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sabato 15 febbraio 2020

La bambina nella ghiacciaia - Fantasmi made in Italy

Da piccolo sentivo sempre parlare di una storia che riguardava una bambina, scomparsa nella ghiacciaia di un castello, che si dicesse avesse gli occhi e i capelli  azzurri. Sto parlando della leggenda italiana di Azzurrina, che prende atto nel castello di Montebello durante il Medioevo. Essendo passati tre secoli tra l’accaduto e la prima trascrizione della storia per mano di un parrocco su un documento chiamato “Mons belli et Deline” (Montebello e Adelina), la storia presenta differenti versioni e alterazioni, tanto che si è addirittura incerti sul nome della bambina e anche sulla sua esistenza effettiva. 
Particolare della copertina del libro "Azzurrina di Montebello" di Leo Farinelli
Partiamo col raccontare la leggenda in grandi linee: Guendalina (o Adelina) nacque nel 1370 con una caraterristica particolare, ossia era albina. Durante quel periodo essere albini significava avere a che fare col demonio e con la stregoneria in generale, e così i genitori, di cui il padre si chiamava Ugolinuccio ed era il feudatario di Montebello, per prottegerla la tennero sempre in compagnia di due guardie, non la facevano mai uscire fuori dalla zona del castello e le tingevano i capelli con una tinta nera, ma poichè i capelli degli albini non trattiene il pigmento essi presero una colorazione azzurrina, da cui proviene il nomignolo. Il 21 giugno 1375, il giorno del solstizio d’estate, ci fu un temporale che impedì ad Azzurina di giocare fuori con la sua palla fatta di stracci così dovette giocare all’interno del castello, ovviamente sorvegliata dalle guardie. In un momento di distrazione di quest’ultime, la bambina perse la palla nella ghiacciaia del castello e andò a cercarla, non tornando mai più. Si dice che ogni cinque anni dall’anno dell’accaduto, il 21 giugno si possa sentire Azzurrina mentre chiama sua madre, o addirittura i suoi lamenti e il suo pianto.
Nel 1990 il castello venne aperto come museo, ma la leggenda aveva spinto le persone a registrare cosa succedesse nella ghiacciaia durante il 21  giugno, facendo una scoperta raccapriciante: grazie alle apparecchiature acustiche professionali, si poterono sentire diversi suoni, tra cui dei tuoni e la voce di una bambina che chiama sua madre. Nel 1995, sempre nello stesso giorno, si eseguirono altre registrazioni e avvenne sempre la stessa cosa, ma questo vale anche per il 2000 e il 2005. Che sia effettivamente la voce della povera anima della bambina? Potete giudicarlo voi stessi visitando il museo, in cui la guida vi farà ascoltare le registrazioni effettuate nella cantina.
Presunta fotografia del fantasma della bambina scattata da Mattia Mascagni
Secondo alcuni approfondimenti e teorie, Azzurina non era mai stata albina ma semplicemente bionda, abbastanza strano considerato che i genitori erano entrambi castani. Infatti, alcuni voci dicevano che la madre di Azzurrina tradì suo marito col capitano delle guardie, Hubert Jean Joseph, il quale capitava essere biondo; Ugolinuccio spesso diveniva dubbioso sulla sua paternità, ma la moglie insisteva nel dire che non l’aveva tradito.  Imbarazzato dal colore dei capelli della loro stessa figlia che rappresentava il probabile tradimento della moglie, il padre non la fece mai uscire dal castello per paura delle dicerie delle persone e le fece tingere i capelli con una tinta ricavata dal Guado, che dava un colore azzurro, per poi farglieli tagliare corti e coprire con un copricapo. Riguardo al giorno della misteriosa scomparsa, non è da escludere che sia stato lo stesso Ugolinuccio a mandare un sicario per uccidere la figlia nella ghiacciaia – o addiritura, mandando le due guardie che la sorvegliavano, alle quali la bambina si era affezzionata, per poi giustiziarli per mantenere il segreto. Come tutto il resto della storia, non si hanno prove concrete per convalidare queste supposizioni. Inoltre, c’è gente che afferma si possa sentire il rumore di una palla rimbalzare, ma c’è da tenere conto che la palla con cui Azzurrina stava giocando era fatta di stracci, quindi non in grado di rimbalzare. Insomma, esistono parecchie cose che non tornano, ma svelare ogni mistero legato ad Azzurrina tolga il mistero e il fascino che questa leggenda è in grado di dare alle persone, che riesce sempre ad intrigare e a incuriosirle.
La tragica storia del fantasma che infesta il castello ha interessato sia musicisti che registi. La band Evenoire ne dedicò una canzone, “Azzurina” mentre il regista Giacomo Franciosa  dirisse un film chiamato “Il Castello di Azzurina”. In breve, la storia del film parla di una coppia di sposi che decide di passare una notte dentro al castello di Montebello dopo la chiusura, ritrovandosi assieme con altre due persone decise di risolvere il mistero dietro queste registrazioni. Cosa ancora più interessante, il film, nonostante il film sia pronto già dal 2015, non è mai uscito nelle sale e non ci sono più aggiornamenti sulla pagina Facebook da ormai due anni, ma il pubblico continua a rimanere fiducioso nel vedere la trasposizione cinematrogafica della leggenda.
Articolo di Thanasis Gaetano Riela, revisione di Robb P. Lestinci

mercoledì 5 febbraio 2020

Bloody Mary - Dalla leggenda al cinema ed il videogioco

“Bloody Mary... Bloody Mary... Bloody Mary!”
Queste sono le uniche parole che servono ad eseguire uno dei rituali più famosi di sempre: sto ovviamente parlando di Bloody Mary, presubilmente diffuso tra gli anni sessanta e settanta, ma quanto sappiamo veramente di questa leggenda metropolitana e del misterioso spettro che infesta gli specchi, protagonista di questa leggenda?
"Bloody Mary" (USA, 2006), regia di Richard Valentine
Non tutti sanno che non esiste solo una versione della leggenda, infatti ce ne sono molteplici e molte anche totalmente diverse tra loro, collegate solamente dal nome e dalla presenza di uno specchio. Una versione riguarda una bellissima donna che amava ammirarsi allo specchio, ma un giorno ebbe un terribile incidente che le sfigurò completamente il viso, e per paura di vedere il suo nuovo aspetto, decise di non specchiarsi mai più.Passò il tempo ed essa divenne sempre più curiosa e un giorno andò diffronte a uno specchio e si vide, rimanendone così distrutta che riuscì ad entrare dentro lo specchio per cercare il suo vecchio volto. Una cosa interessante è che alcune persone teorizzano che la Bloody Mary di questa versione sia una metafora per la pubertà: la paura mischiata con la curiosità di Mary nel vedere il suo nuovo aspetto è riconducibile alle ragazzine che notano i cambiamenti del loro aspetto per via di questa fase delle loro vite.

