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sabato 26 dicembre 2020

BioArte e Cinema. ALL-IN: Scena e Retroscena di una storia infinita di reciproca influenza e ispirazione


Nel precedente articolo ho trattato uno degli aspetti della morte: l’omicidio a mani nude, rappresentato nel corso degli anni sotto un’ottica artistica di stampo marziale. In questo nuovo articolo speciale di fine anno, per completare il dittico intrinseco, per contrappasso, vi descriverò uno degli aspetti più curiosi della vita, quando, se possibile, essa è sovrapposta all’Arte, in maniera indissolubile e tangente ai limiti dei livelli molecolari della micro e nano scala metrica.

(Minna Långström & Leah Beeferman: Photosonic Landscapes in Color)
Se esiste qualcosa di più controverso, in grado di scindere nettamente l’opinione pubblica, qualcosa di più discusso e ambiguo, dall’incerto valore artistico e pedagogico, qualcosa di più problematico e opinabile, per le sue ripercussioni etiche, morali e politiche, qualcosa di più incerto da generare una controversia lunga circa trent’anni, e ancora ben lontana dal suo epilogo in tutti i saloni delle elitè intelletuali ed accademiche, qualcosa di più adeguato e conveniente, in grado di alimentare l’eterna disputa tra i dettrattori e gli estimatori del processo scientifico, questa è sicuramente la BioArte, solida intesa tra i quindici minuti di notorietà warholiani e l’importanza oscarwildeana al dibattito che sorpassa oltre le comuni ideologie. 

Ampliamente, e con le dovute eccezioni del caso, la BioArte è la pratica multidisciplinare che prevede l’utilizzo di organismi viventi, o processi legati ai meccanismi della vita, per creare forme d’arte viventi utilizzando: tessuti, batteri o altri microorganismi e processi vitali. La sua stessa definizione è ancora oggi oggetto di critiche, essendo un termine coniato in tempi recentissimi da Eduardo Kac nel 1997 per descrivere una delle sue performance artistiche in cui si autoimpiantava un microchip di riconoscimento nella sua caviglia sinistra (Time Capsule). Utilizzando processi scientifici, come la biotecnologia (ingegneria genetica, coltura dei tessuti e clonazione) queste opere d'arte vengono prodotte in laboratori, gallerie o studi artistici specializzati.

Lo scopo della BioArte è considerato da alcuni artisti strettamente limitato a "forme viventi", mentre altri artisti includerebbero anche immagini e illustrazioni della medicina contemporanea e della ricerca biologica. Sebbene i BioArtisti lavorino con la materia vivente, vi è un certo dibattito sulle fasi in cui la materia può essere considerata viva o vivente. La creazione di esseri viventi e la pratica nelle scienze della vita comportano sempre un'indagine etica, sociale ed estetica. 

La BioArte è spesso concepita per essere sconvolgente, impressionante e divertente, scadendo, a volte, nel ridicolo. Può risultare grossolana e antigenica, e nel peggiore dei casi, impossibile da piazzare sul mercato delle case d’aste. Ma allo stesso tempo, si riveste del manto tradizionale di cui l'arte dovrebbe appropiarsi: attirare l'attenzione sui dettagli belli e grotteschi della natura che altrimenti resterebbero al mondo ignoti.

Sollevando numerosi interrogativi sul ruolo della scienza nella società, la maggior parte di queste opere tende alla riflessione sociale, trasmettendo critiche politiche e sociali attraverso la combinazione di processi artistici e scientifici (Pasko J.M. 2007 - USA Today). A causa di questa doppia accettazione, mentre la maggior parte delle persone che praticano BioArte sono classificate come artisti in questo nuovo media, possono anche essere viste come scienziati, poiché il mezzo effettivo all'interno di un'opera riguarda le strutture molecolari a base della vita stessa. Gran parte di quest’arte coinvolge la coltura dei tessuti geneticamente modificati con i processi di ingegneria genetica attraverso i quali il genoma di un organismo viene alterato per sottrazione o dall'aggiunta di ulteriore informazione genetica esogena, sintetizzata o trapiantata da un altro organismo. Secondo Paola Sammartano, esiste una stretta e certa somiglianza tra la clonazione e la fotografia, entrambe caratterizzate dall'intento di "riprodurre l'originale il più fedelmente possibile e in quante più copie si desideri” (Zoom Magazine - 1995, Italia).

Tra i pioneri di questa disciplina ritroviamo anche Suzanne Anker, aritsta visiva e teorica dell’arte newyorkese, che da più di venticinque anni esplora le relazioni tra la biologia e l’arte per comprendere in che modo la natura è stata alterata dall’inizio del XXI secolo. Nel 1994, Suzanne ha curato una delle prime esibizioni a tema Arte, Scienza e Tecnologia, con focus sulla genetica in Gene Culture: Molecular Metaphor in Visual Art, indagando i modi in cui l’impostazione genetica opera sui segni estetici (suzanneanker.com).

Sebbene questo sia un canone relativamente nuovo e in continua evoluzione, caratterizzato da molti sottotipi e ramificazioni sempre più interessanti, non posso non riconoscere nella cinematografia horror e nell’immaginario fantasceintifico, la primigenìa di tale ethos

Questa parvenza, o istinto, nel “giocare” con la materia vivente, di manipolarla, soprattutto per comprenderla; questa pratica che vuole l’uomo sostituirsi al dio, cieco e assente, la propensione al Prometeo e alla sua hybris, e il dialogo attorno alla tecnologia futuristica sono stati temi dapprima rappresentati sullo schermo o in letteratura. 

