sabato 1 agosto 2020

L'Horrorcore rinasce in Sardegna tra esoterismo e metal (Intervista a DubZenStep)

Abbiamo già ospitato DubZenStep in passato, intervistandolo circa il suo primo album The Suicide Box (che potete ascoltare da noi). Il 2020 è stato, però, un album pieno di novità per l'artista sardo, a partire dal suo nuovo album, Inner Circle. Ma lasciamo parlare lui.

Q: Dopo Joe Meredith anche tu sei tornato sul sito in occasione del tuo nuovo album. Cosa è cambiato da allora? 
A: Ciao Robb, un piacere essere di nuovo qua. Da “The Suicide Box” son cambiate talmente tante cose che potrei scriverci un volume a parte, sul serio. Ci son stati eventi che hanno inciso sulla nascita di Inner Circle, eventi per i quali ho accumulato rabbia, nevrosi e angoscia che ho convertito in musica, letteralmente. Inoltre c’è stata una pandemia di mezzo che ha aiutato a scrivere una buona parte dell’album. Ho scritto quest’album con uno spirito diverso, forse addirittura più nero, rispetto a TSB.
Q: Inner Circle è un album sicuramente più maturo rispetto al precedente e le influenze metal sono sempre più evidenti: puoi raccontarci lo sviluppo di questo nuovo disco? 
A: Ho scritto e sviluppato questo lavoro in modo discontinuo, ma comunque in due macro fasi: pre-quarantena e quarantena. Due periodi diversi nel quale ho ascoltato e soprattutto letto cose diverse e in grandissima quantità. In questo lavoro c’è tantissimo malessere e tantissima Sardegna, quella antica e occulta che sta fuori dai teleschermi. Molti testi sono il frutto di letture e studi personali, come per esempio Julia e Accabadora. Ma non solo: nell’album i maggiori protagonisti sono la morte e il Diavolo, presenti ossessivamente in ogni traccia e ispiratori diretti dell’album, romanticamente parlando.
Elencare tutte le influenze musicali sarebbe un’impresa titanica, ma mettiamola così: ho cercato di far convergere un sound duro e distorto con dei testi rap ragionati, tecnici e con un senso compiuto, almeno per me. 

Q: In "Brenda" vi è un curioso feat, quello con White Lupara, il tuo altro pseudonimo musicale, perché questa scelta di non collaborare con un altro musicista?
A: Tecnicamente “Brenda” doveva essere un pezzo per White Lupara, lo si può intravedere dal riff principale, dal ritornello e dall’outro. All’inizio doveva essere un brano Post/Math Rock, pesantemente influenzato da “Millions Now Living Will Never Die” dei Tortoise e da Il Vile” dei Marlene Kuntz, due pietre miliari assolute per me. A un certo punto però, mentre sperimentavo, ho stravolto il lavoro e ho creato quella strumentale scrivendo contestualmente anche il testo di Brenda. Pian piano quindi il brano ha preso forma e White Lupara e DubZenStep si sono incontrati e fusi indissolubilmente. È in quel momento che è nato il feat con me stesso. Può sembrare strano, ma per come vivo interiormente i due progetti ha perfettamente senso (ride).
Q: A questo punto parliamo di White Lupara (di cui il primo EP è ascoltabile in streaming qui sul sito), altro tuo progetto: come nasce e quali progetti sono in serbo? 
A: Bella domanda. White Lupara è il mio lato più acustico, intimo e metafisico, musicalmente parlando. Non ti saprei dire nemmeno quando è nato di preciso, ma ho scritto l’EP omonimo contestualmente a TSB. Ho composto tutti quei brani in momenti di totale isolamento e, anche se sembra che parlino d’amore, trattano tematiche legate alla psicologia. Il tema ricorrente, ben nascosto tra le righe, è il rapporto tra ciò che siamo esternamente e la nostra interiorità. Ognuno di noi è un fottuto bugiardo del cazzo che recita una parte. Ci facciamo un culo così per crearci un’immagine “da vendere” agli altri, indossando una maschera per l’appunto, ma in realtà siamo tutt’altro. E la coscienza ogni tanto ce lo ricorda anche se a noi non piace. Carl Gustav Jung riflettendoci bene è un ispiratore involontario dell’album. 
Al momento non ho nessun album in programma e non so se mai ne farò un altro, ma ho parecchio materiale su cui lavorare. Su White Lupara ci sarebbe un casino di roba da dire, tipo sulla scelta del nome, sulla copertina dell’album, sulla storia di ogni brano e sulle influenze musicali, ma magari ne parliamo nella prossima puntata.

