mercoledì 20 luglio 2022

Segreti di Famiglia (Recensione "The Strange Thing About the Johnsons" di Ari Aster)

Nel mondo dell’horror il nascondere un segreto agli occhi estranei è una tematica che è stata affrontata in varie salse: basti pensare a tutte le storie dove una setta religiosa o la Chiesa stessa custodisca dei segreti esoterici o le storie dove il protagonista indaga sullo strano comportamento del vicino di casa. Anche il regista Ari Aster si è cimentato in questo topos narrativo con il suo primo lungometraggio "Hereditary", dove un’intera famiglia è costretta ad affrontare degli scheletri nell’armadio tenuti nascosti per molto tempo. Questo tema però era stato già trattato in parte dal regista all’interno di un cortometraggio di trenta minuti che lo vedeva debuttare alla regia, "The Strange Thing About the Johnsons" del 2011.
Presentato come lavoro di laurea all’AFI Conservatory, un’ala specializzata dell’American Film Institute, il film verrà poi proiettato nello stesso anno allo Slamdance Film Festival, un evento annuale dedicato alle produzioni indipendenti nonché palcoscenico per i nuovi talenti. Il corto in seguito verrà trapelato online ricevendo un successo immediato e dividendo subito il popolo del web a causa delle tematiche trattate.

L’idea alla base del corto era già stata discussa da Aster durante il suo primo anno all’AFI assieme ad alcuni suoi amici e compagni di corso, che in seguito lo aiuteranno nella realizzazione del film. Tra questi ricordiamo Paweł Pogorzelski, direttore della fotografia che aiuterà Aster anche in "Hereditary" e "Midsommar" e Brandon Greenhouse, che interpreta uno dei personaggi principali.
Protagonisti del corto sono i Johnson, una classica famiglia afroamericana medio-borghese che nasconde un terribile segreto: il capofamiglia, il poeta e scrittore Sidney Johnson (interpretato da Billy Mayo), è coinvolto in rapporto incestuoso con suo figlio Isaiah (interpretato da Brandon Greenhouse).

Fin da subito notiamo come la sceneggiatura e in particolare i personaggi siano scritti in modo da rendere incredibilmente reale una situazione ai limiti del grottesco. Isaiah si comporta come il tipico aguzzino, sempre pronto a mortificare e colpevolizzare il padre degli abusi che gli perpetra, in modo da trovare sia una giustificazione per le sue azioni, sia per tenerlo sempre vicino in modo che non possa sfuggire al loro rapporto malato.
Sidney, complice anche l’ottima performance di Billy Mayo, si trasforma dal padre amoroso e comprensivo dei primi minuti del film, in un uomo distrutto nell’animo e nella psiche, che si chiede che cosa possa aver sbagliato per finire in una situazione del genere e che è ormai talmente intimorito dal figlio da non riuscire neanche a confessare le violenze subite, se non mettendole su scritto nel suo romanzo autobiografico Cocoon Man. La sua depressione si aggraverà sempre più nel corso della pellicola fino a portarlo, dopo aver subito l’ennesima violenza dal figlio, a una fuga disperata alla fine della quale lo attenderà solo la morte.

Anche la madre Joan (interpretata da Angela Bullock) merita una menzione importante. Nonostante sappia del rapporto incestuoso infatti, la donna decide di mantenere il silenzio e tenere la faccenda all’oscuro, in parte per proteggere la reputazione della famiglia agli occhi del vicinato, in parte per mantenere un’apparente normalità nella casa. Ciò lo si nota in una scena del corto dove decide di alzare il volume della televisione per coprire le urla del marito mentre viene violentato dal figlio. Questa ricerca morbosa della normalità non porterà altro che a un’esplosione di violenza nel finale, dove la madre ucciderà il figlio per poi bruciare l’unica copia scritta di Cocoon Man, seppellendo così il terribile segreto una volta per tutte.
Da un punto di vista registico notiamo fin da subito l’abilità di Aster nel costruire la tensione e questo lo si nota soprattutto nella scena dove Isaiah cerca di entrare nel bagno poco prima di violentare il padre per l’ultima volta. Non c’è alcun accompagnamento musicale, fatta esclusione per l’audiolibro che Sidney sta ascoltando in cuffia. La telecamera all’inizio inquadra Isaiah che bussa con calma la porta, come se volesse solo parlargli, per poi limitarsi a inquadrare il pomello della porta che comincia a esser forzata da Isaiah, il cui tono di voce, prima calmo e rilassato, comincia ad alzarsi e diventare sempre più rabbioso mentre cerca di chiamare il padre. Solo a quel punto Sidney si toglierà le cuffie, accorgendosi troppo tardi di quello che sta per succedere di lì a pochi attimi.  La scena si conclude quindi con Isaiah che sfonda la porta e con la telecamera che si avvicina sempre più al volto urlante di Sidney, totalmente indifeso e ormai nelle grinfie del suo aguzzino.
"The Strange Thing About the Johnsons" è insomma un ottimo cortometraggio che consiglio per chi ha intenzione di approfondire la cinematografia di Ari Aster dopo aver visto "Hereditary" e "Midsommar".  