Un’altra versione narra di una giovane malata di Difterite che cadde in un coma profondo e il padre, convinto che fosse morta, decise di seppelirla. Ma la madre, fiduciosa che ci fosse ancora speranza per la sua amata figlia, legò al polso di Mary un filo legato a una campanella posta fuori dalla bara: se il campanellino avesse suonato, avrebbe significato che Mary era ancora viva. Durante la notte, la madre rimase fuori tutto il tempo e suo marito, preoccupato che le venisse qualcosa per via del freddo ma incapacitato di farla rientrare in casa, le diede un sonnifero. Il mattino seguente, i genitori della ragazza trovarono il campanellino per terra, realizzando che la loro amata figlia era in verità viva. Iniziarono a scavare ma ormai per la povera Mary non c‘era più niente da fare: era morta d’asfissia mentre  cercava di grattare via la superficie del coperchio della bara con le proprie unghie, insanguinate e rotte nel tentativo. Il giorno dopo, il padre venne trovato morto nel bagno diffronte allo specchio con un espressione di puro terrore, causato da qualosa che aveva visto nello specchio. 
"Ghost Whisperer", stagione 3, episodio 2, "Don't Try This at Home" (USA, 2007), regia di Ian Sander
Ci sono molte altre versioni diverse della leggenda o del rituale, ad esempio in una Mary è una madre che uccise il suo bambino (nel rito bisogna dire “Bloody Mary, I killed your baby”); in un altro ancora Mary è una donna sospettata di stregoneria uccisa davanti ad uno specchio. Il rituale invece non presenta variazioni così pesanti, infatti in qualunque versione bisogna essere in un bagno buio con solo alcune candele per far luce, e pronunciare una frase che varia in alcune versioni tre o tredici volte  (se non dovesse funzionare, bisogna ripeterle nuovamente facendo dei giri su noi stessi). Insomma, di storie legate a questa leggenda ce ne sono a bizzeffe, ma tutte presentano un elemento in comune: lo specchio.

Lo specchio è considerato una sorta di portale per spettri e demoni dell’aldilà, ma è anche un oggetto di divinazione nel quale si possono percepire visioni e informazioni sul passato, presente e futuro. Non a caso si teorizza che la leggenda nacque da un altro rito più vecchiotto (circa gli inizi del XX secolo), nel quale delle giovani fanciulle salivano, al buio, le scale all’indietro tenendo in una mano uno specchio e nell’altra una candela accesa. Dopo aver fatto ciò, nello specchio appariva il volto del loro futuro marito (divinazione, per appunto). Se capitava che al posto del loro futuro coniuge apparisse un teschio, significava che esse sarebbero morte prima di potersi sposare.
"The Legend of Bloody Mary" (USA, 2008), regia di John Stecenko
Cercando una soluzione più logica dietro il vedere effettivamente qualcosa dentro lo specchio, Giovanni Caputo spiegò in un articolo pubblicato in rete il fenomeno, sostenendo che la percezione umana può giocare brutti scherzi se si fissa un volto in un ambiente al buio: infatti alcuni tratti facciali inizieranno a sparire o a cambiare, mentre potrebbero apparire altri volti ancora più distorti.

Bloody Mary ha avuto un forte impatto mediatico, portando alla realizzazione di diversi film basati su queste figura come il terzo capitolo di Urban Legends o della pellicola del 2006 “Bloody Mary”, ma ha anche ispirato diversi episodi di serie TV come Ghost Whisperer e Supernatural, così come ha ispirato diversi videogiochi come il quinto capitolo di Grim Tales.
Insomma, una leggenda che nonostante sia vecchiotta e smentita da un bel po’, riesce ancora a risultare interessante e una fonte d’ispirazione per diversi autori.

Articolo di Thanasis Gaetano Riela

martedì 28 gennaio 2020

I sinistri omicidi all'origine delle filastrocche per bambini

Tutti da bambini abbiamo cantato delle filastrocche mentre giocavamo, senza pensare troppo a quello che stavamo dicendo. Ma se vi dicessi che molte di queste filastrocche si ricollegano ad episodi di cronaca nera? Oggi ho in mente di farvi conoscere tre filastrocche e i loro relativi significati, iniziando con una che penso avrete sentito nominare almeno una volta.

Mary Mary quite contrary, (Mary Mary tutta contraria)
How does your garden grow? (come fa a crescere il tuo giardino?)
With silver bells and cockle shells (con campane d’argento e gusci di conchiglia)
And pretty maids all in a row (e belle fanciulle allineate)
"Supernatutal", stagione 1, episodio 1, "Bloody Mary" (USA, 2008), regia di Peter Ellis
Secondo una teoria, il nome di Mary equivarebbe a quello della regina Maria I d’Inghilterra, meglio conosiuta come Bloody Mary e Maria la Sanguinaria per via delle sue numerosi esecuzioni contro i Protestanti, messe in atto come un modo per rendere l’Inghilterra di nuovo cattolica.

In questo caso, il giardino nominato ha un valore metaforico, infatti esso rappresenta un cimitero che diventa sempre più grande per via delle persone giustiziate; le campane argentate e le conchiglie rappresentano invece dei strumenti di tortura utilizzati dalla regina: le prime servivano per distruggere i pollici schiaccandoli, mentre le seconde si mettevano negli orifizi del corpo umano, per poi svitarli e aprirli sempre di più causando un dolore pazzesco; le belle fanciulle in verità non sarebbero altro che un riferimento alla prima versione della ghigliottina chiamata “maiden”, abbreviato in “maid”, ma potrebbero anche significare delle persone che aspettano la loro esecuzione.
Illustrazione di Robb P. Lestinci
Ci sono altre interpretazioni di questa filastrocca, tra cui uno religioso in cui Mary sarebbe la Sacra Vergine e uno che si riferisce ad un’altra regina d’Inghilterra, Maria Stuarda, ma nessuna di queste è stata confermata.

Lizzie Borden took an axe, (Lizzie Borden prese un’ascia)
And gave her mother 40 whacks. (E diede a sua madre quaranta colpi)
When she saw what she had done, (quando realizzò cosa avesse fatto)
She gave her father 41. (ne diede a suo padre quarantuno)

Come avrete capito, questa cupa e sinistra filastrocca si riferisce a un omicidio, anche se il numero dei colpi e l’arma del delitto non sono esatti.
"Lizzie Borden's Revenge" (USA, 2013), regia di Dennis Devine
Il 4 agosto 1892 a Fall River, nel Massachusetts, nella dimora dei Borden tutto sembrava essere a posto: dopo che Andrew Borden tornò a casa, sua figlia, Lizzie Borden, gli disse che la sua matrigna, Abby Borden, se n’era andata per far visita a una persona malata, così lui si sdraiò sul divano nel salotto, cercando di rilassarsi, ma da lì a poco sarebbe stato brutalmente ucciso a colpi di accetta (precisamente 11 colpi) che gli tagliarono metà di un occhio e completamente il naso, togliendolo dalla faccia.

La loro domestica in seguito scoprì il cadavere di Abby nella sua stanza, circondata dal suo stesso sangue di color scuro che indicava che era stata uccisa prima del signor Borden. Dopo l’omicidio, Lizzie Borden fu interrogata mostrando svariate lacune nel suo alibi, per non parlare del fatto che avrebbe avuto anche un movente essendo che litigava spesso con suo padre per motivi economici, rendendola la sospettata principale. Incredibilmente, alla fine del processo venne dichiarata innocente nonostante le prove contro di lei e continuò la sua vita nella sua città natale fino alla sua morte, abitando in un’altra casa.
A sinistra Lizzie Borden, a sinistra i cadaveri di Andrew ed Abby Borden
Are you a witch? (sei una strega?)
Or are you a fairy? (o sei una fata?)
Or are you the wife (o sei la moglie)
Of Michael Cleary? (di Michael Cleary?)

