mercoledì 20 novembre 2019

King Kong (o L'ultima ricerca di un mondo perduto)

Pensare che nel 2019 qualcuno possa non conoscere ancora la figura del gigantesco gorilla che troneggiava prima tra le foreste dell’Isola del Teschio, e poi tra i grattacieli di New York City, è pressoché impossibile. Kong non esiste nemmeno da un secolo, eppure è diventato istantaneamente un’icona, simbolo non solo del cinema ma anche di tutta la cultura occidentale.

Un personaggio ed un film così influenti da determinare un punto di rottura: un prima e un dopo. Ma cosa c’è stato prima di ‘’King Kong’’? Prima c’erano due persone, due tecnici dalle diverse occupazioni, che si erano guadagnati con impegno e con fatica una certa fama nel proprio ambiente: da una parte Willis O’Brien, pioniere della stop-motion, che non solo aveva attirato con i suoi corti l’attenzione di Thomas Edison ma era appena uscito dal successo di ‘’The Lost World’’ (1925), di cui aveva interamente curato quelli che (per il tempo) erano tra gli effetti speciali più sorprendenti mai visti; dall’altra l’aviatore, cineasta ed esploratore dalla fervida immaginazione Merian C. Cooper, che iniziò a concepire quello che sarà il concept del film da quando andò a girare in Africa con Ernest B. Shoedsack, suo collaboratore storico, ‘’Le Quattro Piume’’ (1929) e da quando l’amico W.Douglas Burden aveva pubblicato un testo sui varani di Komodo, e ne aveva portati due esemplari a New York.
Questi furono, fondamentalmente, i due uomini che diedero vita a Kong. È molto importante, però, pensare al contesto in cui entrambi questi personaggi erano calati in quel momento storico, la Grande Depressione. Quand Cooper presentò la sua idea per un film con protagonista un gorilla (che in una scena avrebbe combattuto un drago di Komodo) al produttore della Paramount David O. Selznick questi dovette declinare l’offerta dati i problemi finanziari del tempo. Più tardi nello stesso anno, Selznick passò alla giovane RKO Radio Pictures e si portò Cooper con sé.

Tra quelle mura avvenne l’incontro tra i due personaggi. O’Brien attirò l’attenzione di Cooper con il suo test-footage ‘’Creation’’: progetto dell’animatore per un film in cui avremmo visto l’uomo moderno entrare in contatto con dinosauri, e altri animali preistorici, su un’isola ma, che venne scartato dai produttori a causa dell’elevato budget che avrebbe richiesto. Il regista-avventuriero rimase estasiato dall’abilità che O’Brien dimostrò in quel corto, così convinse Selznick a commissionargli dei filmati di prova basati sul soggetto che aveva in cantiere sin dai tempi della Paramount. Una volta che O’Brien li mostrò ai produttori della RKO, questi vennero accolti con grande entusiasmo e venne dato il via al nuovo progetto.
Cooper coinvolse (come al solito) il suo socio, e venne contattato lo scrittore inglese Edgar Wallace per la prima stesura della sceneggiatura. Di lì a breve Wallace sarebbe scomparso, lasciando lo screenplay nelle mani di James Ashmore Creelman e di Ruth Rose, moglie di Shoedsack, che creerà i personaggi di Carl Denham e di Jack Driscoll basandosi rispettivamente su Cooper e sul marito. Nel mentre O’Brien gestiva il lato creativo: sotto le sue direttive Mario Larrinaga e Byron Crabbe realizzarono gli storyboard di diverse scene e dipinsero (sulla falsariga dei maestosi lavori di Gustav Dorè) i fondali su cui si sarebbero andati a muovere i modelli del gorilla e dei dinosauri da animare, che vennero ideati e costruiti da Marcel Delgado basandosi sulle iconiche rappresentazioni di Charles R. Knight (fatta eccezione per alcuni direttamente riciclati dal precedente ‘’Creation’’).

Uno dei più grandi vanti del film sarà proprio il notevole passo avanti che comportò nel campo degli effetti speciali; Linwood Dunn fu il responsabile di un sistema di lenti montate a livelli differenti, di cui Cooper e O’Brien seppero sfruttare la straordinaria profondità di campo con grande maestria per dare vita a Kong. La scena ambientata nella caverna in cui il gorilla gigante dimora, e in cui lo vediamo battersi con un mostruoso animale serpentiforme, è generalmente ritenuta la più grande conquista che potesse essere fatta, a quel tempo, dagli effetti speciali analogici.
Terminata la produzione, in post il direttore degli effetti sonori Murray Spivack si occupò del campionamento dei versi degli animali di uno zoo, per poter poi creare i ruggiti degli abitanti dell’Isola del Teschio. La star Fay Wray dovette passare una giornata in uno studio insonorizzato della RKO a registrare le grida e gli strilli vari, che sentiremo spesso nel corso del film. Infine, il compositore Max Steiner, realizzò in sole otto settimane l’intera colonna sonora, pagato dal regista, poiché inizialmente la RKO aveva previsto che al posto di spendere per delle nuove tracce si risparmiasse utilizzando quelle di altri film.

Il 2 Marzo del 1933 ‘’King Kong’’ fu presentato alla Radio City Music Hall e all’RKO Roxy Theater di New York. Nonostante quello sarebbe stato l’anno più buio della Depressione, con il 25% della forza lavoro di tutti gli Stati Uniti disoccupata e la crisi del settore cinematografico che aveva visto soccombere numerose compagnie e teatri in tutto il paese, si rivelò il film evento della stagione: con più proiezioni nello stesso giorno e quasi sempre il tutto esaurito, facendo al suo primo week-end in patria 90’000$ (cifre spropositate per l’epoca).
Spesso si parla impropriamente di come ‘’King Kong’’ salvò la RKO dalla bancarotta, in realtà questa finì comunque nel regime di amministrazione controllata (come molte altre società del settore), ma è indubbio che le sia stato possibile sopravvivere alla crisi soprattutto grazie al colpaccio nato dal nulla dal team Cooper, Selznick, O’Brien.