ARTICOLO DI


sabato 16 luglio 2022

Schiaparelli, la moda surrealista e l’oltre-umano

Elsa Schiaparelli (Roma, 10/9/1890 - Parigi, 13/11/1973) è stata una stilista, costumista e sarta italiana naturalizzata francese; proveniva da una famiglia di intellettuali, il padre Celestino fu professore di lingua e letteratura araba all’Università di Roma e fu il primo bibliotecario dell’Accademia dei Lincei; Elsa studiò filosofia e si dedicò alla scrittura di poesie, ma la pubblicazione della raccolta “Arethusa” nel 1911 creò attriti con la famiglia, che la mandò in un convento della Svizzera Tedesca. Nel 1913 partì per Londra, dove conobbe e sposò il conte William de Wendt de Kerlor, teosofo con cui si trasferì a New York nel 1916. Dopo il fallimento del matrimonio e la malattia della figlia, Elsa entrò in contatto con la scena dadaista, grazie a Francis e Gaby Picabia, coppia che le fece conoscere il fotografo Man Ray e Marcel Duchamp.
A Parigi ebbe il primo contatto con la moda, visitando la casa dello stilista Paul Poiret, di cui divenne allieva e per cui disegnò alcuni modelli; nel 1925 divenne per breve tempo stilista della Maison Lambal, ma dopo essere stata respinta dall’atelier Maggy Rouff iniziò a lavorare nel suo appartamento, creando gli iconici maglioni neri decorati con disegni bianchi trompe-l’oeil. Il maglione era considerato ancora un indumento da campagna, non adatto alla moda cittadina perché informe, ma l’ispirazione venne da una donna americana e dalla sarta armena Aroosiag “Mike” Mikaëlian, che aveva un piccolo laboratorio artigianale familiare. Sebbene già Coco Chanel avesse iniziato a produrre maglieria a macchina, l’innovazione di Mike e poi di Schiaparelli fu nell’uso di due fili di lana a contrasto; il maglione a doppio nodo della Schiaparelli, con scollo a V e nodo disegnato a trompe-l’oeil, suscitò l’interesse di Vogue nel dicembre 1927 e quello dei produttori di massa degli Stati Uniti, che lo imitarono, portando la moda fuori da Parigi e all'attenzione della ditta di New York Abraham & Straus, con cui la Schiaparelli iniziò un sodalizio.
Nel 1928, grazie alla grande richiesta, Elsa Schiaparelli fondò la Schiaparelli - Pour le sport, caratterizzandosi per i suoi maglioni tatuaggio, i pullover con ossa, costumi da bagno e accessori; le decorazioni della prima collezione erano papillon trompe-l’oeil, scheletri, righe, motivi geometrici, tatuaggi marinari, animali marini dai colori accesi. Ben presto la sperimentazione decorativa divenne sperimentazione nei materiali, con borse di metallo, abbinamenti fra lana e seta, o gomma e pelle. Il crollo dell’haute couture parigina del 1929 permise comunque alla Schiaparelli di lavorare con l’America, aprendo un negozio anche a New York. Nel 1932 la maison cambiò nome in Schiaparelli - Pour le sport, pour la ville, pour le soir, espandendo la propria produzione, aprendo un negozio a Londra e degli uffici a New York, portando la Schiaparelli sulla copertina del Time nel 1934, prima stilista donna a comparirvi.
Sono da ricordare le boutique aperte a Place Vendome a Parigi, decorate dai disegnatori e designer Jean-Michel Frank e Diego Giacometti; la Schiaparelli rivoluzionò la moda parigina aprendo una sezione pret-a-porter nei propri negozi e divenendo la prima a creare collezioni composta da elementi legati ad un unico tema, esposte in sfilate spettacolo, con musica ed effetti di luce, diventando opere teatrali. Fra le più assidue clienti vi erano attrici di tutto il mondo come Marlene Dietrich, Katharine Hepburn, Greta Garbo e Ginger Roberts, e personaggi illustri come Wallis Simpson (duchessa di Windsor e moglie di Edoardo VII dopo la sua abdicazione) e Gala Dalì (modella, artista e commerciante d’arte, moglie di Salvador Dalì); i modelli di Elsa Schiaparelli entrarono nell’arte, con il ritratto di Nusch Eluard creato da Picasso, e nella movida francese, con la creazione di costumi per numerosi balli in maschera, con ispirazioni orientali, dalla moda della maharani Sita Devi, fatte di turbanti e sari.
Negli anni ‘30 la Schiaparelli visitò numerose volte New York e nel 1935 anche una fiera commerciale in Unione Sovietica; divenne costumista per il teatro e il cinema, creando opere come l’abito aragosta per Mae West in Every Day’s a Holiday (1937). Sebbene l’arte in generale sia sempre stata una importante fonte di ispirazione per Schiaparelli, si possono ricordare le iconiche collezioni Pagana, ispirata all’arte di Botticelli, L’art italien de Cimabue à Tiepolo, il vero influsso artistico venne dall’arte surrealista e da quella cubista, con rapporti stretti con artisti del calibro di Jean Cocteau, Salvador Dalì, Tristan Tzara, Jean Dunand, Elsa Triolet, Alberto Giacometti e Meret Oppenheim. Il lavoro con questi artisti fu diretto, disegnando modelli, creando accessori veri, come i guanti con artigli, cicatrici, unghie fatte di pitone rosso e non, fino ai guanti finti dipinti sulle mani da Picasso. In questo periodo nacquero i celebri cappelli di feltro con piume di metallo, cappelli a tricorno o a bombetta con velette da abbinare tanto a vestiti da sera quanto ad abiti sportivi. Il surrealismo di Schiaparelli si declinò anche nei materiali, come il tessuto simile alla carta basato sulla tecnica, usata da Picasso e Braques, del Papier collé, oltre alle decorazioni di stile cadavre exquis, con articoli sulla Schiaparelli e disegni di Cecil Beaton. Molte furono le creazioni surrealiste che suscitarono scalpore, come il cappello a forma di cervello, bottoni che sembrano lucchetti, arachidi e graffette prodotti in collaborazione con Jean Schlumberger. Elsa Schiaparelli utilizzò anche tessuti innovativi, creando abiti da sera in tessuti sintetici o tweed, un abito effetto corteccia d’albero e un mantello da sera in rhodophane, chiamato cape de verre.
Ad Elsa Schiaparelli si deve anche l’invenzione di un nuovo colore, il rosa shocking, forse ispirandosi a un colore usato dal pittore Christian Bérard; il nome della tinta divenne anche nome per il profumo Shocking! del 1937, con flacone creato dalla scultrice Leonor Fini riproducendo la silhouette dell’attrice Mae West.
Nel 1935 creò il primo accessorio con Dalì, un portacipria a forma di quadrante telefonico: l’oggetto meccanico divenne così opera d’arte, tema che ritornò in una borsa a forma di telefono; con Dalì nacquero abiti in organza decorati con prezzemolo e aragoste, decorazioni con labbra rosse a patchwork, cappelli a forma di scarpa rovesciata o di calamaio con tanto di piuma, oppure di cosciotto di montone e di nido di gallina: questi pezzi vennero esposti all’Exposition internationale du surréalisme del 1938.
Nel 1936 Schiaparelli creò un tailleur decorato con cassetti, ispirandosi alla Venere di Milo con Cassetti di Dalì e Dalì stesso creò una decorazione per una boutique della maison, un orso impagliato, dipinto rosa shocking e decorato con cassetti.
Le collezioni del 1938 si distinguono per i temi molto diversi, la prima, Il circo, ricamata da Fracois Lesage, comprendeva il vestito da sera nero con uno scheletro imbottito, mentre la seconda, Pagana, sfoggiava ricami più elaborati, di fili di metallo, e decori a specchio, che formavano delle armature per la donna, ispirandosi agli abiti ecclesiastici medievali e alle divise militari dell’800. le decorazioni trompe-l’oeil, spesso derivate dall’Antica Grecia, e i bottoni gioiello diventarono elementi chiave dello stile Schiaparelli.
La seconda guerra mondiale causò il declino della casa Schiaparelli, con la diminuzione della produzione a causa della guerra e poi con il mutamento della silhouette femminile a causa dell’avvento del New Look di Dior e dei modelli di Balenciaga; tuttavia Schiaparelli fu fondamentale per lanciare nuovi volti della moda come Hubert de Givenchy, Pierre Cardin e Philippe Venet. Nel 1954 Schiaparelli dichiarò bancarotta e chiuse la casa di moda, per poi morire nel 1973 a Parigi.