Il folklore irlandese è costituito da una moltitudine di creature fantastiche tra cui folletti, gnomi, fate e streghe, ma oltre ad essere i protagonisti di alcune fiabe, nel 1985 sarebbero stati la causa di un violento omicidio.

Bridget Boland viveva con suo marito, Michael Cleary, nel piccolo villaggio di Ballyvadlea, in Irlanda, in un piccolo cottage. Esso era costruito vicino a una collina che era considerata un luogo di ritrovo per le fate, che venivano considerate delle creature maligne.
Bridget Boland e Michael Clearly
Nel marzo del 1895, Bridget si ammalò di febbre e col passare dei giorni la sua condizione peggiorò; allora il signor Cleary venne in contatto con un esperto di folklore e di creature fatate che gli disse che quella non era veramente Bridget, ma che fosse stata rapita dalle fate e rimpiazzata con una “changeling”, una creatura che serviva come sostituto dalle persone che erano state rapite dalle fate principalmente per aver violato i loro territori. Durante una notte, Michael cercò di esorcizzare la changeling e di far tornare sua moglie con l’aiuto di alcuni famigliari, dandole una strana pozione amara, facendole le stesse domande a ripetizione e minacciandola col fuoco essendo che le changeling ne avevano paura, ma proprio durante una di queste minacce lei prese fuoco veramente, morendo circondata dai suoi parenti e da suo marito che continuava a ripetere che non era veramente sua moglie.

Michael Cleary fece 15 anni di prigione per poi immigrare in Canada dove si persero le sue tracce. Bridget Cleary è considerata l’ultima strega bruciata viva in Irlanda, ma nonostante essa sia morta venne immortalata da questa tetra filastrocca.
"Urban Legends 3: Bloody Mary" ("Urban Legends: Bloody Mary", USA, 2005), regia di Mary Lambert
Articolo di Thanasis Gaetano Riela, illustrazione originale di Robb P. Lestinci

lunedì 23 dicembre 2019

Il demone del Natale - tra leggenda, cinema ed attualità

Strano ma vero, nella tradizione di diverse culture dell'Europa Centrale (dall'Austria, alla Baviera, al Trentino e molte altre) esiste una figura del tutto singolare legata al Natale. In contrasto con il sempre verde Babbo Natale/San Nicola, di cui è il braccio destro, nonostante sia circondato da un'aura decisamente oscura, similmente all'Aiutante Oscuro o, secondo una bizzarra teoria che abbiamo già trattato, a Santa Claus stesso.

Il suo nome è Krampus (dal tedesco "Krampen", artiglio) ed è un demone dal pelo nero, con artigli, corna, zoccoli e una lunga lingua rossa. È ritratto con un sacco in cui intrappola le sue vittime, ed un bastone con cui le picchia. Oltretutto si trascina dietro delle lunghe catene, spesso accompagnate da alcune campane, che stanno a simboleggiare il trionfo della Chiesa Cristiana sul demonio.
Se il compito di San Nicola è quello di premiare i fanciulli migliori con dei regali, quello di questa creatura è di punirli...in maniera ben più drastica rispetto quella a cui il Babbo Natale della Coca-Cola ci ha abituati. Questa creatura infernale è solita manifestarsi per le strade delle città la notte del 5 Dicembre (Krampusnacht), in cui va a caccia di bambini cattivi inseguendoli, malmenandoli e poi, a seconda delle versioni, divorandoli o portandoli all'Inferno. La mattina del giorno seguente, il giorno di San Nicola, i bambini vanno a controllare cosa è stato lasciato nella scarpa che hanno messo fuori la porta: un dono, per quelli buoni, o un bastone per quelli che sono stati così fortunati da sopravvivere al Krampus fino a quel momento. 

Riguardo alle origini di questa figura esistono più teorie. C'è chi crede che sia di matrice pagana, d'altronde di divinità dalle simili fattezze, venerate dalle streghe prima dell'avvento della Cristianità, ne conosciamo molte. Altri rispondo a questa storia con un'altra leggenda: si racconta di come sulle Alpi, in tempi remoti, un gruppo di giovani delinquenti si vestisse da demoni per terrorizzare i villaggi vicini e rubargli le scorte di cibo. Quando però iniziarono a sospettare che tra di loro si fosse insinuato un vero diavolo, convocarono San Nicola che lo smascherò per le impronte caprine che lasciava, e lo esorcizzò. 
Illustrazione di Cristiano Baricelli
In tempi recenti esiste un'ulteriore scuola di pensiero che è stata adottata anche dal National Geographic, che ricondurrebbe la storia del Krampus alla mitolgia nordica; egli sarebbe il figlio di Hel, dea dell'aldilà. Va detto però che in molti contestano quest'ipotesi, tacciandola di non essere altro che un collegamento inventato di sana pianta dello scrittore fantasy Gerarld Brom, per il suo romanzo del 2012 "Krampus the Yule Lord".

Le sfilate ispirate al mostro sono parte vitale di questo mito. Avrete sentito parlare di cosa è successo recentemente a Vipiteno, in Alto Adige: durante una di queste sfilate in maschera, dei manifestanti vestiti da krampus avrebbero aggredito e infierito con violenza sugli altri partecipanti. Questi cortei solitamente iniziano con l'arrivo del vescovo S. Nicola, con i regali da consegnare ai giovani meritevoli e in compagnia di moltissimi diavoli che inizialmente terrà a bada. Al calare del sole però San Nicola sparirà dalla scena e li lascerà senza alcun controllo, selvaggi e inferociti, liberi di scorrazzare per le strade e attaccare o spaventare tutti gli altri manifestanti. Durante queste sfilate è severamente vietato smascherare i Krampus, ma anche reagire fisicamente ai loro attacchi.
Quella del Krampus è una tradizione folkloristica molto particolare, figlia di una concezione di insegnamento del giusto e dello sbagliato ai più piccoli vecchia e terrorizzante, che non è mai stata vista di buon occhio dalla Chiesa Cattolica. Non a caso dopo il 1932, durante il periodo dell'Austrofascismo, venne totalmente proibita la celebrazione della "festa del demonio" e anche in molte altre aree germaniche venne portata avanti una campagna di sensibilizzazione anti- Krampus. A causa di simili provvedimenti questa celebrazione rischiò di estinguersi ma grazie agli sforzi fatti verso la fine del XX secolo, volti al al preservare un patrimonio culturale così ricco (e così antico) che riguarda diverse culture del Vecchio Continente, tra cui quella italiana, è sopravvissuta fino ad oggi.