La manipolazione genetica viene presentata sullo schermo già da molto tempo e continua tutt’ora ad essere il modus operandi più gettonato per la creazioni di nuove terrificanti creature o futuri prossimi venturi. Si pensi al kafkiano La Mosca del 1987 di David Cronenberg, o al capolavoro distopico futurista di GATTACA di Andrew Niccol del 1997, in cui una sequenza genica è gia presente nel titolo della pellicola! La clonazione fantastica è riuscita a ripopolare il pianeta di dinosauri in Jurassic Park, dal romanzo di Michael Crichton, di cui Steven Spielberg ne fornisce una visione nel 1993, impossibile nella pratica per la mancanza di sequenze geniche complete nei fossili e per l’assenza di cellule uovo in grado di ospitarle; perdonando anche la scelta del titolo, dal momento che i T-Rex hanno abitato il pianeta durante il Cretaceo Superiore, e non nel Giurassico, secondo la Commissione Internazionale di Stratigrafia

La lista potrebbe continuare ancora con un altra decina di titoli eccellenti che sorvolano questi prolifici decenni fino a giungere ai giorni nostri culminando con le serie televisive che prevedono la creazione di corpi umani ex novo, ripercorrendo le tematiche di Ridley Scott e i suoi Replicanti in Blade Runner del 1982, come Westworld (2016) o Altered Carbon (2018), raggiungendo l’apice con quest’ultimo, dove l’immortalità dell’anima è garantita alla classe dirigente attraverso gli impianti neurali introdotti in nuovi corpi sempre più prestanti.

Nelle parti introduttive del libro: ART AS WE DON´T KNOW IT, prodotto dalle collaborazioni internazionali  di diverse Società di BioArte e pubblicato anche on line dalla Aalto Univerisity, si descrive la BioArte come un movimento artistico, un manifesto che rivendica, durante il corso degli eventi in continuo cambiamento, nuove rilocalizzazioni per le Arti e per le pratiche artistiche in cui i confini rappresentativi attorno al soggetto della ricerca, basata sul campo semantico della biologia, sono renterpretati in modo che la biomateria diventi informazione. Seguendo queste prerogative, questi artisti/precursori di idee radicali possono realizzare le loro visioni, creando qualcosa di straordinariamente estremo, realizzando un nuovo canone artistico di riflessione critica che arricchisce le nostre nozioni di vita, natura, ambiente e scienza. 

Le domande a cui i bioartisti cercano di rispondere si svillupano, anche, attorno alla ricerca di come la composizione chimica standard della vita può essere alterata e se sia possibile aprire nuove porte verso possibili scenari di ecologie biologiche parallele che non sono state esplorate o rese possibili per via della selezione naturale. Potrebbero sembrare pensieri provocatori, ma questi esperimenti sono alla base per la creazione e la ricerca di nuovi ecosistemi o processi di biobonifica su scala globale.

Profondamente radicata nelle teorie femministe e nella pratica transgender, anche la biofilosofia è basata sulle relazioni, processi e modulazioni e si presuppone di riconsiderare i concetti di essenza dei princìpi base e delle norme che sono state tradizionalemente associate al pensiero di vita, attraverso strumenti biosofici che permettono di esplorare ed espandere il canone dell’etica. 

Per esempio, alcuni tentativi di intervento sulla modifica del corpo, seppur non in maniera genetica, li ritroviamo in tantissime epopee mitologiche e scenari fantasy, nell’Edward Mani di Forbice, del 1990 ad opera di Tim Burton, per giungere finalmente al nostro secolo con il techno-thriller tedesco Biohackers, ad opera di Christian Ditter, serie televisiva presentata da Netflix nell’Agosto di quest’anno e rinnovata già per una seconda stagione. In ognuno dei sei episodi, comprendenti la prima seria, viene ripetutamente menzionata, almeno una volta ad episodio, la tecnologia di manipolazione del DNA che più di tutte ha rivoluzionato la ricerca scientifica nel settore biologico negli ultimi decenni: CRISPR/Cas9 (Clusterd Regulated Intersparced Short Palindronic Repeats/CRISPR-assosiated protein9). Ottobre 2020, le ricercatrici che hanno sviluppato tale tecnologia hanno ricevuto il Nobel per la biochimica il quale si aspettava già da tempo. Questa tecnologia è in grado di attuare modifiche genetiche ed epigenetiche sito specifiche, ed ha profondamente rivoluzionato la ricerca biologica al pari della PCR (Polymerase Chain Reaction). 

Nel 2018 lo scienziato cinese He Jiankui ha descritto al pubblico il suo uso speciale della tecnologia CRISPR su embrioni umani per renderli immuni al virus HIV: è il caso delle gemelle Lulu e Nana. I comitati etici mondiali non hanno approvato il metodo di applicazione di tale ricerca, He, insieme al suo team, è stato  processato a tre anni di detenzionamento. La serie Biohackers fa eco anche a questa storia che risulta integrata molto bene nella trama verticale. Alcuni dei set scenici che ricreano il classico laboratorio di biologia molecolare sono interessanti: a volte la buffer zone è assente, alcuni esperimenti di biohacking risultano estremi e difficilmente realizzabili a casa o nei biogarage/bioatelier della serie. Resta un tributo a tutti i bioartisti, ma soprattutto a Kac, quando compare in scena il coniglio transgenico di Kac, nella pratica fluorescente e in grado di emettere luce verde solo se irradiato ai raggi UV (!) altamente tossici per qualsiasi animale, eliminati quindi dalla scena. L’autore ha comunicato che la seconda stagione continuerà a discutere sui princìpi etici e morali del biohacking.

Esprimendo parte della natura, esplorando questi limiti biotecnici ed artistici, la bioarte potrebbe deromanticizzare l’essenza selvaggia della natura. Questo genere di ibrido, quale punto di incontro tra naturale ed artificale, è un “contratto dell’arte stipulato con la vita”, affermano gli autori e gli artisti del movimento, fornendo una definizione di scienza. 

Secondo gli esperti di ART AS WE DON’T KNOW IT, la bioarte invita ad esplorare le pratiche artistiche di intersezione tra scienza e società. La tecnologia che fornisce gli strumenti di esplorazione e ricerca nel campo delle Scienze della Vita è in costante e rapido cambiamento. Anche la xenobiologia studia questa collisione tra ciò che è umano e ciò che non lo è. La microbiologia, la realtà virtuale e la robotica si incontrano con l’arte e con gli artisti, insieme per esplorare i modi in cui noi comprendiamo ed osserviamo il mondo che ci circonda. 

I punti di contatto tra BioArte e biohacking sono espliciti ed è possibile estenderli, soprattutto col progresso delle biotecnologie. La comprensione di questi bioprogetti richiede spesso conoscenze di base di biologia molecolare e potrebbe risultare complicata senza consulto alla bibliografia di riferimento. 

