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domenica 12 giugno 2022

• Ecosofia del Pianeta Instabile, vivere in un mondo destinato al cambiamento (Miskatonic Archives)

Le trasformazioni che avvengono in un pianeta durante miliardi di anni sono innumerevoli. Gli effetti di alcune di queste trasformazioni sono molto dilatati nel tempo, poco percepiti o ignorati durante un breve arco di vita umana. Anche la nostra mente si trasforma insieme al mondo, in un continuo gioco di influenze. Il principio entropico e i modelli di meccanica non classica descrivono gli spazi sempre in perenne metamorfosi. 

La rapidità di trasformazione di un pianeta aumenta proporzionalmente al livello tecnologico raggiunto dalle civiltà che lo popolano. La scala di Kardashev ha ipotizzato delle categorie cardinali per i livelli di civilizzazione in base alla resa energetica della tecnologia applicata. Il nostro mondo è collocato al di sotto del primo livello, dal momento che non siamo ancora in grado di usare al meglio l’energie solare. 

Spesso rappresentato come statico ed immutabile, per semplicità di giudizio o per difetto di scopo, il nostro habitat è invece un sistema fisico in continuo cambiamento e governato dal caos. Lo studio dell'evoluzione planetaria è suddiviso da diverse materie scientifiche, in base all'oggetto di riferimento, seguendo classi descrittive e culturali a volte anche in disaccordo tra di loro.

Secondo il biologo evoluzionista Klaus Rohde, l'ecologia è stata a lungo plasmata da idee che sottolineano la condivisione delle risorse e la competizione per quelle risorse, e dal presupposto che popolazioni e comunità tipicamente esistano in condizioni di equilibrio in habitat saturi sia di individui che di specie. Tuttavia, molte prove contraddicono queste ipotesi, e nel suo libro afferma che il disequilibrio è molto più diffuso di quanto ci si potrebbe aspettare (Nonequilibrium Ecology, Cambridge University Press – 2006). 

La tesi del non equilibrio mette alla prova qualsiasi tentativo logico di fronteggiare l'incertezza del futuro e le sue crisi caratterizzate da trasformazioni fuori portata, inarrestabili ed irreversibili. Ho sempre apprezzato la potenza descrittiva nel raccontare un mondo in continua trasformazione. Riflettere sulle basi e sulle cause dei cambiamenti mondiali è un esercizio mentale dinamico e speculativo, stratificato all’interno del mondo della letteratura, in un simbolismo intrinseco di interconnessione tra l’arte e la vita, tra il macro ed il microcosmo, tra l’autore e lo spettatore, tra l’oggetto ed il soggetto.

In questo breve articolo confronterò le storie di alcuni pianeti fantastici della narrazione cinematografica, teatri di rivoluzioni globali e galattiche in grado di trasformare drasticamente l’aspetto del pianeta ed i suoi abitanti. Geomorfismi metatrascendentali per veicolare al pubblico una catarsi ricercata nella metodologia della presa coscienza. Epifanie ritardate e retroattive. Trasformazioni molto spesso innescate dall’uomo e pilotate per lunghi secoli, conferiscono anche allo spazio scenico il ruolo di ecoprotagonista all’interno di saghe e cicli epici. 

Arrakis e Trantor
Illustrazione di Cristiano Baricelli
Arrakis, o Dune, è il pianeta ideato dalla penna di Frank Herbert nel 1965, nell’omonima epopea che ci ha donato lo scorso anno la sua prima degna trasposizione cinematografica a cura di Denis Villeneuve, vincitrice di ben sei premi Oscar. Trantor, invece, è il pianeta capitale ed ecumenopoli dell’Impero Galattico nel ciclo della Fondazione di Isaac Asimov del 1942, recentemente adattata per il piccolo schermo da Davis Samuel Goyer e Josh Friedman per Apple TV+ nel 2021

In un intervallo temporale lungo migliaia di anni, il pianeta-deserto Dune prenderà le sembianze di un pianeta verde ed ospitale al seguito di lotte di potere, guerre, messianizzazioni, ascensioni, abominazioni, cospirazioni politiche e religiose. Ciclo già noto, prototipo preistorico anche del terzo pianeta del sistema solare. Nel suo universo, Dune è il pianeta più importante in quanto unica sede di produzione della spezia: misterioso elemento psicoattivo che permette i viaggi interstellari, prodotto da vermi mastodontici abitatori del deserto, anime e vessilli divini di un mondo che si autodivora. Un universo futuristico privo di robot o intelligenze artificiali che lascia spazio ad azioni sovraumane espresse all’interno di una civiltà galattica feudale e biotronica. Un pianeta mistico che non seduce, trappola della fede e del suo misticismo. 
Bene Gesserit – Philippe Bertrand (bashi.buzuk)
Su Trantor, invece, assistiamo all’ascesa e alla caduta dell’Impero Galattico, reminiscenza storica dell’antico Impero Romano, collocato nello spazio cosmico e siderale. Anche su Trantor assistiamo alla profezia pleiotropica, solo che questa volta non ha origini religiose, bensì accademiche: la psicostoria ha calcolato matematicamente che l’Impero è destinato a collassare, forse perché, a causa del linguaggio, le relazioni gerarchiche e istituzionali tendono sempre verso una certa decadenza autodistruttiva. Non serviva scomodare la matematica per sottolinearlo, dal momento che milioni di pianeti, sotto l’egida dell’Impero, eseguono gli ordini di un imperatore clone tripartito in tre diverse forme di età, ognuna vittima e carnefice della macchina tecnopatriarcale. Temendo le profezie accademiche della psicostoria, il triumvirato genetico permetterà la formazioni di nuove colonie umane su pianeti esterni, in posizioni estreme dell’Impero: le Fondazioni.
Emperor Cleon – Philippe Bertrand (bashi.buzuk)
Nella serie, le geometrie dell’urbanistica di Trantor cambiano fin da subito, definendo immediatamente la caducità di qualsiasi privilegio.

