martedì 17 maggio 2022

X-Files...con i kaiju? - Una panoramica di ''Ultra Q'' (Parte 1)

Se leggete Horror Moth da qualche tempo saprete che qui in redazione siamo appassionati ai limiti del malsano di film di mostri giganti, quelli di Godzilla su tutti. Dunque se siete un minimo familiari col mondo di cineasti, artigiani e tecnici che hanno dato vita al Re dei Mostri e al suo pantheon tra gli anni '50 e gli anni '70 (la cosiddetta Era Showa), avrete quantomeno sentito nominare Eiji Tsuburaya
Questo signore è semplicemente considerato il padre del Tokusatsu (ossia quel genere di film e serie televisive che fanno grande uso di effetti speciali, una forma di intrattenimento popolare fantastico/sci-fi consolidata in Giappone che ruota intorno a kaiju o supereroi mascherati. Un sottogenere del Tokusatsu, che combina tali elementi, è il Super Sentai di cui esempi famosi possono essere Kamen Raider o Power Rangers. Su questo ultimo punto torneremo a breve). 

Classe 1901, Tsuburaya ha lavorato in oltre duecentocinquanta produzioni di genere e rappresenta insieme a Ishiro Honda a tutti gli effetti il co-creatore di Godzilla, avendo realizzato la tuta del primo film e molte altre con le proprie mani. E' stato una figura talmente importante e riconosciuta nel cinema del Sol Levante post Seconda Guerra Mondiale che oggi nella città natale, Sukagawa, sorge un museo in suo onore. E' stato il fautore di personaggi e di mostri talmente influenti da avere superato i confini della sua terra ed essere diventati parte della memoria collettiva contemporanea, a proposito di questo forse ricorderete il Google Doodle che gli fu dedicato nel 2015.
Tsuburaya e la sua troupe sul set
Nel 1963 fondò la casa di produzione Tsuburaya Special Effects Production (ad oggi solo Tsuburaya Productions) trovandosi ad essere contemporaneamente uno dei dipendenti più potenti e rispettati della TOHO e uno dei suoi maggiori competitor, specialmente grazie al celeberrimo show televisivo super sentai Ultraman (1966-1967) che avrebbe generato un franchise infinito. Data l'uscita di Shin Ultraman nelle sale giapponesi lo scorso venerdì, ad opera di Hideaki Anno e Shinji Higuchi già autori del grande Shin Godzilla (2016), ne approfittiamo per parlare di quello che fu il primo lavoro della ''carriera solista'' di Tsuburaya: Ultra Q (1966-1967), una serie TV composta da ventotto episodi che potremmo definire in qualche modo il prologo spirituale della sua opera magna.

Il progetto nelle intenzioni di Tsuburaya sarebbe dovuto essere una serie antologica di tredici episodi che inizialmente doveva intitolarsi ''Unbalance'', ispirata a prodotti statunitensi come Ai Confini della Realtà (1959-1964) o The Outer Limits (1963-1965), con racconti dalle tinte horror e fantascientifiche. Entrò in produzione per mano della Tsuburaya Productions quando fu trovato un network disposto a finanziarla e trasmetterla, cioè il colosso Tokyo Broadcasting System Television, che però convinse il produttore esecutivo Tsuburaya a concentrarsi di più sui mostri dato che stava decollando il ''Kaiju Boom'' degli anni '60 e il pubblico, specialmente i bambini, era particolarmente attratto dai film di Godzilla e di Gamera.
Per quanto riguarda il titolo si optò per la parola ''ultra'' data la popolarità della strategia informale denominata Ultra-C, utilizzata dalla squadra di ginnastica olimpica giapponese nei Giochi della XIX Olimpiade a Città del Messico; ''Q'' invece stava per ''question'', domanda. 

Le lavorazioni iniziarono ufficialmente nel 1964 e il primo episodio sarebbe stato trasmesso il 2 Gennaio 1966, girato in bianco e nero in 35 mm. Nonostante i grandi limiti produttivi fu la serie televisiva giapponese più costosa prodotta fino a quel momento. La serie sarà resa disponibile anche in versione colorizzata nel 2013 per l'edizione home-video in blu ray.
Il prodotto finale vede un cast corale di tre protagonisti: l'avventuroso pilota Jun, il suo assistente e linea comica Ippei e la giornalista Yuriko, a formare il trio che si imbatterrà volta per volta in mostri giganti, alieni, fenomeni paranormali ecc. Inoltre spesso appariranno delle guest star, volti noti del cinema giapponese di allora. A fare breccia nel cuore degli spettatori, però, più che i personaggi umani saranno diversi mostri che diventeranno tanto iconici da tornare nelle future produzioni della Tsuburaya.

