martedì 31 dicembre 2019

Ha gli occhi di suo padre...

Nel 1968 uscì un film destinato a suscitare scalpore in tutto il mondo e ritagliarsi una propria nicchia nella memoria collettiva quale pellicola straordinaria, ma permeata da un'oscura e maligna bellezza. 
Il suo titolo era: Rosemary's Baby – Nastro Rosso a New York e da allora il mondo del cinema non fu più lo stesso. Diretto dall'allora trentenne regista Roman Polanski e interpretato da una epica Mia Farrow, il film era tratto dall'omonimo romanzo di Ira Levin il quale aveva avuto l'ispirazione studiando la controversa copertina del Time datata 8 aprile 1966 in cui la rivista poneva ai suoi lettori la domanda: “Dio è morto?”, in un carattere rosso su sfondo nero, la prima volta nella storia dell'editoria in cui una prima pagina si presenta esclusivamente con una scritta, senza immagini. Sebbene l'articolo non trattasse esplicitamente il tema del satanismo, è probabile che Levin sia rimasto colpito dal titolo che, tolto dal suo contesto, riesce a racchiudere anche altri aspetti come, appunto, l'abbandono di Dio in favore del culto di Satana.

Nel '67, infatti, Levin diede alle stampe il suo manoscritto e Polanski, l'anno successivo realizzò la trasposizione cinematografica, peraltro molto fedele al romanzo originale, in cui non a caso vediamo la nostra protagonista tenere in mano proprio quel numero del Time prima citato, rendendolo fonte di un oscuro presagio.
Illustrazione di Cristiano Baricelli
Pur se classificato come film dell'orrore, in Rosemary's Baby non compare alcuna scena splatter o gore: a terrorizzare lo spettatore sono le atmosfere, la sinistra recitazione di tutti gli attori e, soprattutto, la tematica portante del film, ovvero il Satanismo. In Italia, esso uscì la vigilia di Natale del 1968 e questa scelta fu davvero curiosa poiché il marito della protagonista, pur di diventare un attore di successo, accetta di firmare un patto con il Diavolo in persona, consegnandogli il figlio appena nato per consacrarlo al suo culto. Indimenticabile la scena in cui Rosemary concepisce il figlio con un essere mostruoso che le lascia alcuni brutti graffi sulla schiena. Questa di accettare di mettere al mondo il figlio dell'Anticristo, è una delle più antiche pratiche per chiedere a Satana di assoggettarsi al nostro volere ed esaudire i desideri più reconditi che albergano nella nostra anima: in questo modo l'anima del richiedente è salva e, proprio come il consorte di Rosemary- che da attore fallito si trasforma in una star- si può star certi che egli (il Diavolo) non verrà meno alle sue promesse. Dal punto di vista psicologico, e qui una volta tanto lasciamo stare Satana e i suoi accoliti, la concezione dell'Anticristo qui viene vista come una vera e propria fobia della gravidanza e del nascituro. Non sono poche le coppie che, pur desiderando ardentemente un erede, vengono sopraffatte dal terrore di non essere all'altezza del nuovo compito di genitore e temono di perdere il controllo delle situazioni più banali della loro vita.  Ritorniamo adesso alla tematica portante del film: il Satanismo. 
Come già detto, è risaputo come il Capolavoro di Polanski sia estremamente fedele all'omonimo libro di Ira Levin, riprendendone le quasi scandalose tematiche che tanto fecero scalpore in quel lontano 1967, affascinando persino Anton LaVey, il celebre fondatore della Chiesa di Satana.

Non basta ovviamente il titolo di un magazine a gettare le basi di un intero romanzo come Rosemary's Baby, con le sue numerose sfaccettature e sotto-tematiche.IIra Levin ha sempre negato di essersi ispirato a fatti realmente accaduti quando ha concepito la storia, ma esiste una leggenda metropolitana molto simile alla storia raccontata dallo scrittore nel suo libro: il bambino diavolo di Hull House. In questa sinsitra storia si racconta del grande edificio della Hull House, al pari della casa sita al 112 Ocean Avenue di Amityville, realmente esistito fra il XIX ed il XX secolo, costruita nel 1856 da Charles J. Hull, essa è ubicata a Chicago, trasformata prima in un ospizio dopo un brutto incendio nel 1871 che aveva fatto trasferire altrove la classe più agiata, favorendo l'arrivo di poveri immigrati (fra cui numerosi italiani), poi in una casa di accoglienza per persone in difficoltà, incluse molte donne e bambini.