In questo triste periodo, dove la scala nanoscopica continua a rappresentare la minaccia più tangibile e pericolosa per il genere sapiens, è iniziata anche la diffusione e la somministrazione del vaccino anti Sars-CoV-2, in diretta TV e in conferenze stampa.

Riuscirà la BioArte a convertire i no-vax?   

Con quest’ultima e nuova mission impossible chiudo l’ANNO I degl’archivi miskatonici

Golconda! (illustrazione originale di Philippe Bertrand)
da Golconda è tutto!

Ringraziando lo staff, colleghi, collaboratori e lettori che si sono mossi fra le righe arrivando fin qui... 

Ci si rilegge l’anno prossimo!

& BUON NATALE MMXX

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martedì 10 marzo 2020

Pandemia Coronavirus (COVID-19) Alert: Genesi ed esegesi de La Teoria del complotto da Biohazard

Esiste una legge non scritta della narrazione la quale sancisce che un ottimo racconto non puó prescindere dalla figura di un buon antagonista. L’eroe non verrá mai preso in considerazione dal suo pubblico se non é portato a confrontarsi con una nemesi almeno sua pari. Non esiste un eroe senza una seria minaccia da affrontare dalla parvenza credibile e sofisticata. Questo é stato ben analizzato dal formalista russo Vladimir Propp nel suo saggio “Morfologia della Fiaba” del 1928 ed é facilemente riscontrabile in tutta la letteratura epica e fiabesca, cosí come nella cinematografia horror, con poche eccezioni; non importa se la parte del protagonista è assegnata all’eroe o all’antieroe, si neccessita sempre della figura speculare per portare a compimento l’azione narrativa ed evidenziare le caratteristiche antitetiche, secondo un principio dualistico antico e spesso noioso. Con lo scopo di stupire il pubblico, gli autori hanno da sempre creato eroi straordinari, affiancati da altrettanto straordinari nemici, molto spesso ispirandosi alla natura.
Nella corsa letteraria per la creazione del piú temibile ed intelligente arcinemico non poteva sfuggire la figura dello scienziato pazzo, figura inflazionata e scontata nella sua semplicitá, esasperatamente assurda, impropriamente stereotipata, troppe volte, per gioco o coincidenza, associata allo scienziato di professione nell’immaginario comune. Nell’arte letteraria gli scenziati pazzi sono molto numerosi e una loro lista completa sarebbe molto lunga. Sono stati anche immaginati scienziati dall’indole pacata e filantropa, e per fortuna esistono davvero!
Il primo film horror della storia, pervenutoci e ritenuto tale, "Il gabinetto del Dr. Caligari", 1920, racconta le vicende di un maligno Dottore ipnotista. La figura dello scienziato pazzo/inventore terribile arriverá poco dopo questo film espressionista muto tedesco. Molto probabilmente, chi meglio incarnó per primo tale figura in quegl’anni, dando origine alla sua prosopopea, fu proprio il celeberrimo Dottor Frankenstein con il suo mostro, dal romanzo di Mary Shelley fino alle pellicole, alcune purtroppo andate perdute. Non a caso l’autrice intitolò il suo romanzo con l’attribuzione al Dottore dell’epiteto “Moderno Prometeo”, colui, che si impradronì del fuoco degli dei per donarlo agli uomini, racchiude in sè tutte le caratteristiche dello scienziato moderno il quale compito intrinseco è racchiuso nella hýbris di voler carpire i segreti della natura. In questo labile limite tra nobiltá di intenti e stravaganza dei costumi giace il paradosso della figura dello scienziato e le distinzioni tra Scienza, Scienza di confine e pseudo-Scienza.