Entrambi i pianeti riflettono sul potere delle predizioni e la forza dei sogni, descrivendo la guerra come un orgasmo collettivo perpetuato dalla politica corrotta e decadente. Su Dune, la reciproca empatia tra l’uomo e la terra culminerà con la simbiosi tra l’uomo e il verme in contrasto alle istanze di razzismo ambientale mediate da un linguaggio rituale utilizzato come arma per manipolare le persone. Su Trantor, invece, è l’olonomia capitalista che minaccia la coscienza costruita attorno ad antiche credenze disabitate da cui fuggono, nello spazio, i flussi migratori: l’ultimo baluardo di sopravvivenza per una civiltà. In entrambi questi mondi il messaggio che traspare è quello di non fidarsi delle figure carismatiche, di dubitare dell’eredità del passato ridescrivere il rapporto uomo-natura, anche attraverso tecnologie invasive interspeciste ed intraspeciste.
Leto II, God Emperor of Dune - Aaron Rizla
Sicuramente esistono altri modelli planetari letterali in cui il tempo ha decretato la metamorfosi del pianeta, ad esempio, Il Pianeta della Scimmie (1963) o il più recente 2067 - Battaglia per il futuro (2020). Queste espressioni letterali sono forse la manifestazione di paure più ataviche, come l’impotenza umana nei confronti della natura primigenia e selvaggia. 

L’ambientalismo razionale prefigge il superamento di certe ideologie antiquarie e in questo articolo ho cercato di descrivere le metafore ecologiche che trovano larga espressione anche oltre i limiti artistici e scientifici. Esistono anche molti artisti e attivisti che lavorano per rendere il mondo un posto migliore. Scientist rebellion è un collettivo di scienziati che da un paio d’anni si espone affinché i governi mondiali si adoperino per il compimento di leggi a difesa del clima. Non tutte le nazionalità sono sensibili a questo tema e anche la percezione del problema ecologico è diversa a seconda della latitudine di riferimento. 

Personalmente mi ritengo molto fortunato di aver conosciuto artisti sensibili a questa tematica, non a caso, in Finlandia, dove il tessuto urbano è in semiperfetta simbiosi con la natura feroce e ferale delle foreste. Sono due gli interventi artistici che più mi hanno colpito. Il primo é il progetto Performative Habitats di Egle Oddo, nella quale l’artista entrando in comunione con ciò che la circonda, costruisce dei giardini evolutivi destinati ad autosostenersi senza l’intervento umano. Il secondo, invece, è stato l’altare per Greta Thunberg di Kamila Sladowska al Yö Festival di Helsinki in cui alla giovinezza è affiancato il mito della santità futura in missione per salvare il mondo! 
Altare per Greta Thunberg – courtesy of Kamila Sladowska 
Photo: Robert Prokopovich

 Buona Fortuna!

ARTICOLO E ILLUSTRAZIONE DI
ILLUSTRAZIONI ORIGINALI DI












REVISIONE DI
GIULIA ULIVUCCI E


lunedì 26 aprile 2021

(Decode_Spy):Le Cruel Espionnage/La Figura della Spia tra Storia, Cinema e Letteratura

Horror Moth City,

26 Aprile 2021

ore 19:20

Miskatonic Secret Archive Case#1: OPEN
Le funzioni di spionaggio comprendono e coinvolgono numerose attività: sbirciare i compiti, gli uffici e le cariche del bersaglio, falsificare, contrassegnare o bruciare carte, avvelenare le sorgenti o i pozzi, infrangere le regole, colpire sotto la cintura, tradire, imbrogliare, mentire, ingannare, diffamare, intercettare, essere indiscreti, essere sleali, rubare, corrompere, sabotare, uccidere, distruggere, giocare sporco, ricattare e sedurre. Così semplificava lo scrittore americano e storico militare, Joseph E. Persico (1930-2014), e continuando nel suo libro: “Roosevelt’s Secret War: FDR and World War II Espionage” (2001) afferma che: lo spionaggio ribalta la dicotomia dissociativa delle virtù, elevando di conseguenza il vizio.

Le spie sono gli agenti segreti che operano all’interno delle attività di spionaggio o di controspionaggio, in ambito militare, industriale, economico o finanziario, ed ovunque possa stabilirsi un’attività di intelligence: raccolta, mantenimento, analisi e diffusione di dati ed informazioni utili alla sicurezza di un’ente o di un’organizzazione.

La storia è ricca di numerose spie e in questo breve articolo cercherò di analizzare l’evoluzione del mestiere della spia nel corso della storia e mi soffermerò su: le spie più note divenute protagonisti, antagonisti o antieroi dell’immaginario collettivo. Personalità storiche in bilico su morali precarie, agenti sull’orlo di una crisi di nervi e risolutori definitivi in guerra. Si suppone che, a parità di forza bellica, ogni guerra sia vinta dalla fazione che dispone del miglior circuito di spionaggio e di controspionaggio. Le loro biografie, con annesse operazioni di spionaggio o di controspionaggio, vi aspettano in qualunque testo di storia, in rete e ne “L’Atlante delle Spie: dall’antichità al Grande Gioco ad oggi” del Gen. Umberto Rapetto (2002).