Fu anche una pellicola discretamente scandalosa per l’epoca, che terrorizzò il pubblico, tanto che quando entrò vigore il cosiddetto "Production Code", a partire proprio dal ‘33, per le ridistribuzioni degli anni successivi subì numerose censure. Oggi ce lo possiamo godere nella sua integrità, o quasi, perché alcune sequenze particolarmente grottesche furono eliminate in tronco e risultano perdute: come la famosissima scena del fosso, ricreata nel 2005 da Peter Jackson e dalla Weta come omaggio nei confronti del film originale, di cui il team stava preparando il remake in uscita quell’anno.
Oltre che ad essere campione d’incassi, la fatica di Cooper/Shoedsack fu molto amata dal pubblico, mentre suscitò pareri contrastanti da parte della critica tra chi lo ha da subito elogiato come un capolavoro, e chi lo ha smontato, come il noto critico italiano Mario Gromo che lo definì all’epoca su ‘’La Stampa’’: ‘’Un film per miopi’’, criticando persino i tanto amati effetti speciali.

Ma quali sono le ragioni che hanno reso ‘’King Kong’’ un film così importante e riconoscibile? Tanto per cominciare la contemporaneità in cui è (era) calato. Facendosi portatore dalle più grande delle qualità della settima arte, diventa testimonianza di un mondo, di una New York anni ‘30 che non c’è più e di cui rimane ben poco. Degli States che sono ormai stati investiti da una nera crisi economica che ha avuto delle profonde ripercussioni sociali, che possiamo tutte vedere riassunte nella Women Home Mission in cui si aggira Carl Denham, o nel disperato tentativo di Ann Darrow nel rubare una mela pur di mangiare.
‘’Soldi, Avventura, gloria’’ è il motto del regista Denham. Di questi tempi convince solamente lui, e gli studios per cui lavora non vedono più di buon occhio il suo modo di fare estroso (e spesso dispendioso).  Un film che è portatore di una mentalità estremamente naiff per uno spettatore moderno: la convinzione, la speranza, di trovare ancora quei leggendari paradisi perduti disseminati sulla faccia della Terra di cui si parla solo nei racconti. I personaggi che ci presenta sono figli di una cultura americana che è radicalmente cambiata.

Denham si sente costretto ad andare a cercare una protagonista femminile, e il primo ufficiale Driscoll è decisamente infastidito dalla presenza di una donna sulla sua nave. Visto adesso può farci accapponare la pelle per delle rappresentazioni culturali ambigue (vedasi il cuoco cinese Charlie, o il ricorso alla blackface per ritrarre in maniera caricaturale gli indigeni dell’Isola), ma sarebbe un gravissimo errore perché non è assolutamente un film razzista come molti lo hanno accusato di essere (in maniera ben più maliziosa dello stesso), ma semplicemente una pellicola datata, specchio di una mentalità ingenua, ma ormai obsoleta. Lo stesso Cooper disse, in un’intervista pubblicata postuma, che non ci fosse alcun significato razzista, bensì l’ispirazione di tutta la storia derivasse semplicemente dal conflitto romantico fra il primitivo e la civilizzazione. Non è però di secondaria importanza il sottotesto della storia, il film è molto poco indulgente verso i suoi personaggi: se Kong è un animale violento e feroce al contempo viene caratterizzato da una certa misura di umanità (soprattutto nei famosissimi close-up, realizzati con un gigantesco busto meccanico, che vi metteranno il sorriso sul volto), Carl Denham è invece un vero e proprio antieroe disposto a correre i più grandi rischi e a mettere in pericolo tutto il suo equipaggio pur di guadagnarsi la gloria.
C'è una velata, ma sferzante critica verso quello spirito colonialista tipicamente europeo-occidentale dell'uomo bianco, che lo ha più volte spinto nel corso della storia ad appropiarsi e a violentare le più meravigliose oasi del nostro mondo. La stessa sorte, purtroppo, toccherà tanto all'Isola del Teschio quanto al suo re: è qui che "King Kong" passa dall'essere un bellissimo film di orrore-avventura completamente anarchico e delirante nella sua struttura dal momento in cui il gorilla rapisce Ann, con spargimenti di sangue e combattimenti con mostri preistorici a destra e manca, ad essere il paradigma di tutti i monster-movie (con la creazione della tipica componente erotica tra il mostro e la fanciulla), ma soprattutto una vera e propria tragedia contemporanea. Kong è l'incarnazione della natura forzata dal genere umano, per poi ritorcerglisi contro e punirlo per la sua tracotanza, una natura violenta e caotica.

Nel finale, parte più celebre di tutta la storia, lo scimmione si arrampica sull'Empire State Building il simbolo dell'avanguardia dell'uomo, ma viene comunque piegato dalla sua potenza terribile e innaturale. Questo messaggio non solo è triste e malinconico, ma anche spaventosamente attuale.
Sono questi gli elementi che hanno portato quello che doveva essere un qualsiasi film di avventura, ad essere inserito al quarantunesimo posto dei migliori film statunitensi di tutti i tempi e ad essere un franchise ancora in attività, con l'uscita di "Godzilla vs. Kong" prossima.

Articolo di Lorenzo Spagnoli, revisione di Robb P. Lestinci

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