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mercoledì 1 febbraio 2023

L'ultima ricerca di un mondo perduto - Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta ''King Kong'' (1933)

Pensare che oggi qualcuno possa non conoscere la figura del gigantesco primate che un tempo troneggiava tra le foreste dell’Isola del Teschio, e poi tra i grattacieli di New York City, è pressoché impossibile. Kong esiste da meno di un secolo eppure è diventato istantaneamente simbolo non solo del cinema, ma un'icona della cultura occidentale tutta. Uno di quegli oggetti culturali che si imprimono fortemente, in modo irreversibile, nella memoria collettiva.
Un personaggio ed un film così influenti da determinare un punto di rottura, un prima e un dopo. Cosa c’è stato prima di King Kong? Prima c’erano due persone, due tecnici dalle occupazioni diverse che si erano guadagnati con impegno e con fatica una certa fama nel proprio settore: da una parte Willis O’Brien pioniere della stop-motion che non solo aveva attirato con i suoi corti l’attenzione di Thomas Edison, ma era appena uscito dal successo de Il Mondo Perduto (1925) di cui aveva interamente curato quelli che allora erano tra gli effetti speciali più sorprendenti mai visti; dall’altra l’aviatore, cineasta ed esploratore dalla fervida immaginazione Merian C. Cooper che iniziò a concepire quello che diventerà il soggetto del film da quando andò a girare in Africa con Ernest B. Shoedsack, suo collaboratore storico, Le Quattro Piume (1929) e da quando l’amico W. Douglas Burden pubblicò un testo sui varani dell'isola di Komodo, allora appena esplorata, e ne portò due esemplari a New York.

Questi furono, fondamentalmente, i due uomini che diedero vita a Kong. È molto importante però pensare al contesto in cui entrambi erano calati: la grande depressione iniziata nel '29. Quando Cooper presentò la sua idea per un film con protagonista un gorilla (che in una scena avrebbe combattuto un drago di Komodo) al produttore della Paramount David O. Selznick, questi dovette declinare l’offerta dati i problemi finanziari dello studio. Più tardi nello stesso anno Selznick passò alla giovane casa di produzione e distribuzione RKO Radio Pictures e portò Cooper con sé.
O'Brien sul set
È tra quelle mura che avvenne l’incontro tra i due. O’Brien attirò l’attenzione di Cooper con il suo test footage Creation, progetto dell’animatore per una pellicola in cui avremmo visto l’uomo moderno entrare in contatto con dinosauri e altri animali preistorici su un’isola sperduta, scartato dai produttori a causa dell’elevato budget che avrebbe richiesto. Il regista avventuriero rimase estasiato dall’abilità che O’Brien dimostrò in quel corto, così convinse Selznick a commissionargli dei filmati di prova basati sul concept che aveva in cantiere dai tempi della Paramount. Una volta che O’Brien mostrò i risultati del proprio operato ai produttori RKO questi vennero accolti con grande entusiasmo, e venne dato il via libera alle lavorazioni. 
Cooper coinvolse, come al solito, il socio Shoedsack per aiutarlo nella regia e chiamò lo scrittore inglese Edgar Wallace per la prima stesura della sceneggiatura. Di lì a breve Wallace sarebbe scomparso, lasciando il copione nelle mani di James Ashmore Creelman e di Ruth Rose, moglie di Shoedsack, che creerà i personaggi di Carl Denham e di Jack Driscoll basandosi rispettivamente su Cooper e sul marito. Nel mentre O’Brien gestiva il lato artistico. Sotto le sue direttive Mario Larrinaga e Byron Crabbe realizzarono gli storyboard di diverse scene e dipinsero (sulla falsariga dei maestosi lavori di Gustav Dorè) i fondali su cui si sarebbero andati a muovere i modelli del gorilla e dei dinosauri da animare, che vennero ideati e costruiti da Marcel Delgado basandosi sulle iconiche rappresentazioni paleoartistiche di Charles R. Knight (fatta eccezione per alcuni direttamente riciclati dal precedente ‘’Creation’’). I modelli da animare di Kong erano alti poco più di mezzo metro e consistevano di uno scheletro metallico snodabile ricoperto di cotone, gomma, latex liquido e pelliccia di coniglio. Quanto è sopravvissuto al passare del tempo, cioè appunto un'armatura di metallo, è stato venduto in un'asta inglese nel 2009 per il valore di 200'000 dollari.

Uno dei più grandi meriti del film fu proprio il notevole passo avanti che comportò nel campo degli effetti speciali. Linwood Dunn fu il responsabile di un sistema di lenti montate su livelli differenti, di cui Cooper e O’Brien seppero sfruttare la straordinaria profondità di campo con grande maestria per dare vita all'ambientazione e alle creature che la popolano. Infatti ben prima che Ray Harryhausen perfezionasse l’integrazione di stop-motion e live action quasi ai limiti dell’impossibile con la Dynamation, già O’Brien e la sua equipe seppero inventare delle tecniche che permisero all’animazione e al girato di amalgamarsi con risultati che lasciarono gli spettatori a bocca aperta. I modellini venivano animati a passo uno di fronte a dei fondali in cui era lasciato, con ingegnosi stratagemmi, uno spazio aperto su cui proiettare da dietro le immagini degli attori frame per frame. Così facendo insieme alle maquette venivano rifotografate anche le sequenze live action. Altra trovata di successo fu quella di sfruttare delle transizioni fantasma nei campi lunghi o nei totali per passare dagli attori in carne e ossa a dei modellini con le loro fattezze; così come l’idea di utilizzare un enorme avambraccio meccanico che tenesse la protagonista (non a caso la stessa tecnica sarà reimpiegata da Carlo Rambaldi, ben quarantatre anni dopo, per il primo remake del 1976). La sequenza che ha luogo nella caverna in cui il gorilla titolare dimora, e in cui lo vediamo battersi con un mostruoso animale serpentiforme, è generalmente ritenuta la più grande conquista che potesse essere fatta a quel tempo dagli effetti speciali analogici.
Quanto rimane del modello del mostruoso brontosauro presente nel film, oggi conservato in un museo dello Utah
Terminate le riprese, nel corso della post-produzione  il direttore degli effetti sonori Murray Spivack si occupò del campionamento dei versi degli animali di uno zoo per poter creare i ruggiti degli abitanti dell’Isola del Teschio. L'attrice protagonista Fay Wray dovette passare una giornata in uno studio insonorizzato della RKO a registrare le grida che sentiremo spesso nel corso del film, non a caso è considerata una delle prime ''scream queen'' della storia del cinema (ricordiamo che il sonoro era stato introdotto da poco, e andava affermandosi su larga scala proprio in quegli anni). Infine il compositore Max Steiner realizzò in sole otto settimane l’intera colonna sonora, pagato direttamente dal regista, poiché la RKO aveva previsto che al posto di spendere per nuove tracce si sarebbe risparmiato utilizzando quelle di altri loro film.