Si dice che una sera del 1912, un uomo decise di lasciare suo figlio più piccolo all'associazione che gestiva il palazzo, apparentemente senza un chiaro motivo. I gestori, sempre secondo la leggenda, si riufiutavano di mostrare il bambino a chiunque entrasse nell'abitazione, favorendo la nascita del mito secondo il quale il neonato sarebbe, in realtà, il figlio del diavolo, nato a causa del profondo astio che il padre aveva nei confronti di Dio. Nel 1913, addirittura, tre donne italiane bussarono a quella casa che ormai apparteneva a Jane Addams ed Ellen Starr perchè volevano vedere il bambino diavolo che risiedeva in quell'abitazione. Benché il personale avesse sempre negato l'esistenza di quel mostro, vi erano due storie raccapriccianti atte a corroborare quella credenza popolare. La prima riguardava un ateo che, sposato con una donna devota, rifiutò di appendere in casa un'effigie della Vergine Maria, affermando che avrebbe preferito mettere la mondo il figlio di Satana piuttosto che appendere in casa qualsivoglia simbolo religioso. La seconda, invece, raccontava di un uomo privo di mezzi e già padre di sei bambine, il quale, cedendo ad un momento di sconforto, alla notizia che la moglie era nuovamente incinta, aveva sbottato dicendo che sarebbe stato preferibile dare alla luce un bambino diavolo piuttosto che un'altra femminuccia. Beh, sembra proprio che i due uomini siano stati accontentati e “maledetti” dalla nascita di un figlio diavolo nato con  orecchie a punta, una coda e già dotato di poteri sinistri oltreché la capacità di parlare sin dai primi minuti. I genitori di entrambe le versioni della storia, dopo aver tentato, senza successo, di battezzarlo, decisero di portarlo a Hull House dove, si narra, egli sia ancora presente, sebbene prigioniero, nelle viscere della casa...
Parlando del film in sé, è riscontrabile, nella sua impronta generale, il grande fascino che Polanski provava nei confronti del cinema surrealista, in particolare di quello del maestro spagnolo, naturalizzato messicano, Luis Buñuel (noto, principalmente, per il suo corto del 1929 Un chien andalou, prodotto da Salvador Dalì), più volte citato dal regista polacco come sua principale fonte di ispirazione, con quest'ultima specialmente visibile nelle sequenze oniriche che troviamo più volte nella pellicola, di cui  la poi parleremo più nel dettaglio, come la clamorosa scena del Sabba.
Un chien andalou (Francia, 1929), regia di Luis Buñuel
La pellicola presenta, infatti, svariati simbolismi e allegorie, molti dei quali riguardando la Chiesa Cristiana; possiamo trovare qualche simbolismo già a partire dal nome della protagonista che è una combinazione di “rose” e  “Mary”, due parole particolarmente significativr nel contesto del film: infatti, le rose sono un simbolo di femminilità, forza e maternità, mentre Mary si riferisce alla Sacra Vergine, nonchè madre di Cristo. Infatti, Rosemary funge da una vera e propria Madonna che, invece di portare il figlio di Dio in grembo come la Vergine Maria, porta il figlio di Satana, il cosidetto Anticristo. 
Inoltre, particolarmente interessante è la data della nascita del bambino, ossia il giugno del 1966 che equivale sia all’anno della fondazione della Chiesa di Satana che al sesto mese del sessantasei, il 6/66 per essere più chiari.

Per quanto riguardo la trama, siamo nella New York City del 1965 e due novelli sposi, Guy (John Cassavetes) e Rosemary Woodhouse (Mia Farrow), sono in cerca di una nuova casa. La giovane, candida e bella Rosemary rimane molto affascinata da un vecchio appartamento del palazzo Bramford tanto da convincere il marito, un attore poco fortunato in cerca della svolta per la sua carriera, a stabilirsi lì (nonostante gli fosse stato consigliato dal loro amico scrittore Hutch (Maurice Evans), dato che il palazzo era famoso per sgradevoli avvenimenti passati).
Da subito Guy e Rosemary fanno la conoscenza dei loro vicini di casa: la stravagante coppia degli anziani signori Castevet (Ruth Gordon e Sidney Blackmer) e la loro coinquilina Terry (Victoria Vetri). La quiete creatasi fino a quel momento viene bruscamente interrotta quando l'altra ragazza viene trovata morta dopo essersi gettata dalla finestra della propria abitazione. La tragedia avvicina i Woodhouse e i Castevet, che iniziano a dimostrarsi sempre più premurosi e protettivi nei confronti dei loro giovani vicini di casa. Oltretutto l'attore che aveva soffiato a Guy una buona parte su cui puntava, diventa improvvisamente cieco per un malore e questo gli permette di ereditare il ruolo.

