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mercoledì 19 aprile 2023

Don't Feed the Plants - La storia e la tragedia faustiana de "La piccola bottega degli orrori"

“Il ventitreesimo giorno del mese di settembre, in uno dei primi anni di un decennio non troppo lontano dal nostro, improvvisamente la razza umana si imbatté in una minaccia mortale per la sua stessa esistenza. E questo terrificante nemico comparve, come spesso accade con nemici del genere, in un luogo che sembrava tra i più innocenti e insospettabili…”

Horror e commedia sono senza ombra di dubbio due generi difficili da accoppiare in una singola pellicola, in particolar modo se quest’ultima è anche un musical. Tuttavia, per quanto tale miscela possa apparire estremamente eterogenea, un film nello specifico rappresenta un eccellente esempio di come sposare perfettamente queste etichette: La piccola bottega degli orrori.

Il primo film a portare questo titolo è una pellicola in bianco e nero (con due versioni colorizzate distribuite in seguito) del 1960 diretta da Roger Corman e presumibilmente ispirata dal racconto L’orchidea recalcitrante (conosciuto come I prossimi inquilini nelle traduzioni più recenti)[1], scritto da Arthur Charles Clarke e pubblicato per la prima volta nel 1956, in cui figura un’orchidea carnivora, sfruttata dal suo proprietario per tentare di assassinare la propria zia[2]. Tale opera prende a sua volta ispirazione dal racconto del 1905 Fioritura di una strana orchidea di Herbert George Wells, il quale narra di un coltivatore di orchidee che, attaccato da un esemplare carnivoro, viene salvato dalla sua domestica[3].

Poster della pellicola del 1960.
La piccola bottega degli orrori di Corman è innegabilmente una pellicola di serie B, con un budget di poche decine di migliaia di dollari e la cui produzione ha previsto solo tre giorni di prove e due di riprese[4]. Il set e la colonna sonora utilizzati sono stati i medesimi di Un secchio di sangue, un altro film di Roger Corman pubblicato l’anno precedente[5]; inoltre, Corman assunse attori di riserva e più personaggi furono interpretati da Charles B. Griffith, lo sceneggiatore del film. Non è quindi un’esagerazione dire che la produzione era deputata al risparmio.

Roger Corman.
Il protagonista della storia è Seymour Krelboyne (Jonathan Haze), un commesso del negozio di botanica di Gravis Mushnik (Mel Welles) nella Skid Row di Los Angeles. Il ragazzo acquista una pianta da un mercante cinese e la nomina “Audrey Jr.” in onore dell’omonima collega (Jackie Joseph); ben presto, però, verrà rivelato che la pianta, che ha portato immenso successo al negozio di Mushnik, oltre ad essere senziente e capace di parlare (con la voce di Griffith), si nutre di sangue umano e assillerà Seymour chiedendo di nutrirla. Sebbene il protagonista riesca inizialmente a saziare Audrey Jr. con qualche goccia del proprio sangue, la crescita di quest’ultima rende impossibile continuare a nutrire la pianta in tal modo: Seymour si macchierà quindi di una serie di omicidi, perlopiù accidentali, e darà i corpi delle vittime in pasto alla creatura; tuttavia, il peso delle sue azioni non tarderà a farsi sentire. È inoltre necessario citare il cameo di un giovanissimo Jack Nicholson nei panni di Wilbur Force, un masochista che nella ricerca del dolore si reca dal sadico dentista Phoebus Farb (John Herman Shaner).

Audrey Jr., Seymour e Mushnik.

Nonostante tutte le limitazioni, la pellicola risulta essere perfettamente godibile e, sebbene le atmosfere e gli eventi presentati tendano molto più alla commedia che all’horror, le risate che regala compensano in maniera più che sufficiente alla mancanza di atmosfere più serie e inquietanti.

La pianta una volta cresciuta.

Più di vent’anni dopo, il film ricevette un adattamento sottoforma di musical (con una lieve modifica del titolo in lingua originale, da The Little Shop of Horrors a Little Shop of Horrors), con musiche di Alan Menken e testi, regia e sceneggiatura di Howard Ashman. La premiere off-off-Broadway avvenne il 6 maggio del 1982 al Works Progress Administration Theatre di New York, seguita poi dal debutto off-Broadway all’Orpheum Theatre di Manhattan nel luglio dello stesso anno; tuttavia, la prima rappresentazione in un teatro di Broadway vi fu solo nel 2003, al Virginia Theatre[6].

Poster della rappresentazione all’Orpheum Theatre.
In Italia il musical fu prodotto per la prima volta nel 1988 dalla Compagnia della Rancia, con Saverio Marconi come regista e adattatore, Gerolamo Alchieri come traduttore e Michele Renzullo come adattatore delle canzoni. Il successo dello spettacolo è testimoniato dalla vittoria del Biglietto d’Oro nel 1989 e le tre tournée susseguitesi negli anni[7].