Il 2 Marzo del 1933 King Kong fu presentato alla Radio City Music Hall e all’RKO Roxy Theater di New York. Nonostante quello sarebbe stato l’anno più buio della Depressione, con il 25% della forza lavoro di tutti gli Stati Uniti disoccupata e la crisi del settore cinematografico che aveva visto soccombere numerose compagnie e teatri in tutto il paese, si rivelò il film evento della stagione con più proiezioni nello stesso giorno e quasi sempre il tutto esaurito. Guadagnò nel suo primo fine settimana in patria ben 90’000$, cifre spropositate per l’epoca. Spesso si parla impropriamente di come King Kong salvò la RKO dalla bancarotta, in realtà questa finì comunque nel regime di amministrazione controllata come molte altre società del settore, ma è indubbio che le sia stato possibile sopravvivere alla crisi soprattutto grazie al colpaccio della squadra Cooper, Selznick, O’Brien.
Manifesto pubblicitario del tempo
Fu anche un film discretamente scandaloso per l’epoca. Determinate sequenze dal gusto più orrorifico terrorizzarono l'ingenuo pubblico statunitense tanto che, quando entrò in vigore il cosiddetto Production Code, subì numerose censure per le ridistribuzioni degli anni successivi. [Il Production Code, o Hays Code, fu proposto nel 1930 presso la Motion Pictures Association of America e divenne pienamente operativo nel 1934. Tale codice indicava quali contenuti fossero ritenuti moralmente accettabili o meno da mostrare nelle pellicole, e lo faceva in base a una serie di parametri. Tra i vari dogmi che imponeva ai produttori vietava categoricamente: profanità, nudità mostrata o suggerita, uso di droghe, schiavitù dei bianchi o scene di parto; richiedeva che fossero trattati con estrema cautela e nel rispetto del buon gusto temi quali la bandiera, l’utilizzo di armi da fuoco, furti, violenza, stupro, i
l matrimonio e l’attitudine nei confronti delle istituzioni e dei personaggi pubblici. Queste linee guida avrebbero tenuto sotto scacco l’industria hollywoodiana per decenni, e si sarebbero particolarmente inasprite tra gli anni ‘40 e ‘50, costringendo i creativi più arditi ad aggirarle fino al limite estremo. Dopodiché sarebbero entrate in declino e abolite nel 1968, a seguito di anni senza aggiornamenti, per poi essere sostituite dal più noto MPAA Film Rating System.] Una notoria leggenda metropolitana voleva che in un momento del film Kong, rapito dalla bellezza della bionda, la spogliasse fino a denudarla. Quindi, a quanto pare, la scena sarebbe stata tagliata a partire dalla seconda messa in sala per la raffigurazione della nudità. In realtà questa scena esiste ed è effettivamente stata rimossa per anni però, come ha confermato la stessa attrice, le sue grazie non venivano mai mostrate (nonostante fosse previsto nei primi concept art). In ogni caso ci possiamo godere il film nella sua integrità, o quasi, perché come anticipato i momenti particolarmente grotteschi furono tagliati in tronco e risultano perduti. Un esempio è la famosa sequenza del fosso, ricreata nel 2005 da Peter Jackson e dalla compagnia di effetti speciali Weta Digital come omaggio in vista del secondo remake a cui stavano lavorando, che sarebbe uscito nel dicembre di quell'anno.
Non solo campione d’incassi, la fatica di Cooper/Shoedsack fu molto amata dal pubblico mentre suscitò pareri contrastanti da parte della critica tra chi lo ha da subito elogiato e chi lo ha smontato, come il noto critico italiano Mario Gromo che lo definì all’epoca su La Stampa: <<Un film per miopi>>, criticando perfino i tanto amati effetti speciali. [Piccola nota curiosa è che nel suo articolo il giornalista fa riferimento a un presunto costume indossato da un attore per portare in vita il mostro; questa è una vecchia diceria che è andata avanti ben aldilà dell'uscita in sala, e in cui sono incappati in molti, secondo la quale in determinate sequenze si fece ricorso alla suit animation. Questa voce fu ulteriormente fomentata negli anni '60 da una serie di interviste rilasciate dallo chef Carmen Nigro, che dichiarò di aver impersonato Kong come stuntman non accreditato in alcune riprese. Il fatto è stato contestato e smentito da diversi storici cinematografici, e dai registi per primi.]
 
Quali sono le ragioni che hanno reso King Kong un'opera così importante e riconoscibile? Tanto per cominciare la contemporaneità in cui è (era) calato. Facendosi portatore della più grande delle qualità della settima arte divenne testimonianza di un mondo, di una New York anni ‘30 che non c’è più e di cui rimane ben poco. Un attestato degli States travolti dalla nera crisi economica che ha avuto profonde ripercussioni sociali, che possiamo vedere riassunte nella Women Home Mission in cui si aggira Carl Denham o nel disperato tentativo di Ann Darrow di rubare una mela al mercato pur di mangiare. 
 
I personaggi che ci vengono presentati sono figli di una cultura americana molto cambiata. Quando Denham si vede costretto a trovare una protagonista femminile il primo ufficiale della nave su cui si imbarca tutta la troupe, Driscoll, è decisamente infastidito dalla presenza di una donna a bordo. Infatti visto adesso potrebbe far accapponare la pelle per delle rappresentazioni culturali ambigue (vedasi il cuoco cinese Charlie o il ricorso alla blackface per ritrarre in maniera caricaturale gli indigeni dell’isola), ma sarebbe un grave errore perché non è un film realmente razzista come molti lo hanno accusato, forse in maniera ben più maliziosa dello stesso, ma semplicemente lo specchio datato di una forma mentis ormai obsoleta. [Contrariamente il precedente Le Quattro Piume, ambientato in Sudan, è stato ritenuto da molti studiosi un film profondamente razzista e schierato a favore dell'uomo bianco espansionista contro l'inferiore uomo nero.] Lo stesso Cooper disse, in un’intervista pubblicata postuma, che non ci fosse alcun significato razzista bensì l’ispirazione per tutta la storia derivasse semplicemente dal conflitto romantico fra il primitivo e la civilizzazione, e da La bella e la bestia. Non è però di secondaria importanza il sottotesto del film, molto poco indulgente verso i personaggi. Se Kong è un animale violento e feroce al contempo viene caratterizzato da una certa misura di umanità, soprattutto nei primi piani realizzati con un gigantesco busto meccanico che vi metteranno il sorriso sul volto, Carl Denham è invece un vero e proprio antieroe disposto a correre i più grandi rischi e mettere in pericolo tutto il suo equipaggio pur di rincorrere il successo. Soldi, Avventura, Gloria è il motto del regista, una massima che però all'interno del racconto convince solamente lui, mentre gli studios per cui lavora non vedono più di buon occhio il suo modo di fare eccentrico e dispendioso.

