil diventa un gatto di Schrödinger e il suo casco, la famosa scatola associata al celebre paradosso.

Grazie alla  cronopoetica, che piega il tempo e le leggi della fisica, i film di Nolan sono sempre ricchi di acrobazie narrative. Tenet, in particolare, dove gli easter egg si sprecano e la rottura della quarta parete è suggellata, dal momento che il nome del protagonista del film è: il protagonista. Voli pindarici romantici e cronoinvertiti si travestono del manto della profezia che si autoavvera in un multiverso plastico e fluido dove infiniti colpi di scena sono garantiti dalle realtà alternative nel multiverso di un altroquando


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domenica 17 maggio 2020

Luoghi del Terrore e dove trovarli: DEVS & Co. - Eternal Distopia. Il mondo come volontà e simulazione

Lo spettacolo é finito. Abbandono sui gradini della scalinata del teatro una copia de Il mondo come volontá e rappresentazione di Arthur Schopenhauer. Sono fuori dal cancello, il teatro é alle mie spalle, e mi trovo nell’antropocene, variante pandemia virale. Potrebbe andare molto peggio di cosí. Potrebbe essere che in realtà io non esisto e sono solo un qubit di un quantum computer mentre elabora una simulazione, o potrei semplicemente essere una proiezione olografica 3D di uno spazio interdimensionale. Potrebbe andare ancora molto peggio di cosí. Potrebbe essere che la matrice della realtà si basa sul determinismo assoluto e quindi ogni evento é potenzialmente riducibile ad una successione di causa/effetto dove non esiste alcun libero arbitrio. Sia il flusso dei miei pensieri, sia l’insieme delle mie scelte e azioni, potrebbero essere facilmente deducibili dall’analisi dei miei dati. Un ramo della fisica teorica (la quantum-gravity) indaga queste possibilità concentrando le sue ricerche anche ai confini del nostro universo. Quesiti di natura chiaramente ontologica, già trattati in letteratura. Domande inclini al paradosso e difficilmente confutabili, si prestano di buon grado a pregiate forme narrative ed espressive.
Illustrazione originale di Philippe Bertrand
Alex Garland con i suoi thriller sci-fi é andato oltre. Ha creato la divisione segreta R&D della compagnia tech Amaya: DEVS. Dentro una gabbia di Farady, quasi come un tesseratto,  i laboratori DEVS custodiscono un supercomputer in grado di proiettare sullo schermo qualsiasi evento del passato, del presente e del futuro. Il potere dell’onniscienza ha come sempre un limite: esiste un punto oltre il quale il supercomputer non é più in grado di generare proiezioni del reale: il finale di stagione. Chiaramente la serie é una corsa lenta, ma piacevole, verso questo punto di imprevedibità massima in un contesto dove tutto é presentato altamente prevedibile. 

La recitazione é notevole, e ricorda giustamente il dilemma dell’Amleto mentre si fronteggia la “Copenhagen interpretation” sul callasso della funzione d’onda. Il principio deterministico di De Broglie-Bohm è qui severamente colpito dall’interpretazione a molti mondi (Many Worlds Interpretation, MWI) che rende possibile la geometria del multiverso. L’alto potenziale é sfruttato dalla serie in molti punti, toccando anche apici religiosi per simulare un audio in aramaico vecchio di due millenni. A volte il potenziale si perde e i personaggi si mostrano prepotentemente passivi e succubi delle proiezioni, tuttavia non noiosi. Il finale é interessante ma lo riscriverei introducendo una seconda stagione, non ancora annunciata. Con queste premesse, sappiamo già che esiste un universo in cui la seconda stagione viene prodotta.
Illustrazione originale di Philippe Bertrand
Simulazioni e cyberproiezioni compaiono anche con i fratelli Wachowski nel loro universo simulato di Matrix in cui i personaggi viaggiavano piú o meno facilmente. Campi di condensatori accumulano l’energia elettrica proveniente dai corpi di ignari soggetti collegati da connessioni neurali ad una simulazione virtuale elaborata dall’egemonia robotica. Il contributo energetico per il sostentamento delle batterie potrebbe richiedere un valore molto piú alto dell’energia prodotta, questo scenario non sembra essere termodinamicamente favorevole.  