Prenderemo in considerazione sei episodi appositamente selezionati per dare un'infarinatura generale su quella che è la natura di questo telefilm, e cosa ha rappresentato per la cultura pop giapponese. Sei episodi che mettono in risalto la poliedricità, i guizzi, la follia e le grosse ingenuità del primo esperimento di Eiji.
La serie si apre con una tradizionale storia di mostri giganti condensata nel minutaggio di venticinque minuti grazie a ritmo e montaggio serrato, probabilmente perché rappresentava un colpo sicuro per la casa di produzione che già aveva esperienza in questo campo di gioco; il tutto con dei titoli di testa degni di nota, ben girati da Hajime Tsuburaya (il figlio maggiore) e ben musicati, che ci accennano dei dettagli minacciosi del mostro protagonista dagli occhi, alle zanne, alle possenti zampe, alla coda. In un cantiere dove si scava per realizzare la galleria di un treno tra Tokyo e Osaka i lavoratori si imbattono in una caverna sotterranea, dalla quale dissotterrano un oggetto misterioso. Jun, Yuriko e Ippei vengono inviati sul posto a seguire la situazione, i primi due si avventurano all'interno del sito di scavo in cerca di altri indizi, mentre il terzo rimane in superfice. Poco dopo un giovane ragazzo appassionato di paleontologia giunge alla conclusione che l'oggetto in questione non sia altro che un uovo risalente al Paleozoico, in maniera abbastanza arbitraria e senza che nessuno si ponga troppe domande in merito.  Nel mentre, continuando a scavare, la squadra incontra anche il terribile mostro Gomess (in modo abbastanza comico, con una scavatrice che lo colpisce in pieno da un momento all'altro, scatenando la sua ira). A questo punto anche Jun e Yuriko si trovano faccia a faccia con Gomess e, non avendo altra scelta, scappano verso l'uscita della gola inseguiti dalla creatura. Ippei e il ragazzo vengono ad apprendere una leggenda locale secondo cui l'uovo apparterrebbe al leggendario uccello Litra e quando verrà riportato alla luce comporterà il risveglio del suo nemico naturale che distruggerà il mondo, l'unico in grado di contrastarlo sarà Litra stesso. Gomess giunge in superfice e inizia ad attaccare il cantiere, inciampando su sé stesso un paio di volte, nel mentre il gruppo si è ricongiunto e cerca di scaldare l'uovo per accellerare il processo di schiusa. Così nasce Litra, sicuramente l'effetto più dozzinale e meno riuscito, e tra i due titani inizia un violento scontro che si concluderà con la triste morte di entrambi, uno accasciato sull'altro. Già abbiamo parlato dell'importante ruolo che Tsuburaya rivestiva in TOHO, motivo per cui il costume di Gomess è stato creato modificando quello di Godzilla visto nei film Mothra vs Godzilla (1964) e Ghidorah! Il Mostro a Tre Teste (1964). Anche Litra è stato realizzato a partire da delle componenti del mostro Rodan. Oltretutto la tuta di Gomess viene indossata da Haruo Nakajima, storico stuntman interprete di Godzilla.
Una notte la solita compagnia (stavolta allargata) è di ritorno da una festa. Durante una breve sosta, però, Ippei e un amico finiscono accindentalmente in un profondo pantano rischiando di annegare. Vengono salvati per un pelo e hanno bisogno di riscaldarsi così il gruppo si reca presso l'unica abitazione nei paraggi, una gigantesca villa in mezzo alla palude. La casa sembrerebbe disabitata, eppure una sola delle tante finestre è illuminata. Una volta entrati la trovano totalmente abbandonata e piena di ragnatele, perfino la famosa finestra non è altro che una stanza che affaccia al faro lì vicino. Mentre Ippei e l'altro ragazzo cercano di scaldarsi al camino, Jun ricorda la vecchia storia di un barone che dimorava in una simile residenza ed era appassionato di ragni che teneva come animali domestici. Un giorno la figlia del barone venne punta da una delle sue tarantole e, nella disperazione, scappò verso la palude circostante dove annegò. La ragazza sarebbe riemersa dalle acque rinata come un