La Scienza si fonda sul sistema scientifico empirico, basato quindi sull’osservazione, seguendo le regole epistemiologiche di Karl Popper. La scienza di confine è qualunque approccio tecnologico non ortodosso, non ancora accettato dai canoni dalla comunità scientifica, ma non per questo meno valido. Tutto il resto è pseudo-scienza. Nella narrativa fantascientifica si ricorre spesso all’uso di ognuna di loro, arrivando ad immaginare anche la creazione artificiale di un Virus per scopi bellici e post-apocalittici. Nella realtà questo appare improbabile e poco fattibile. Benchè si conoscano le tecniche di creazione di un virus, ingegnerizzarlo richiederebbe molto tempo, un team di lavoro numeroso e molti finanziamenti, un progetto altamente rischioso e ipoteticamente redditizio solo su speculazione. I virus mutano nelle loro sequenze geniche, soprattutto quelli a RNA a singolo filamento, durante questo processo molecolare ed evoluzionistico può sempre insorgere una nuova minaccia patogena e pandemica per l’uomo. La storia è ben nota, anche grazie a celebri romanzi, documenti storiografici e letteratura scientifica. Da indagini antropoforensi è noto che alcune civiltà si siano estinte a causa di una patologia non curabile per quel tempo. Oggi, l’umanità è tenuta ad affrontare la minaccia nanoscopica e fare fronte comune con sistemi di prevenenzione e contenimento anche estremi, nell’attesa dell’invenzione di un nuovo vaccino, anche questo oggetto di teorie del complotto no-vax.
In letteratura, il tema della minaccia virale o da microorganismo, data la sua pericolosità, è sempre stato legato allo scenario apocalittico. La sesta piaga d’Egitto (Ex. 9:8–12) fu molto probabilmente un’epidemia di peste, e nell’Apocalisse di Giovanni (ma anche prima!), i morti risorgono e Pestilenza è uno dei quattro cavalieri: queste, insieme alle attuali conoscenza del mondo nanoscopico, sono state le premesse per dare vita al topos piú curioso della cinematografia di fantascienza: L’Apocalisse zombie virus-mediata.
Il primo sincretismo é forse nel romanzo “I Am Legend”, del 1954, dello scrittore americano Richard Matheson, dove la patologia genera gli esseri chimerici, a metà tra lo zombie e il vampiro, mentre, la cinematografia a tema di George Andrew Romero  inizierà nel 1968, con "Night of the Living Dead". Le atmosfere post-apocalittiche da patogeno sono assicurate dagli eco-terroristi in "Twelve Monkeys"1995, e il revival del non morto sará presente durante tutto l’arco degl’anni ’90, e oltre, anche su piú media. "Resident Evil" inizia la sua saga nel 1996, sono proprio gli scienziati della Umbrella Corporation che sintetizzando il virus riescono a resuscitare i morti. Curiosamente, dal 2002, gli zombie hanno imparato anche a correrre in "28 giorni dopo". In natura, il fenomeno piú simile al parassitismo zombie, ad oggi notato, é quello legato al fungo parassita Ophiocordyceps unilateralis, in grado di alterare il comportamento della formica suo ospite per favorire la diffusione delle spore.
I virus della famiglia Coronaviridae non trasformano gli ospiti in degli zombie, ma il panico si, e per la comunità, è piú letale del virus se si presenta sotto le sue forme d’irrazionalità e criminalità. Il panico su larga scala é risaputo essere un terreno fertile anche per la diffusione di cattiva informazione e speculazioni. Nei film, molto spesso, chi manifesta panico è prossimo alla morte, ed anche per questo la popolazione é, oggi, invitata alla calma dalle agenzie specializzate. L’autocontenimento puó causare dei disagi di natura claustrofobica, ma ha anche i suoi lati positivi, basta aver provveduto alle scorte di alimenti e saperli razionare. È bene anche apprendere le basi dell’agricoltura se la situazione dovesse continuare a peggiorare come da cinematografica memoria. 
Infographic: Seven Seals and the Ultimate Villain, illustrazione originale di Aaron Rizla
Nelle storie fantastiche abbiamo assistito a tecnologie sempre piú improbabili ed interessanti dal punto di vista artistico-visivo, alcune ispirate ad emeriti scienziati davvero esistiti; altre volte, invece, è l’operatore scientifico, che ispirato dal romanzo, trae ispirazione per le sue nuove invenzioni. Il metodo scientifico può essere usato anche senza le piú nobili delle intenzioni, siamo noi a scegliere da quale lato del tavolo schierarci. Intelligenza non é sinonimo di sagezza, ed é per questo che alcuni, tra i piú grandi scienziati, hanno, a volte, commesso pesanti errori. La comunitá scientifica ha anche riconosciuto in ritardo importantissime scoperte scientifiche che hanno rivoluzionato la nostra vita. Questi aspetti hanno sicuramente danneggiato la fiducia nel metodo scientifico, cosí come il piú noto oscurantismo religioso pre-illuminista. 
In ogni universo immaginario c’é sempre almeno uno scienziato, piú o meno folle, in grado di descrivere la tecnologia di riferimento. A volte protagonista e cavia di sè stesso, come in "Dr.Jekyll & Mr. Hyde". Se c’é qualcuno che va sempre salvato, soprattutto durante un’Apocalisse zombie/Pandemia Virale, quello é proprio lo scienziato, non importa quanto pazzo, se dedito alla ricerca del vaccino o alle fortificazioni da assedio, egli va sempre salvaguardato. Dagli scienziati possiamo imparare praticamente tutto, chi segue la scienza ci informa delle linee guida da seguire per evitare il panico e garantire il contenimento del virus. La mascherina va indossata dalle giuste persone, non protegge a priori e deve essere applicata e rimossa correttamente, ad uso singolo, praticamente inutile senza un’adeguata buffer zone.
Illustrazione originale di Cristiano Baricelli
Anch’io ricorrerò alla quarantena preventiva per continuare questo percorso descrittivo della narrativa della paura, ritornando sui temi tecnologici e di progresso, cercheró di descrivere la singolarità adimensionale, fisica e tecnologica, e come é stata fino ad oggi rappresentata, concludendo il principio inesorabile dell’orizzonte degli eventi nel suo secondo e ultimo atto.

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lunedì 23 dicembre 2019

Il demone del Natale - tra leggenda, cinema ed attualità

Strano ma vero, nella tradizione di diverse culture dell'Europa Centrale (dall'Austria, alla Baviera, al Trentino e molte altre) esiste una figura del tutto singolare legata al Natale. In contrasto con il sempre verde Babbo Natale/San Nicola, di cui è il braccio destro, nonostante sia circondato da un'aura decisamente oscura, similmente all'Aiutante Oscuro o, secondo una bizzarra teoria che abbiamo già trattato, a Santa Claus stesso.

Il suo nome è Krampus (dal tedesco "Krampen", artiglio) ed è un demone dal pelo nero, con artigli, corna, zoccoli e una lunga lingua rossa. È ritratto con un sacco in cui intrappola le sue vittime, ed un bastone con cui le picchia. Oltretutto si trascina dietro delle lunghe catene, spesso accompagnate da alcune campane, che stanno a simboleggiare il trionfo della Chiesa Cristiana sul demonio.
Se il compito di San Nicola è quello di premiare i fanciulli migliori con dei regali, quello di questa creatura è di punirli...in maniera ben più drastica rispetto quella a cui il Babbo Natale della Coca-Cola ci ha abituati. Questa creatura infernale è solita manifestarsi per le strade delle città la notte del 5 Dicembre (Krampusnacht), in cui va a caccia di bambini cattivi inseguendoli, malmenandoli e poi, a seconda delle versioni, divorandoli o portandoli all'Inferno. La mattina del giorno seguente, il giorno di San Nicola, i bambini vanno a controllare cosa è stato lasciato nella scarpa che hanno messo fuori la porta: un dono, per quelli buoni, o un bastone per quelli che sono stati così fortunati da sopravvivere al Krampus fino a quel momento. 