Un multiverso olografico simulato é sotto il dominio di una cospirazione aliena millenaria in Doctor Who. Uno strano libro alieno argomenta di come la realtà sia solo una simulazione ed il malcapitato lettore é istigato al suicidio. Al cospetto della razza aliena, la simulazione giunge al terminare e con essa l’intera esistenza. Una battaglia tra cospirazionisti, dove il Papa, chiede aiuto al Dottore, invitandolo alla lettura del libro proibito, trovato tra gli scaffali degli archivi vaticani: il libro della Verità. 
Illustrazione originale di Philippe Bertrand
La lista dei film con a chiave una realtà simulata potrebbe continuare anche con alcuni grandi classici, mentre qui io la interrompo dando spazio al lettore il piacere di continuarla. 

Lo strappo con il reale é una lacerazione psicologica totale e definitiva, in grado di traumatizzare anche le menti piú robuste. In realtà, è un antico argomento che si ritrova molto spesso anche in mitologia. In alcuni sistemi religiosi agnostici pre-cristiani (v. Seziani e Ofiti), così come nell’apocrifo di Giovanni, si narra che il mondo é sotto il controllo degli Arconti, al servizio del dio demiurgo Yaldabaoth. 
Se questo sia o no un mondo simulato é per la fisica quantistica ancora un mistero da svelare. La questione é ancora aperta, soprattutto se il principio olografico é applicabile non soltanto ai buchi neri. Restando nel dubbio, potrei considerarla una simulazione molto lunga. Un altro piccolo tassello potrebbe arrivare anche dagli studi matematici del giapponese Shinichi Mochizuki-sensei, il quale si presta al varco dei revisori con la sua Inter-universal Teichmüller theory, con cui il suo team afferma di aver dimostrato la congettura abc. 

Ritornando alla realtá e al suo mistero, Philippe mi ricorda che in Francia il deputato Jean-Luc Mélenchon ha portato avanti la sua campagna elettorale olograficamente, ma con poco successo. Evidentemente non siamo ancora pronti per questa forma di tecnologia.
Foto di Aaron Rizla
Quindi, non mi resta che terminare qui questa breve trattazione sulle realtà da simulazioni distopiche e il multiverso olografico e formale. Abbandono l’ipotesi, un po’ nichilista, del mondo come illusione e riprendo in mano il tomo di Schopenhauer. Rientro a teatro, mentre suona la terza sinfonia di Beethoven.

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mercoledì 18 marzo 2020

(Space-time & Tech Singularity) versus Paradox e il Principio Inesorabile dell’Orizzonte degli Eventi (Ultimo? Atto) - Luoghi del Terrore e dove trovarli