gigantesco ragno, portando il padre alla follia. C'è chi viene suggestionato dalla storia di Jun e chi meno, in ogni caso nel luogo in cui si trova la comitiva aleggia un brutto clima. Ben presto i ragazzi verranno aggrediti da due enormi ragni, scoprendo loro malgrado di essere capitati proprio nella casa del barone. A seguito di una fuga rocambolesca e di violente colluttazioni riusciranno a ucciderli entrambi e a scappare. Nel finale la villa crolla su sé stessa e prende fuoco in seguito alla morte dei due ''residenti'', il tutto accompagnato da queste parole evocative: Si teme che il ragno sia il messaggero del diavolo. C'era una triste storia di un umano che si trasformò in ragno, la ragione per cui attaccava gli uomini potrebbe essere la sua speranza di tornare un giorno ad essere uno di loro...se incontrate un ragno nell'oscurità, per favore, lasciatelo in pace... Decisamente l'episodio più horror tra quelli che vedremo in questa occasione, quasi una leggenda di yōkai, quello dal gusto più squisitamente raccapricciante e con una grande atmosfera, infatti si concede dei movimenti di macchina più arditi, dei tempi vagamente più dilatati (sempre nei limiti del minutaggio) e una direzione fotografica più ricercata. Promossi anche lo stile gotico dell'ambientazione, il bel modellino della casa infestata nel cuore della palude e i ragnoni, molto efficaci nella loro semplicità. Unico elemento abbastanza ambiguo è il verso, non particolarmente minaccioso, che gli è stato attribuito.
Si torna al classico sci-fi con l'episodio che tra i tre si apre nel modo più scoppiettante, con un astronauta di ritorno da Saturno verso la Terra (rigorosamente privo di casco all'interno della navicella spaziale) che scopre un materiale non identificato attaccato alla nave, e di avere esaurito il carburante tanto da andare in totale over acting. L'astronave si schianta in mare, causando la morte del pilota, dunque Jun e Yuriko si recano sul posto. Qui Jun scopre un misterioso essere della forma e dimensioni di un palloncino, che decide di portare con sé a Tokyo per farlo esaminare. Col tempo l'essere continua a crescere e a consumare le fonti energetiche e il carburante che lo circondano, arrivando a ferire gravemente Ippei per le proprie dimensioni smisurate. La creatura è diventata un mastodontico blob (che viene ribattezzato dai giornali con l'intimidatorio nome ''Baloonga'') e adesso fluttua sul cielo di Tokyo per dissipare quanta più energia possibile, costringendo la città a spegnersi completamente per non continuare ad alimentarlo. Yuriko comincia ad indagare, scoprendo che anni prima uno scienziato era già entrato in contatto con una piccola parte di questo materiale alieno e lo aveva studiato. La giovane si mette sulle tracce dello studioso, preoccupata per l'amico Ippei che (come tante altre persone) ha bisogno di essere operato d'urgenza e, senza energia elettrica a disposizione degli ospedali, rischia la vita in un inaspettato risvolto drammatico. Rintracciato il vecchio professore (che giustamente gira portando sempre un palloncino con sé), si viene a scoprire con un colpo di scena che l'astronauta schiantatosi recentemente non fosse altri che il figlio. Questo scienziato è un personaggio ambiguo che continua ad apparire casualmente nel corso della puntata e serve più che altro a fornire degli spiegoni, ma conferisce al racconto anche molta di quella filosofia tipica dei kaiju eiga TOHO del periodo; non vede Baloonga come un mostro ma come una calamità naturale, un messaggero divino, il vero mostro è la metropoli di cui si nutre. Rassegnatosi all'invicibilità della creatura, il dottore suggerisce come ultimo tentativo per salvare l'umanità di detonare un missile nucleare al di fuori dell'atmosfera terrestre. Così facendo, per qualche motivo, si genera un sole artificiale che attira a sé Baloonga allontanandolo dalla civiltà.
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sabato 14 maggio 2022