Il Krampus, infatti, è riuscito ad insidiarsi anche nel mondo del cinema e della serialità a partire dal 2010 con il film "Trasporto Eccezionale - Un racconto di Natale" ("Rare Exports") per la regia di Jalmari Helander. Il film, nonostante non citi mai direttamente il Krampus gira attorno a una bizzarra scoperta archeologica: Babbo Natale è stato trovato, ma non è l'uomo sorridente che tutti ci aspettiamo, bensì un gigantesco mostro peloso e cornuto ricoperto da ghiacci, un gigante del passato che unisce i tratti caratteristici di Babbo Natale (come la lunga barba) a quelli del Krampus, creando un terrificante mostro che da secoli terrorizza la notte di Natale divorando gli sventurati bambini.
Dopo anni di assenza dallo schermo, eccezion fatta per un corto del 2012 diretto da George Dalphin, il Krampus fa il suo debutto effettivo sia al cinema che in tv, apparendo nell'episodio "Il Gemello di Babbo Natale" della serie Grimm e nel film "Krampus - The Christmas Devil", un film a basso budget di una qualità infima e montato in maniera più che amatoriale, che sotto la, se così definibile, regia di Jason Hull mostra un mostro, realizzato con un fatiscente costume, il Krampus appunto, terrorizzare una cittadina, inseguito dal capo della polizia (A.J. Leslie) e da un San Nicola cacciatore di mostri (Paul Ferm). Nonostante la cosa migliore della pellicola sia la sua locandina, riuscirà comunque a generare diversi seguiti, opportunamente usciti in concomitanza o immediatamente dopo quello che potrebbe essere definito il film definitivo del Krampus. 

Nel 2015, infatti, esce "Krampus - Natale Non è sempre Natale", per la regia di Michael Dougherty, lo stesso regista che ha creato l'icona moderna di Sam nel film "La vendetta di Halloween" ("Trick'r Treat"). Il protagonista dell'opera è Max (Emjay Anthony) che tre notti prima di Natale porta la sua famiglia all'annuale riunione natalizia, che si rivelerà però ben presto un fallimento, non solo per i litigi, ma anche per l'attacco di alcuni demonietti (i Klowns), un macabro presagio della presenza del demone natalizio per eccellenza: il Krampus, intenzionato a portare Max e i suoi cari all'Inferno.
Nello stesso anno, come precedentemente accennato, usciranno ben due film sulla figura del diavolo natalizio: "Krampus: The Reckoning" di Robert Conway, che vede Zoe (Amelia Haberman) alle prese con un bizzarro amico immaginario: il Krampus e "A Christmas Horror Story", un'antologia horror diretta da Grant Harvey, Steven Hoban e Brett Sullivan, che vedrà, al centro dei suoi ultimi due segmenti, il Krampus (Rob Archer) in lotta con Santa Claus (George Buza) in persona... ma non sempre tutto è come sembra. 

Dal 2015 in poi, quasi ogni anno, nel periodo natalizio esce un nuovo film sul Krampus, più o meno originale, come ad esempio "Mother Krampus" di James Klass del 2017, che fonde il mito della strega Frau Perchta con la figura del demone assistente di San Nicola o "Krampus Unleashed" del 2016, di Robert Conway, che narra di una famiglia alle prese con il mostro titolare (Travis Amery).
Il demone si è quindi imposto come una sorta di icona moderna del genere horror, destinata a regnare incontrastata sulla stagione natalizia: un destino già profetizzato da Dougherty, che da sempre ne aveva riconosciute le potenzialità.

La notte di Natale, quindi, ponete più attenzione a ciò che udite, mettete al sicuro i vostri bambini, chiudete ogni porta e finestra: potrebbe esserci un Krampus in agguato, affamato, nascosto, che non aspetta altro che l'occasione per trascinare voi e ciò che amate con lui negli Inferi per un Natale tanto freddo quanto lungo e doloroso. Un Natale rosso sangue. Un Natale mortale. Il vostro ultimo, se siete abbastanza fortunati.

Buon Natale.
Articolo di Robb P. Lestinci e Lorenzo Spagnoli, illustrazione originale di Cristiano Baricelli

venerdì 20 dicembre 2019

Le inquietanti analogie tra Babbo Natale e Satana: Chi è davvero San Nicola?

Originariamente quest’articolo sarebbe dovuto essere una recensione di un episodio della seconda stagione della serie horror per ragazzi “Creeped Out”, “Splinta Claws”, ma, nel momento in cui ho iniziato le ricerche a riguardo, mi son reso rapidamente conto che non vi fosse davvero molto di interessante da dire a riguardo, della serie che basterebbe una semplice sinossi dell’episodio, della durata di appena 20 minuti, ed un commento breve sul cinismo del finale per parlare dell’opera nella sua interezza e, nonostante l’idea della stesura di un articolo lungo appena 5 righe sia piuttosto allettante vista la mia naturale predisposizione antinatalizia, non ritengo che sia degno del vostro tempo e del vostro intelletto. Ho provato a ricercare qualcosa di più, ma, oltre una bizzarra e divertente sinossi su imdb completamente errata e modificata in modo da renderla comica, non è uscito fuori davvero nulla. Così, cercando Babbi Natale robotici e malvagi, ho immediatamente pensato al Babbo Natale robot di “Futurama”, un grande classico, ma che poco ha a che fare con il tema del sito che, nella sua settimana natalizia, vorrei tirar fuori dal circolo vizioso degli articoli della rubrica “Non solo Horror”.