Sebbene questi siano due concetti separati di singolarità, ritengo opportuno descriverli insieme, intrecciandoli, così come appaiono spesso nella cinematografia di stampo fantascientifico e horror. La definizione di singolarità varia al variare del campo tematico di riferimento. In fisica, la singolarità é il punto nello spazio-tempo in cui il campo gravitazionale tende ad un valore infinito: il centro del Buco Nero
La tecnologica é, invece, il momento in cui la tecnologia inizia uno sviluppo esponenziale ed imprevedibile, superando i limiti della comprensione umana, il momento in cui cambiano per sempre usi e costumi di una società planetaria, e non neccessariamente l’invenzione di un’intelligenza artificiale forte, famosa anche grazie allo scrittore e professore di biochimica Isaac Asimov, autore delle Tre Leggi della Robotica. A rigor di logica é impossibile immaginare qualcosa oltre i limiti della comprensione umana. Questo limite filosofico é affrontato spesso in letteratura con sufficiente ricorso: o al paradosso, o alla reductio ad absurdum. Grazie a questi due aspetti della logica, la singolarità viene narrata ad Arte superando i suoi stessi confini concettuali. Nel Primo Atto ho esplorato la messa in scena del Fato, di come esso tende ad un punto singolare nella trama, unico, il quale é spesso il suo finale o cliffhanger. In questo secondo Atto, concluderó la descrizione del principio del non ritorno e la distruzione del continuum spazio-temporale, proponendo due singolarità inflessibili celebrate da molti autori: il Buco Nero, di cui l’orizzonte degli eventi è il suo limite fisico osservabile e di influenza, e il Credo del Singolaritanismo.
NASA: Prima foto di un Supermassive Black Hole, M87*, ~10⁹ M, RS= 5.9×10−4 pc (a sinistra), e due simulazioni (centrale e destra)
I buchi neri sono corpi celesti, ipotizzati nel XVIII secolo e formalmente teorizzati nel 1916 da Albert Einstein nella sua Teoria della Relatività Generale, la quale descrive i fenomeni di interazione gravitazionale attraverso la curvatura dello spazio-tempo; in questi tempi, i buchi neri sono anche al centro delle più complesse ricerche astrofisiche attorno alla Loop Quantum Gravity, che cerca di unificare la relatività generale con la meccanica quantistica. Concettualmente, grazie alla curvatura del suo campo gravitazione, nulla puó sfuggire al buco nero. Oltreppassato il suo orizzonte, la velocità di fuga risulterebbe superiore a quella della luce, pertanto l’impossibilità fisica che un tale evento si realizzi. Per queste ragioni, non abbiamo nessuna informazione circa l’interno di un buco nero, e secondo il paradosso dell’informazione ad essi associato, questo dato informativo é perso per sempre, in violazione di una proprietà fondamentale della meccanica quantistica: l'unitarietà, strettamente correlata al primo principio della termodinamica. Per tentare di risolvere questo paradosso, dal momento che la temperatura di un buco nero non è nulla, Stephen Hawking ha dimostrato nel 1973 l’esistenza di una coppia di particelle virtuali, generate dalle fluttuazioni quantistiche, sul fronte dell’orizzonte degli eventi, una di esse in grado di sfuggire al corpo celeste e viaggiare nello spazio sotto forma di radiazione di Hawking, la restante antiparticella annichilirebbe all’interno del buco causandone la perdita di massa, e quindi informazione, per concludersi in eoni di tempo nella scomparsa del buco stesso. Parallelamente, invece, Leonard Susskind ha proposto il principio olografico, secondo cui l’informazione resterebbe sull’orizzonte degli eventi e un eventuale osservatore esterno vedrebbe l’oggetto collassare dentro il buco in un arco di tempo infinito. Secondo il modello, superato il limite dell’orizzonte degli eventi, in direzione singolarità, il tempo e lo spazio si scambiano di posto, scenario dimensionale di difficile rappresentazione. Molto prima, nel 1935, Albert e Nathan Rosen, formularono la teoria del tunnel spazio-temporale, il Ponte di Einstein-Rosen, topologia che permetterebbe il viaggio nello spazio-tempo, il famoso wormwhole attraverso un buco nero ed un buco bianco, quest’ultimo non ancora osservato nell’universo conosciuto.
Frank, illustrazione originale di Cristiano Baricelli
Tre sono le tipologie narrative e descrittive del viaggio temporale:
A) Nella prima tipologia, la timeline risulterà inalterata, fissa e immutabile, un loop temporale di eventi in un ciclo infinito, chiuso su sè stesso. In questa tipologia il Fato non ha uno sviluppo oltre sè stesso; se volessimo descriverne le topologie spaziotemporali, esse risulterebbero come simili al Nastro di Möebius. La prima tipologia risolve il paradosso del viaggio temporale seguendo il principio autoconsistenza di Nokinov, astrofisico e cosmologo russo che risolse così il problema della coerenza legato ai viaggi nel tempo. Questa classe di viaggi è stata descritta da molti autori, in film e serie televisive indimenticabili, quali: Lost Highway, Donnie Darko, 12 Monkeys, Predestination la saga Terminator, Harry Potter, Doctor Who, Interstellar e nelle prime due stagioni di Dark. In questi scenari la dinamica narrativa acquisisce notevoli meriti stilistici, promuovendo, a volte, tipici cliché che non risolvono il problema del paradosso della conoscenza associata ai viaggi temporali o trascurano il principio di causalità.
B) Nella seconda tipologia, la timeline è dinamica e capace di riscrivere sè stessa, eliminando o generando eventuali paradossi temporali destinati a ripetersi all’infinito, per giungere al classico colpo di scena che riscrive la storia dei fatti, sfruttando i particolari secondari della trama sfuggiti all’occhio critico dello spettatore, come nel classico esempio di Back to the Future, o l’intramontabile Dottore, in cui la tecnologia aliena é in grado anche di costruire macchine del paradosso.
C) Nella terza tipologia, si presuppone l’esistenza di multiversi, dimensioni e timeline alternative ad ogni viaggio temporale, il multiverso non prevede paradossi temporali, ma l’impossibilità del ritorno a casa a seguito della cronoescursione. Sicuramente lo scenario piú facile da affrontare da un punto di vista logistico, comparso in: Star Trek, Terminator, Misfits, Interstellar, Dottor Who, Avengers: Endgame e molto probabilmente, anche Dark continuerà con questo scenario.