Il film può anche essere letto come l'oggettivazione di una mentalità affascinante ma estremamente naif per uno spettatore moderno: la convinzione, la speranza di trovare quei leggendari paradisi perduti disseminati in giro per il mondo di cui si parla solo nelle leggende. Viene sottolineato quello spirito colonialista tipicamente europeo-occidentale dell'uomo bianco, che lo ha più volte spinto nel corso della storia ad appropiarsi e a violentare meravigliose oasi del nostro mondo. La stessa sorte, purtroppo, toccherà all'Isola del Teschio e al suo re. 
 
È a questo punto che King Kong passa dall'essere un bellissimo film di orrore e avventura (dal ritmo al cardiopalma dal momento in cui il gorilla rapisce Ann, con spargimenti di sangue e scontri con bestie preistoriche a destra e manca) ad essere il paradigma di tutti i monster movie con la creazione della tipica componente erotica tra il mostro e la fanciulla, ma soprattutto una vera e propria tragedia contemporanea. Kong è l'incarnazione della natura manipolata dal genere umano, una natura violenta e caotica che gli si ritorcerà contro per punirlo della sua tracotanza. Nel finale, la parte più celebre, lo scimmione si arrampica sull'Empire State Building [riprendendo, concettualmente, tanto il finale de Il Mondo Perduto quanto quello de Il gabinetto del dottor Caligari (1920)], simbolo dell'avanguardia tecnologica umana, ma viene comunque piegato dalla sua potenza terribile e innaturale. Un messaggio non solo triste e malinconico, ma anche spaventosamente attuale.
Uno dei concept art originali, ad opera di Mario Larrinaga e Byron Crabbe
[In un'intervista rilasciata nel 1989 la Wray dirà: <<King Kong è un film duraturo e molto apprezzato, per me è un piacere esserne stata parte (...) Penso sia un bellissimo pezzo di storia del cinema (...) L’ultima volta che l’ho visto mi sono resa conto di quanto sia un lavoro eccezionalmente affascinante. Nel finale, quando Kong è sulla cima dell’Empire State Building mentre viene abbattuto, anche se sono sfuggita alle sue grinfie durante il corso di tutto il film, mi sono sentita affranta (...) se ti affezioni a qualcuno in un film vuol dire che ha raggiunto il suo scopo (...) Apprezzavo molto il regista, avevo già lavorato con lui e ammiravo la sua intelligenza e la sua immaginazione (Riferendosi alla mano meccanica) Era fastidioso, difficile e stancante (rimanere lì a lungo) ma anche emozionante perché dovevo immaginare come fosse il resto dell’animale (...) stavo in piedi sul palco del set e loro stringevano le dita intorno alla mia vita (...) e sollevavano il braccio per circa tre metri (...) e dovevo recitare, comportarmi come se fossi spaventata, mentre cercavo di non scivolare e cadere nel vuoto (...) forse è grazie a questo che si ha l’impressione che volessi fuggire (...) ma è stato molto stimolante farlo e simulare senza nient’altro che l’immaginazione (...) Per me era un mistero come riuscissero a combinare la mano, me, i pupazzi e farlo sembrare tutt'uno, e li rispetto molto per questo (...) l’uomo che si è occupato degli effetti speciali era un vero artista, conosceva l’anatomia e sapeva come rendere i movimenti credibili (...) La parte più bella è stata vedere il film una volta completato, la prima volta che l’ho guardato ho pensato che urlassi troppo (...) poi ho compreso la particolare maestosità che aveva, nel modo in cui si concludeva e te ne andavi con quell’immagine indimenticabile>>.]
 
In risposta al successo straripante la RKO mise subito in cantiere un sequel, Son of Kong, che sarebbe uscito appena otto mesi dopo. L'effetto King Kong ormai era travolgente, e non poteva essere arrestato. Avrebbe dato il via a uno dei più prolifici filoni di simili (e di spudorate imitazioni) mai visti. Il succitato Ray Harryhausen lo vide da bambino in sala, e ne rimase talmente colpito che da quel momento decise di dedicare la sua vita alla stop-motion. Anni dopo sarebbe diventato l'erede del suo idolo Willis O'Brien e, insieme a lui, avrebbe lavorato a Mighty Joe Young (1949) [per cui O'Brien vinse il premio oscar ai migliori effetti speciali] diretto da Shoedsack. Come già detto due sono stati i remake dedicati [senza contare King Kong vs Godzilla (1962), King Kong - il Gigante della Foresta (1967) -entrambi firmati Ishiro Honda- e King Kong 2 (1986), sequel diretto del precedente rifacimento], e possiamo ammirarne le gesta sul grande schermo ancora oggi nel MonsterVerse della Legendary Pictures. Non si può ignorare nemmeno la lista infinita di rimandi e parodie che la cultura pop gli ha dedicato (non basterebbe un articolo per citarli tutti) tra cui King Homer nello speciale di halloween de I Simpson del 1992, il personaggio Nintendo di Donkey Kong [per il quale, negli anni '80, MCA/Universal tentò di portare in tribunale il colosso videoludico giapponese], o il suo cameo in Ready Player One (2018). Insomma quella scommessa visionaria del 1933 è diventata un caposaldo, forse proprio perché rappresenta uno degli ultimi baluardi di quel desiderio tipicamente romanticista di andare alla scoperta di fantasiosi luoghi inesplorati, ormai tramontato definitivamente con l'avvento della contemporaneità. 