Allora ho pensato di scrivere un articolo che ruotasse attorno alle figure malvagie ispirate a Babbo Natale, dovendo, per motivi di forza maggiore, evitare di nominare il krampus, ma, anche stavolta, non mi sembrava giusto propinarvi i soliti killer da slasher con barba finta e vestito rosso, nonostante sarebbe stato interessante un focus su quello che appare nella serie “Happy!” di Grant Morrison. Proprio in queste ricerche mi sono imbattuto in un bizzarro sito web con un altrettanto bizzarro articolo. Il sito si apre con una scritta rossa che recita “Santa Claus” ed un’illustrazione colorata ed allegra del faccione di quest’ultimo. Nulla di bizzarro, ovviamente. Poi, ecco il titolo dell’articolo: “Il Grande Impostore”.
“Chi, DAVVERO, è quest'uomo che chiamiamo affettuosamente Babbo Natale? Cosa sappiamo DAVVERO di Babbo Natale? Babbo Natale è solo un tipo allegro, innocuo e amichevole? O c'è qualcosa o qualcun altro nascosto dietro al gioioso San Nicola?"; con queste domande si apre l’articolo che, rapidamente, inizia a citare alcuni passi della Bibbia senza, ancora, arrivare alla sua tesi vera e propria. I primi di essi sono dedicati ad una breve panoramica della figura del diavolo, Satana: “E il grande drago fu scacciato, quel vecchio serpente, chiamato il Diavolo, e Satana, che inganna il mondo intero: fu scacciato nella terra e i suoi angeli furono scacciati con lui. (Rivelazioni, 12.9)” e ancora, citando Martin Lutero, “Il diavolo ci affligge e ci tormenta nel luogo in cui siamo più teneri e deboli. In Paradiso, non cadde su Adamo, ma su Eva". La tesi che cercherà, poi, di proporre l’autore, inizierà ad apparire più chiara nel momento in cui, citando alcuni passaggi del Vangelo, Gesù descriverà i bambini come i più teneri e deboli. “Il mito: gli anni dell'adolescenza sono evangelisticamente produttivi. La realtà: se non vengono salvati all'età di 13 anni, probabilmente non lo saranno mai. (Barna 65)” cita successivamente, suggerendo che, il Diavolo, una volta sulla Terra, abbia preso di mira i bambini proprio per la loro debolezza. Un concetto, certamente, non nuovo a qualsiasi amante dell’horror che si rispetti (e non) dati i numerosi film di esorcismi che vedono proprio i più giovani soggiogati del demonio, a partire da “L’esorcista” del '74.
"3615 code Père Noël" (Francia, 1989, regia di René Manzor)
“Si è più volte detto come, le fondamenta di un bambino, siano modellate  sin dai suoi cinque anni, se non prima. Senza dubbio, i primi anni dell'adolescenza o "anni di Babbo Natale" sono tra i più importanti nello sviluppo di una persona. È stato, in effetti, detto: "La mano che fa oscillare la culla controlla il mondo". E credimi… Satana lo sa! Questo ci porta a Babbo Natale… Dove si inserisce Babbo Natale nella vita di un bambino? Che dire dell'insegnamento di Babbo Natale nella psiche di un bambino? C'è di più nel vecchio ed allegro San Nic di quanto non sembri? Babbo Natale è un tentativo intelligente, apparentemente innocuo, subdolo (vedi Genesi 3:1) di mettere in discussione la verità di Dio? Babbo Natale è il braccio destro di Satana? Ricordi la domanda innocua che il furbo serpente pose ad Eva nel giardino? "Sì, ha detto Dio, ...?" Così subdolo... Cosi semplice… Eppure mortale!
Ora che sappiamo cosa vuole comunicare l’autore, in tutto il suo esaltato sensazionalismo evangelico, passiamo al secondo paragrafo, decisamente più interessante del primo, che vede, invece, una descrizione, sempre attuata tramite numerose citazioni, della figura di San Nicola, colui che avrebbe ispirato il buon vecchio Babbo Natale. San Nicola è un personaggio, effettivamente, circondato da secoli di folklore e leggende e, come l’autore ci ricorda, da numerosi aneddoti: il primo, abbastanza normale, parla di come il santo abbia salvato tre ragazze dalla strada permettendo loro di sposarsi pagandone la dote; il secondo, decisamente più macabro, parla di come un oste sadico abbia ucciso tre ragazzi servendone, poi, i resti ai suoi commensali fino all’arrivo di San Nicola che, nonostante i corpi fossero ormai mutilati ogni ogni limite, fu in grado di riportare in vita i tre giovani e da qui nascerebbe il mito dei regali di San Nicola, Babbo Natale: da donare nuova a vita a donare giocattoli e leccornie in una visione modernizzata e più appetibile all’audience di oggi. Dopo altri aneddoti da varie epoche e la breve storia di come, nel 1863, l’iconografia moderna di Babbo Natale sia nata, si viene ad analizzare come, agli effetti, non vi siano prove tangibili dell’esistenza del santo. Cosa piuttosto divertente se si considera che l’intera religione cristiana si fonda sulla fede incondizionata.
“L'esistenza di Nicola non è attestata da nessun documento storico, quindi non si sa nulla della sua vita se non che, probabilmente, fu vescovo di Myra nel quarto secolo" ("Nicholas, Saint" Encyclopaedia Britannica 99)
“Nicola, Santo (vissuto nel IV secolo), prelato cristiano, santo patrono della Russia, tradizionalmente associato alle celebrazioni natalizie. I resoconti della sua vita sono confusi e storicamente non confermati.” ("Nicola, Santo" Enciclopedia Microsoft Encarta 99)
“Sfortunatamente, si sa molto poco sul vero San Nicola. Innumerevoli leggende sono nate intorno a questo santo molto popolare, ma sono disponibili pochissime prove storiche.” (Del Re, Gerard e Patricia. The Christmas Almanack. New York: Random House, 2004, p. 130)
“Poiché la vita del santo è documentata in modo così inverificabile, Papa Paolo VI ordinò che la festa di San Nicola venisse rimossa ufficilmente dal calendario cattolico romano nel 1969.” ("Babbo Natale", Enciclopedia Microsoft Encarta 99)
Citando poi la mitologa Hélène Adeline Guerber, l’autore sottolinea la somiglianza tra il dio norreno (ergo pagano) Thor e la figura di Babbo Natale: “Thor era il dio dei contadini e della gente comune. Era rappresentato come un uomo anziano, gioviale e amichevole, di corporatura robusta, con una lunga barba bianca. Il suo elemento era il fuoco, il suo colore il rosso. Si diceva che la saetta ed il rombo del tuono fossero causati dal rotolare del suo carro, poiché unico dio a non cavalcare un cavallo, venendo trasportato da un un carro trainato da due capre bianche (chiamate Cracker e Gnasher). Combattendo contro i giganti del ghiaccio e della neve, divenne il dio Yule. Si diceva che vivesse in Norvegia dove il suo palazzo si ergeva tra gli iceberg. Dai nostri antenati pagani era considerato un dio allegro e amichevole, mai intenzionato a danneggiare gli umani, ma piuttosto ad aiutarli e proteggerli.. Il camino in ogni casa era particolarmente sacro per lui, e si diceva che scendesse attraverso esso nel suo elemento, il fuoco." (Guerber, H.A. Myths of Northern Lands. New York: American Book Company, 1895, p. 61)
Ed è qui che si fa menzione del suo bizzarro accompagnatore, Knecht Rupprecht (letteralmente “Aiutante Oscuro”), apparso per la prima volta in una rappresentazione nel 1668 e, rapidamente, condannato dalla Chiesa Cristiana Cattolica nel 1680 come manifestazione del diavolo in persona. Questa macabra figura, dalla lunga barba sporca, armata di frusta per punire i bambini cattivi, è soltanto il primo tassello di un mosaico che dipinge una nuova demoniaca aura attorno al tanto amato Babbo Natale. E, ironicamente, un rimando al piano iniziale dell’articolo, in quanto, Knecht Rupprecht, è il nome del Piccolo Aiutante di Babbo Natale de “I Simpson” di Matt Groening, stesso creatore di “Futurama”, nell’adattamento tedesco della serie. 
Il vero volto della Bestia
“A Thomas Nast fu assegnato il compito di disegnare questo Babbo Natale, ma non avendo idea di come fosse, lo rappresentò come una figura vestita di pelliccia, di bassa statura, simile a un troll che aveva conosciuto in Baviera da bambino. Questa rappresentazione era abbastanza diversa dagli alti Sinterklaas olandesi, tradizionalmente raffigurati come vescovi cattolici. Chi disegnò fu l'aiutante oscuro di San Nicola, Swarthy o Black Pete (un nome gergale per il diavolo nell'olandese medievale) [...] Black Pete, il "nonno" del nostro moderno Babbo Natale, conosciuto in Olanda come Zwarte Piet, una versione tedesca del diciottesimo secolo, è - come il suo antico antenato sciamanico - ancora cornuto, vestito di pelliccia, spaventoso e tutt'altro che gentile con i bambini. Sebbene rappresentato come aiutante schiavo di San Nicola, i due sono, in molti villaggi, mescolati in un personaggio. Questa figura ha spesso il nome Nikolass o Klaus, ma ha l'aspetto scialbo dell’Aiutante Oscuro. [...] In alcune messinscene tedesche per bambini, la stessa figura di San Nicola è l’Aiutante Oscuro, un diavolo che vuole punire i bambini, ma è fermato da Cristo” (Renterghem, Tony van. When Santa Was a Shaman. St. Paul: Llewellyn Publications, 1995, p. 95-96, 98, 105)
"Ma alla vigilia di Natale, sia per i protestanti che per i cattolici, arrivò il tedesco Babbo Natale, Pelze-Nicol, che guidava un bambino vestito da Christkind e distribuiva giocattoli e torte, o frustate, secondo quanto riferito dai genitori. Fu questo Pelze-Nicol - un vecchio grasso, vestito di pelliccia, con la barba, dalle cui mani, senza dubbio, ricevette molti regali- che il ragazzo negli anni successivi ci avrebbe presentato come la sua concezione del vero Babbo Natale - un longevo tipetto curioso” (Paine, Albert Bigelow. Thomas Nast: il suo periodo e le sue immagini. New York: Chelsea House, 1980, p. 6)
"Grimm", stagione 3, episodio 8, "Dodici giorni di Krampus" (USA, 2013, regia di Tawnia McKiernan)
Insomma, il Babbo Natale colorato e bonaccione che conosciamo tutti è in realtà un monaco in nero, trascurato e cornuto che tenta di malmenare i bambini nella notte di Natale. Come ciliegina sulla torta, inoltre, “Nick”, “Nicholas”, “Nicola”, sono nomi comuni per il diavolo in numerose interpretazioni:
Old Nick: un noto nome britannico del diavolo. Probabilmente deriva dall'olandese Nikken, il diavolo" (Shepard, Leslie A. Encyclopedia of Occultism and Parapsychology. New York: Gale Research Inc. 1991, p. 650)
Nick, il diavolo.” (Skeat, Walter W. Dizionario conciso di etimologia inglese. Ware: Wordsworth Editions Ltd, 1993, p. 304)
“Diavolo: Oltre al nome Satana, viene anche chiamato Beelzebù, Lucifero [...] ed in discorsi colloquiali, in gergo comune, Old Nick” (Oxford English Dictionary)
“Nicholas è uno dei nomi del diavolo più comuni in tedesco, un nome usato tutt’oggi quando Satana viene chiamato Old Nick.” (Siefker, Phyllis. Babbo Natale, L'ultimo degli uomini selvaggi: le origini e l'evoluzione di San Nicola. Jefferson: McFarland & Company, Inc., 1997, p. 69)
Successivamente l’articolo si dilunga, più del dovuto, su come SANTA sia un anagramma di SATAN (quindi anche l'italiano "santa", buono a sapersi), citando anche gli spettabilissimi KISS come fonte teologica (sì, i KISS, la band) e su come, il maligno, sia spesso rappresentato come un falso re con addosso un vestito con pelliccia simile a quello di Babbo Natale, rosso in quanto ricoperto di sangue, ponendo analogie tra passi della Bibbia e canzoni popolari natalizie. Per completare l’immagine delineata, inoltre, spiega come Thor e Satana siano la stessa figura, essendo entrambi associati al fuoco ed alle capre. Insomma, tutto lascia intendere che Babbo Natale non sia altro che il diavolo in persona, giunto sulla Terra per corrompere i più giovani, assieme alle sue renne, simili a capre, ed ai suoi elfi, gli angeli caduti dal Paradiso, con i suoi falsi doni, rubando le luci del riflettore a Cristo nella notte stessa della sua nascita. Tutto perfettamente plausibile.
"3615 code Père Noël" (Francia, 1989, regia di René Manzor)
Ovviamente una teoria assai affascinante, nonostante molto bizzarra, che, però, si perde nel finale con messaggi di salvezza che invitano i lettori a redimersi dai propri peccati. Per chi fosse interessato, comunque, l’articolo, molto curato nella sua interezza, nella quale è chiara una particolare dedizione bibliografica e di ricerca, può esser letto qui in lingua inglese