La figura della spia è una derivata delle funzioni degli usi e dei costumi di un popolo. Funzioni integrate in un preciso delta temporale. Fonti da tutto il globo raccontano di spie già in epoche a noi lontanissime, grazie a ciò è possibile identificare analogie e differenze tra Oriente ed Occidente nel corso dei secoli anche grazie a queste emblematiche figure in incognito.

In Occidente, gli autori più importanti hanno sviluppato i modelli di criptografia e decriptografia: dagli annali bellici latini della Gens Iulia, alla macchina perfetta di Alan Turing contro ENIGMA, lungo un ampio arco storico di conflitti tra Repubbliche e Signorie, Nazioni ed Imperi, con classici canoni a ripetersi. Nell’Oriente del Giappone feudale, la figura della spia è stata il ninja (shinobi/kunoichi). Durante il periodo Oho dell’era Heian (794-1185), una prima trattazione delle attività di ninjutsu è stata redatta dalla School of the Hidden Door (Togakure-ryu, koryu dell’odierno Bujinkan). Mentre in Cina, la prima classificazione logica e formale della figura della spia è stata trascritta nel capitolo tredicesimo de “L’Arte della Guerra” di Sun Tzu.

Secondo Master Sun, l’insieme delle spie comprende cinque sottoinsiemi: la spia del luogo (local spy), l’infiltrato (inside spy), la spia invertita (reverse spy – double agent), la spia morta (dead spy) e la spia vivente (living spy). Il Sensei sostiene che quando tutte e cinque le categorie sono attive, nessun nemico sarà mai in grado di surclassarvi, portando a compimento quello che definisce essere il genio organizzativo del comando strategico militare.

I spy with my little eye a...
LOCAL SPY 

Isabella Maria Boyd – Illustrazione originale di Philippe Bertrand (Bashi Buzuk)

La figura più semplice di spia, ingaggiata all’interno di una popolazione locale per attività di intelligence in situ. Il primo gruppo di spie è estremamente eterogeneo, per cui non esiste un profilo universale. Potenzialmente oggi, ogni cittadino del pianeta in possesso di uno smartphone è oggi una spia locale inconsapevole delle grandi multinazionali (v. Edward Snowden 2013 & Cambridge Analitica 2018). Interpretando il modello datacratico di Daniele Gambetta (“Datacrazia. Politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data”, 2018) potrei affermare che anche gli influenzer sono spie del luogo per certi versi. Nel passato, invece...

Isabella Maria Boyd (Belle Boyd, 1844-1900), la Sirena del Sud iniziò le sue operazioni di spionaggio in Virginia fedele ai ranghi degli Stati Confederati. Regina delle evasioni, spesse volte sotto lo scacco del fuoco incrociato, protagonista in numerosi romanzi e arcade (“The Smiling Rebel”, Harnett Kane, 1955. Civilization 4 Beyond the Sword, Firaxis). Chiude il gruppo l’ombra di Mademoiselle Elsbeth Schragmüller (Fräulein Doktor, Mademoiselle Docteur, Fair Lady, La Baronne, Mlle. Schwartz, 1887-1940), prima generazione di donne accademiche tedesche, invisibile esegue operazioni segrete per l’Impero, tra leggende metropolitane e pellicole alla moda (Stamboul Quest - Sam Wood, 1934. Fräulein Doktor - Alberto Lattuada, 1969).

Elsbeth Schragmüller – Illustrazione originale di Philippe Bertrand (Bashi Buzuk)

Il network di spie nomadi e senza dimora del detective Sherlock Holmes ne rappresenta una variante caparbiamente estesa.

INSIDE SPY
Gli infiltrati (o talpe) reclutati tra gli ufficiali nemici possibilmente disaffezionati o maldisposti verso la bandiera, oppositori del regime o familiari di ufficiali caduti in disgrazia. Possono essere stati puniti per eccesso di avidità, confinati ai ranghi inferiori in attesa di una rivincita. Propensi alla corruzione e potenti agitatori delle masse (Sun Tsu, “The Art of War”). Dalla morale controversa e fluida, ci indicano le soglie di un equilibrio precario tra le potenze rivali mondiali. Antipatici e dispettosi. Fornitori di informazioni riservate o materiali altamente sensibili.
Illustrazione originale di Philippe Bertrand (Bashi Buzuk)
Il fisico teorico Klaus Emil Julius Fuchs (1911-1988) potrebbe rappresentare un membro di questa categoria per aver consegnato ai sovietici importanti calcoli sullo sviluppo della bomba atomica. Väter der tausend Sonnen (1990) è il docufilm che riassume le sue attività di spionaggio.

REVERSE SPY
Se una spia decide di fare il doppio gioco diventa una spia invertita o double agent. In situazioni compromesse, una spia invertita può ritornare sui suoi passi risultando un redouble agent o triple agent. Generalmente, le spie invertite sono dedite alla trasmissione di informazioni false o all’identificazione di agenti di controspionaggio. Idealisti, psicologie remote per personaggi di rilievo nello svolgimento delle trame. Atroci dei ex machina.