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BIBLIOGRAFIA e VISIONI CONSIGLIATE
ARTICOLO DI
ILLUSTRAZIONE DI COPERTINA DI
REVISIONE DI
ROBB P. LESTINCI e GIULIA ULIVUCCI

mercoledì 18 dicembre 2019

Orrori dagli abissi antartici - La leggenda moderna del Ningen

Come abbiamo già visto, di criptidi sparsi per il globo ne esistono a bizzeffe. Tra quelli che si possono ritenere i più antichi, quelli con la tradizione più radicata nel passato della civiltà, figurano i mostri marini. Facenti parte delle leggende e del patrimonio culturale di innumerevoli popoli, l'esistenza di presunti abitanti dei mari non conosciuti è dibattuta tutt'oggi. Quando pensiamo ai mostri marini la mente ci porta subito ai serpenti di mare, ai draghi acquatici, al kraken. Eppure il più singolare ed inquietante non ha nulla a che spartire con queste bestie prodigiose, e qualcuno pensa di essersi accorto della sua presenza solo in tempi relativamente recenti.

Oggi parleremo dell'enigmatica storia dell'aberrante Ningen: uomo-cetaceo proveniente dai mari più freddi della Terra. La parola ニンゲン (Ningen), tradotta dalla lingua giapponese, significa letteralmente "umano".
Illustrazione di Aaron Rizla. Stemmi provenienti da "The complete collection of antiquities from the cabinet of Sir William Hamilton" di Pierre Francois Hugues, Taschen Bibliotheca Universalis, p. 317. Pittura ad olio.
A partire dal 2007 sul sito web 2channel (forum giapponese che oltretutto è uno dei più grandi al mondo e che oggi si chiama 5channel) si iniziò a parlare di avvistamenti riportati quasi vent'anni prima da navi di ricerca del governo giapponese, o da dei pescherecci, di un mostruoso essere acquatico lungo dai 20 ai 30 metri, dalla pelle bianca e di forma balenoide, del tutto innocuo... ma con terrificanti elementi di natura umanoide come i giganteschi arti o il suo "volto".

Inizialmente scambiato per un sottomarino straniero dai ricercatori che si erano addentrati nei mari antartici, e che per primi lo avrebbero incontrato, una volta avvicinatisi questo si sarebbe dileguato nelle fredde profondità dei mari del sud. I thread al riguardo (ad oggi non più reperibili) attirarono su di sè la luce dei riflettori: proprio il 2007 fu il picco massimo di affluenza nel sito che sarebbe arrivato a contare 2,5 milioni di post pubblicati solo in quell'anno.
Così nel novembre del 2007 la rivista giapponese Mu Magazine, specializzata nello studio di fenomeni paranormali, scrisse un articolo in merito rendendo nota questa storia a un pubblico più vasto. Senza delle prove concrete si parlava di come il governo giapponese avrebbe obbligato i testimoni oculari a tacere, e di come avrebbe nascosto più prove dell'esistenza di questo strano animale.

A sostegno di quella che fino a quel momento pareva una comune leggenda urbana la pubblicazione presentava numerose prove fotografiche, uno screenshot da Google Earth di una strana sagoma bianca davanti alle coste della Namiibia, e ricordava come già alla fine dell'800 in Giappone si fosse parlato di misteriosi animali dalle caratteristiche simili scorti nel Pacifico.
Più di questo del Ningen non si sa molto, sul web circolano voci di un ultimo avvistamento avvenuto nel 2014 da parte di una nave da crociera, ma le informazioni in merito sono scarse. In giro per l'Internet ci sono centinaia di video o scatti di questa grottesca sirena pallida la maggior parte dei quali è di scarsissima qualità: quasi tutti catturati di notte, rendendo l'identificazione dell'animale molto difficile. Ma è possibile che questo colosso umanoide viva negli oceani che toccano l'emisfero settentrionale del Pianeta e che nessuno se ne sia accorto prima?

Gli scettici ritengono che il Ningen non sia altro che un miraggio: ghiacciai dalle forme inconsuete scambiati per mostri, ma c'è anche chi ha avanzato la teoria che potrebbe essere una specie sconosciuta dell'ordine dei raiformi (sensibilmente più grande di quelle note), animali che hanno sul ventre delle narici e una bocca dalla forma che può ricordare vagamente la fisionomia di un volto umano. Altri invece ritengono che potrebbe essere un parente gigantesco dei beluga, in attesa di essere scoperto ufficialmente e classificato.
Esiste infine una teoria alternativa circa il Ningen: c'è chi ha notato come presenti delle analogie con il Ningyo, una creatura tipica del folklore nipponico. Ningyo significa "pesce umano", anche se è stato spesso tradotto come "sirena". Nei miti giapponesi è una creatura descritta come un pesce con la bocca di scimmia, piccoli denti, squame dorate e una voce armoniosa. A quanto pare avrebbe anche un sapore delizioso, e mangiare una di queste creatura allungherebbe la vita di chi lo fa, ma attenzione: catturarlo o ritrovarlo arenato sulle spiagge è solitamente un presagio di guerra o di sventura; per questo i pescatori sono soliti rigettarlo in mare qualora lo peschino senza volerlo. Secondo molti il Ningen, dunque, non sarebbe altro che una moderna interpretazione di questo mito, con cui condivide la cultura da cui entrambe le storie si sono originate.

Nonostante ciò ad oggi la scuola di pensiero inaugurata da Mu Magazine esiste ed è ancora attiva, con una forte nicchia che crede in un grande complotto che vorrebbe nascondere l'esistenza di questa bestia gigantesca, spaventosa, elusiva ma stranamente mite, perché produrrebbe un misterioso componente chimico dalle incredibili qualità curative (o nocive, secondo ulteriori fonti).
Illustrazione di Aaron Rizla, ispirata all'anguipede indiano Vyala Yaksha ed alla rappresentazione dei tritoni reperibile in alcuni medaglioni romani gnostici. Matite ed acquerello.
Articolo di Lorenzo Spagnoli, illustrazioni originali di Aaron Rizla, revisione di Robb P. Lestinci

mercoledì 4 dicembre 2019

Mostri lacustri in Italia

Tempo fa abbiamo parlato di Nessie, celeberrimo mostro del lago di Loch Ness, e del grande impatto mediatico che ebbe per buona parte del XX secolo.  Questo impatto non fu tale solamente in Scozia, o nella Gran Bretagna, ma ovunque tanto da portare i criptozoologi di tutto il mondo ad indagare, oltre che sui mostri di terra, come i dinosauri in Africa che abbiamo trattato, su avvistamenti dei cosiddetti "mostri lacustri" in qualsiasi area del pianeta.