Questa non fu la fine della maison, che venne comprata e rilanciata dall’imprenditore Diego della Valle a partire dal 2007, cominciando una parabola ascendente che continua fino ad oggi, partendo dall’haute couture e dedicando dal 2016 risorse anche a collezioni di pret-a-porter. Lo stile Schiaparelli è stato finora portato avanti e rinnovato da quattro direttori creativi: Christian Lacroix (tra 2012 e 2013), Marco Zanini (tra 2013 e 2015), Bertrand Guyon (tra 2015 e 2019) e, oggi, Daniel Roseberry.
Le caratteristiche dello stile di Schiaparelli sono rimaste sinonimo del marchio, anche nella rinascita negli anni 2010 e, soprattutto, nel lavoro dell’odierno direttore creativo Roseberry: abiti neri con intarsi e accessori dorati, ispirati alla natura, allo spazio, ma anche all’anatomia umana, gioielli e accessori vari che diventano il punto focale del completo, stampe trompe-l’oeil. L’emblema delle parti del corpo dorate sembrerebbe derivare sia dalla tradizione dei santi tedeschi, incrostati di gioielli e oro (celebre è lo studio del fotografo e storico dell’arte Paul Koudounaris, cristallizzato nel libro Heavenly Bodies: Cult Treasures & Spectacular Saints from the Catacombs, che riecheggia l’omonimo tema del MET Gala del 2018), e la più lontana pratica decorativa dell’Antico Egitto, fatta di parti del corpo dorate, quasi maschere funerarie (bisogna ricordare che Ernesto Schiaparelli, senatore del Regno d’Italia, ma soprattutto egittologo e direttore fino alla morte nel 1928 del Museo Egizio di Torino, era il cugino di Elsa e la sua influenza può essere individuata in decorazioni di questo tipo).
La statuaria delle opere di Schiaparelli è reminiscente della metafisica del contemporaneo De Chirico, ma il contrasto con le forme sciolte, colate fluide di metalli che sembrano ancora caldi e tessuti avvolgenti, sono degne delle influenze più che dirette di Dalì, come se si trattasse di perle barocche (pluri-mediali) su tessuti semplici. Ma la duplicità continua con le stampe e i ricami, fantasie caleidoscopiche, spesso composte da innumerevoli perline colorate e appliques, che formano spirali, fiori e raggi di corpi celesti.
Anche le silhouettes risultano ambigue, con contrasti di geometria e fluidità, con spalle estremamente enfatizzate in larghezza quanto in verticalità, sopra semplici tubini di tessuto morbido e avvolgente. Il risultato complessivo ha qualcosa di alieno, esterno al piano umano, maschere faraoniche o accessori extraterrestri che portano all'ennesima potenza oggetti del tutto naturali: l'ammirazione iniziale nel vedere sbocciare da un punto vita peonie e steli rende ancora più grande lo stupore nel trovare al centro di esse bocche e occhi, in un gioco di scatole cinesi che rende l’oggetto dinamico e surreale.
Il sentimento preponderante è quello di vedere una rappresentazione della natura e dell’uomo dal punto di vista di qualcosa o qualcuno di oltre-umano, che enfatizza i dettagli ponendoli in un contesto insolito, quasi fossero elementi messi in mostra, gioielli creati da un anatomista o da un botanico. Questa visione, seppure in qualche modo aliena, si presenta come una celebrazione della sfera naturale, in cui scultura, stoffa e corpo umano coesistono e collaborano per creare un’unica opera d’arte. L’evoluzione stilistica di un altro marchio già nominato, Balenciaga, risulta sì altrettanto aliena, ma sembra celebrare una vittoria della stoffa sul corpo, sulla natura, con geometrie che estremizzano le proporzioni o, al contrario, con tessuti high-tech che avvolgono il corpo diventando una seconda pelle, sostituendosi ad essa.
L’ultima frontiera dell’innovazione della moda sembra venire dalla digital fashion, in cui i prodotti non sono più vestiti e accessori tangibili, ma modelli digitali proiettati su di una scansione 3D del corpo umano. La base di questo concetto sta nella biomimicry/biomimesi, ossia l’emulazione dei modelli, dei sistemi e degli elementi della natura per l’innovazione tecnologia e la missione ecologica, uno strumento versatile e, in questo caso, applicabile anche alla moda. Un esempio è la maison digitale Auroboros (debuttata il 12 giugno 2021 con una linea totalmente digitale alla London Fashion Week), che  unisce moda e scienza per creare “digital only ready-to-wear”, ponendo come propri principi l’innovazione, la sostenibilità e il design immersivo. Il futuro della moda, vista l’importanza dell’immagine nel nostro secolo, sembrerebbe essere la realtà aumentata, in cui mondo fisico e mondo digitale si uniscono e interagiscono per creare opere d’arte visiva e, allo stesso momento, indumenti di haute couture.

ARTICOLO DI
GIULIA ULIVUCCI

mercoledì 13 luglio 2022

I Guerrieri del Sogno

9 novembre 1984. All’indomani di Halloween, nei cinema americani appare il poster dell’ennesimo film horror pronto a cavalcare l’onda della stagione. La speranza è quella quantomeno di rientrare negli incassi prima del weekend del Ringraziamento. Nel poster c’era una ragazza seminuda a letto, degli artigli minacciosi pronti a cingerle il capo e una frase a effetto: “If Nancy doesn’t wake up screaming, she won’t wake up at all”.

Ma quello non era l’ennesimo film horror.

Quello era “A Nightmare On Elm Street”, che in Italia sarebbe diventato “Nightmare – Dal Profondo Della Notte”. La storia è tanto semplice quanto efficace: uno psicopatico sadico perseguita e uccide un gruppo di adolescenti nel momento in cui sono più vulnerabili, ossia nei loro sogni. Il successo è assicurato. Il pubblico impazzisce. È difficile stabilire con precisione cosa rendesse “Nightmare” diverso da altri film. Forse è quel continuo muoversi sulla linea sottile e pericolosa che c’è fra la realtà e il sogno. Forse è merito di Freddy Kruger, un cattivo sagace e dotato per la prima volta della parola, destinato a diventare un’icona degli anni Ottanta. Forse è il fatto che tocca da vicino il pubblico dell’epoca, perché “in ogni città c’è una Elm Street”. O forse è un insieme di tutte queste cose. Fatto sta che “Nightmare” porta ben 57 milioni di dollari nelle tasche della neonata New Line Cinema (soprannominata proprio “The House That Freddy Built”), assicurando peraltro a Wes Craven un posto nell’olimpo del genere horror.

E si sa, quando una cosa va bene a Hollywood, bisogna spremere il limone finché c’è succo. Dopo appena un anno, ecco che esce “Nightmare 2 – La Rivincita”. Freddy assume un ruolo più centrale nella vicenda, ma il film risente dell’assenza di Craven e viene in un certo senso appiattito alle logiche dello slasher più canonico. C’è un tono più campy e delle sfumature inedite (consigliamo la visione del documentario “Scream, Queen! My Nightmare On Elm Street” e il nostro articolo sull'argomento), ma il pubblico non apprezza più di tanto e il film incassa soltanto 30 milioni. 