Riguardo alle origini di questa figura esistono più teorie. C'è chi crede che sia di matrice pagana, d'altronde di divinità dalle simili fattezze, venerate dalle streghe prima dell'avvento della Cristianità, ne conosciamo molte. Altri rispondo a questa storia con un'altra leggenda: si racconta di come sulle Alpi, in tempi remoti, un gruppo di giovani delinquenti si vestisse da demoni per terrorizzare i villaggi vicini e rubargli le scorte di cibo. Quando però iniziarono a sospettare che tra di loro si fosse insinuato un vero diavolo, convocarono San Nicola che lo smascherò per le impronte caprine che lasciava, e lo esorcizzò. 
Illustrazione di Cristiano Baricelli
In tempi recenti esiste un'ulteriore scuola di pensiero che è stata adottata anche dal National Geographic, che ricondurrebbe la storia del Krampus alla mitolgia nordica; egli sarebbe il figlio di Hel, dea dell'aldilà. Va detto però che in molti contestano quest'ipotesi, tacciandola di non essere altro che un collegamento inventato di sana pianta dello scrittore fantasy Gerarld Brom, per il suo romanzo del 2012 "Krampus the Yule Lord".

Le sfilate ispirate al mostro sono parte vitale di questo mito. Avrete sentito parlare di cosa è successo recentemente a Vipiteno, in Alto Adige: durante una di queste sfilate in maschera, dei manifestanti vestiti da krampus avrebbero aggredito e infierito con violenza sugli altri partecipanti. Questi cortei solitamente iniziano con l'arrivo del vescovo S. Nicola, con i regali da consegnare ai giovani meritevoli e in compagnia di moltissimi diavoli che inizialmente terrà a bada. Al calare del sole però San Nicola sparirà dalla scena e li lascerà senza alcun controllo, selvaggi e inferociti, liberi di scorrazzare per le strade e attaccare o spaventare tutti gli altri manifestanti. Durante queste sfilate è severamente vietato smascherare i Krampus, ma anche reagire fisicamente ai loro attacchi.
Quella del Krampus è una tradizione folkloristica molto particolare, figlia di una concezione di insegnamento del giusto e dello sbagliato ai più piccoli vecchia e terrorizzante, che non è mai stata vista di buon occhio dalla Chiesa Cattolica. Non a caso dopo il 1932, durante il periodo dell'Austrofascismo, venne totalmente proibita la celebrazione della "festa del demonio" e anche in molte altre aree germaniche venne portata avanti una campagna di sensibilizzazione anti- Krampus. A causa di simili provvedimenti questa celebrazione rischiò di estinguersi ma grazie agli sforzi fatti verso la fine del XX secolo, volti al al preservare un patrimonio culturale così ricco (e così antico) che riguarda diverse culture del Vecchio Continente, tra cui quella italiana, è sopravvissuta fino ad oggi.

Il Krampus, infatti, è riuscito ad insidiarsi anche nel mondo del cinema e della serialità a partire dal 2010 con il film "Trasporto Eccezionale - Un racconto di Natale" ("Rare Exports") per la regia di Jalmari Helander. Il film, nonostante non citi mai direttamente il Krampus gira attorno a una bizzarra scoperta archeologica: Babbo Natale è stato trovato, ma non è l'uomo sorridente che tutti ci aspettiamo, bensì un gigantesco mostro peloso e cornuto ricoperto da ghiacci, un gigante del passato che unisce i tratti caratteristici di Babbo Natale (come la lunga barba) a quelli del Krampus, creando un terrificante mostro che da secoli terrorizza la notte di Natale divorando gli sventurati bambini.
Dopo anni di assenza dallo schermo, eccezion fatta per un corto del 2012 diretto da George Dalphin, il Krampus fa il suo debutto effettivo sia al cinema che in tv, apparendo nell'episodio "Il Gemello di Babbo Natale" della serie Grimm e nel film "Krampus - The Christmas Devil", un film a basso budget di una qualità infima e montato in maniera più che amatoriale, che sotto la, se così definibile, regia di Jason Hull mostra un mostro, realizzato con un fatiscente costume, il Krampus appunto, terrorizzare una cittadina, inseguito dal capo della polizia (A.J. Leslie) e da un San Nicola cacciatore di mostri (Paul Ferm). Nonostante la cosa migliore della pellicola sia la sua locandina, riuscirà comunque a generare diversi seguiti, opportunamente usciti in concomitanza o immediatamente dopo quello che potrebbe essere definito il film definitivo del Krampus. 

Nel 2015, infatti, esce "Krampus - Natale Non è sempre Natale", per la regia di Michael Dougherty, lo stesso regista che ha creato l'icona moderna di Sam nel film "La vendetta di Halloween" ("Trick'r Treat"). Il protagonista dell'opera è Max (Emjay Anthony) che tre notti prima di Natale porta la sua famiglia all'annuale riunione natalizia, che si rivelerà però ben presto un fallimento, non solo per i litigi, ma anche per l'attacco di alcuni demonietti (i Klowns), un macabro presagio della presenza del demone natalizio per eccellenza: il Krampus, intenzionato a portare Max e i suoi cari all'Inferno.
Nello stesso anno, come precedentemente accennato, usciranno ben due film sulla figura del diavolo natalizio: "Krampus: The Reckoning" di Robert Conway, che vede Zoe (Amelia Haberman) alle prese con un bizzarro amico immaginario: il Krampus e "A Christmas Horror Story", un'antologia horror diretta da Grant Harvey, Steven Hoban e Brett Sullivan, che vedrà, al centro dei suoi ultimi due segmenti, il Krampus (Rob Archer) in lotta con Santa Claus (George Buza) in persona... ma non sempre tutto è come sembra. 

Dal 2015 in poi, quasi ogni anno, nel periodo natalizio esce un nuovo film sul Krampus, più o meno originale, come ad esempio "Mother Krampus" di James Klass del 2017, che fonde il mito della strega Frau Perchta con la figura del demone assistente di San Nicola o "Krampus Unleashed" del 2016, di Robert Conway, che narra di una famiglia alle prese con il mostro titolare (Travis Amery).
Il demone si è quindi imposto come una sorta di icona moderna del genere horror, destinata a regnare incontrastata sulla stagione natalizia: un destino già profetizzato da Dougherty, che da sempre ne aveva riconosciute le potenzialità.

La notte di Natale, quindi, ponete più attenzione a ciò che udite, mettete al sicuro i vostri bambini, chiudete ogni porta e finestra: potrebbe esserci un Krampus in agguato, affamato, nascosto, che non aspetta altro che l'occasione per trascinare voi e ciò che amate con lui negli Inferi per un Natale tanto freddo quanto lungo e doloroso. Un Natale rosso sangue. Un Natale mortale. Il vostro ultimo, se siete abbastanza fortunati.