Essendo questo, però, un sito principalmente dedicato al cinema horror, nonostante spesso ce ne si dimentichi, mi sembra doverosa una breve carrellata di film horror che trattano proprio l'argomento di un Babbo Natale malvagio, come da piani originali, senza scendere troppo nei dettagli (altrimenti i prossimi anni saremmo costretti a girare noi i film da trattare a tema): il primo è un classico direttamente dalla Golden Age del cinema slasher, "Christmas Evil - Un Natale macchiato di sangue" ("You Better Watch Out") del 1980 di Lewis Jackson nel suo, sostanzialmente, unico esperimento registico. La trama gira attorno Harry Standling (Brandon Maggart) che, a seguito della realizzazione dell'inesistenza di Babbo Natale impazzirà decidendo di divenire lui stesso il beniamino natalizio, ma con una particolarità: invece di portare regali porterà morte grazie alla sua fedele accetta in una sorta di crociata contro il cinismo e l'ipocrisia della sua società. Un film che, nonostante i suoi mezzi assai limitati, riesce a creare un protagonista tridimensionale in una perfetta commedia horror per il 25.
Altra commedia horror, questa volta del 2010, è quella di Dick Maas, "Sint" dove il buon San Nicola (Huub Stapel) viene tramutato in uno zombi affamato di sangue e carne umana, intenzionato a massacrare e divorare ogni ignaro bambino che gli capiti a tiro ogni qual volta che, la notte del 5 dicembre, capiti una luna piena. Nonostante la recitazione delle volte addirittura snervante di alcuni dei personaggi minori, è consolatorio pensare che, presto, questo ultimi saranno fatti a pezzi da Niklas e dai suoi servi zombi. Si tratta, inoltre, di uno dei film più vicini alla tesi trattata nell'articolo avendo il vero vescovo di Myra nei panni di un mostro sanguinario e non un qualche sociopatico vestito come lui.
L'ultima pellicola è invece la francese, classe '89, "Un minuto a mezzanotte" ("1365 Code Père Noël") di Renè Manzor, opera da poco riscoperta della critica moderna d'oltreoceano e di cui avete già visto diversi screenshot nell'articolo. Di solito associata a "Home Alone" ("Mamma ho perso l'aereo") per la trama, protagonista è il giovane Thomas de Fremont (Alain Must), un bambino ancora convinto dell'esistenza di Babbo Natale che, proprio la notte del 25, rimasto solo a casa, dovrà far fronte ad un sociopatico Babbo Natale (Patrick Floersheim) intenzionato a vendicarsi di sua madre (Brigitte Fossey) che lo ha da poco licenziato. Nonostante inizialmente Thomas penserà di trovarsi dinanzi al vero Santa Claus, quando questi ucciderà il suo cagnolino e minaccerà la sua incolumità, toccherà al ragazzino difendere se stesso ed il nonno Papy (Louis Ducreux) dall'intrusione. Un home invasion dal plot confusionario vecchio stampo, ma fondamentale per l'evoluzione cinematografica di stampo horror della Francia. Tornando alle similitudini con "Home Alone" del 1990, il regista portò il film in tribunale accusandoli di plagio e di aver rifatto il suo film, con le dovute modifiche, senza il suo consenso.
A questo punto, però, essendo Babbo Natale utilizzato come mascotte dalla Coca-Cola, causa della sua fama inesauribile, il dubbio sorge spontaneo: e se anche questa grande società e le sue bevande fossero di matrice diabolica?…
Ok. Lasciamo stare. Dopotutto ho sempre preferito la Pepsi.