Esistono almeno tre presunte creature soltanto nell'America del nord, e in molti casi sono diventate motivo di grande attrazione turistica. Il nostro paese non è da meno. L'Italia ha da sempre una sua tradizione folkloristica molto particolare per quanto riguarda i miti e le leggende (se n'è già parlato nel precedente articolo sui draghi), e non manca dei suoi nessie.
Un Lariosauro
Per primo c'è il Lariosauro del Lago di Como. Premessa: siamo intorno agli anni '30 del 1800, prima che la fama dei mostri lacustri spopolasse, a Perledo (localita nei pressi del lago) vennero rinvenuti dei resti fossili di Lariosaurus Balsami, genere di rettile acquatico del Trassico medio fino a quel momento sconosciuto. Oltretutto il lago di Como è uno dei più profondi d'Europa: il suo fondale arriva a toccare i 410 mt., ambiente perfetto per il prosperare della teoria di un criptide lacustre che vi possa dimorare (anche se va detto che la formazione del lago in sè è ritenuta molto più recente rispetto al Trassico). La leggenda del mostro nasce nel tardo 1946, con una storia che fece parlare di sè su più quotidiani italiani di due cacciatori che nella riserva naturale Pian di Spagna dissero di aver visto un animale di 10-12 metri, dalle squame rossastre. Di lì in avanti, ci sarebbero stati più avvistamenti e presunte prove fotografiche/video della creatura, di cui il più recente risale al 2003. Due sono gli elementi degni di nota di questa storia: tanto per cominciare, il fatto che sia nata sulla scia della popolarità sempre crescente di Nessie, e poi il fatto che, nel corso degli anni, le sembianze del criptide siano cambiate più volte a seconda dei testimoni: chi parla di un enorme pesce, chi di uno serpentiforme simile ad un'anguilla, chi di un rettile, chi di una vero e proprio facsimile del plesiosauro del Ness, e chi di una specie di coccodrillo pinnato.  Oltrea questo abbiamo poco, del fantomatico Lariosaurus non sappiamo molto altro, è sicuramente una tradizione ben più modesta rispetto a quella scozzese, ma che si ritagliò ai tempi una discreta risonanza mediatica che ci porta a ricordarlo ancora oggi.
Il mostro del lago di Garda, ricostruzione
C'è poi il mostro del lago di Garda, secondo più avvistamenti (alcuni dei quali abbastanza recenti) nel maggior lago italiano vivrebbe un criptide accusato dai pescatori di essere il responsabile della scomparsa dei pesci intrappolati nelle loro reti. Similmente a Nessie, le origini di "Bennie" (così simpaticamente apostrofato) sono radicate nel XVI secolo, quando i monaci dell'Isola di Garda a S.Felice avrebbero visto emergere da una grotta sotto le acque un essere che li terrorizzò.  Anche qui c'è poco di più da dire, anzi, questo mito sembrerebbe essere stato sfatato negli ultimi tempi grazie al lavoro del famoso pescatore e conduttore televisivo Jeremy Wade che, per il programma "Dark Waters" di Animal Planet, lo scorso anno ha quasi pescato nel Garda un pesce siluro lungo oltre 10 metri che sarebbe l'origine di questa leggenda.
"Dark Waters", stagione 1, episodio 1, "Italy's Lake Monster" (2019)
Ultima storia (ma non per importanza) è quella del drago Tarantasio. Il territorio attualmente compreso tra la parte meridionale di Bergamo e il nord di Cremona fu, secoli addietro, una vastissima area palustre formata dalle esondazioni di più corsi d'acqua limitrofi. Questa zona era conosciuta con il nome di Lago Gerundo. Similmente al mito dell'Idra di Lerna, esiste un'antica tradizione che ricondurrebbe proprio a quest'area la presenza di diverse creature serpentiformi e dall'alito pestilenziale che l'avrebbero infestata. Di questi, il più noto era appunto il Tarantasio: un mostro che sarebbe stato ucciso, secondo la leggenda, da Umberto Visconti intorno al 1200. Non a caso lo stemma della famiglia Visconti raffigura un gigantesco serpente in procinto di divorare un uomo. A sostegno di questo racconto, sappiamo che nel XIV secolo nei pressi di Lodi furono trovati i resti di un presunto simile del drago, che per centinaia di anni sono stati conservati nelle più grandi chiese di quelle zone. Però è importante sottolineare come l'ex Gerundo sia noto anche come area di ritrovamento di fossili risalenti all'Era Glaciale, spesso trascinati a valle dalle correnti che partono dai monti, di animali come ad esempio mammuth o rinoceronti.  Questo spiegherebbe razionalmente le origini di una simile diceria, e anche i resti del mostro che sarebbero stati conservati così a lungo nei dintorni.
A destra un'illustrazione del drago, a sinistra lo stemma della famiglia Visconti
Qualsiasi spiegazione o giustificazione si voglia dare alle innumerevoli storie di mostri e di draghi del Belpaese, è sempre affascinante sia quanto profondamente pongano le proprie basi nella cultura Italiana (e Occidentale in generale), sia il singolare fenomeno che rappresentano dal punto di vista antropologico. Ed è proprio questa la vera anima, la vera essenza di storie simili.

Articolo di Lorenzo Spagnoli

mercoledì 13 novembre 2019

Dinosauri sopravvissuti nel Continente Nero

In ogni angolo del nostro pianeta esistono da sempre storie di mostri e di animali fantastici. Una delle peculiarità della civiltà umana è proprio quella di creare leggende e aneddoti riguardanti fenomeni paranormali, o comunque fuori dall'ordinario, per trasfigurare la memoria ancestrale di determinati eventi storici.

Forse è per questo motivo che i racconti di questo genere che più ci colpiscono sono quelli nati in età contemporanea, rispetto a storie tramandate per millenni. La storia di cui vi parleremo in quest'occasione, infatti, risale solamente al XVIII secolo ed è una delle più celebri nel campo della criptozoologia (di cui abbiamo già parlato nell'articolo su Nessie).
Nel 1770 un missionario francese: l'abate Proyart, descrive in un resoconto di un suo viaggio in Africa una misteriosa creatura che vivrebbe a nord di Brazzavile, la capitale del Congo, nel Likouala (enorme area paludosa che si estende per circa 130'000 km). Questa creatura si chiamerebbe Mokele Mbembe ("colui che ostacola il flusso del fiume") e viene generalmente ritenuto dai locali come uno spirito della foresta.