Buon Natale.
Articolo di Robb P. Lestinci e Lorenzo Spagnoli, illustrazione originale di Cristiano Baricelli

venerdì 20 dicembre 2019

Le inquietanti analogie tra Babbo Natale e Satana: Chi è davvero San Nicola?

Originariamente quest’articolo sarebbe dovuto essere una recensione di un episodio della seconda stagione della serie horror per ragazzi “Creeped Out”, “Splinta Claws”, ma, nel momento in cui ho iniziato le ricerche a riguardo, mi son reso rapidamente conto che non vi fosse davvero molto di interessante da dire a riguardo, della serie che basterebbe una semplice sinossi dell’episodio, della durata di appena 20 minuti, ed un commento breve sul cinismo del finale per parlare dell’opera nella sua interezza e, nonostante l’idea della stesura di un articolo lungo appena 5 righe sia piuttosto allettante vista la mia naturale predisposizione antinatalizia, non ritengo che sia degno del vostro tempo e del vostro intelletto. Ho provato a ricercare qualcosa di più, ma, oltre una bizzarra e divertente sinossi su imdb completamente errata e modificata in modo da renderla comica, non è uscito fuori davvero nulla. Così, cercando Babbi Natale robotici e malvagi, ho immediatamente pensato al Babbo Natale robot di “Futurama”, un grande classico, ma che poco ha a che fare con il tema del sito che, nella sua settimana natalizia, vorrei tirar fuori dal circolo vizioso degli articoli della rubrica “Non solo Horror”.