Margaretha Geertruida MacLeod è tra le spie invertite più famose, Code_name: Mata Hari, la sublime danzatrice esotica passaporto olandese, fedele all’impero tedesco, infiltrata tra i ranghi della Terza Repubblica di Francia, eterna incarnazione della Femme Fatale in cineteatroproduzioni omonime dal 1920.
Illustrazione originale di Philippe Bertrand (Bashi Bazuk)
Almeno un caso in cui ad un doppio agente è riservato l’onore di essere celebrato come eroe in entrambe le fazioni di un conflitto. Code_name: Angel, Ashraf Marwan, uomo di affari egiziano, doppio agente Angelo del Mossad, protagonista di: testi accademici di intelligence (Coffey, Thomas G. "Review: The Angel: The Egyptian Spy Who Saved Israel", 2017 Central Intelligence Agency Library), romanzi (Ahron Bregman, “The Spy Who Fell to Earth” – 2017) e pellicola (The Angel, Ariel Vromen – 2018). Altre volte, invece, l’identità di questi agenti rimane sconosciuta, e sono ricordati dalla storia soltanto con il loro nome in codice. Code_name: April Fool. Generalmente questa è la classe dei wistleblower.

Anche sul piccolo schermo ricoprono spesso posizioni di comando in operazioni militari, come il Ser. Magg. Nicholas Brody, eroe di guerra e terrorista in fuga, assassino della CIA, enigmatico militare americano influenzato dall’islam estremista nella serie thriller politica americana Homeland (2011). L’agente doppio percepisce un doppio stipendio e corre un doppio rischio.
Illustrazione originale di Philippe Bertrand (Bashi Bazuk)
DEAD SPY
L’insieme più sfortunato è sicuramente quello della spie che sono morte o che moriranno ingannate dal comando. Destinate alla morte e alla trasmissione di false informazioni. Terminano qua, molto spesso, diverse operazioni sotto falsa bandiera (false flag). Un agente segreto può anche inscenare la propria morte, ricoprire parzialmente questo ruolo e sparire dalle scene.

All’insieme triste aggiungo anche quei casi in cui ad un cadavere, sotto falsa identità, si assegna il compito di consegna di false informazioni ed il classico conseguente riposizionamento delle avanguardie nemiche.
Morti premature e destini crudeli, metafore di un’eterna solitudine. Personaggi secondari dimenticati o sconosciuti, agenti dalla copertura bruciata. Innominabili, lasciano lo spazio alla quinta ed ultima classe.

LIVING SPY
Per contrapasso invece, le spie viventi sono gli agenti speciali che sopravvivono sempre a qualsiasi missione. Fedeli ed operativi, predisposti per natura, maestri dell’inganno. Idealisti e grandi strateghi militari che giocano d’anticipo. Protagonisti di intramontabili cicli narrativi e letterari. Per questo gruppo di spie, Master Sun ricorda quanto sia importante la segretezza e suggerisce per il ruolo coloro i quali, in possesso di una mente brillante, appaiano poco intelligenti al primo sguardo, insospettabili dall’animo forte, veloci, potenti e coraggiosi, immuini alla seduzione ed in grado di affrontare la fame, il freddo e il disonore.

Professionisti del mestiere per agenzie segrete di intelligence. Figure dominanti nella mitologia contemporanea dello spionaggio da guerra fredda. Agenti dal grilletto facile: dalla penna di Ian Fleming, la storia di Sidney Reilly (1874-1925) si trasforma in quella di James Bond. Nel mondo della finzione queste spie possono vivere molto a lungo, mentre nel mondo reale il decalogo del controspionaggio sconsiglia di perseguire una carriera incentrata su questo ruolo per tempi molto lunghi. Una spia che vive molto a lungo è in grado di diventare un maestro delle spie o un persino un presidente di una potente nazione.
Illustrazione originale di Philippe Bertrand (Bashi Buzuk)
Sun termina L’Arte della Guerra sottolineando l’importanza della conoscenza e il valore dell’informazione in contesti umanitari e di giustizia, elaborando su presunte ipotesi di complotto o simulazioni di congiure.

Le spie del passato potevano nascondere messaggi in celate quarte di copertina e disseminavano documenti falsi nelle biblioteche nazionali. Al contrario di oggi, dove la battaglia nel predare le informazioni si è spostata sulle piattaforme digitali. Nihil sub sole novum.
MAXIMILIAN CERVOTE... la spia sacerdote - illustrazione di the_RAITO
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Miskatonic Secret Archive Case#1: CLOSED

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domenica 24 gennaio 2021

DARK TENET K-rad(ius): Timeloop Bromance+Reverse Entropy = Manovra a Tenaglia Temporale e Quantum Immortality contro il Principio Inesorabile dell’Orizzonte degli Eventi (Atto 2)

Being with you and not being with you is the only way I have to measure time.

Jorge Luis Borges

Ricominciare da capo è un po’ come tornare indietro nel tempo. Tornare indietro nel tempo ci permetterebbe di ripetere un’esperienza per cercare di modificarla anche in accordo al nostro gusto personale. Investire un secondo tempo, per raggiungere un secondo obiettivo, potrebbe sembrare una pratica noiosa e deleteria, monotona, tediosa e controproducente. Ricominciare da capo è un po’ soporifero, a volte spiacevole e per taluni insopportabile. Ricominciare da capo è anche indispensabile: dalle prove d’orchestra, alle prove di regia, fino al seminfinito ripetersi della narrazione:  musicale come nei leitmotif e nelle arie da capo, o scenica, quando il disegno della trama ripercorre le geometrie temporali del cerchio.

Il timeloop non è un artificio narrativo che piace a tutti. Il timeloop è un paradosso, e come tale andrebbe trattato, facendo ricorso anche alla sospensione dell’incredulità, se necessario, dal momento che infrange il principio di conservazione. Il timeloop è la trasposizione cinematografica delle istanze storico-filosofiche sull’eterno ritorno di Nietzsche. Molto più semplicemente, in un timeloop, causa ed effetto coincidono, ed è più facile riferirsi in questi casi a delle singolarità.