Bisogna ritentare. E questa volta bisogna farlo meglio. La New Line riaffida le redini a Wes Craven, che – dopo varie riscritture – nel 1987 fa uscire “Nightmare 3 – I Guerrieri Del Sogno”. 

PRE-PRODUZIONE
Come già citato, l'operazione portata avanti con "Nightmare 2 – La Rivincita" (1985) risultò incerta e zoppicante, sebbene il film riscontrò un buon successo al botteghino, fu piuttosto massacrato dal pubblico e soprattutto dalla critica. Questo a causa di una produzione frettolosa e della mancanza di una direzione solida, che ha portato il secondo capitolo ad avere un tono e dei contenuti decisamente ambigui. In casa New Line a questo punto si discuteva di come muoversi per il futuro di Freddy Krueger: Bob Shaye oscillava tra l'incertezza scaturita dal deludente ultimo Nightmare e l'intuizione di quello che sarebbe potuto diventare un grande franchise, aldilà dell'incidente di percorso recente. 

Shaye si rese conto da subito degli errori che aveva fatto nel trattare il primo sequel, così, quando ancora non era stato deciso ufficialmente di realizzare il secondo, si preoccupò di coinvolgere in qualche modo Wes Craven. Il padre di Freddy, che aveva espresso le proprie perplessità circa il portare avanti la storia del primo film già al tempo de La Rivincita, questa volta decise di accettare la proposta e di partecipare al progetto; non avrebbe comunque potuto dirigerlo poiché avrebbe iniziato a girare di lì a breve "Dovevi essere morta" (1986), indi per cui decise di dedicarsi alla scrittura con l'aiuto di Bruce Wagner (di "Maps to the Stars"). La prima stesura della sceneggiatura fu pensata con la specifica intenzione di concludere la saga. In essa gli aspetti onirici e inquietanti del mondo dei sogni vennero ampliati a dismisura di pari passo al tono estremamente cupo, tant'è che fu ritenuta buona dalla casa ma fondamentalmente infattibile da un punto di vista produttivo e non sufficientemente adeguata ad essere trasposta. 
Illustrazione originale di Cristiano Baricelli 
Pur sussitendo l'intenzione presso New Line di lavorare al nuovo Nightmare, non era ancora stato dato il via libera alla lavorazione. Pensando a un processo di riscrittura vennero convocati due giovani promettenti già noti allo studio, Frank Darabont ("Blob – Il fluido che uccide", "Le ali della libertà", "Frankenstein di Mary Shelley", "Il miglio verde", "The Mist") e Chuck Russell ("Blob – Il fluido che uccide", "The Mask", "Il Re Scorpione", "Fringe"), i quali si misero a rielaborare lo script di Craven e Wagner con passione. Il duo aggiustò le basi poste nel copione precedente per incontrare il gusto dei produttori e sviluppò una storia ben più pop (Russell non ha mai ritenuto che si dovesse ricalcare necessariamente l'atmosfera paurosa del primo, pur dichiarandosi da sempre fan della pellicola), dalla vena fantastica e immaginifica, in cui inserirono molto black humor seguendo la linea degli horror anni '80 più popolari. Infine la regia sarebbe passata allo stesso Russell che, al suo esordio, avrebbe riscontrato diverse difficoltà sul set tanto a gestire i giovani attori quanto le complesse sequenze in cui gli effetti speciali rubavano la scena. 

Fu di Craven e Wagner l'idea di riportare sullo schermo Nancy nelle vesti di una psicologa in carriera, sopravvissuta all'uomo nero e in grado di istruire i nuovi ragazzi di Elm Street; così come fu sua l'idea di ambientare la vicenda in un istituto di correzione per giovani problematici con un cast corale di adolescenti traumatizzati e dal difficile rapporto con le figure genitoriali. Oltretutto pare che inizialmente Craven avesse pensato di conferire al racconto una forte componente metanarrativa, salvo poi essere cassata e riproposta successivamente nel suo "Nightmare – Nuovo Incubo" (1994). Al duo Darabont-Russell dobbiamo invece la volontà di narrare le raccapriccianti origini di Freddy attraverso la sfuggente figura della suora Amanda Krueger, ampliando la mitologia del personaggio. 

LE SCENEGGIATURE SCARTATE
Prima che riuscirono ad assicurarsi il ritorno di Craven, però, la sceneggiatura sarebbe dovuta spettare a John Saxton. Lo script, eventualmente scartato, aveva il titolo di "How the Nightmare on Elm Street All Began" (traducibile in "Come l'Incubo di Elm Street ebbe inizio") e sarebbe dovuto essere un prequel della pellicola originale. La pellicola avrebbe rivisto un pesante retcon, mostrando come Freddy fosse, in realtà, innocente degli omicidi di cui era stato accusato, incastrato da Charles Manson e il suo culto, e costretto dai genitori dei ragazzi a confessarsi colpevole, in un disperato tentativo di essere risparmiato. Un tentativo, però, inutile, in quanto il futuro killer onirico sarà comunque linciato e deciderà, ora come un'entità sovrannaturale, di attuare una vendetta nei confronti dei genitori che lo hanno ingiustamente ucciso. Come riportato da Bloody Disgusting, questa sceneggiatura è stata poi messa all'asta su eBay, rendendola nota al grande pubblico. L'idea di un Freddy Krueger, seppur solo apparentemente innocente, sarà ripresa dal remake del 2010.

Anche Robert Englund, attore di Freddy Krueger, scrisse una sua sceneggiatura per il terzo capitolo, "Freddy's Funhouse", anch'essa scartata. La protagonista sarebbe dovuta essere la sorella di Tina Gray (una delle vittime del film originale), descritta come una "collegiale Nancy Drew alla X-Files" in un'intervista, di ritorno a Springwood per indagare sulla misteriosa morte di quest'ultima e destinata ad affrontare Freddy, che ha fatto ora del 1428 di Elm Street la sua "casa onirica", riempiendola di trappole in una sorta di parallelismo con quello che Nancy fece per lui. Stando ad Englund, questa sceneggiatura non fu del tutto scartata e venne usata come base per il pilot della serie televisiva "Freddy's Nightmares" (una serie antologica ambientata a Springwood, in cui Freddy è il narratore, similmente al Crypt Taker di "Tales from the Crypt", e occasionalmente anche effettivo antagonista), andata in onda nell'ottobre dell'88 e diretto da Tobe Hooper

PRODUZIONE 
Il cast della pellicola in una foto promozionale
Ad occuparsi degli effetti speciali fu Peter Chesney, con un team che includeva Mark Shostorm e Kevin Yagher. La morte di Taryn prevedeva inizialmente che la sua testa esplodesse, ma, non riuscendo a realizzare l'effetto in maniera soddisfacente, il team optò per l'uso di trucco sul corpo dell'attrice, ottenendo la scena attualmente presente nel film. La scena della morte di Jennifer richiese molto lavoro, in quanto il team dovette costruire un manichino di vetroresina e uretano con tanto di arti flessibili. Per la prima scena del film fu inizialmente utilizzato un manichino dalle fattezze di un cadavere meccanico, ma il regista reputò la sequenza troppo disturbante, optando per l'uso di un semplice finto scheletro. 