La vita dei coniugi Woodhouse sembra andare per il verso giusto, tanto da convincerli a concepire finalmente il loro primo figlio. Rosemary però si sente male, probabilmente per un'ubriacatura, e quindi Guy la accompagna a riposare e rimanda il loro nuovo impegno di coppia. Quella notte la ragazza ha degli incubi terribili: sogna di venire brutalmente violentata da un mostro, da un demonio, sotto lo sguardo di tutti gli abitanti del palazzo (marito compreso). Risvegliatasi la mattina dopo, Guy le rivela di avere comunque avuto un rapporto sessuale con lei, e pochi giorni dopo la donna apprende felicemente di essere rimasta incinta. A questo punto la giovane si abbandona sempre di più alle premure dei suoi amici anziani, che iniziano a farle bere quotidianamente degli estratti di erbe terapeutici, e che la convincono a cambiare medico e ad affidarsi a un loro amico: il rinomato Dr. Sapirstein.
Mentre la carriera di Guy prosegue a gonfie vele, la gravidanza di Rosemary va sempre peggio. La giovane nel giro di pochi mesi ha perso una grande quantità di peso, si è impallidita e soffre di dolori atroci.  Le condizioni di salute dell'amica e la terapia che le riserva Sapirstein preoccupano Hutch, che inizia a diventare dubbioso circa le attenzioni dei Castevet. Prima che l'ateo possa reicontrare l'amica, come le aveva scongiurato fino a quel momento, si ammala terribilmente e tre mesi dopo perde la vita. Rosemary è sola, debole e spaventata; nonostante gli inviti del marito a calmarsi anche lei inizia a sospettare dei vicini di casa, e delle cure che le sono state prescritte dal suo dottore.
Grazie a delle ricerche fatte da Hutch prima di morire, Rosemary scopre la verità: quella che risiede nel suo palazzo non è altro che una congrega di streghe e stregoni, discepoli del nemico di Dio, a cui Guy avrebbe venduto sua moglie (e soprattutto suo figlio), in cambio del successo. La congrega adesso non aspetta altro che la bella Rosemary dia alla luce il suo bambino, per averlo a disposizione per i loro riti sacrileghi. Dopo aver scoperto con orrore questo terribile complotto, Rosemary inizia a smettere di assumere le bevande preparatele dalla Castevet e di seguire i consigli del dottore, determinata a sfuggire alla congrega per salvare suo figlio, arrivando al punto di non distinguere più la realtà dalle fantasie prodotte dalla follia.
Uno dei momenti salienti del capolavoro di Polanski è la già citata scena in cui Rosemary, dopo aver mangiato la mousse al cioccolato avvelenata preparata da Minnie, viene coricata sul letto da Guy e, caduta in un sonno profondo, sogna (o forse no?) di essere violentata da un essere oscuro e demoniaco, circondata da una congrega di streghe e stregoni che intonano canti satanici. Una scena che rappresenta un vero punto di rottura nella storia e nel personaggio di Rosemary: è infatti da questo momento che la protagonista, a sua insaputa, porterà in grembo il figlio di Satana, l’Anticristo, futuro portatore del caos e dell’Apocalisse, il neonato mefistofelico che dà il titolo all’opera. 
Questa sequenza è tra le più conturbanti, evocative e ambigue del film: una scena capace di trasmettere allo spettatore un fortissimo senso di terrore psicologico e di catapultarlo in un incubo senza fine, dove realtà e immaginazione si mescolano dando vita a simbolismi e suggestioni in grado di insidiarsi nella mente e non uscirne più. Un momento onirico profondamente reale, visto attraverso gli occhi di Rosemary e dunque particolarmente intenso e coinvolgente. Il sogno inizia presentandoci la protagonista in uno stato di pace e tranquillità, in totale contrasto con ciò che accadrà più avanti, come se Polanski volesse rappresentare la “quiete prima della tempesta”, il momento in cui il nostro corpo è talmente abbandonato a se stesso e alla propria sicurezza da diventare inevitabilmente più esposto e vulnerabile. 