Ad ogni singolarità è possibile associare un orizzonte degli eventi: un’osservazione specifica in uno specifico punto dello spazio durante uno specifico intervallo di tempo. Nel paradosso di Schrödinger, associato al collasso della funzione d’onda (Ψn), tale orizzonte è l’apertura della scatola. Nel 1957, il fisico Hugh Everett sostenne che la funzione d’onda non collasserebbe. Secondo la sua interpretazione della meccanica quantistica, la funziona d’onda è una realtà oggettiva, per cui non ci sarebbe nessun collasso relativo all’osservazione, ma bensì esisterebbero tante dimensioni parallele, ognuna per ogni plausibile e possibile risultato associato all’osservazione stessa. Questo scenario, che implica l’esistenza del multiverso, non è dimostrabile sperimentalmente, perchè l’empirismo si basa, appunto, sull’osservazione stessa, ciononostante, la fisica quantistica e le ricerche sulla quantum gravity continuano sia a lavorare per la realizzazione di un quantumcomputer sempre più potenti e sia ad ispirare numerosi autori e registi. 

In questo contesto multiuniversale letterario e fantascientifico, l’orizzonte degli eventi diviene un banalissimo vettore complesso dello spazio di Hilbert ed è piuttosto facile controllarlo e manipolarlo a proprio piacere, distruggerlo se volete. Facendo riferimento ai paradossi di autoreferenzialità o ai Teoremi di Incompletezza di Gödel, è possibile ipotizzare, per esempio,  che, nel sistema di riferimento solidale all’orizzonte degli eventi stesso, esistano uno o più vettori di Ψn associati all’osservazione di tale orizzonte in grado di ridescrivere il continuum, come se più orizzonti fossero in realtà sovrapposti in modo tale da lasciare alla prospettiva il compito della risoluzione della trama la quale assume così le caratteristiche geometriche dell’interuniverso di Mochizuki

Affrontare il principio inesorabile dell’orizzonte degli eventi vuol dire sia iniziare a fare i conti col determinismo cinico e sadico del Primo Atto, sia terminare i conti con il suo epilogo ne l’Ultimo? Atto, in cui ho cercato di evidenziare i confini fisici e i contorni razionali di tale orizzonte fisico/letterario... d’altra parte, manipolare tale principio, plagiarlo alla prosa, è adesso anche un’arte fantamilitare, che dal 2020, grazie a Christopher Nolan e il suo TENET, ha un nome: manovra a tenaglia temporale, degno aggiornamento sul trattato de l’Arte della Guerra di Sun Tsu

In contrasto, la scuola tedesca di Baran bo Odar e Jantje Friese ha deciso, invece, di distruggere questo orizzonte con il finale della serie Dark (2017-2020), in cui due dimensioni parallele, associate ed evolute a partire dalla creazione della macchina del tempo, si coalizzano con successo per fermare la realizzazione della singolarità tecnologica stessa mentre due diverse società segrete di viaggiatori del tempo, ognuna nella propria dimensione, perseguendo ognuna i propri ideali, darà origine al più complicato albero genealogico mai apparso sullo schermo televisivo quale eco della genesi biblica.  

Questi modi alternativi che descrivono la ri-capitolazione dei timeloop ricordano i diagrammi di elettrodinamica quantisca di Richard Feynman e mi hanno permesso di immaginare una nuova unità di misura per descrive le diverse geometrie temporali delle iterazioni sceniche: il DARK TENET K-radius (o Dark Tenet Krad, abbr. DT K-rad). Prendendo in prestito il termine krad (Kilo Radical) dall’Urban Dictionary, ho adimensionalizzato rispetto al tempo la dimensione temporale della trama (e non la sua esposizione cronologica rispetto al pubblico che risulta quasi sempre descritta dalle tecniche narrative dell' in media res, flasback e flashforward) per classificare, con quattro grandi macrocategorie, l’iperdimensionalismo temporale messo in scena:

• Nella prima categoria è possibile associare tutte le storie che seguono la canonica traiettoria temporale lineare ed euclidea, con un inizio ed una fine ben distinti, o tendenti linearmente ad infinito. In queste storie lo sviluppo della trama può essere una linea, una retta o una semiretta.
I punti di vista dei personaggi possono essere rappresentati da segmenti, più o meno lunghi. Queste timeline giaciono sullo stesso piano.
Le storie su piani privi di curvatura sarebbe caratterizzato da un DT K-rad < 0. Ogni dimensione nella storia può essere rappresentata da un n-simo piano immaginario. Un eventuale retta di intersezione tra due o più piani rappresenterebbe un’orizzonte degli eventi immutabile. Tanto maggiore è il numero di piani, tanto più negativo risulta il DT K-rad associato a questa storia (DT K-rad = -∑n).
In questa categoria narrativa, il viaggio nel tempo potrebbe essere rappresentato dalla retta di intersezione tra due piani, ma la singolarità ad essa associata risulta immutabile nel tempo. In accordo al teorema delle intersezione dimensionali non troveremo paradossi formali per intersezioni singole, e di conseguenza nessun timeloop. (DT K-rad < 0).
 

• Alla seconda categoria, per progressione lineare, attribuisco al DT K-rad un valore nullo e uguale a zero, in quelle storie in cui il timeloop, non solo si conclude su sè stesso, ma viene anche annientato ed annichilito in tabula rasa (per esempio con un reset). All’interno di questo insieme, oltre al già citato Dark, che prende di mira la singolarità e la distrugge, possiamo ritrovare anche vari archi narrativi di Doctor Who. L’elemento geometrico che attribuisco a questo scenario è il punto. (DT K-rad = 0).