Articolo di Robb P. Lestinci

giovedì 19 dicembre 2019

Il lupo che non amava il Natale (Analisi di "Hold the Dark")

Il Natale non esiste. È solamente un artificio computazionale, rituale e sociale dal tempo della Roma Antica, diventato col tempo sempre più buono per tirare fuori il peggio e i soldi dalle persone. Ve l'avranno già detto in tutte le salse e non sarò certo io a metterne altre su questa leccornia con ripieno di escrementi. Anche perchè il quarto lungometraggio di Jeremy Saulnier da noi sciaguratamente distribuito da Netflix, Hold the Dark (2018), lo ricorda in una maniera così sottile ma inequivocabile che parla da sé pur non parlandone affatto.
Chiariamo subito che non condivido l'opinione generale per cui il film sia più di tanto ermetico, come non condivido quella appena un po' meno diffusa per cui non valga granchè rispetto ai precedenti Blue Ruin (2014) e Green Room (2016; identico discorso era stato fatto per quest'ultimo in paragone al primo): certamente più “quadrata” dei predecessori in un una distinzione maggiore fra personaggi più o meno positivi, in una risoluzione finale meno pessimista e aperta ed in una narrazione meno anarchica e sui generis (benchè lo stesso regista vi riconosca una compenetrazione di thriller, avventura e, come ovviamente vedremo, horror), la pellicola fornisce forse anche troppo pratiche chiavi di lettura a quei “misteri irrisolti” che non trovino già risposta nell'omonimo libro di William Giraldi da cui è tratto, inedito in Italia (niente paragoni oggi, anche perchè mi sono rotto il cazzo). Ma questi discorsi li riprendermo tra un attimo. Per ora basti sapere che il regista rimane fedele alla sua caustica sfiducia nel genere umano ed al proprio spiccato senso estetico, dovuto al proprio background da direttore della fotografia, e che Hold the Dark è la sua prima esperienza con una storia slegata dall'ambientazione circoscritta che si era spesso e (non) volentieri trascinato dietro dal suo esordio indipendente, Murder Party (2007). E benchè , come ho detto, i toni si riscaldino, le tonalità si raffreddano rispetto al “blu” e al “verde” dei film precedenti, in questo thriller su neve ambientato in Alaska, dove un naturalista in pensione, Russel Core (interpretato da Jeffrey Wright), si reca nello sperdito villaggio di Keelut in aiuto di una donna, Medora (Riley Keough) che imputa ad un branco di lupi la scomparsa del figlio; ma quando la madre scompare lasciandosi dietro il cadavere del figlio strangolato, ciò porterà alla follia omicida del marito, Vernon Slone (interpretato da Alexander Skarsgård), di ritorno dalla guerra in Falluja, che si imbarcherà in una rancorosa ricerca della consorte che il naturalista e lo sceriffo del centro abitato più vicino (James Badhe Dale) proveranno a fermare.
Poichè, essendo stato distribuito solo l'anno scorso e tuttora fruibilissimo sull'arcinota piattaforma streaming, vorrei portare alla visione del film quei molti che immagino non l'abbiano ancora visto, eviterò spoiler su quanto avviene nella parte della pellicola successiva a quella finora raccontata (e nel caso consideriate spoiler anche questo, fatevi curare), limitando al massimo la comprensibilità del contesto narrativo di quei pochi che sarò costretto ad accennare.
Cominciamo dando subito per scontato che già è stato moltissime volte sottolineato come il film sia, forse anche in una forma esageratamente esplicita e retorica, uno scorcio, fortunatamente anche e soprattutto visivo, su quel “dark” cui fa riferimento il titolo, il buio figurato che cela dentro ogni essere umano quel lato bestiale che il buio letterale delle zone artiche portato alla luce nella madre e nel padre del ragazzino solo apparentemente rapito dai lupi.
Ma mentre in molti si sono prodigati a sviscerare le più oscure motivazioni di questi due personaggi attraverso la loro backstory presente nel libro ed interpretando i vari riferimenti alla ferinità insita nell'essere umano attraverso i dialoghi, io vorrei soffermarmi sul suo emergere in un contesto più prettamente visivo, sempre altamente efficace ma, come ho già suggerito più volte, che avrebbe giovato di una minore enfasi e semplificazione sul piano testuale. Ed il primo shock visivo avviene senz'altro quando, ad un quarto d'ora dall'inizio, dall'ambientazione nordamericana si passa a quella asiatica, interrompendo per un attimo il racconto dell'arrivo del Russel a Keelut in favore di quello che spiega il congedo da Faluja di Vernon, introdotto per la prima volta coperto da un mascherone militare accompagnato da sciarpa e casco (ad anticipazione della maschera che indosserà poi) in un'ambientazione caratterizzata da colori caldi ed in una situazione, dopo che Vernon si è scoperto il volto identificandosi immediatamente come protagonista della sequenza, non manca di avvicinare emotivamente lo spettatore a questo nuovo personaggio: il soldato assiste, attraverso una finestra che in un gioco di campi e controcampi non può non indurre la partecipazione di un osservatore posto a sua volta dinanzi ad uno schermo, allo stupro di una donna indigena da parte di un soldato “amico”; Vernon entra di soppiatto, seguito a distanza ravvicinata dalla macchina da presa, ed accoltella l'uomo senza ferirlo mortalmente, per poi lasciarlo alla giustizia della donna stuprata. 
Che possiamo o meno giustificarlo, Vernon in questa scena (seppure anch'essa, come il dettaglio della maschera, prelude alla sua “caccia”) ha tutta la nostra “comprensione”, come del resto nell'unica altra scena non dominata da colori freddi della pellicola, un brevissimo flashback che ci mostra un momento idilliaco tra Vernon ed il figlioletto di cui ha appena appreso la morte: da qui in poi sarà impossibile “comprendere” Vernon, dal momento che le uccisioni che compie, nel primo caso improvvise, inaspettate e quasi ingiustificate, nel secondo e nel terzo neanche mostrate e nel terzo e nel quarto ormai celandosi sotto una maschera di legno del volto di un lupo (che pure aveva indossato la moglie durante un inquetante tentativo di seduzione nei confronti di Russel), rendendoci perturbantemente estraneo questo personaggio che, dopo quell'episodio introduttico che sembrava restituire un suo pur brutale codice morale, non riusciamo a capire nel suo indiscriminato uccidere chiunque (come Malcom Blair, sceneggiatore e attore feticcio di Saulnier), quale che sia il suo attegiamento nei suoi confronti, si trovi davanti mentre e in cerca della moglie tra i boschi: il tutto è mediato, peraltro, dalla potentissima recitazione di uno Skarsgård totalmente fuori di senno, di cui, come sottolinea un'inquadratura che lo vede al volante della propria macchina mentre non presta attenzione al paesaggio cui l'inquadratura e il nostro sguardo stessi si posano, ci è impossibile seguire il percorso del suo sguardo vacuo e vitreo.