Rosemary si trova prima sul proprio letto in mezzo al mare, poi su una barca del porto, insieme ad altre persone, in una calda e soleggiata giornata d’estate. L’orrore inizia con un momento apparentemente idilliaco, dove la luce paradisiaca del sole fa da contrasto all’oscurità dell’inferno. Polanski ci comunica che anche sotto ciò che sembra puro e immacolato può nascondersi il male. Il capitano della barca, per un breve istante, ha le fattezze del presidente John F. Kennedy, morto cinque anni prima, un elemento curioso estrapolato direttamente dal romanzo di Ira Levin; la presenza di Kennedy non è casuale, poiché egli fu il primo presidente cattolico degli Stati Uniti. Poche scene dopo, un personaggio dirà a Rosemary che la barca può portare solo cattolici, motivo per cui Hutch (caro amico di Rosemary, unico a non essere coinvolto nella cospirazione) non è stato accolto. Il capitano allunga un braccio e indica un punto indefinito dell’orizzonte. Nella scena non c’è musica, regna il silenzio; si sente solo il ticchettio dell’orologio presente nella stanza da letto di Rosemary. Guy comincia a spogliare la moglie, per farla stare più comoda: un gesto con cui, in realtà, vengono messe a nudo le debolezze di Rosemary, le sue fragilità e le sue paure; ora che il corpo è nudo e la carne esposta, la donna è vulnerabile e indifesa. Anche nel sogno la ragazza si ritrova prima nuda, poi in costume. Guy sfila a Rosemary la fede nuziale, come a voler spezzare il legame di fedeltà che li unisce per permettere a qualcun altro di congiungersi con lei. 
Dalla barca, Rosemary si ritrova catapultata all’interno della Cappella Sistina, circondata dagli affreschi di Michelangelo. Lo sguardo della camera si sofferma su due dipinti in particolare: il primo è “La Creazione di Adamo”, che rappresenta l’altro lato di una medaglia che ha come tema la nascita, la creazione appunto: proprio come Dio, anche Rosemary sta per dare alla luce una nuova vita, una vita oscura e corrotta, e, come Adamo, sta per entrare in contatto con ciò che scatenerà in lei il seme di questa nuova vita. Secondo alcuni, il nimbo dove si trova Dio con gli angeli ricorda la forma di un utero dopo la nascita del bambino; questo tema è ripreso nel secondo affresco inquadrato da Polanski, dove vediamo un teschio di ariete in mezzo a due gemelli. Un team di studiosi brasiliani sostiene che Michelangelo, nella Cappella Sistina, abbia nascosto diversi riferimenti a simboli pagani relativi alla sessualità della donna. 
Le teste caprine, che in totale sono otto, sarebbero rappresentazioni della rinascita e dell’apparato riproduttivo femminile; ogni testa poggia su un triangolo rivolto verso l’alto, simbolo pagano del fallo. Lo scopo di Michelangelo era quello di esaltare la maternità e il valore sessuale della donna in quanto nutrice, in un’epoca in cui la Chiesa cattolica era del tutto avversa a tali considerazioni. La capra è inoltre l’animale per eccellenza a cui viene associato il Diavolo (vedi le rappresentazioni dell’idolo pagano Bafometto). Rosemary ha poi la visione di un uomo che urla di fare attenzione al tifone, che ha già ucciso 55 persone. La tranquillità della scena viene compromessa, la musica di Krzysztof Komeda si alza e diventa sempre più acuta e stridente. Vediamo il mare mosso e Rosemary che si avvicina al timoniere, il quale le suggerisce di scendere al piano di sotto. La donna, completamente nuda, obbedisce e scende le scale che portano ad una stanza buia, con un letto al centro e un camino acceso. Il crepitio delle fiamme riecheggia nella stanza: è come se Rosemary, dal Paradiso, si fosse addentrata nei meandri dell’Inferno. 

La protagonista si dirige verso il letto, coricandosi dolcemente su di esso, nuda ed esile. Le coperte sono decorate con disegni di rose rosse, simbolo non solo dell’amore e dell’eterna passione, ma anche della fecondità, della seduzione e persino della massoneria. La rosa è un simbolo complesso e ambivalente: la tradizione popolare medievale, tramandatasi anche nel nostro folclore, afferma che questo fiore era il preferito dalle streghe, poiché ritenuto il più adatto a procurare il male a causa della presenza di spine sullo stelo. 
Dopo essersi distesa sul letto, Rosemary viene circondata dai membri della congrega di streghe, tutti anziani e totalmente nudi, che la osservano in attesa del rituale. Tra essi ci sono anche i coniugi Castevet e suo marito Guy. Viene inquadrato brevemente lo stregone Adrian Marcato, padre di Roman, che troneggia sopra tutti gli altri, vestito di nero come un corvaccio. I colori della pellicola diventano per un attimo rossi, come se il Male stesse incombendo pian piano, prendendo il sopravvento. Le fiamme del camino si sovrappongono alle immagini della setta, che comincia ad intonare canti satanici dando così inizio al rituale blasfemo. 