Roy Wagner fu assunto come direttore della fotografia, dopo che il suo predecessore fu licenziato, a causa di insulti rivolti all'attrice Penelope Sudrow, che nella pellicola interpreta Jennifer. Dopo la fine delle riprese il guanto di Freddy scomparve per riapparire nello sfondo di una delle scene de "La casa 2"; con tutta probabilità fu Mark Shostrom, che al tempo stava lavorando anche sul set del film di Raimi, a prendere l'oggetto. 

TRAMA
Protagonista di "Nightmare 3" è Kristen Parker (interpretata da Patricia Arquette), una ragazza che da giorni non riesce a dormire a causa di un incubo ricorrente. Ogni notte, infatti, sogna di ritrovarsi nella casa al numero 1428 di Elm Street e di venire inseguita da Freddy Krueger (interpretato da Robert Englund), che cerca di ammazzarla. Una sera, risvegliatasi per l’ennesima volta dall’incubo, Kristen si reca al bagno per rinfrescarsi ma viene attaccata da Freddy, che la ferisce a un braccio. La madre, giunta appena in tempo a soccorrere la figlia, scambia la ferita al braccio per un tentativo di autolesionismo e decide di far ricoverare la figlia all’ospedale psichiatrico "Westin Hills". 

Giunta alla clinica, Kristen viene condotta al reparto gestito dal dottor Neil Gordon (interpretato da Craig Wasson), che ha in cura altri ragazzi che hanno paura di addormentarsi a causa degli incubi. La ragazza oppone fin da subito resistenza e cerca di non farsi sedare dai medici fino a quando non interviene Nancy Thompson (interpretata da Heather Langenkamp), da poco assunta alla clinica grazie alle sue ricerche sugli incubi nonché l’unica che sembra capire che cosa terrorizza così tanto i ragazzi. Durante la prima sera alla clinica, Kristen viene di nuovo attaccata da Freddy e, colta dalla disperazione, manifesta il potere speciale che aveva fin da bambina, quello di trasportare nei suoi sogni chiunque desidera. 
Nei giorni seguenti Freddy attacca e uccide altri due ragazzi della clinica portando così sfiducia nel dottor Gordon, che non riesce ancora ancora a capire la causa delle morti. Durante il funerale di una delle vittime il dottore incontra la suora Mary Helena (interpretata da Nan Martin), che aveva già notato da tempo nell’ospedale. Dopo aver parlato con la donna, il dottore decide di appoggiare le teorie di Nancy e di partecipare a una seduta di ipnosi di gruppo assieme ai ragazzi. Una volta entrati nel sogno tramite il potere di Kristen, i ragazzi scoprono di avere anch’essi dei poteri una volta entrati nel mondo onirico e formano il gruppo dei Dream Warriors. Freddy però attacca uno dei ragazzi e riesce a intrappolarlo nel mondo dei sogni, riducendolo in coma.

L’amministratore dell’ospedale crede che la causa del coma sia dovuta all’assunzione dell’Hypnocil, un farmaco sperimentale che impedisce di sognare quando si dorme, e licenzia Neil e Nancy per aver utilizzato il farmaco senza permesso. Poco prima di lasciare l’ospedale, il dottor Gordon rincontra suor Mary Helena, che lo conduce in una zona abbandonata dell’ospedale e gli rivela una parte del passato di Freddy Krueger. In quella zona abbandonata, negli anni Quaranta, fu rinchiusa un’infermiera di nome Amanda Krueger, che fu violentata per giorni dai pazienti che erano rinchiusi lì. Freddy è il frutto di quella violenza e, appena nato, fu dato subito in adozione. La suora rivela anche che l’unico modo per sconfiggere Freddy è trovare il suo corpo, benedirlo e dargli degna sepoltura. L’unico che ricorda l’ubicazione del corpo è Donald Thompson (interpretato da John Saxon, un altro ritorno dal primo capitolo), il padre di Nancy, ma quest’ultimo è riluttante a rivelare il luogo in quanto non vuole più avere niente a che fare con la storia di Freddy Krueger.
Intanto il dottor Gordon riceve una richiesta d’aiuto da parte dei ragazzi della clinica: Kristen è stata portata nella cella d’isolamento e sedata ed è prossima ad addormentarsi e finire vittima di un attacco di Krueger. Nancy si reca dunque alla clinica per riunirsi con gli altri ragazzi e iniziare una nuova seduta di ipnosi mentre Neil, dopo aver convinto Donald ad aiutarlo, si reca nel luogo dove si trova il corpo di Freddy per benedirlo. A questo punto inizia la battaglia finale contro Freddy, che si ritrova a dover viaggiare tra il mondo dei sogni e la realtà sia per occuparsi di Nancy e dei Dream Warriors sia per evitare che il suo corpo venga purificato da Neil e Donald. Alla fine Freddy viene apparentemente sconfitto una volta per tutte grazie a Neil e il sacrificio di Nancy, che muore nello scontro finale contro il killer. 

ANALISI
Sogni. Quei piccoli squarci di morte. Come li odio”.