La Congettura di Protezione Cronologica, proposta da Hawkin, nel 1992, ipotizza che il viaggio nel tempo, lungo curvature chiuse, per scale non subatomiche, é un evento impossibile, ma prevede lo spostamento nella direzione futura. A livello sub-atomico l’entlagment quantistico presenta già molte delle caratteristiche associate all’informazione che viaggia nel tempo. Secondo la relatività einsteiniana, anche noi viaggiamo nello spazio-tempo alla velocità della luce, ed é per questo che rappresenta un limite estremo superiore. Per superare questo limite, in alcuni film si ricorre spesso alla figura del Buco Nero come portale, per pilotare il corso degli eventi seguendo viaggi temporali o dimensionali.
Sfera Nera e transizione spaziotemporale, Aaron Rizla
Il viaggio nel tempo é anche un ottimo candidato per l’avvento della Singolarità Tecnologica, sebbene una rinterpretazione del paradosso di Fermi potrebbe farci convincere del contrario. Sicuramente il progresso tecnologico fantascientifico ha visto la sua vetta con personaggi dal calibro di HAL 9000 di 2001: A Space Odyssey, computer senziente ipoteticamente in grado di non commetere errori, tragicamente sconfitto dalla classica paranoia umana, quando si vede costretto a dover scegliere tra il bene del singolo o quello della collettività. Non solo Hawkin, anche i fratelli Wachowskis mettono noi in guarda contro tale evento progressista, nei film di Matrix, in cui il risorgimento robotronico è narrato nei bellissimi corti degli Animatrix; cosí come in Blade Runner, in cui si fa ricorso al test di Turing per distinguere un’automa replicante da un umano. Concludendo con Isaac Asimov, che per deliziarci, ha immaginato un computer che trascende nell’iperspazio, diventando immortale ed etereo, riesce, infine, ad invertire l’entropia e creare un universo, fondendo la genesi biblica con la teoria del Big Bang nel romanzo L'ultima domanda del 1956. La realizzazione pratica di un’A.I. forte è stata fortemente messa in discussione dal filosofo americano John Searle, con il controesempio della Stanza Cinese, che deduce, nella differenza tra sintassi e semantica, l’insufficienza di base dei programmi informatici a generare una mente. Questo non ha fermato le argomentazioni contrarie e l’instaurarsi della filosofia morale basata sull’avvento della singolarità tecnologica, con cui ogni adepto deve prodigarsi alla realizzazione della macchina perfetta, e alla sua apoteosi in un’utopia tecnologica e non mistica, un evento finora viso solo nei film, in opposizione, invece, al temutissimo Punto Omega, dove tutto trascende nella piú feroce complessità e coscienza non corporea irreversibilmente, come nella sesta epoca idealizzata da Kurzweil

L’alchimia narrativa é maestra della trasmutazione del Fato, e spesso il lettore è vittima inconsapevole degli inganni cronologici, accettando i paradossi come identità del caso, dimenticandosi del principio di non contraddizione. Con la scrittura si é in grado di creare universi e viaggiare nel tempo. Con il permesso dei Signori del Tempo, questo percorso continuerà a ritroso, navigando tra i luoghi della Memoria e del suo fascino, racchiuso nelle terre leggendarie della Meraviglia.
Principio Inesorabile dell'Orizzonte degli Eventi
Ultimo? Atto
FINE

ARTICOLO ED ILLUSTRAZIONE DI
ILLUSTRAZIONE DI