Roman anch’esso vestito di nero, dipinge con la pittura rossa (o forse il sangue di una vittima sacrificale?) dei simboli satanici sul corpo nudo di Rosemary, come a voler renderla “compatibile” con l’orrore che la sta per travolgere. Intervengono Guy e Minnie: quest’ultima spiega all’uomo che Rosemary non può né vedere né sentire, perché assuefatta dalla droga contenuta nella mousse. L’inno sabbatico prosegue. Una donna misteriosa scende dalle scale che portano al pontile e si avvicina a Rosemary. Veste un lungo abito bianco, colore simbolo della purezza e della verginità, che le dona un aspetto mistico e quasi spettrale, in netto contrasto con la cupezza del momento. Si tratta, con tutta probabilità, della first lady Jackie Kennedy, moglie del presidente JFK, anch’essa devota al cattolicesimo. La donna suggerisce a Rosemary di farsi legare le gambe in caso di convulsioni; due uomini vestiti di bianco annodano delle lenzuola alle caviglie di Rosemary. Jackie, per la protagonista, è quasi una visione angelica, paradisiaca, unico personaggio che cerca di metterla a proprio agio e di rassicurarla. La moglie del presidente si allontana per far spazio a Guy, che si avvicina a Rosemary e comincia a graffiarle il corpo. Le mani dell’uomo diventano nere, squamose, demoniache: Satana è stato evocato ed è pronto per il concepimento della propria stirpe.
La bestia accarezza Rosemary, sfregando le proprie unghie sui seni, sui fianchi e sulle natiche della donna, ancora ignara di ciò che sta accadendo. Lo sguardo di Rosemary è confuso e assopito. Del fumo verde invade la pellicola, come un veleno iniettato nell’organismo di un essere vivente. Poi, la ragazza riprende finalmente conoscenza di sé: il suo sguardo impietrito incrocia gli occhi della creatura che la sta possedendo, degli occhi rossi, maligni, luciferini. “Questo non è un sogno, io non sto dormendo!”, urla terrorizzata la donna. Ma ormai è troppo tardi. Qualcuno copre il volto sconvolto di Rosemary con un cuscino. 
Un oscuro mito che aleggia intorno alla produzione del film è che Anton LaVey, fondatore della Chiesa di Satana, abbia non solo fatto da consulente a Polanski per quanto riguarda gli aspetti esoterici del film, ma anche interpretato il demone in questa scena, anche se nulla è confermato. 

Il sogno si conclude con la visione del Papa, che porge a Rosemary il ciondolo contenente la “radice di Tannis” regalatole da Minnie, simbolo del controllo e della manipolazione. Il seme del male è stato piantato, Satana ha raggiunto il suo scopo. Rosemary si sveglia e Guy le rivela di averla messa incinta mentre lei dormiva.
Nel finale poi la vena di fredda ed autocompiaciuta ironia che aveva percorso l'intera pellicola esplode talmente silenziosamente e senza danneggiare la suspanse (che peraltro il film ha conservato sempre e comunque nonostante l'ovvietà di quello che sta succedendo fin dall'inizio) da lasciare interdetto chiunque riesca a notare, persino durante l'iconica e terrificante immagine del viso di Rosemary che si deforma dall'orrore alla vista del figlio, di essere al cospetto di uno dei gruppi di satanisti più ridicoli mai apparso sul grande schermo: il trucco pesante sulle rughe di Ruth Gordon e l'eccitazione infantile negli occhialetti di Patsy Kelly sono solo i primi piani delle varie inquadrature che descrivono un più ampio gruppo di cultisti, addirittura multirazziale (non si può essere schizzinosi in un compito come quello di far venire alla luce l'Anticristo, c'è bisogno di tutto l'aiuto possibile) e dove spicca un proverbiale orientale con tanto di macchina fotografica ad immortalare il momento,  tutti impegnati in un'ovazione al loro Signore Oscuro buenelianamente manichea e ritualistica; quest'ultimo aggettivo assume ancor più senso pensando a come anche la religione cattolica nel film, piuttosto che opporsi a quella negativa degli aguzzini di Rosemary, è più inutile che assente o denigrata, ridotta al mero statuto di rito artificioso (il momento già descritto del “sogno” di Rosemary in cui Papa Paolo VI avvicina un “satanico” anello piscatorio all'obbiettivo come a chiedere un bacio allo spettatore) e vuoto al punto che persiono i satanisti possono nascondervisi (nel medesimo sogno, oltre al momento precedente, si ricordi come sulla nave immaginaria possono salire “solo i cattolici”).