• Nella terza categoria, appartengono le storie in timeloop, storie in cui l’inizio coincide con la fine. Questa curvatura risulterebbe essere generata da una o n-sime singolarità che permetterebbero una serie infinita e ciclica di eventi sempre identici o quasi identici, in cicli che si ripetono ad infinitum (DT K-rad = ∑n). Ne sono esempi: 12 Monkeys di Terry Gillian (1995), Lost Highway di David Lynch (1997), Donnie Darko di Richard Kelly (2001), Timecrimes di Nacho Vigalondo (2007), Looper di Rian Johnson (2012), The Endless di Justin Benson (2017), etc...

• La quarta e ultima categoria, presuppone e ipotizza un numero potenzialmente infinito di singolarità, in grado di alterare l’interpretazione del finale della storia ad ogni nuova visione prospettica associata all’orizzonte degli eventi. In Tenet, per esempio, l’invenzione scenica dell’entropia invertita ha permesso: sia il viaggio a ritroso nel tempo, sia la possibilità pratica, per l’autore e per lo spettatore, di riscrivere il finale della storia a proprio piacere. In questo contesto la sovrapposizione delle singolarità coincide con l’intersezione di piani infiniti, generando uno spazio tridimensionale sferico (DT K-rad = ∞).

 

Alla quarta categoria è possibile attribuire il merito del raggiungimento della quantum immortality, grazie alla quale, qualsiasi personaggio dato per morto, potrebbe resuscitare in un ipotetico sequel con una riproposizione alternativa del quantum entanglement associato alla Ψn dell’orizzonte degli eventi, un’addizionale proiezione ortoassiale di una sezione ipercubica. Circumnavigando le declinazioni filosofiche e poetiche alla maniera della calligrafia orientale, il cerchio chiuso, o ensô, é la rappresentazione artistica della perfezione, nonchè la figura geometrica più difficile da realizzare a mano libera. Così come il cerchio, la storia di TENET e il titolo stesso della pellicola, sono palindromi e liberamente ispirati al famoso quadrato magico medievale.

L’ inizio con l’assedio all’Opera House e la battaglia finale tra le montagne presentano eventi che si svolgono nello stesso momento nell’universo della pellicola, rendendo palindroma la collocazione degli enventi all’interno della narrazione. Il coprotagonista Neil, interpretato da Robert Pattinson, non solo, è potenzialmente onniscente perchè viene da un futuro in cui è arruolato dallo stesso protagonista diventato nel frattempo il CEO dell’organizzazione internazionale TENET, ma risulta consapevole del suo stesso presunto triste destino che lo attende, quando, con il suo ultimo ed estremo sacrificio finale darà la vita per salvare quella del protagonista, nei suoi ultimi istanti di tempo invertito. Non fornendo nessun dettaglio tangibile, al di fuori di un cordoncino arancione legato allo zaino di Neil, celando, per giunta, il suo viso allo spettatore, in un contesto dove è possibile invertire l’entropia, Neil diventa un gatto di Schrödinger e il suo casco, la famosa scatola associata al celebre paradosso.

Grazie alla  cronopoetica, che piega il tempo e le leggi della fisica, i film di Nolan sono sempre ricchi di acrobazie narrative. Tenet, in particolare, dove gli easter egg si sprecano e la rottura della quarta parete è suggellata, dal momento che il nome del protagonista del film è: il protagonista. Voli pindarici romantici e cronoinvertiti si travestono del manto della profezia che si autoavvera in un multiverso plastico e fluido dove infiniti colpi di scena sono garantiti dalle realtà alternative nel multiverso di un altroquando


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sabato 26 dicembre 2020

BioArte e Cinema. ALL-IN: Scena e Retroscena di una storia infinita di reciproca influenza e ispirazione


Nel precedente articolo ho trattato uno degli aspetti della morte: l’omicidio a mani nude, rappresentato nel corso degli anni sotto un’ottica artistica di stampo marziale. In questo nuovo articolo speciale di fine anno, per completare il dittico intrinseco, per contrappasso, vi descriverò uno degli aspetti più curiosi della vita, quando, se possibile, essa è sovrapposta all’Arte, in maniera indissolubile e tangente ai limiti dei livelli molecolari della micro e nano scala metrica.

(Minna Långström & Leah Beeferman: Photosonic Landscapes in Color)
Se esiste qualcosa di più controverso, in grado di scindere nettamente l’opinione pubblica, qualcosa di più discusso e ambiguo, dall’incerto valore artistico e pedagogico, qualcosa di più problematico e opinabile, per le sue ripercussioni etiche, morali e politiche, qualcosa di più incerto da generare una controversia lunga circa trent’anni, e ancora ben lontana dal suo epilogo in tutti i saloni delle elitè intelletuali ed accademiche, qualcosa di più adeguato e conveniente, in grado di alimentare l’eterna disputa tra i dettrattori e gli estimatori del processo scientifico, questa è sicuramente la BioArte, solida intesa tra i quindici minuti di notorietà warholiani e l’importanza oscarwildeana al dibattito che sorpassa oltre le comuni ideologie. 

Ampliamente, e con le dovute eccezioni del caso, la BioArte è la pratica multidisciplinare che prevede l’utilizzo di organismi viventi, o processi legati ai meccanismi della vita, per creare forme d’arte viventi utilizzando: tessuti, batteri o altri microorganismi e processi vitali. La sua stessa definizione è ancora oggi oggetto di critiche, essendo un termine coniato in tempi recentissimi da Eduardo Kac nel 1997 per descrivere una delle sue performance artistiche in cui si autoimpiantava un microchip di riconoscimento nella sua caviglia sinistra (Time Capsule). Utilizzando processi scientifici, come la biotecnologia (ingegneria genetica, coltura dei tessuti e clonazione) queste opere d'arte vengono prodotte in laboratori, gallerie o studi artistici specializzati.