Q: Ultima Pregadorìas e Præphica sono due tracce black metal assolutamente folli, del tutto inaspettate in un album rap, ma più che gradite: ce ne puoi parlare? 
A: Questi due brani sono frutto di tanto  Black e Drone Metal e sono stati concepiti mentre facevo delle ricerche inerenti al lato più oscuro ed esoterico della Sardegna antica. L’unione di questi fattori ha fatto sì che nascessero quelle due tracce, che potrebbero essere prese per degli specie di skit, ma in realtà non lo sono. Sono parte integrante del processo creativo che mi ha portato a definire Inner Circle. I testi sono in lingua sarda e il sound è volutamente grezzo e, se vogliamo, disturbante, ai limiti dell’orecchiabile. Sono brevi, intime e nevrotiche e hanno odore di morte. Digrignavo i denti mentre le producevo.
Q: "Julia" è forse il cavallo di battaglia del tuo album, se ne sta parlando nel web ed è sicuramente uno storytelling forte e ben realizzato: qual è la vera storia della strega di cui narri? Come è nata l'idea di narrarne la storia?
A: Vengo da un posto per certi versi oscuro e dimenticato da Signore, ma allo stesso tempo pieno di storia e storie da raccontare, tra cui quelle dell’Inquisizione spagnola in Sardegna. Il brano si ispira a una di queste, quella di Julia Carta (il vero nome della protagonista), una strega proveniente dal mio paese la cui storia processuale tra le maglie dell’inquisizione è durata un decennio. L’idea di scrivere Julia è nata dopo aver letto un bellissimo libro del professor Tomasino Pinna al riguardo nel quale, tra l’altro, vi è tra la trascrizione e la traduzione degli atti processuali. È una storia assurda piena di dettagli macabri e demoniaci che raccontano un periodo perverso e buio della mia terra. Cercare di riassumere questa storia con tutti i suoi elementi non è stato facile. Nella storia originale lei scampò al rogo e di lei non si seppe letteralmente più nulla, mentre io ho riadattato il finale rendendolo più teatrale.

Q: C'è qualche altra leggenda sarda di cui vorresti parlare in tuo pezzo? 
A: Certo! Non saprei da dove partire da quante ce ne sono! Ho buttato giù un’idea per un pezzo che parla del “riso sardonico” unito alla pratica del geronticidio durante l’età nuragica. Una roba assurda e violentissima. Fatti un giro su internet per scoprire di cosa sto parlando. Al momento sto facendo ricerche al riguardo per avere un quadro rigoroso e affidabile. Un giorno magari ne parlerò su questo sito.
Q: Ritagliamoci un angolino anche per parlare del tuo Quarantena Freestyle, sicuramente degno di nota ed uno dei pochi originali tra i tanti stornati, ottimo esempio della tua metrica: ce ne puoi parlare?
A: Quella roba la mi fa incazzare. Ho fatto il Quarantena Freestyle prima che la scena mainstream lanciasse la challenge del Covid Freestyle, vatti a vedere le date (ride). Comunque a parte gli scherzi, era appena iniziata la quarantena e quel giorno ho aperto il progetto di quel beat dopo mesi. Una strumentale prodotta e dimenticata nei meandri del PC. Sta di fatto che quel pomeriggio ho iniziato a cazzeggiarci su, e tra una cosa e l’altra, dopo qualche ora avevo il brano finito tra le mani, registrato e caricato su web. Tutto di getto, non me ne sono nemmeno accorto. 

Q: Parliamo della parte tecnica ora: le basi come sono state composte, specialmente nelle parti con i samples di canti? Come scrivi i testi e come consiglieresti a chiunque di approcciarsi alla scrittura rap/musicale? 
A: In genere non seguo nessun tipo di regola quando compongo e mi lascio andare totalmente. Ho la fortuna di avere un po’ di attrezzatura e passo molte ore a suonare, registrare e campionare suoni. Quando qualcosa mi suona bene, sviluppo la strumentale intera assieme al testo ed è così che nasce un brano solitamente. È un’alchimia strana: compongo, scrivo, suono e registro tutti gli strumenti da solo e produrre una traccia è un po’ come trovare l’equilibrio. Una sorta di meditazione nel quale bisogna dosare ogni ingrediente con sensibilità. Tra questi ingredienti appunto ci sono i samples di voce che faccio con una loop station. Per questo motivo io sono assolutamente contrario al comprare beats plastici da sconosciuti e rapparci sopra due puttanate: ogni strumentale per me deve avere una storia e ciò incide anche sulla scrittura del testo.
Un consiglio che mi sento di dare? Non avere paura di esprimersi artisticamente ed essere se stessi. Inoltre ogni buon testo nasce da una buona knowledge. Leggere e ascoltare molta musica secondo me stimola la creatività, fa evolvere lo stile ed il linguaggio, ma soprattutto aumenta la sensibilità musicale. Quest’ultima è un fattore molto importante.
Q: Ultima domanda: ora che ci sarà? Come evolverà DubZenStep in futuro?
A: Ho moltissime idee in testa, ma al momento la mia vita è talmente incasinata e incerta che non so dirti nulla circa il futuro del progetto. Per adesso sono alla ricerca di musicisti con la mia mentalità per suonare un po’ in giro per l’Italia nel 2021 e spero tanto di riuscirci.

INTERVISTA DI
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