Godzilla contro i Robot (o come un Mecha ridiede un'anima a Godzilla)

Lo scorso anno, nelle sale, abbiamo assistito al nuovo capitolo del franchise di Godzilla della Legendary, Godzilla vs Kong, con l’introduzione di Mechagodzilla nella continuità narrativa. Il robot gigante, in realtà, è apparso per la prima nel 1974, e non aveva niente a che fare con Ghidorah. O con la tecnologia umana.
Godzilla contro i robot (o Godzilla vs Mechagodzilla), l’ultimo film della serie diretto da Jun Fukuda è, senza ombra di dubbio, il miglior film di Godzilla degli anni 70, uno dei più influenti e rispettati, dal momento che è stato l’introduzione dell’iconico Mechagodzilla, probabilmente il nemico più famoso di Godzilla dopo King Ghidorah. Il film introduce anche un altro kaiju ben noto e amato, King Caesar (Re Sisar nel doppiaggio italiano), mentre è stato l’ultimo film per circa 30 anni per uno dei personaggi ricorrenti del franchise, Anguirus (Angilas in Italia). I film hanno avuto un budget più grande della maggior parte delle pellicole precedenti dal momento che è stato una specie di celebrazione del ventesimo anniversario del Re dei Mostri e gli sforzi sono stati per questo evidenti.

Una profezia a Okinawa racconta di un mostro feroce che proverà a distruggere il pianeta Terra, ma sarà fermato da due eroici mostri. Tutto sembra essere vero quando Godzilla attacca il Giappone e anche il suo amico e alleato Anguirus, facendo iniziare quella che sembrerebbe un’inesorabile marcia per distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino. Chi potrebbe fermarlo questa volta? I due eroi si faranno vivi? Godzilla è veramente malvagio?
Inaspettatamente, la trama di questo film è abbastanza complessa e ben elaborata, con numerosi piccoli dettagli ed elementi che ritornano in seguito, dando un senso di compiutezza. Se un film di Godzilla è in grado di somigliare anche lontanamente a Kaufman, significa che è proprio un gran bel film di Godzilla. La profezia è interessante, il mistero c’è, la tensione anche. Ogni personaggio principale è, più o meno, piacevole e alcuni di loro sono anche approfonditi abbastanza bene. Probabilmente, il personaggio più interessante fra quelli portati sulla scena è quello interpretato da Shin Kishida, il misterioso e schivo Nanbara.

La parte umana è intrigante e ben scritta, con una premessa solida e con una posta in gioco alta. Ma la parte dei mostri è veramente degna? Certo! Ogni costume è sicuramente migliore di quelli finora visti, con quello metallico di Mechagodzilla come punta di diamante: è decisamente un design ben strutturato, non troppo irrealistico, e i suoi movimenti, abbastanza fluidi, sono basati su quelli cerimoniali del teatro Kabuki, donando al mostro una dimensione aggiuntiva di spessore.
Illustrazione originale di Mars
I combattimenti sono brutali, a volte anche difficili da guardare: la mascella di Anguirus viene rotta alla King Kong ed è abbastanza sanguinoso e disturbante, ma il punto più alto in quanto a gore si ha quando Godzilla viene colpito dalle dita-missile di Mechagodzilla nonostante stesse già perdendo sangue dal collo. Il tutto risulta abbastanza disturbante nel complesso.

I costumi e il trucco degli alieni, verosimilmente ispirati a quelli de “Il pianeta delle scimmie”, non sono il massimo, ma neanche il peggio che si poteva avere negli anni '70 quindi, ripensandoci, è giustificabile seppur certe volte sembri ridicolo.
La colonna sonora è a livello mentre la fotografia è molto colorata e si adatta alle scene.  Anche alcune transizioni sono degne di nota: sia quelle più semplici che quelle complesse.

L’unica cosa che non riesco a togliermi dalla testa è perché, nella profezia all’inizio, si può vedere (e sentire) King Ghidorah anche se non è assolutamente parte del film. È stato un modo per proiettare in avanti gli spettatori o un semplice e banale errore dovuto alla loro volontà di usare solo scene d’archivio invece di girarne di nuove? Forse non lo sapremo mai.

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ILLUSTRAZIONE ORIGINALE DI MARS
TRADUZIONE DI GIULIA ULIVUCCI

mercoledì 11 maggio 2022

Tra gli oscuri corridoi di Black Mesa (Recensione "Half-Life: Echoes")

Half-Life e Portal sono senza dubbio due delle serie videoludiche più famose in assoluto: testimonianza di ciò è l’innumerevole numero di mod create per questi giochi; alcuni dei titoli più popolari sono Portal: Prelude per Portal, Portal Stories: Mel per Portal 2 e, originariamente, anche Black Mesa e The Stanley Parable per Half-Life 2. È importante notare che le mod single player per il primo Half-Life, sebbene siano in numero comparabile o persino maggiore rispetto a quelle per i capitoli successivi della serie, sono generalmente di qualità inferiore e presentano pochi titoli che si distinguono particolarmente dagli altri. Una delle poche eccezioni è Half-Life: Echoes, gioco pubblicato nel 2018 e sviluppato da un singolo sviluppatore indipendente: James "MrGnang" Coburn.