Lo scopo della BioArte è considerato da alcuni artisti strettamente limitato a "forme viventi", mentre altri artisti includerebbero anche immagini e illustrazioni della medicina contemporanea e della ricerca biologica. Sebbene i BioArtisti lavorino con la materia vivente, vi è un certo dibattito sulle fasi in cui la materia può essere considerata viva o vivente. La creazione di esseri viventi e la pratica nelle scienze della vita comportano sempre un'indagine etica, sociale ed estetica. 

La BioArte è spesso concepita per essere sconvolgente, impressionante e divertente, scadendo, a volte, nel ridicolo. Può risultare grossolana e antigenica, e nel peggiore dei casi, impossibile da piazzare sul mercato delle case d’aste. Ma allo stesso tempo, si riveste del manto tradizionale di cui l'arte dovrebbe appropiarsi: attirare l'attenzione sui dettagli belli e grotteschi della natura che altrimenti resterebbero al mondo ignoti.

Sollevando numerosi interrogativi sul ruolo della scienza nella società, la maggior parte di queste opere tende alla riflessione sociale, trasmettendo critiche politiche e sociali attraverso la combinazione di processi artistici e scientifici (Pasko J.M. 2007 - USA Today). A causa di questa doppia accettazione, mentre la maggior parte delle persone che praticano BioArte sono classificate come artisti in questo nuovo media, possono anche essere viste come scienziati, poiché il mezzo effettivo all'interno di un'opera riguarda le strutture molecolari a base della vita stessa. Gran parte di quest’arte coinvolge la coltura dei tessuti geneticamente modificati con i processi di ingegneria genetica attraverso i quali il genoma di un organismo viene alterato per sottrazione o dall'aggiunta di ulteriore informazione genetica esogena, sintetizzata o trapiantata da un altro organismo. Secondo Paola Sammartano, esiste una stretta e certa somiglianza tra la clonazione e la fotografia, entrambe caratterizzate dall'intento di "riprodurre l'originale il più fedelmente possibile e in quante più copie si desideri” (Zoom Magazine - 1995, Italia).

Tra i pioneri di questa disciplina ritroviamo anche Suzanne Anker, aritsta visiva e teorica dell’arte newyorkese, che da più di venticinque anni esplora le relazioni tra la biologia e l’arte per comprendere in che modo la natura è stata alterata dall’inizio del XXI secolo. Nel 1994, Suzanne ha curato una delle prime esibizioni a tema Arte, Scienza e Tecnologia, con focus sulla genetica in Gene Culture: Molecular Metaphor in Visual Art, indagando i modi in cui l’impostazione genetica opera sui segni estetici (suzanneanker.com).

Sebbene questo sia un canone relativamente nuovo e in continua evoluzione, caratterizzato da molti sottotipi e ramificazioni sempre più interessanti, non posso non riconoscere nella cinematografia horror e nell’immaginario fantasceintifico, la primigenìa di tale ethos

Questa parvenza, o istinto, nel “giocare” con la materia vivente, di manipolarla, soprattutto per comprenderla; questa pratica che vuole l’uomo sostituirsi al dio, cieco e assente, la propensione al Prometeo e alla sua hybris, e il dialogo attorno alla tecnologia futuristica sono stati temi dapprima rappresentati sullo schermo o in letteratura. 

La manipolazione genetica viene presentata sullo schermo già da molto tempo e continua tutt’ora ad essere il modus operandi più gettonato per la creazioni di nuove terrificanti creature o futuri prossimi venturi. Si pensi al kafkiano La Mosca del 1987 di David Cronenberg, o al capolavoro distopico futurista di GATTACA di Andrew Niccol del 1997, in cui una sequenza genica è gia presente nel titolo della pellicola! La clonazione fantastica è riuscita a ripopolare il pianeta di dinosauri in Jurassic Park, dal romanzo di Michael Crichton, di cui Steven Spielberg ne fornisce una visione nel 1993, impossibile nella pratica per la mancanza di sequenze geniche complete nei fossili e per l’assenza di cellule uovo in grado di ospitarle; perdonando anche la scelta del titolo, dal momento che i T-Rex hanno abitato il pianeta durante il Cretaceo Superiore, e non nel Giurassico, secondo la Commissione Internazionale di Stratigrafia

La lista potrebbe continuare ancora con un altra decina di titoli eccellenti che sorvolano questi prolifici decenni fino a giungere ai giorni nostri culminando con le serie televisive che prevedono la creazione di corpi umani ex novo, ripercorrendo le tematiche di Ridley Scott e i suoi Replicanti in Blade Runner del 1982, come Westworld (2016) o Altered Carbon (2018), raggiungendo l’apice con quest’ultimo, dove l’immortalità dell’anima è garantita alla classe dirigente attraverso gli impianti neurali introdotti in nuovi corpi sempre più prestanti.

Nelle parti introduttive del libro: ART AS WE DON´T KNOW IT, prodotto dalle collaborazioni internazionali  di diverse Società di BioArte e pubblicato anche on line dalla Aalto Univerisity, si descrive la BioArte come un movimento artistico, un manifesto che rivendica, durante il corso degli eventi in continuo cambiamento, nuove rilocalizzazioni per le Arti e per le pratiche artistiche in cui i confini rappresentativi attorno al soggetto della ricerca, basata sul campo semantico della biologia, sono renterpretati in modo che la biomateria diventi informazione. Seguendo queste prerogative, questi artisti/precursori di idee radicali possono realizzare le loro visioni, creando qualcosa di straordinariamente estremo, realizzando un nuovo canone artistico di riflessione critica che arricchisce le nostre nozioni di vita, natura, ambiente e scienza. 