Con questa frase di Edgar Allan Poe si apre il terzo capitolo dedicato alle avventure del mitico Freddy Krueger. I sogni, appunto, cuore pulsante di questa saga cult. Se il secondo capitolo, “La Rivincita”, fu aspramente criticato per essersi distaccato dal tema che aveva reso grandioso il capostipite, trasportando Freddy nella nostra realtà a discapito della dimensione onirica, “I Guerrieri del Sogno” torna prepotentemente alle radici del primo capitolo, un ritorno a quell’affascinante e inquietante concept del serial killer demoniaco che dà la caccia alle proprie vittime mentre dormono, negli angoli più remoti delle loro menti. Ma “Nightmare 3” fa ben più di questo: la pellicola di Chuck Russell è probabilmente la più importante del franchise, per le tematiche che introduce, per le basi che pone per i sequel successivi e per come espande e amplia il concetto dei sogni e delle interazioni tra Freddy e le sue vittime. Innanzitutto, viene introdotto il tema dei “sogni collettivi”: il personaggio di Kristen è infatti in grado di richiamare a sé, durante il sonno, altre persone dormienti, in modo tale da portarle nel suo sogno e formare così una vera e propria “squadra onirica” (i Dream Warriors del titolo appunto). Si ha dunque la possibilità di interazioni nei sogni tra i vari protagonisti, un potere che consentirà loro di combattere Freddy e di dargli filo da torcere. Lo spirito di squadra, la fiducia negli altri e l’unicità delle nostre passioni sono alcuni dei temi di questo terzo capitolo, che abbraccia il genere fantasy e il fantastico, miscelandoli perfettamente con l’horror e il gotico. Un’atmosfera perfetta, suggestiva, originale e fresca all’interno della saga.
Nightmare 3” è un vero e proprio film corale: è un film con moltissimi personaggi che ruotano attorno alla figura di Kristen, nucleo principale del film e vera speranza per il gruppo in vista dello scontro definitivo con Freddy. È un film dove i sogni non sono usati solo come “tramite” da Freddy per uccidere le sue vittime, ma assumono un significato più profondo, fiabesco e addirittura magico. La pellicola è una bellissima riflessione sul potere dei sogni e su come essi trovino il loro apice negli angoli più remoti della nostra mente e fantasia. Ogni personaggio è unico ed è mosso da passioni e desideri che verranno espressi in tutta la loro potenza visiva, estrema e grottesca nelle pazzesche scene oniriche del film, decisamente le più accattivanti e fantasiose della saga. Nei sogni, i personaggi avranno modo di esprimere al meglio tutto ciò che desiderano essere: Will può camminare ed essere un grande mago; Kincaid diventa fortissimo, Taryn una rockstar, Joey consumerà un rapporto sessuale con la bella infermiera di cui è innamorato. Ma “Nightmare 3” è anche un film sulla distruzione di questi sogni: Freddy infatti si prende gioco dei ragazzi protagonisti, usando contro di essi le loro debolezze, le loro paure. Freddy inscena omicidi creativi e fantasiosi, sbizzarrendosi con le possibilità offertigli dal mondo onirico. Il nostro boogeyman schernisce i nostri protagonisti, li prende in giro (“mi dispiace ragazzino, ma io non credo alle favole!”), cerca di farli sentire deboli e insicuri. Li tortura a seconda delle loro passioni e trasforma i loro sogni in veri e propri incubi. Così Phillip, da appassionato creatore di marionette, diventa esso stesso un burattino manovrato da Freddy; Jennifer coronerà il suo sogno di “entrare in televisione”, ma non esattamente nel modo da lei sperato; Taryn verrà uccisa dal suo passato fatto di tossicodipendenza e siringhe, mentre il desiderio erotico di Joey verrà interrotto proprio sul più bello. È la distruzione del sogno giovanile, di quel sogno americano di cui Craven ci aveva già parlato nel capostipite della serie. Un discorso che questo terzo capitolo porta avanti con coerenza e originalità.

Proprio come il primo, “Nightmare 3” è un film che parla del difficile rapporto genitori-figli: tutti i ragazzi protagonisti hanno avuto trascorsi difficili con le figure genitoriali. Basti pensare alla madre di Kristen, la protagonista, che si dimostra fin da subito incapace di capire i reali problemi che affliggono la figlia, oltre a risultare spocchiosa e disinteressata.
Anche il rapporto tra Nancy e suo padre Donald qui viene ulteriormente approfondito. Nel primo capitolo veniva presentata una dinamica genitore-figlio piuttosto classica, con Donald che, in quanto capo della polizia, doveva essere il più razionale possibile e dunque non credeva ai racconti di Nancy, all’epoca in età adolescenziale. Solo dopo aver visto Krueger coi suoi occhi si sarebbe ricreduto. In “Nightmare 3” Donald si è rifugiato nell’alcolismo e nel momento in cui Nancy, ormai donna adulta, lo va a trovare per chiedergli aiuto, lui si rifiuta ancora di crederle, nonostante sappia che Freddy Krueger non è solo una favola. Anche qui, Donald si ricrederà e, convinto dal Dottor Gordon, deciderà di aiutare sua figlia, rimanendo sconfitto nella lotta con lo scheletro redivivo di Freddy. Anche Freddy assume un significato più profondo, in questo film, proprio in relazione al suo passato e alle sue origini. Le colpe dei padri si ripercuotono ancora una volta sui figli, e Freddy non fa eccezione. Questo film introduce un elemento importantissimo nella mitologia Nightmariana: il passato di Freddy. Chi era Freddy Krueger? Dove e da chi è nato? Il passato di questo personaggio, fino ad allora rimasto per lo più un mistero, viene svelato in questo film. In questa pellicola fa la sua comparsa una suora, che parla a più riprese con Gordon. Ebbene, si scoprirà che questa suora altro non è che il fantasma (o visione?) di Amanda Krueger, madre defunta di Freddy, un’infermiera che venne stuprata da diversi maniaci criminali dopo essere rimasta accidentalmente rinchiusa nel reparto in cui lavorava. Da queste violenze nacque appunto Freddy Krueger, il prodotto blasfemo di violenze e abusi. L’origine di uno dei personaggi più iconici e affascinanti della cinematografia horror. 

COLONNA SONORA
Il cult di Chuck Russell comprende una colonna sonora composta da Angelo Badalamenti, il quale soltanto un anno prima aveva lavorato sull’iconico "Blue Velvet" di David Lynch. Realizza 21 tracce che riescono a dare al prodotto finale un senso di imminente pericolo e allo stesso tempo, un’aura di imprevedibilità che rafforza la componente onirica ed eccentrica del film. 
Di netto contrasto con l’incalzante OST del maestro, nella colonna sonora sono presenti anche due brani della band metal Dokken; la prima è “Dream Warriors”, canzone scritta apposta per "Nightmare on Elm Street 3" come sigla ufficiale. La canzone ottenne persino un video musicale, dove troviamo sia spezzoni del film che contenuti originali girati apposta per il video: un esempio è la scena alla fine del video, dove Freddy Krueger, sempre interpretato da Robert Englund, si sveglia dal suo incubo dopo aver sognato i membri della band, esclamando: “Che incubo! Ma chi erano quei tipi?” 

La seconda canzone è “Into The Fire”, uscita nel 1984, utilizzata nella scena iniziale, ascoltata da Kristen mentre costruisce il modellino della vecchia casa di Nancy, per poi venire interrotta dal ritorno di sua madre. La scena viene riproposta verso la fine del film, quando la protagonista la rivive nel suo incubo, questa volta con un risvolto inaspettato: infatti, Freddy Krueger uccide brutalmente la madre tagliandole la testa, la quale però rimane in vita e si mette ad insultare la figlia. La canzone, da subito riconoscibile, fa capire immediatamente allo spettatore che ciò che sta accadendo è un rimando alla prima scena della pellicola. Piccola curiosità relativa alla scena iniziale: quando il film uscì in VHS, “Into The Fire” venne rimpiazzata da un’altra canzone, chiamata “Quiet Cool”, di Joe Lamont

INFLUENZA CULTURALE
Alla sua uscita, il film venne recepito tiepidamente dalla critica nonostante, con il tempo, venne rivalutato al punto da essere generalmente considerato uno dei capitoli più riusciti della saga, spesso associato all'originale e al futuro "Wes Craven's New Nightmare" di Craven. Una delle recensioni più interessanti viene dall'autore e critico Kim Newman (vincitore di un Bram Stoker Award, International Horror Guild Award e di un premio BSFA) per Empire che, nonostante bocciò completamente l'interpretazione della Langenkamp, complimentò l'inventiva del film e il suo immaginario che sembrava uscito dalle "copertine di un fumetto". Ironicamente, Fright-Rags, nella sua linea di vestiario ispirata alla pellicola, inserirà una parodia della copertina del primo numero di "Uncanny X-Men" del '63 con i Guerrieri del Sogno e Freddy Krueger al posto, rispettivamente, degli X-Men e di Magneto. 