Non da tutti i locali però, quelli che hanno potuto incontrarlo lo descrivono come un animale solitario e dalle grandi dimensioni, la cui presenza allontana gli ippopotami dall'area in cui vive. Questa sua rappresentazione coincide a grandi linee con quella dell'abate che parla di una bestia dalla pelle liscia grigio-brunastra, la stazza di un elefante, piccola testa di serpente, collo flessibile, grandi zampe e una robusta coda.
Una ricorstruzione della creatura basata sulle descrizioni dei locali
Quella di Proyart, non fu la prima testimonianza in Europa del Mokele Mbembe, circolavano voci riguardo l'esistenza di un animale prodigioso in Congo sin dalle primissime esplorazioni di quelle regioni, ma sicuramente fu il primo importante identikit fornito per la comunità criptozoologica.

La caccia al Mokele Mbembe precede di poco un altro evento fondamentale per la storia dell'uomo: la scoperta dei dinosauri, e il conseguente interesse che suscitarono. Se siete stati attenti, avrete notato come la descrizione del mostro ricordi molto i tratti di alcune specie di dinosauri sauropodi. Questa ipotesi non solo trovava riscontro nelle rappresentazioni che le popolazioni del posto facevano; ma venne anche confermata dagli indigeni Pigmei (che raccontavano anche di averne ucciso un esemplare in passato) quando gli vennero mostrate diverse fotografie o disegni di animali, per indicare il più simile allo spirito della palude.
Ma è possibile che dei sauropodi siano sopravvissuti fino ad oggi, nelle foreste e nelle paludi congolesi? Secondo la comunità scientifica no, non sarebbe possibile che un animale del genere sia riuscito a sopravvivere in un ambiente come quello delle paludi del Congo, o del vicino Cameroon, data la rigidità della selezione naturale in quelle regioni. Gli stessi ippopotami che secondo i resoconti sarebbero costantemente allontanati o uccisi dal Mokele Mbembe, in realtà in gruppo (come sono soliti vivere) avrebbero la meglio anche su un animale della sua stazza. Per questo motivo i numerosi avvistamenti, video, fotografie e impronte rivenute in vari punti del Likouala, sono ritenute delle bufale.

Ma da dove può essersi originata una storia simile? Quali basi può avere nella realtà? E
soprattutto perché, nell'Africa centro-meridionale, quella del Mokele Mbembe non è l'unica leggenda antica che racconta di giganteschi mostri elusivi e dalle fattezze dinosauresche?
Stando alle descrizioni fornite, il Gbahali, un'altra creatura delle leggende africane, è molto simile ad un Postosuchus kirkpatricki
Esistono, presso gli indigeni, decine di miti su famelici super-predatori, o comunque minacciosi erbivori, capaci di mettere in fuga tutto il resto della fauna africana. Questi racconti tradizionali non solo sono accomunati dalla medesima area geografica, ma anche dal fatto che queste creature hanno sempre le fattezze dei dinosauri: pensiamo al Kongamato, animale notturno simile agli pterosauri; o l'Emela Ntouka "l'assassino di elefanti", un colosso che ricorda i ceratopsidi; o ancora il Kasai Rex, un feroce predatore teropode.

Nel 2019 è facile credere che tutte queste storie possano essere delle frottole, ma quello che le mantiene in vita è il dubbio scaturito dal fatto che siano tutte antecedenti alla classificazione dei dinosauri stessi, così come il fatto che riguardino le stesse regioni: come se, nelle zone ancora selvagge dell'Africa, esistano paradisi perduti in cui queste mitiche bestie possano essere sopravvissute all'estinzione.
"The Lost Dinosaurs" (2012), regia di Sis Bennett
Se volete vedere un film sull'argomento: vi consigliamo il (non particolarmente bello) "The Lost Dinosaurs", found-footage britannico del 2012 che parla proprio di una spedizione in Congo alla ricerca di Mokele Mbembe, e che potrebbe divertirvi se non lo prendete troppo seriamente.

Articolo di Lorenzo Spagnoli

mercoledì 9 ottobre 2019

Draghi italiani - Realtà o finzione?

Quella del drago è sicuramente una delle figure più ricorrenti nel patrimonio delle civiltà umane, sin dai loro albori. Che queste creature leggendarie siano raffigurate alla maniera tipicamente europea-occidentale come mostri feroci e maligni o al modo orientale, che li rappresenta come esseri divini, benevoli e portatori di saggezza.

Come abbiamo detto, dunque, per millenni nella nostra cultura abbiamo visto il drago come nemico dell'umanità: un essere malefico che va distrutto, e che incarna tutti i timori ed i pericoli in cui le genti di quel tempo rischiavano di incombere.  Non a caso, nelle iconografie antiche sono ritratti fondamentalmente come animali serpentiformi con artigli, ali, dettagli propri dei grossi felini (come leoni o tigri) o di canidi selvatici (come i lupi). Aberrazioni della natura affamate di carne umana, sputa fuoco e servitori del principe delle tenebre in persona (se non forme fisiche che lo stesso assume nel mostro mondo). Una combinazione letale unica, la cui sconfitta viene spesso presa come simbolo del trionfo della luce sulle forze del male: vedasi il mito di San Giorgio o la rappresentazione dell'Arcangelo Michele, che spesso brandisce vittorioso una spada sopra il corpo esamine di un drago appena sconfitto.
Detto questo, è ovvio che il nostro paese non si possa essere esimuto dal narrare storie di dragoni nei folklore regionali, principalmente in epoca medievale, rendendoli fonte di opere artistiche o racconti della tradizione orale.  State per leggere una leggenda tutta nostrana, più precisamente Toscana, che ricollegheremo per un dettaglio che la riguarda ad un'importante digressione.

Da secoli nel borgo di Santa Fiora (nei pressi di Grosseto)  si è soliti raccontare ai più piccoli del drago che infestò le terre circostanti. La peculiarità di questa storia però è che non è realmente una leggenda, bensì un fatto storico provato come reale... ebbene, intorno al '400 il borgo era governato dalla famiglia degli Sforza, più precisamente dal Conte Guido acclamato e ben voluto dal popolo.