Allora ho pensato di scrivere un articolo che ruotasse attorno alle figure malvagie ispirate a Babbo Natale, dovendo, per motivi di forza maggiore, evitare di nominare il krampus, ma, anche stavolta, non mi sembrava giusto propinarvi i soliti killer da slasher con barba finta e vestito rosso, nonostante sarebbe stato interessante un focus su quello che appare nella serie “Happy!” di Grant Morrison. Proprio in queste ricerche mi sono imbattuto in un bizzarro sito web con un altrettanto bizzarro articolo. Il sito si apre con una scritta rossa che recita “Santa Claus” ed un’illustrazione colorata ed allegra del faccione di quest’ultimo. Nulla di bizzarro, ovviamente. Poi, ecco il titolo dell’articolo: “Il Grande Impostore”.
“Chi, DAVVERO, è quest'uomo che chiamiamo affettuosamente Babbo Natale? Cosa sappiamo DAVVERO di Babbo Natale? Babbo Natale è solo un tipo allegro, innocuo e amichevole? O c'è qualcosa o qualcun altro nascosto dietro al gioioso San Nicola?"; con queste domande si apre l’articolo che, rapidamente, inizia a citare alcuni passi della Bibbia senza, ancora, arrivare alla sua tesi vera e propria. I primi di essi sono dedicati ad una breve panoramica della figura del diavolo, Satana: “E il grande drago fu scacciato, quel vecchio serpente, chiamato il Diavolo, e Satana, che inganna il mondo intero: fu scacciato nella terra e i suoi angeli furono scacciati con lui. (Rivelazioni, 12.9)” e ancora, citando Martin Lutero, “Il diavolo ci affligge e ci tormenta nel luogo in cui siamo più teneri e deboli. In Paradiso, non cadde su Adamo, ma su Eva". La tesi che cercherà, poi, di proporre l’autore, inizierà ad apparire più chiara nel momento in cui, citando alcuni passaggi del Vangelo, Gesù descriverà i bambini come i più teneri e deboli. “Il mito: gli anni dell'adolescenza sono evangelisticamente produttivi. La realtà: se non vengono salvati all'età di 13 anni, probabilmente non lo saranno mai. (Barna 65)” cita successivamente, suggerendo che, il Diavolo, una volta sulla Terra, abbia preso di mira i bambini proprio per la loro debolezza. Un concetto, certamente, non nuovo a qualsiasi amante dell’horror che si rispetti (e non) dati i numerosi film di esorcismi che vedono proprio i più giovani soggiogati del demonio, a partire da “L’esorcista” del '74.
"3615 code Père Noël" (Francia, 1989, regia di René Manzor)
“Si è più volte detto come, le fondamenta di un bambino, siano modellate  sin dai suoi cinque anni, se non prima. Senza dubbio, i primi anni dell'adolescenza o "anni di Babbo Natale" sono tra i più importanti nello sviluppo di una persona. È stato, in effetti, detto: "La mano che fa oscillare la culla controlla il mondo". E credimi… Satana lo sa! Questo ci porta a Babbo Natale… Dove si inserisce Babbo Natale nella vita di un bambino? Che dire dell'insegnamento di Babbo Natale nella psiche di un bambino? C'è di più nel vecchio ed allegro San Nic di quanto non sembri? Babbo Natale è un tentativo intelligente, apparentemente innocuo, subdolo (vedi Genesi 3:1) di mettere in discussione la verità di Dio? Babbo Natale è il braccio destro di Satana? Ricordi la domanda innocua che il furbo serpente pose ad Eva nel giardino? "Sì, ha detto Dio, ...?" Così subdolo... Cosi semplice… Eppure mortale!
Ora che sappiamo cosa vuole comunicare l’autore, in tutto il suo esaltato sensazionalismo evangelico, passiamo al secondo paragrafo, decisamente più interessante del primo, che vede, invece, una descrizione, sempre attuata tramite numerose citazioni, della figura di San Nicola, colui che avrebbe ispirato il buon vecchio Babbo Natale. San Nicola è un personaggio, effettivamente, circondato da secoli di folklore e leggende e, come l’autore ci ricorda, da numerosi aneddoti: il primo, abbastanza normale, parla di come il santo abbia salvato tre ragazze dalla strada permettendo loro di sposarsi pagandone la dote; il secondo, decisamente più macabro, parla di come un oste sadico abbia ucciso tre ragazzi servendone, poi, i resti ai suoi commensali fino all’arrivo di San Nicola che, nonostante i corpi fossero ormai mutilati ogni ogni limite, fu in grado di riportare in vita i tre giovani e da qui nascerebbe il mito dei regali di San Nicola, Babbo Natale: da donare nuova a vita a donare giocattoli e leccornie in una visione modernizzata e più appetibile all’audience di oggi. Dopo altri aneddoti da varie epoche e la breve storia di come, nel 1863, l’iconografia moderna di Babbo Natale sia nata, si viene ad analizzare come, agli effetti, non vi siano prove tangibili dell’esistenza del santo. Cosa piuttosto divertente se si considera che l’intera religione cristiana si fonda sulla fede incondizionata.
“L'esistenza di Nicola non è attestata da nessun documento storico, quindi non si sa nulla della sua vita se non che, probabilmente, fu vescovo di Myra nel quarto secolo" ("Nicholas, Saint" Encyclopaedia Britannica 99)
“Nicola, Santo (vissuto nel IV secolo), prelato cristiano, santo patrono della Russia, tradizionalmente associato alle celebrazioni natalizie. I resoconti della sua vita sono confusi e storicamente non confermati.” ("Nicola, Santo" Enciclopedia Microsoft Encarta 99)
“Sfortunatamente, si sa molto poco sul vero San Nicola. Innumerevoli leggende sono nate intorno a questo santo molto popolare, ma sono disponibili pochissime prove storiche.” (Del Re, Gerard e Patricia. The Christmas Almanack. New York: Random House, 2004, p. 130)
“Poiché la vita del santo è documentata in modo così inverificabile, Papa Paolo VI ordinò che la festa di San Nicola venisse rimossa ufficilmente dal calendario cattolico romano nel 1969.” ("Babbo Natale", Enciclopedia Microsoft Encarta 99)
Citando poi la mitologa Hélène Adeline Guerber, l’autore sottolinea la somiglianza tra il dio norreno (ergo pagano) Thor e la figura di Babbo Natale: “Thor era il dio dei contadini e della gente comune. Era rappresentato come un uomo anziano, gioviale e amichevole, di corporatura robusta, con una lunga barba bianca. Il suo elemento era il fuoco, il suo colore il rosso. Si diceva che la saetta ed il rombo del tuono fossero causati dal rotolare del suo carro, poiché unico dio a non cavalcare un cavallo, venendo trasportato da un un carro trainato da due capre bianche (chiamate Cracker e Gnasher). Combattendo contro i giganti del ghiaccio e della neve, divenne il dio Yule. Si diceva che vivesse in Norvegia dove il suo palazzo si ergeva tra gli iceberg. Dai nostri antenati pagani era considerato un dio allegro e amichevole, mai intenzionato a danneggiare gli umani, ma piuttosto ad aiutarli e proteggerli.. Il camino in ogni casa era particolarmente sacro per lui, e si diceva che scendesse attraverso esso nel suo elemento, il fuoco." (Guerber, H.A. Myths of Northern Lands. New York: American Book Company, 1895, p. 61)
Ed è qui che si fa menzione del suo bizzarro accompagnatore, Knecht Rupprecht (letteralmente “Aiutante Oscuro”), apparso per la prima volta in una rappresentazione nel 1668 e, rapidamente, condannato dalla Chiesa Cristiana Cattolica nel 1680 come manifestazione del diavolo in persona. Questa macabra figura, dalla lunga barba sporca, armata di frusta per punire i bambini cattivi, è soltanto il primo tassello di un mosaico che dipinge una nuova demoniaca aura attorno al tanto amato Babbo Natale. E, ironicamente, un rimando al piano iniziale dell’articolo, in quanto, Knecht Rupprecht, è il nome del Piccolo Aiutante di Babbo Natale de “I Simpson” di Matt Groening, stesso creatore di “Futurama”, nell’adattamento tedesco della serie. 
Il vero volto della Bestia
“A Thomas Nast fu assegnato il compito di disegnare questo Babbo Natale, ma non avendo idea di come fosse, lo rappresentò come una figura vestita di pelliccia, di bassa statura, simile a un troll che aveva conosciuto in Baviera da bambino. Questa rappresentazione era abbastanza diversa dagli alti Sinterklaas olandesi, tradizionalmente raffigurati come vescovi cattolici. Chi disegnò fu l'aiutante oscuro di San Nicola, Swarthy o Black Pete (un nome gergale per il diavolo nell'olandese medievale) [...] Black Pete, il "nonno" del nostro moderno Babbo Natale, conosciuto in Olanda come Zwarte Piet, una versione tedesca del diciottesimo secolo, è - come il suo antico antenato sciamanico - ancora cornuto, vestito di pelliccia, spaventoso e tutt'altro che gentile con i bambini. Sebbene rappresentato come aiutante schiavo di San Nicola, i due sono, in molti villaggi, mescolati in un personaggio. Questa figura ha spesso il nome Nikolass o Klaus, ma ha l'aspetto scialbo dell’Aiutante Oscuro. [...] In alcune messinscene tedesche per bambini, la stessa figura di San Nicola è l’Aiutante Oscuro, un diavolo che vuole punire i bambini, ma è fermato da Cristo” (Renterghem, Tony van. When Santa Was a Shaman. St. Paul: Llewellyn Publications, 1995, p. 95-96, 98, 105)
"Ma alla vigilia di Natale, sia per i protestanti che per i cattolici, arrivò il tedesco Babbo Natale, Pelze-Nicol, che guidava un bambino vestito da Christkind e distribuiva giocattoli e torte, o frustate, secondo quanto riferito dai genitori. Fu questo Pelze-Nicol - un vecchio grasso, vestito di pelliccia, con la barba, dalle cui mani, senza dubbio, ricevette molti regali- che il ragazzo negli anni successivi ci avrebbe presentato come la sua concezione del vero Babbo Natale - un longevo tipetto curioso” (Paine, Albert Bigelow. Thomas Nast: il suo periodo e le sue immagini. New York: Chelsea House, 1980, p. 6)
"Grimm", stagione 3, episodio 8, "Dodici giorni di Krampus" (USA, 2013, regia di Tawnia McKiernan)
Insomma, il Babbo Natale colorato e bonaccione che conosciamo tutti è in realtà un monaco in nero, trascurato e cornuto che tenta di malmenare i bambini nella notte di Natale. Come ciliegina sulla torta, inoltre, “Nick”, “Nicholas”, “Nicola”, sono nomi comuni per il diavolo in numerose interpretazioni:
Old Nick: un noto nome britannico del diavolo. Probabilmente deriva dall'olandese Nikken, il diavolo" (Shepard, Leslie A. Encyclopedia of Occultism and Parapsychology. New York: Gale Research Inc. 1991, p. 650)
Nick, il diavolo.” (Skeat, Walter W. Dizionario conciso di etimologia inglese. Ware: Wordsworth Editions Ltd, 1993, p. 304)
“Diavolo: Oltre al nome Satana, viene anche chiamato Beelzebù, Lucifero [...] ed in discorsi colloquiali, in gergo comune, Old Nick” (Oxford English Dictionary)
“Nicholas è uno dei nomi del diavolo più comuni in tedesco, un nome usato tutt’oggi quando Satana viene chiamato Old Nick.” (Siefker, Phyllis. Babbo Natale, L'ultimo degli uomini selvaggi: le origini e l'evoluzione di San Nicola. Jefferson: McFarland & Company, Inc., 1997, p. 69)
Successivamente l’articolo si dilunga, più del dovuto, su come SANTA sia un anagramma di SATAN (quindi anche l'italiano "santa", buono a sapersi), citando anche gli spettabilissimi KISS come fonte teologica (sì, i KISS, la band) e su come, il maligno, sia spesso rappresentato come un falso re con addosso un vestito con pelliccia simile a quello di Babbo Natale, rosso in quanto ricoperto di sangue, ponendo analogie tra passi della Bibbia e canzoni popolari natalizie. Per completare l’immagine delineata, inoltre, spiega come Thor e Satana siano la stessa figura, essendo entrambi associati al fuoco ed alle capre. Insomma, tutto lascia intendere che Babbo Natale non sia altro che il diavolo in persona, giunto sulla Terra per corrompere i più giovani, assieme alle sue renne, simili a capre, ed ai suoi elfi, gli angeli caduti dal Paradiso, con i suoi falsi doni, rubando le luci del riflettore a Cristo nella notte stessa della sua nascita. Tutto perfettamente plausibile.
"3615 code Père Noël" (Francia, 1989, regia di René Manzor)
Ovviamente una teoria assai affascinante, nonostante molto bizzarra, che, però, si perde nel finale con messaggi di salvezza che invitano i lettori a redimersi dai propri peccati. Per chi fosse interessato, comunque, l’articolo, molto curato nella sua interezza, nella quale è chiara una particolare dedizione bibliografica e di ricerca, può esser letto qui in lingua inglese