Il successo della pellicola portò, inevitabilmente, a numerose opere tie-in in diversi media. Nella serie a fumetti "Nightmare on Elm Street" di Andy Mangels del 1991, pensato come seguito diretto del film ignorando gli eventi dei capitoli successivi, i vari "Guerrieri del Sogno" e, in particolare, Kristen fanno il loro ritorno e viene rivelato che, grazie ai poteri psichici di quest'ultima, Nancy ora risiede nel lato positivo del regno onirico, esattamente l'opposto di quello dove risiede Freddy. Nella serie crossover "Freddy vs Jason vs Ash" del 2009 (di cui abbiamo già parlato in passato), il dr. Neil Gordon ha un ruolo fondamentale e, se non bastasse, Amanda Krueger, Nancy e altri protagonisti del terzo capitolo cinematografico tornano come spiriti pronti a fermare una volta per tutte Freddy Krueger, dando loro una chiusura non dissimile a quella che troverà nelle stesse pagine Tommy Jarvis quando riuscirà, finalmente, ad uccidere Jason. 
Nonostante il titolo, ossia semplicemente "A Nightmare on Elm Street", nel 1989 uscì anche un adattamento videoludico per Commodore 64 e, nel 1990, per NES. Come tipico per quegli anni, si tratta di un adattamento molto blando e alla lontana di ciò che accade nel film, con particolare attenzione, però, al concetto dei Guerrieri del Sogno, che in quest'avventura saranno dotati di poteri peculiari e dovranno nuovamente mettere fine agli orrori di Freddy. 
Un romanzo che funge da adattamento del film venne pubblicato nel 1987, firmato da Jeffrey Cooper. Il libro, però, adatta la sceneggiatura originale di Craven e Wagner, ignorando la riscrittura di Russell e Darabont, risultando, dunque, parecchio dissimile dal film in alcuni punti. 

Il farmaco introdotto nel film, Hypnocil, riapparirà in "Freddy vs Jason" dove vengono mostrati i suoi effetti collaterali: un uso prolongato può causare, infatti, uno stato comatoso. Tale medicinale farà capolino anche all'esterno del franchise di "Nightmare", venendo usato dal protagonista del film del 2012 "Stitches", al fine di metter fine alle sue allucinazioni riguardanti il killer della pellicola. Anche l'ospedale psichiatrico di Westin Hills verrà citato altrove, nello specifico in una delle registrazioni di Tommy Jarvis nel videogioco di "Venerdì 13" di IllFonic nel 2017, suggerendo che anche il ragazzo ne sia stato paziente, sotto le cure proprio del dr. Neil Gordon, a seguito dei suoi incontri con Jason e dei suoi sogni (ricollegandosi agli eventi del quinto capitolo, "Il terrore continua", da noi precedentemente trattato).
Josh Boone, regista del controverso "The New Mutants" del 2020, trasposizione cinematografica dell'omonima serie fumettistica della Marvel, ha citato "Nightmare 3" tra le principali ispirazioni della pellicola, ironicamente consolidando la relazione tra i mutanti fumettistici e il titolo di Chuck Russell. Inoltre, in un draft originale scritto da Michael Almereyda del fallimentare "Nightmare 6 – La fine", i Guerrieri del sogno avrebbero dovuto tornare, questa volta nelle veci di una sorta di "polizia onirica". 

Per quanto riguarda il merchandise, Freddy Krueger con le sue dita trasformatesi in siringhe, appare come statuina vinyl della linea Funko Pop, così come una delle possibili combinazioni per le mani della figure Ultimate della NECA, dedicata proprio all'aspetto del killer nel terzo capitolo della saga slasher. 

Il cast della pellicola, inoltre, si riunì sia nel 2017 al New Jersey Chiller Theatre Convention, ricreando una delle più iconiche foto promozionali del film, che nel 2019 per una lettura pubblica della sceneggiatura a Los Angeles, con persino Robert Englund present, dimostrando come l'opera sia ancora ricordata non solo dai fan, ma anche da chi ci lavorò. 

FUTURO DELLA SAGA
A seguito del successo del terzo capitolo, Wes Craven propose alla New Line Cinema una nuova idea per un quarto capitolo della saga cinematografica. In questo nuovo film Craven aveva intenzione di utilizzare i viaggi nel tempo attraverso il mondo dei sogni, ma i produttori Sara Risher e Robert Shaye, che fino ad allora avevano appoggiato qualunque idea del regista, scartarono completamente l’idea a favore dell’approfondimento e sviluppo dei Dream Warriors, che era stato proposto dallo scrittore William Kotzwinkle. Questo portò Craven ad abbandonare il progetto e lasciare il quarto capitolo della saga senza un regista e uno sceneggiatore. 

I produttori, pur di avere il film pronto il prima possibile, chiesero allo sceneggiatore Brian Helgeland di scrivere un copione sulla base dell’idea di Kotzwinkle. Alla regia fu invece chiamato Renny Harlin, che si era già messo alla prova nel cinema horror con il film "Prison". Durante le riprese, Harlin e la produzione si resero conto che replicare le atmosfere inquietanti dei primi due film era difficile se non impossibile, pertanto, invece di realizzare un film horror puro, puntarono a creare un film che avesse un’atmosfera sulla falsariga del terzo capitolo.
Nel 1988, esattamente un anno dopo il terzo film, viene distribuito nelle sale cinematografiche "A Nightmare on Elm Street 4: The Dream Master", che verrà distribuito in Italia con il titolo di "Nightmare 4: Il non risveglio". La storia, ambientata un anno dopo gli eventi del terzo capitolo, vede il ritorno di Freddy Krueger che cerca di vendicarsi dei Dream Warriors e il “passaggio” dei poteri di Kristen a un'altra ragazza, Alice Johnson (interpretata da Lisa Wilcox).

Il film fu distribuito negli Stati Uniti su 1765 sale e ottenne un gran successo al botteghino. Fu proprio per questo grande successo che la New Line Cinema puntò a realizzare un quinto capitolo della saga. 

Nel 1989 esce infatti "A Nightmare on Elm Street: The Dream Child", con Stephen Hopkins alla regia. La storia, anch’essa ambientata un anno dopo gli eventi del film precedente, vede un nuovo scontro tra Alice e Freddy Krueger, che stavolta cercherà di attaccarla tramite il bambino che porta in grembo. 
A differenza del terzo e del quarto capitolo, Hopkins puntò a creare un’atmosfera più cupa e gotica sfruttando in moltissime scene l’uso di una fotografia blu. Il film soffrì di problemi di diffusione legati alla Motion Picture Association, che inizialmente classificò il film con il rating X a causa delle scene delle uccisioni di alcuni dei personaggi considerate troppo violente e gore. Questo portò la New Line Cinema a ridurre la durata delle scene e ottenere così dalla MPA la possibilità di distribuire il film nelle sale con il rating R (vietato ai minori). La versione integrale del film fu poi distribuita solo tramite VHS e in formato Laser Disc e attualmente non esiste una versione in DVD o in Blu Ray del film che presenti le scene integrali.