Ma, quando nelle campagne e nella selva che sorge ai piedi del Monte Amiata, si iniziarono a consumare delle uccisioni di massa del bestiame e dei sanguinari omicidi il popolo iniziò a terrorizzarsi, ancor di più quando i frati del Convento di S.Fiora (che usavano peregrinare in quelle radure) scoprirono che l'autore di quei delitti non era altri che un mostruoso drago. Così, soddisfando le continue richieste dei sudditi, il Conte partì in missione, appositamente bardato ed armato per ucciderlo.
"The Sword and the Dragon" ("Ilya Muromets", 1956), regia di Aleksandr Lukič Ptuško
Tornò un paio di giorni dopo sconfitto e in fin di vita, non era riuscito a liberare le terre dal "Cifero Serpente", come lo chiamavano i Santafioresi. Così il Conte si appellò ad un mago esperto che dimorava in una grotta non lontana (realmente esistente, ancora oggi visitabile): il Mago Merlino, trasferitosi lì da tempo.

Il Mago chiamò in aiuto San Giorgio in persona, con il quale venne organizzata la spedizione per abbattere il drago. Così lo attirarono fuori dalla grotta in cui riposava, gli tesero una trappola e San Giorgio lo finì. A questo punto, per dimostrare al popolo che la minaccia fosse sventata, Guido Sforza portò a Santa Fiora la testa mozzata del drago e la lasciò ai frati del Convento della Selva.
"Merlin", stagione 1, episodio 1, "The Dragon's Call" (2008), regia di James Hawes 
Perché abbiamo detto che questo racconto, che ha tutti gli elementi di una qualsiasi leggenda, è ritenuto un fatto storico comprovato? Perché, ad oggi, il cranio del drago è ancora conservato nel convento.

È stato sistemato in una cripta, non accessibile al pubblico, ma qualche decennio fa durante dei restauri è stato permessa di accedervi, e sono stati condotti degli studi su quei resti. Secondo questi ultimi, in realtà, il cranio apparterrebbe a qualche razza di coccodrillo.
Qui il mistero si infittisce, è vero che sarebbe un'ipotesi ben più razionale che un drago fiabesco, ma cosa ci faceva un coccodrillo in Italia nel XIV secolo? È così che ci ricolleghiamo ad altre storie molto particolari, da due diversi punti della nostra penisola.

Tanto per cominciare a Curtanone (Mantova), nella Chiesa della Beata Vergine delle Grazie risalente al '200, da secoli si può ammirare il corpo imbalsamato di un coccodrillo del nilo pendere dal soffitto legato da delle catene. Pare che questo elemento di arredo sia stato aggiunto intorno al XV o XVI secolo, e sono molte le teorie circa la sua presenza: c'è chi dice venisse da uno zoo privato dei Gonzaga; e chi racconta che l'animale sia stato ucciso da due barcaioli che aveva assalito in un fiume vicino, che poi lo hanno portato nella chiesa gotica "delle grazie" (probabilmente credendolo un demone).
Oltretutto sappiamo con certezza che i coccodrilli del Nilo sono esistiti per moltissimo tempo in tutta la Sicilia, sia allo stato brado (nella fonte del Ciane a Siracusa, e nei pressi di Palermo e di Catania) che in veri e propri allevamenti (i più grandi situati nell'attuale parco delle Gole d'Alcantara). Inoltre, secondo il naturalista del '700 Antonino Mongitore, nell'isola ne sarebbe vissuto un numero non indifferente. Tanto che a Palermo in passato si raccontava ai bambini che nella fontana di piazza Caracciolo (alimentate dalle acque del fiume Papireto) spesso si trovasse un coccodrillo, che usciva dopo il tramonto per andare a caccia di tutti coloro che non si erano ancora ritirati nelle proprie case col calare della notte.

Il coccodrillo sarebbe poi stato assalito ed ucciso da un gruppo di giovani intrepidi.
Sarà un caso che, proprio a Palermo, nel mercato della Vucciria si trovi da sempre un esemplare imbalsamato?
Secondo vari storici, la presenza di questa specie nel Bel Paese sarebbe da imputare agli Arabi, che li avrebbero importati durante il lungo periodo di dominazione sul Sud Italia. Quindi possiamo provare ad affermare che sarebbero stati proprio i coccodrilli una delle principali fonti di ispirazione per la genesi del mito dei draghi, animali inconsueti e spaventosi agli occhi delle masse europee.

Checché preferiate la versione di queste storie più fantastica, con mostri sputafuoco e maghi, o quella più realistica con predatori esotici portati dal Continente Nero è comunque molto affascinante pensare alle dinamiche che raccontano e al processo che ha portato alla loro formulazione nel corso dei secoli, a furia di essere tramandate.

Articolo di Lorenzo Spagnoli

mercoledì 25 settembre 2019

Il mostro di Loch Ness: dagli albori alle ultime scoperte

È molto difficile che, ad oggi, ci sia ancora qualcuno che non è a conoscenza della leggenda che riguarda il lago di Loch Ness, uno dei più grandi bacini di acqua dolce del Regno Unito ubicato nelle Highlands scozzesi. Un mistero che aleggia su quelle acque da secoli, almeno secondo le testimonianze pervenute, e che è stato resto noto a tutto il mondo partire dagli anni '30 del secolo scorso.

Il Loch Ness è un lago che si estende per 37 km, dalle acque profonde (tanto che buona parte del suo fondale è ancora inesplorata perché irraggiungibile dai sonar) e caratterizzato da uno specchio d'acqua eccezionalmente torbido, a causa della grande quantità di fango e sostanze organiche presenti in esso.

Questi ingredienti sembrerebbero perfetti per dare credito al mito di Nessie, il più celebre e iconico di tutti i criptidi; la creatura sconosciuta di cui qualsiasi ricercatore spera, un giorno, di poterne dimostrare l'esistenza. Ma cos'è esattamente un "criptide" ?
Per chi non ne fosse al corrente, vi riportiamo la definizione del termine criptozoologia (la pseudoscienza che si occupa dello studio di questi criptidi): "La criptozoologia è lo studio degli animali la cui esistenza è ipotizzata su basi indiziarie. Le ipotesi possono riguardare animali non conosciuti dalla scienza oppure l'esistenza attuale di animali già descritti, ma ritenuti estinti o la presenza di specie conosciute in un'area distante dai luoghi dove sono attestate".