E la conferma di ciò viene dallo stesso Roman quando afferma che “tutte” le religioni non sono dissimili dallgli spot pubblicitari in cui recita Guy, mentre un attimo dopo Minnie critica il pontefice di quella cattolica per un'attenzione in abiti e gioielli di cui lei stessa fa un sopra le righe e ridicolo sfoggio; ma quello che risulta fin troppo evidente nella risaputa rappresentazione della vecchia e aristocratica coppia di satanisti è proprio la differenza che incarnano tra un Male prettamente iconografico ed iconoclasta (mancano dei quadri a tema satanico dalla casa dei Cassavets quando Rosemary e Guy vanno a cena, ennesimo punto di incontro fra le ipocrisie dei rituali del mondo religioso e di quello aristiocratico) ed uno reale, in una lezione che i cineasti più sensibili sembrano aver continuato a cogliere fino al recente The Witch, molto più concreto e insidioso nella negazione della cultura (oltre all'unico personaggio positivo del colto Hutch e ai consigli sulla controinformazione del dr Sapirstein già presenti nel libro, in una scena Minnie interrompe la lettura di un libro fatta da Rosemary e ci si siede sopra), artificioso nelle formule (l'inquadratura di Roman che sembra lui stesso un bambino in estasi quando stringe i puigni e afferma che “Dio è morto”) e fine a sé stesso (Che cosa otterranno i satanisti? La fine del mondo? Davvero nessuno nessuno ci aveva mai provato prima?): un satanismo semplicemente ridicolo nell'ambire ad un'immortale astrazione quando non riesce neppure fare a meno del bisogno che  qualunque neonato ha della madre, che a sua volta, insieme alla visione caustica con cui è descritto il barocchismo nauseante dei satanisti, configura questo altissimo esempio del classico finale polanskiano dove viene inevitabilmente frustrato il tentativo del/la protagonista di opporsi ad un male (con la minuscola) talmente inestricabile dal tessuto stesso della società umana da divenirne un'involontaria, quando non perfino inconsapevole, pedina. Un futile ingranaggio in un piano diabolico comunque destinato a fallire fin dall'atea visione iniziale di Levin, poiché un Anticristo non può nascere se Dio è morto o, peggio ancora, se non è mai esistito.
La colonna sonora, come precedentemente accennato, fu affidata al jazzista Krzysztof Komeda, che si trovava per la prima (ed ultima) volta a comporre per un film. Il musicista riuscì ad adattarsi perfettamente al genere poco familiare, producendo delle melodie capaci di infondere ansia nel più apatico degli spettatori, il tutto grazie ad un'eccellente combinazione di cori simil satanici (The Coven 14), crescendo infiniti  (What Have you Done to its Eyes?) e dissonanze accuratamente piazzate (Lullaby).

Tra le track composte da Komeda per il film il tema principale, che nel '68 ha raggiunto l'undicesimo posto nella classifica estiva dei singoli statunitensi, è senza ombra di dubbio la migliore. Come evidenziato dal titolo (Lullaby), il pezzo prende la forma di una ninna nanna: l'incredibile voce di Mia Farrow riesce a trasmettere allo stesso tempo calma, paura, angoscia e tristezza, mentre i violini, che con le loro note alte e taglienti fanno eco alla melodia principale, assumono un ruolo sempre più prominente, per poi terminare la canzone senza l'ausilio della cantante, componendo così una metafora che racchiude in sé il segreto del film e della gravidanza di Rosemary.
A muovere la cinepresa, invece come già detto, e come appaia inutile ribadire, vi era proprio Roman Polanski, un regista franco-polacco, classe '33, di origini ebree, che aveva già lavorato a diverse pellicole di genere: nel momento in cui iniziò le riprese per il suo grande successo, addirittura nominato agli Oscar come miglior sceneggiatura non originale, aveva già sul groppone ben quattro pellicole (Il coltello nell'acquaRepulsioneCul-de-sac e Per favore, non mordermi sul collo!). Tra questi, sicuramente, il più importante per la formazione del regista, è Repulsione (o Repulsion), primo horror di Polanski che tratta il tema della sessuofobia, in contrapposizione alla prima citata fobia della gravidanza di Rosemary's Baby, filmato in bianco e nero con grandi richiami a quello che fu il cinema espressionista, dal sapore quasi onirico grazie all'abile uso del grandangolo e di altre tecniche che alterano la profondità di campo. In origine, però, non sarebbe dovuto essere lui il regista che avrebbe dovuto trasporre l'opera di Levin.