Andando avanti per questa strada, che finisce per avvicinare moltissimo l'opera sul piano estetico al nostro genere preferito (il finale “smascheramento” di Vernon ricorda perfino quello di Michael Myers), genere che Saulnier non ha mai rinnegato soprattutto nella violenza grafica, ci rendiamo conto come non sia il concretizzarsi della superstizione del villaggio riguardo ad un fantomatico demone-lupo impossessatosi di Medora a determinare l'agire dei personaggi, ma la causa stessa di tale regime superstizioso, il posizionamento, più volte sottolineato nel corso del film, del villaggio di Keelut oltre i limiti del mondo civilizzato (i personaggi non conoscono San Diego o non hanno mai visto il mare) che, oltre a spiegare concretamente la psicologia della comunità, permette di instaurare quel clima di puro terrore latente passando dagli sconfinati panorami innevati all'illuminazione degli interni, spesso simile a quella di un fuoco da campo nella notte dei gelidi boschi canadesi, come quello che compare nel climax del racconto Il Wendigo (1910) di Algernon Blackwood: lo stesso Lovecraft lo definiva un maestro nella fabbricazione di novelle il cui protagonista fosse il mood prodotto da un'ambientazione che solo suggerisva l'agency di forze sovrannaturali, che in questo caso sbricianìvano sullo sfondo della ricerca da parte di un gruppo di cacciatori di un loro compagno disperso nei boschi freddi e buii; questo personaggio, in una manipolazione della celebre leggenda dei nativi americani che vede uomini trasformarsi in cannibali piegata alla sottile ambiguità di Blackwood, subisce prima una inquietantemente poco evidente mutazione fisica nei piedi, dopodichè viene ritrovato fuori di senno e con i piedi nudi in cancrena per il freddo. Come Vernon e Medora, la vicinanza alle potenze cosmiche che possono essere intraviste nell'assenza umana e nella natura selvaggia è stata più che sufficiente a farlo impazzire, o, come dice il proverbiale nativo americano del racconto (di cui c'è un'anziana rappresentante femminile pure nel film di Saulnier), a “vedere il Wendigo”.
Quest'analogia è ovviamente giustificata anche dalle interpretazioni finora fatte da altri, a cui il film si presta particolarmente ed intenzionalmente, ma ci sono un paio di punti particolarmente criptici che, a questo punto, mi concedo di vedere come strettamente connessi al cosmic horror del racconto di Blackwood: anzitutto il riferimento fatto a Russel da Medora riguardo a “qualcosa di strano nel cielo”, prima in sogno e poi nella realtà, come se la donna avesse un'impossibile consapevolezza dei sogni del nostro protagonista (e chi conosce il weird o la narrativa cosìdetta “lovecraftiana” sa quanto questa indistinguibilità sia importante nella creazione dell'atmosfera), e come se la responsabilità di tutto fosse da imputare, piuttosto che alla sola innaturalmente lunga notte artica, all'imperscrutabile e cieco disegno dei vuoti cosmici, che peraltro essa suggerisce;  inoltre ricorre, con un'evidenza superiore alla sua rilevanza narrativa, il fatto che Russel indossi per tutto il film gli stivali da neve di Vernon, che Medora gli aveva offerto quando per la prima volta si era recato in casa sua, e che non è difficile associare al comportamento “sano” ed empatizzabile del protagonista a quello “insano” e distante del killer con la maschera di lupo (o di Wendigo), se si pensa, come suggerisce M. Grant Kellermeyer, che nel racconto stesso di Blackwood la perdita di contatto con la realtà era sottolineata dalla perdita dei piedi.
Per concludere, voglio spingermi un po' oltre il confine dell'interpretazione e notare come, a discapito dell'ovvia metafora che il film pare restituire così chiaramente, l'ordine naturale non preveda affatto la vendetta premeditata che Vernon pare perseguire nei confronti di Medora (perdonatemi se, invece di citare fonti scientifiche, faccio riferimento a Herman Melville quando dice che «provare rancore per una bestia bruta che agisce per puro istinto è blasfemo»), anche perchè mi sembra che questo possa dare una spiegazione più che soddisfacente ad altre due delle scene più sibilline della pellicola: il primo incontro del naturalista con un branco di lupi durante l'iniziale ricerca del bambino scomparso (prima che si venga a sapere che questi giace morto nella cantina di casa propria), ripreso poi in maniera speculare verso il finale, dove marito e moglie si riconciliano inspiegabilmente; i lupi, spiega Russel allo sceriffo («Qui non stiamo parlando di animali, signor Core». «Se lo dice lei»), possono alle volte uccidere i loro stessi cuccioli, ma non sono in grado di concepire linee temporali a lungo termine, come fa invece Chion, un amico di Vernon, quando vede nell'incapacità della polizia di fare fronte alla morte di un bambino “la morte del futuro”; questo rancore condiviso dallo stesso Vernon, che Chion aiuta in una strage graficamente esplicita ed ottimamente diretta dove vanno notati i numerosi primi piani di lupi a mo' di testimoni interdetti della vicenda (e dove l'interno buio della casa di Chion contrasta con quello luminoso che in altre occasioni avevamo visto opporsi al buio dell'esterno), è il “figlio incestuoso” di una fase impura e transitoria tra l'uomo e l'animale, che arriva invece a compimento solo quando Vernon “perdona” Medora (nella stesssa caverna dove erano stati visti fare l'amore in un brevissimo flashback, ennesimo rimando ad una “ferinità” positiva per quanto mi riguarda) e fugge insieme a lei (in montaggio alternato, due lupi corrono nella direzione inversa), “graziando” Russel proprio come il branco dell'inizio della pellicola.
Proprio l'unico momento di umanità di Vernon lo si vedeva in quel famoso flashback in cui era reduce insieme al figlio dall'uccisione di un cervo («è stato bellissimo» commenta il ragazzino), un comportamento simile a quello dei lupi verso i cuccioli del branco, a definitva riprova che la selvaggia e cosmica perdita dell'umanità messa in scena da Saulnier non è negativa in sè, ma lo è solo dal limitato punto di vista dell'essere umano, travisata dai suoi sentimenti artificiali ed innaturali come l'odio e la vendetta; e innaturali ed artificiali come il Natale: in una delle primissime inquadrature, quando Russel lascia casa propria, delle luci natalizie ci ricordano qual'è il periodo dell'anno per il resto del mondo, ma non per il piccolo villaggio di Keelut, Alaska, dove è sempre “inverno” e dove, per questo, l'illusione del Natale non può sussistere. E mentre Vernon e Medora si elevano più che abbassarsi allo stato di animali, Russel torna alle noiose sicurezze della vita normale che facciamo tutti (rappresentate dalla figlia che per tutta la pellicola desiderava poter andare a trovare), dove le luci natalizie dell'inizio, che tanto vi piacciono perchè “tengono alla larga il buio” della vera natura delle cose che siete voi stessi, ci vengono invece ricordate, in modo decisamente poco casuale, da una radio che trasmette Please come home for Christmas in maniera appena percettibile, prima che si trasformi nel tema dei titoli di coda (niente da dire sulle ottime musiche). 
Allo stesso modo, così vi vengono ricordate quelle parole così fuori luogo che scrissi all'inizio, e cioè che, fondamentalmente, il Natale non esiste. 
Buon Natale di merda a tutti.

Articolo di Donato Martiello