Ora, per proseguire il nostro discorso, bisogna fare un salto indietro nel tempo: nel maggio del 1933, quando nel giornale scozzese "Inverness Courier" viene pubblicato un articolo dal titolo "Strano spettacolo nel Loch Ness" in cui viene riportata la testimonianza (risalente al mese prima) di due coniugi che una notte, mentre percorrevano in auto una strada vicino alla riva del lago, hanno avvistato una mostruosa creatura che si è poi ritirata nelle gelide acque.

Se gli avvistamenti si fossero fermati lì, sicuramente la storia di Nessie non sarebbe rimasta nella storia ma da subito il mistero inizia ad infittirsi: Alex Campbell, autore dell'articolo, sin dalla pubblicazione ha sostenuto che tutti i locali del Ness fossero sempre stati al corrente della storia di un mostro che abita le acque del lago (cosa che è stata ribadita, in un'intervista negli anni '80 dalla signora Mackay, colei che ha incontrò il mostro col marito).
Oltretutto, nel 1934, viene pubblicato un secondo avvistamento in realtà risalente addirittura al 1870, e mai pubblicato prima di allora.

Nonostante tutto questo, probabilmente ciò che portò all'ascesa della leggenda di Nessie fu quando la comunità si rese conto di una sua ulteriore testimonianza...

In uno scritto risalente al sesto secolo dopo Cristo. Infatti nella "Vita di S. Columba", scritta da Adomnán si racconta dell'episodio in cui il santo incontra, lungo le rive del fiume affluente all'omonimo lago, degli uomini intenti a seppellire il corpo di un povero disgraziato che, mentre nuotava, era stato attaccato ed ucciso da un mostro serpentiforme.
Così il santo invitò un discepolo ad attraversare il fiume a nuoto, questi obbedì e quando la creatura apparve S. Columba di Iona lo allontanò con moniti e preghiere.
Questo affascinante legame tra una diceria contemporanea e una storia riportata da un testo antico suggestionò molto l'opinione pubblica, nonostante sin da subito fossero molti gli scettici. Una svolta si ebbe con la testimonianza del motociclista Arthur Grant, nel 1934, che raccontò di aver quasi investito nella notte del 5 Gennaio uno strano animale, che poi scappò nel lago.
Grant fece uno sketch di questo animale, in cui lo ritraeva come una creatura molto simile ad un plesiosauro (questa diventerà la rappresentazione più iconica del mostro).

Da quel momento in avanti, gli avvistamenti sarebbero stati innumerevoli e si sarebbero susseguiti nel corso dei decenni: dalla famosissima (ma falsa) foto del chirurgo, fino a quella scattata dal satellite di Google Earth della sagoma di un particolare corpo tra le acque. La popolarità di Nessie (e del suo lago natale) per anni è stata alle stelle, tanto da ramificarsi nella cultura popolare in pochissimo tempo (un domani potremmo anche parlare dei tanti b-movie che si sono ispirati a questo mito).

Migliaia di spedizioni scientifiche sono state portate avanti nelle acque scozzesi per cercare qualcosa che potesse dimostrare la veridicità di questa storia, ma i ricercatori sono sempre tornati a mani vuote.
"Vita privata di Sherlock Holmes" ("The Private Life of Sherlock Holmes") del 1970, diretto da Billy Wilder, è protagonista del giallo riguardo una misteriosa scomparsa del prop (oggetto di scena) del suo Nessie, ritrovato poi, anni dopo, proprio nel lago di Loch Ness nel 2016
Benché esistano così tante testimonianze e ci siano innumerevoli fotografie e video del mostro di Loch Ness, nel corso del tempo lo scetticismo è cresciuto sempre di più, e vari esperti si sono cimentati nel formulare teorie razionali per dimostrare la non-esistenza del mostro.

Oltretutto, in anni recenti, molti degli avvistamenti della creatura sono stati dimostrati come delle bufale, e alcuni tecnici degli effetti speciali hanno dichiarato di aver lavorato (per conto di individui non meglio specificati che volevano favorire il turismo nell'area, col diffondersi della leggenda) a dei dorsi radiocomandati di Nessie, da muovere sulla superficie delle acque per farlo scorgere a chi si trovasse sulle rive del lago.

In tempi recenti, però, qualcosa si è mosso... negli ultimi mesi, un team di ricercatori neozelandesi dell'Università di Otago ha condotto dei sofisticati test del DNA, ricavato dalle acque del Ness; è importante specificare che questa operazione non è stata svolta con lo scopo di cercare il mostro, ma semplicemente di studiare la biodiversità del lago.
"The Water Horse" (2007), regia di Jay Russell
Tra tutti i campioni, non è stato trovata alcuna traccia di DNA rettile (mentre è stata dimostrata la convivenza di almeno 3000 specie differenti), oltretutto è stata riscontrata una massiccia presenza di tracce genetiche dell'anguilla europea, ciò ha portato i ricercatori neozelandesi a teorizzare che il famoso mito di Nessie possa essere scaturito dagli avvistamenti di un enorme esemplare di anguilla (il tutto però è ancora da dimostrare).

Se questa notizia vi può sembrare, a primo impatto, come la prova definitiva che il mostro di Loch Ness non sia altro che una leggenda prendetevi un attimo, perché come esistono gli scettici riguardo all'esistenza del mostro, esiste anche una comunità di scettici nei confronti di questa ricerca. Infatti, a quanto pare, non tutti i campioni prelevati dal lago sono stati adatti a questo studio, il 20% di essi sono stati classificati come sconosciuti, solitamente in questo tipo di esperimenti il DNA particolarmente deteriorato non è classificabile...ma chi vuole credere ancora nel mostro, sostiene (non sbagliando, tecnicamente) che qualora si dovesse trattare di una specie sconosciuta non potremmo avere altri campioni di DNA con cui comparare questo 20%, in cui quindi una nuova creatura ancora non scoperta potrebbe rientrare tranquillamente.

Zilla Jr. incontra Nessie nell'episodio "DeadLoch" della serie animata "Godzilla" (1999)
Nessuno di noi può sapere con certezza se Nessie esista o meno, probabilmente un domani la scienza avrà raggiunto dei livelli talmente alti che sarà in grado di dare una risposta definitiva mappando tutto il fondale del lago, e studiando qualsiasi campione di DNA che si può trovare nelle sue acque; ma di certo è la leggenda più affascinante degli ultimi novanta anni e, per chi vuole continuare a crederci abbiamo ancora uno spiraglio, una possibilità (forse l'ultima) per attestare che, effettivamente, nel Loch Ness dimora un mostro.

Articolo di Lorenzo Spagnoli, revisione di Robb P. Lestinci