Nonostante queste difficoltà, il film riuscì comunque a ottenere il primo posto come film slasher con maggiori incassi di quell’anno, sebbene non ottenne al botteghino gli stessi risultati dei due capitoli precedenti e fu massacrato dalla critica.

A causa dell’insuccesso del quinto capitolo, la New Line Cinema si rese conto che il personaggio di Freddy non era più appetibile per il pubblico, pertanto venne messo in produzione un ultimo film che potesse porre fine alla saga cinematografica. Alla regia venne chiamata Rachel Talalay, che aveva già lavorato agli effetti speciali del terzo e del quarto capitolo della saga. A differenza dei due capitoli precedenti, che avevano sofferto di tempi di produzione brevi, il sesto capitolo ricevette un tempo di produzione molto più lungo. La sceneggiatura fu rimaneggiata più volte e passò di mano a vari autori (tra i quali possiamo ricordare anche un giovane Peter Jackson) prima di passare a Michael De Luca, che aveva già lavorato al quinto capitolo come sceneggiatore non accreditato. Rachel Talalay decise di aumentare il numero delle scene comiche, che nel quinto film erano andate diminuendo, reinserì un’ambientazione urbana e propose l’eliminazione della numerazione classica che si era seguita per i capitoli precedenti e puntare su un titolo più d’impatto.
Dopo due anni dall’uscita del quinto capitolo, esce nelle sale statunitensi "Freddy’s Dead: The Final Nightmare", giunto in Italia con il titolo di "Nightmare 6 – La fine". La storia in questo caso è ambientata ben dieci anni dopo i fatti accaduti nel quinto film e ha come protagonista John Doe, un ragazzo sopravvissuto all’ennesima carneficina di Freddy che ha perso la memoria e crede di essere suo figlio. La psicologa che lo tiene in cura, Maggie Burroughs, decide dunque di aiutarlo a recuperare la memoria scoprendo però un terribile segreto che la lega a Freddy Krueger. 
Il film ottenne perlopiù recensioni positive da parte della critica e incassò circa 34 milioni di dollari, divenendo così uno, assieme al terzo e al quarto capitolo, uno dei film con maggiori incassi della saga.
Dopo l’uscita del sesto capitolo, Wes Craven rientrò in contatto con la New Line Cinema a seguito di alcune sue dichiarazioni pubbliche in cui affermava di non aver percepito alcun compenso per i diritti d’autore sugli altri capitoli. La casa di produzione decise dunque di fargli riprendere la saga cinematografica e di realizzare un settimo film. A differenza dei capitoli precedenti, Craven aveva intenzione di creare un film celebrativo del primo capitolo che si sarebbe discostato dalla storia che si era seguita fino ad allora. Il personaggio di Freddy, divenuto ormai fin troppo comico e cartoonesco, fu rimaneggiato da Craven, che modificò il suo aspetto fisico facendogli indossare una giacca blu scuro e rendendo il suo iconico guanto molto più simile a una mano artigliata vera e propria.

Nel 1994, esattamente dieci anni dopo l’uscita del primo capitolo della saga, esce "Wes Craven’s New Nigthmare", distribuito in Italia con il titolo di "Nightmare – Nuovo incubo". Il film, giocando sulla meta narrativa, vede Heather Langenkamp che si ritrova ad affrontare il personaggio di Freddy nella vita reale, che si scopre essere un’entità malefica che ha assunto le fattezze del personaggio. Per sconfiggerlo una volta per tutte, l’attrice dovrà interpretare per l’ultima volta il personaggio da Nancy Thompson e entrare di nuovo nel mondo dei sogni.
Nonostante gli elogi da parte della critica, il film riuscì ad incassare al botteghino circa 18 milioni di dollari, rivelandosi così uno dei film più infruttuosi di tutta la saga, sebbene il film ottenne poi maggior successo tramite la distribuzione home video.

Per un ritorno di Freddy nelle sale cinematografiche dovremmo aspettare il 2003, con l’uscita del film "Freddy vs Jason". Il film, che è un semplice crossover che vede Freddy Krueger scontrarsi con Jason Voorhees, è l’ultimo film dove vedremo l’attore Rober Englund interpretare l’iconico personaggio.

Nel 2008 la Platinum Dunes, casa di produzione fondata da Michael Bay, Brad Fuller e Andrew Form, decise di rilanciare la saga avviando la produzione del remake del primo capitolo nella speranza, in caso di successo, di produrre poi nuovi capitoli e rilanciare in toto la saga. Per realizzare il film i tre produttori decisero di seguire la stessa tattica utilizzata per il remake di "Venerdì 13": eliminare tutti gli elementi che avevano reso la saga sempre più comica man mano che è andata avanti e creare un film terrificante. Per questo si decise di riprendere e attuare l’idea originale che Craven aveva sul personaggio di Freddy e renderlo un pedofilo otre che assassino di bambini.

Craven, che aveva completamente ceduto i diritti della saga alla Platinum Dunes, fu completamente escluso dal progetto, cosa che lo lasciò profondamente amareggiato e deluso in quanto, come ha dichiarato in un’intervista del 2009, "A Nightmare On Elm Street" è il film che ama di più, nonché il film per il quale ha speso quasi tutti i risparmi di una vita per realizzarlo. 
Nel 2010 esce "A Nightmare on Elm Street", con Samuel Bayer alla regia. Il film fu distribuito in ben 3.332 sale cinematografiche, divenendo così il film con la più ampia distribuzione di tutto il franchise di Nightmare. Nonostante sia diventato anche uno dei film con maggiori incassi dell’intera saga, il remake fu talmente massacrato dalla critica e dal pubblico che la Platinum Dunes si ritrovò per ben tre anni a non ricevere alcun ingaggio. Questo portò la Platinum Dunes non solo a cancellare i possibili sequel ma anche ad abbandonare completamente la politica dei remake dei film horror e dedicarsi a progetti originali in collaborazione con la casa di produzione Blumhouse.

In questo modo si concludeva, in modo quasi immeritevole, una saga che per quasi tre decenni aveva terrorizzato e infestato i sogni di tanti appassionati.

ARTICOLO DI
Introduzione - Gian Marco Foschini
Pre-produzione - Lorenzo Spagnoli
Le sceneggiature scartate e Influenza culturale - Robb P. Lestinci
Produzione - Sergio Novelli
Trama e Futuro della saga - Maria Teresa
Analisi - Riccardo Farina
Colonna sonora - Gaetano Thanasis Riela
Copertina di Raffaele Terenzio
Illustrazione originale di Cristiano Baricelli
Revisione di Giulia Ulivucci
Coordinazione e organizzazione di Robb P. Lestinci e Lorenzo Spagnoli
Impaginazione di Robb P. Lestinci

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