Le domande a cui i bioartisti cercano di rispondere si svillupano, anche, attorno alla ricerca di come la composizione chimica standard della vita può essere alterata e se sia possibile aprire nuove porte verso possibili scenari di ecologie biologiche parallele che non sono state esplorate o rese possibili per via della selezione naturale. Potrebbero sembrare pensieri provocatori, ma questi esperimenti sono alla base per la creazione e la ricerca di nuovi ecosistemi o processi di biobonifica su scala globale.

Profondamente radicata nelle teorie femministe e nella pratica transgender, anche la biofilosofia è basata sulle relazioni, processi e modulazioni e si presuppone di riconsiderare i concetti di essenza dei princìpi base e delle norme che sono state tradizionalemente associate al pensiero di vita, attraverso strumenti biosofici che permettono di esplorare ed espandere il canone dell’etica. 

Per esempio, alcuni tentativi di intervento sulla modifica del corpo, seppur non in maniera genetica, li ritroviamo in tantissime epopee mitologiche e scenari fantasy, nell’Edward Mani di Forbice, del 1990 ad opera di Tim Burton, per giungere finalmente al nostro secolo con il techno-thriller tedesco Biohackers, ad opera di Christian Ditter, serie televisiva presentata da Netflix nell’Agosto di quest’anno e rinnovata già per una seconda stagione. In ognuno dei sei episodi, comprendenti la prima seria, viene ripetutamente menzionata, almeno una volta ad episodio, la tecnologia di manipolazione del DNA che più di tutte ha rivoluzionato la ricerca scientifica nel settore biologico negli ultimi decenni: CRISPR/Cas9 (Clusterd Regulated Intersparced Short Palindronic Repeats/CRISPR-assosiated protein9). Ottobre 2020, le ricercatrici che hanno sviluppato tale tecnologia hanno ricevuto il Nobel per la biochimica il quale si aspettava già da tempo. Questa tecnologia è in grado di attuare modifiche genetiche ed epigenetiche sito specifiche, ed ha profondamente rivoluzionato la ricerca biologica al pari della PCR (Polymerase Chain Reaction). 

Nel 2018 lo scienziato cinese He Jiankui ha descritto al pubblico il suo uso speciale della tecnologia CRISPR su embrioni umani per renderli immuni al virus HIV: è il caso delle gemelle Lulu e Nana. I comitati etici mondiali non hanno approvato il metodo di applicazione di tale ricerca, He, insieme al suo team, è stato  processato a tre anni di detenzionamento. La serie Biohackers fa eco anche a questa storia che risulta integrata molto bene nella trama verticale. Alcuni dei set scenici che ricreano il classico laboratorio di biologia molecolare sono interessanti: a volte la buffer zone è assente, alcuni esperimenti di biohacking risultano estremi e difficilmente realizzabili a casa o nei biogarage/bioatelier della serie. Resta un tributo a tutti i bioartisti, ma soprattutto a Kac, quando compare in scena il coniglio transgenico di Kac, nella pratica fluorescente e in grado di emettere luce verde solo se irradiato ai raggi UV (!) altamente tossici per qualsiasi animale, eliminati quindi dalla scena. L’autore ha comunicato che la seconda stagione continuerà a discutere sui princìpi etici e morali del biohacking.

Esprimendo parte della natura, esplorando questi limiti biotecnici ed artistici, la bioarte potrebbe deromanticizzare l’essenza selvaggia della natura. Questo genere di ibrido, quale punto di incontro tra naturale ed artificale, è un “contratto dell’arte stipulato con la vita”, affermano gli autori e gli artisti del movimento, fornendo una definizione di scienza. 

Secondo gli esperti di ART AS WE DON’T KNOW IT, la bioarte invita ad esplorare le pratiche artistiche di intersezione tra scienza e società. La tecnologia che fornisce gli strumenti di esplorazione e ricerca nel campo delle Scienze della Vita è in costante e rapido cambiamento. Anche la xenobiologia studia questa collisione tra ciò che è umano e ciò che non lo è. La microbiologia, la realtà virtuale e la robotica si incontrano con l’arte e con gli artisti, insieme per esplorare i modi in cui noi comprendiamo ed osserviamo il mondo che ci circonda. 

I punti di contatto tra BioArte e biohacking sono espliciti ed è possibile estenderli, soprattutto col progresso delle biotecnologie. La comprensione di questi bioprogetti richiede spesso conoscenze di base di biologia molecolare e potrebbe risultare complicata senza consulto alla bibliografia di riferimento. 

In questo triste periodo, dove la scala nanoscopica continua a rappresentare la minaccia più tangibile e pericolosa per il genere sapiens, è iniziata anche la diffusione e la somministrazione del vaccino anti Sars-CoV-2, in diretta TV e in conferenze stampa.

Riuscirà la BioArte a convertire i no-vax?   

Con quest’ultima e nuova mission impossible chiudo l’ANNO I degl’archivi miskatonici

Golconda! (illustrazione originale di Philippe Bertrand)
da Golconda è tutto!

Ringraziando lo staff, colleghi, collaboratori e lettori che si sono mossi fra le righe arrivando fin qui... 

Ci si rilegge l’anno prossimo!

& BUON NATALE MMXX

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