Repulsion (UK, 1965), regia di Roman Polanski
William Castle, regista di House on Haunted Hill era stato, infatti, il primo a dirsi interessato riguardo l'adattamento del libro Rosemary’s Baby che, fin da subito, stava riscuotendo un enorme successo. Dopo che  Castle riuscì a comprarne i diritti ed a stringere un patto con la Paramount, però, il produttore Robert Evans, temendo che il progetto fosse troppo ambizioso per il regista di b-movie horror, riuscì a ridurlo al ruolo di solo produttore, non senza numerosi sforzi per riuscirci, imboccando la strada che avrebbe condotto a Polanski. 
Mia Farrow e Roman Polanski
Nonostante questo, Polanski ed Evans non andavano sempre d'accordo sul set, ma su una cosa erano della stessa opinione sin dall'inizio: Robert Redford sarebbe stato perfetto per il ruolo di Guy Woodhouse. Sfortunatamente però vi era un problema contrattuale, una vera e propria disputa, tra Redford e la Paramount all'epoca, che rese impossibile la sua partecipazione alla pellicola. Lo studio cominciò quindi a cercare in lungo e in largo un altro attore, puntando gli occhi, tra gli altri, su Robert Wagner, Richard ChamberlainJames FoxLaurence Harvey e Jack Nicholson; infine però Polanski scelse John Cassavetes, un regista con cui aveva già familiarità. Nonostante i due fossero comunque amici, vi furono diverse diatribe sul set, come ricorda Mia Farrow, infatti, Polanski, maniaco del controllo al punto da dar di matto se un attore spostava involontariamente un bicchiero di mezzo millimetro lontano dal posto che aveva prefissato nella sua mente e da avere una discussione con gli studios per avere più tempo per perfezionare la sua pellicola, non tollerava il metodo recitativo di Cassavetes, indirizzato prevalentemente verso l'improvvisazione ed il farsi prendere dalle emozioni. Anche Mia Farrow, premio Oscar per la Miglior Attrice Protagonista proprio per questa pellicola, non fu la scelta iniziale del regista, che avrebbe voluto un'attrice ''tutta americana'', come Tuesday Welld, famosa per Cincinnaty Kid del 1965. Furono Castle ed Evans ad insistere per Mia Farrow, nota all'epoca sul piccolo schermo per la serie Peyton Place. Dopo la sua audizione, la sua bellezza inconvenzionale fuori dai canoni dell'epoca e le sue solide capacità attoriali riuscirono a far cambiare idea anche a Polanski, completamente innamorato dell'attrice, ma questo non lo fermò dal mettere in pericolo la sua vita, facendola effettivamente camminare in mezzo al traffico per una scena, nella speranza che le macchine si fermassero, convinto che ''nessuno investirebbe una donna incinta''. Agli effetti, ciò non accadde e la scena venne girata diverse volte con Polanski che muoveva direttamente la camera, dato che nessun altro membro della troupe se la sentiva di rischiare la vita in mezzo al traffico.

''Non uscirà nulla di buono da questo affare alla Hail Satan"
 -Sidney Blackmer
Illustrazioni di Aaron Rizla
Sul set e anche al di fuori di esso successero numerose tragedie a chiunque collaborò all'opera, a partire da Frank Sinatra che a causa dei tempi e delle pratiche di Polanski lasciò sua moglie Mia Farrow, arrivando al coma del compositore Krzysztof Komeda e alla colelitiasi di William Castle, che resterà convinto della maledizione che aleggiava sul film. Quest'ultima, però, si sarebbe manifestata nella maniera più palese lontano dal set il 9 Agosto 1969, al 10050 di Cielo Drive, a Beverly Hills, dove Sharon Tate, un'attrice nel pieno del suo successo ed incinta di suo marito Polanski, troverà la morte, insieme ad i suoi amici Abigail Folger, Wojciech Frykowski, Steven Parent ed al suo ex ragazzo e parrucchiere Jay Sebring (il regista Sergio Leone, invece, si salverà solo in quanto, all'ultimo minuto, rifiuterà l'invito a casa Polanski a causa della mancanza del suo interprete, Luciano Vincenzoni) per mano della Manson Family, una setta che seguiva lo psicopatico Charles Manson come se fosse una sorta di messia.