Echoes vede il giocatore impersonare uno degli innumerevoli scienziati del complesso di ricerca di Black Mesa durante un normale giorno lavorativo che, come prevedibile, è bruscamente interrotto dalla cascata di risonanza causata da Gordon Freeman in Half-Life e, quindi, dalla conseguente invasione aliena. Lo scopo del protagonista è, naturalmente, quello di fuggire da Black Mesa avvalendosi, laddove possibile, anche dell’aiuto di altri scienziati e delle guardie di sicurezza. Alla luce di ciò si potrebbe pensare che la trama del gioco non sia altro che un semplice retelling della storia di Half-Life da un altro punto di vista, idea già vista e rivista in OpposingForce, Blue Shift e Decay; in realtà l’intreccio è arricchito da riferimenti a capitoli successivi della serie che tentano di chiudere alcuni punti della trama generale di Half-Life lasciati in sospeso e chiarire alcuni aspetti dei sequel, lasciati originariamente senza spiegazione.

Pregio di cui Echoes si può fregiare è senza dubbio la sua atmosfera: con i suoi ambienti cupi e surreali, elaborate sequenze scriptate (tenendo conto dell’età del GoldSrc, il motore grafico di Half-Life) e interazioni con gli altri personaggi, il gioco riesce a catturare la perfetta commistione di horror, azione e commedia che caratterizzavano Half-Life e che le sue espansioni e, secondo alcuni, anche i suoi sequel avevano perduto.

Altro contributo all’atmosfera è dato dalla colonna sonora composta da tracce di musica royalty free (come prevedibile dal budget nullo del gioco) di Kevin MacLeod. Nonostante non si tratti di tracce originali, queste fungono da perfetto complemento agli ambienti di gioco e alle situazioni proposte al giocatore, sia ciò frutto di un pero caso o, più probabilmente, di una scelta studiata delle suddette tracce.

Il combattimento risulta pressoché immutato rispetto al gioco originale: il giocatore avrà a disposizione l’arsenale di Half-Life e questo funzionerà esattamente allo stesso modo. Il gameplay è però arricchito da puzzle più elaborati che spingono al limite le capacità del motore fisico del GoldSrc, testimonianza dell’immenso impegno di Coburn nello sviluppo di questo gioco.

Oltre agli alieni già presenti in Half-Life, il giocatore si troverà ad affrontare alcuni nuovi nemici, quali delle varianti più resistenti degli Alien Grunt e Mr. Friendly, un alieno originariamente tagliato nelle fasi di sviluppo di Half-Life. Allo stesso modo fa la sua comparsa Kingpin, un altro nemico tagliato dal gioco originale, che nella mod ha invece il ruolo di alleato del protagonista.

Echoes esibisce anche un’incredibile cura nel design degli ambienti di gioco: Black Mesa, che in Half-Life appariva chiaramente progettato come ambientazione di un videogioco, ha ora una layout semi realistica rendendolo più simile a un vero complesso di ricerca quale dovrebbe essere; tale elemento, sebbene sia benefico per l’immersione del giocatore, può però rappresentare un problema nel gameplay, in particolare nelle svariate sezioni di gioco in cui il protagonista si trova ad affrontare molti nemici in grandi spazi aperti, situazione che può risultare spesso difficile da gestire e a causa dell’elevato numero di attacchi nemici provenienti da molteplici direzioni che io giocatore dovrà evitare.

È possibile però muovere un’importante critica a Echoes, relativa alla scelta di utilizzare il modello 3D di Half-Life 2 per il G-Man. Tale scelta, volta a far risaltare il personaggio e a farlo risultare alieno, di nome e di fatto, al contesto in cui si trova, ha però il risultato di rendere più comiche che inquietanti le scene in cui appare il G-Man, anche se da un certo punto di vista si potrebbe dire che ciò contribuisca allo charme del gioco.

In conclusione Half-Life: Echoes è forse una delle migliori mod di Half-Life che, se fosse stata pubblicata tra il 1998 e gli inizi degli anni 2000, sarebbe stata difficilmente distinguibile da un’espansione ufficiale per il gioco, pertanto consiglio vivamente a tutti gli appassionati della serie di provarla.

Potete scaricare Half-Life: Echoes su Mod DB

Sul sito potete leggere gli altri articoli sulla serie di Half-Life

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