Essendo questo, però, un sito principalmente dedicato al cinema horror, nonostante spesso ce ne si dimentichi, mi sembra doverosa una breve carrellata di film horror che trattano proprio l'argomento di un Babbo Natale malvagio, come da piani originali, senza scendere troppo nei dettagli (altrimenti i prossimi anni saremmo costretti a girare noi i film da trattare a tema): il primo è un classico direttamente dalla Golden Age del cinema slasher, "Christmas Evil - Un Natale macchiato di sangue" ("You Better Watch Out") del 1980 di Lewis Jackson nel suo, sostanzialmente, unico esperimento registico. La trama gira attorno Harry Standling (Brandon Maggart) che, a seguito della realizzazione dell'inesistenza di Babbo Natale impazzirà decidendo di divenire lui stesso il beniamino natalizio, ma con una particolarità: invece di portare regali porterà morte grazie alla sua fedele accetta in una sorta di crociata contro il cinismo e l'ipocrisia della sua società. Un film che, nonostante i suoi mezzi assai limitati, riesce a creare un protagonista tridimensionale in una perfetta commedia horror per il 25.
Altra commedia horror, questa volta del 2010, è quella di Dick Maas, "Sint" dove il buon San Nicola (Huub Stapel) viene tramutato in uno zombi affamato di sangue e carne umana, intenzionato a massacrare e divorare ogni ignaro bambino che gli capiti a tiro ogni qual volta che, la notte del 5 dicembre, capiti una luna piena. Nonostante la recitazione delle volte addirittura snervante di alcuni dei personaggi minori, è consolatorio pensare che, presto, questo ultimi saranno fatti a pezzi da Niklas e dai suoi servi zombi. Si tratta, inoltre, di uno dei film più vicini alla tesi trattata nell'articolo avendo il vero vescovo di Myra nei panni di un mostro sanguinario e non un qualche sociopatico vestito come lui.
L'ultima pellicola è invece la francese, classe '89, "Un minuto a mezzanotte" ("1365 Code Père Noël") di Renè Manzor, opera da poco riscoperta della critica moderna d'oltreoceano e di cui avete già visto diversi screenshot nell'articolo. Di solito associata a "Home Alone" ("Mamma ho perso l'aereo") per la trama, protagonista è il giovane Thomas de Fremont (Alain Must), un bambino ancora convinto dell'esistenza di Babbo Natale che, proprio la notte del 25, rimasto solo a casa, dovrà far fronte ad un sociopatico Babbo Natale (Patrick Floersheim) intenzionato a vendicarsi di sua madre (Brigitte Fossey) che lo ha da poco licenziato. Nonostante inizialmente Thomas penserà di trovarsi dinanzi al vero Santa Claus, quando questi ucciderà il suo cagnolino e minaccerà la sua incolumità, toccherà al ragazzino difendere se stesso ed il nonno Papy (Louis Ducreux) dall'intrusione. Un home invasion dal plot confusionario vecchio stampo, ma fondamentale per l'evoluzione cinematografica di stampo horror della Francia. Tornando alle similitudini con "Home Alone" del 1990, il regista portò il film in tribunale accusandoli di plagio e di aver rifatto il suo film, con le dovute modifiche, senza il suo consenso.
A questo punto, però, essendo Babbo Natale utilizzato come mascotte dalla Coca-Cola, causa della sua fama inesauribile, il dubbio sorge spontaneo: e se anche questa grande società e le sue bevande fossero di matrice diabolica?…
Ok. Lasciamo stare. Dopotutto ho sempre preferito la Pepsi.

Articolo di Robb P. Lestinci