La Family, guidata da Tex Watson, seguendo le profezie di guerra raziale di Manson, sedicente reincarnazione di Cristo (o di quest'ultimo e di Satana assieme come lui stesso affermerà successivamente), non agì impreparata: Charles visitò l'abitazione di Sharon Tate il 23 Marzo 1969, visto da Shahrokh Hatami, un fotografo iraniano amico dell'attrice, usando come scusa per la sua visita la ricerca di un suo vecchio amico: Melcher, il precedente inquilino della casa. Successivamente, la Family inizio i suoi omicidi: il 27 Luglio uccisero Gary Hillman, un insegnante di musica e, a seguito del massacro a casa Polanski, il 10 Agosto, uccissero brutalmente il dirigente aziendale Leno LaBianca e sua moglie Rosemary.
Sharon Tate e Charles Manson
Ovviamente, non mancano teorie, più o meno fondate, sul perché avvennero quegli omicidi: tra chi vede una qualche connessione sovrannaturale, chi crede alle parole di Manson riguardo la sua volontà di una guerra raziale e chi invece sospetta che la relazione tra Polanski e la Chiesa di Satana possa aver giocato un ruolo in quella tragica notte. In ogni caso, le similitudini tra la tragica realtà e la pellicola sono innegabili e continuano ad inquietare ed affascinare anche a cinquant'anni di distanza.
Dopotutto, il cinema parla sempre di noi. Sempre. Che sia il mondo in cui viviamo, la società a cui dobbiamo adattarci, le nostre ipocondrie. Rosemary’s Baby non è da meno. La pellicola è forse l’ultimo grido – quello più dirompente – di una generazione che non c’è più. Gli anni 60, infatti, sono gli anni dei grandi cambiamenti: i giovani stavano smettendo di credere ai valori dei loro genitori. Basta con l’ipocrisia! Basta con i dogmi! Basta con gli stereotipi! E se per far passare il messaggio serve una provocazione shockante, ben venga. Nel 1969, Woodstock avrebbe cambiato le sorti del mondo per sempre. Un anno prima, Polanski lo fece portando letteralmente il diavolo in casa. Povera, piccola, ingenua Rosemary Woodhouse. Uno scricciolo di casalinga con abiti pastello e l’aspirazione massima di avere una famiglia. Una donna degli anni 50, insomma, che però viene fagocitata nell’incubo del cambiamento, vittima di una società in cui non si rispecchia più. Suo marito Guy è un uomo che non trasuda più i valori della sicurezza patriarcale del self-made man, bensì si dimostra piccolo piccolo e dedito a mezzucci per riuscire nei suoi obiettivi. E che dire dei suoi vicini di casa? Minnie non è più la nonnina gentile che ha una buona parola, ma è soprendentemente simile ai nostri vicini di casa: cordiali, simpatici, ma sempre pronti a nascondere segreti e a tramare alle spalle. Rosemary è l’agnello sacrificale di quella generazione post-bellica che ci sembra quasi da “Donna Perfetta”. Il mondo in cui vive è diverso da quello che le hanno insegnato, e di certo la sua lotta per tenerne il passo è impari: cerca di adattarsi, beve gli infusi, si taglia persino i capelli… ma niente. Ogni tentativo di resistere è vano. Le sue certezze e i suoi cardini sono persi per sempre. E alla fine, quando vede suo figlio – il frutto dell’amore e del matrimonio, nonché la sua realizzazione personale di donna – è ormai troppo tardi. “Che cosa avete fatto ai suoi occhi?” è forse il grido più forte di una generazione di mezzo, che cerca di restare ancorata alle tradizioni, ma che – contemporaneamente – è affascinata dall’ammaliante carisma di Satana: il cambiamento (o forse il ribaltamento?) delle nostre fondamenta.
Illustrazione di Chiara Bonanni
Articolo di Robb P. Lestinci, Riccardo Farina, Diana Jennifer Labate, Lorenzo Spagnoli, Andrea Gentili, Thanasis Gaetano Riela, Sergio Novelli, Iris Alessi, Donato Martiello e Gian Marco Foschini
Illustrazioni originali di Cristiano Baricelli, Aaron Rizla e Chiara Bonanni

Potete acquistare Rosemary's Baby - Nastro rosso a New York in DVD e blu-ray su Amazon, così come l'omonimo il romanzo di Ira Levin. La colonna sonora di Krzysztof  Komeda è invece disponibile su IBS per l'acquisto e su Spotify per l'ascolto in streaming. Il film è reperibile in streaming  legale pagamento anche su Youtube e Google Play.

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