La trama ricalca a grandi linee quella del film originale, e vede ancora una volta come protagonista un giovane impiegato della bottega del signor Mushnik (interpretato nei primi spettacoli da Hy Anzell), Seymour Krelborn (Lee Wilkof), il quale porta al negozio una strana pianta, apparsa misteriosamente in un negozio cinese durante un’eclissi solare. Segretamente innamorato della collega Audrey (Ellen Greene), decide di chiamare la pianta Audrey II (Ron Taylor).

Audrey e Audrey II.
Il musical presenta svariate differenze rispetto all’opera originale, come la relazione tra Audrey e il dentista sadico Orin Scrivello (Franc Luz) e l’assenza dei detective che nella pellicola del ’60 indagano gli omicidi di Seymour, ma una delle aggiunte più importanti è senza dubbio la maggiore rilevanza del tema di rivalsa sociale: l’ambientazione della Skid Row di New York è presentata come una prigione di povertà e disagio da cui Seymour e Audrey sperano di scappare; la pianta, che incuriosisce i passanti spingendoli ad acquistare fiori e altre piante alla bottega, sembra quindi essere il mezzo perfetto per realizzare questo sogno. Altro elemento rilevante è la presenza di Crystal (Jennifer Leigh Warren), Ronnette (Sheila Kay Davis) e Chiffon (Marlene Danielle) (un chiaro riferimento alle Crystals, le Ronnettes e le Chiffons, tre gruppi musicali degli anni ’60, i cui membri erano appunto, come nel caso dei personaggi sopracitati, donne di colore), tre ragazze che ricoprono il ruolo di narratrici fuori campo e coro di supporto: rappresentano essenzialmente una reinterpretazione del coro greco[8].

Il cast della rappresentazione off-off-Broadway.
Il personaggio di Audrey II riveste un ruolo ancor più rilevante e attivo, in quanto è svelato che l’improvviso successo del negozio di Mushnik è dovuto ai poteri psichici e/o di controllo delle realtà della pianta stessa, presenti anche nella pellicola di Corman, ma utilizzati in maniera molto più banale. La creatura sfrutterà quindi la promessa di successo per convincere Seymour a nutrirla con carne umana.

Seymour nutre la pianta.

Punto di forza dello spettacolo sono senza ombra di dubbio le canzoni. Le venti tracce composte da Menken, con i rispettivi testi di Ashman, possono vantare una incredibile varietà pur mantenendo uno stile definito e coerente: dall’energetico tema introduttivo Little Shop of Horrors (Piccola Bottega nella traduzione della Compagnia della Rancia), all’esilarante Dentist! (Dentista) fino ai vari duetti quali come Mushnik and Son (In Società) e Now (Dai, Ora Dai). Risulta inoltre necessario citare l’iconicità di Skid Row (A Skid Row) e Feed Me (Cibo), con il loro ritmo coinvolgente e parti finali incalzanti, e, soprattutto, di Suddenly Seymour (Ed Ora Seymour), che meriterebbe di essere citato ogni qual volta che si parla di duetti romantici.

Howard Ashman (sinistra) e Alan Menken (destra).
Non sorprende quindi la vittoria nel 1983 di svariati premi, tra cui quelli per il Miglior Musical e per i Migliori Testi (conferito ad Ashman) ai Drama Desk Awards o quelli per la Migliore Colonna Sonora (conferito a Menken) e per il Miglior Musical Off-Broadway agli Outer Critics Circle Awards.

Negli anni successivi venne avviato lo sviluppo di un adattamento cinematografico del musical. Sebbene inizialmente Steven Spielberg avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di produttore esecutivo e Martin Scorsese quello di regista, una causa intentata da Griffith, lo sceneggiatore della pellicola del 1960, ritardò la produzione[9]; in seguito, la regia fu assegnata a Frank Oz, collaboratore dell’altrettanto leggendario Jim Henson, creatore, animatore e doppiatore di molti dei Muppet (tra cui Miss Piggy e Fozzie) nonché burattinaio e voce del pupazzo del Maestro Yoda in Star Wars.

Frank Oz sul set del film.

Il 19 dicembre del 1986 fu quindi rilasciata una nuova pellicola dal nome La piccola bottega degli orrori, estremamente fedele al musical, meno qualche taglio e il finale, il quale verrà approfondito in seguito. Seymour è questa volta interpretato da Rick Moranis, il signor Mushnik da Vincent Gardenia e il dottor Orin Scrivello (Tony Scrivello nella versione italiana del film) da Steve Martin; Levi Stubbs, membro del quartetto dei Four Tops, presta la voce a Audrey II, mentre il ruolo dell’omonima ragazza è nuovamente ricoperto da Ellen Greene: questa è la prima volta nella storia del cinema che un’attrice di un musical interpreta il medesimo ruolo in un adattamento cinematografico; l’attrice tornerà ad interpretare il personaggio anche nel revival del musical del 2015, all’età di 64 anni[10]. Ancora una volta, la scena del paziente masochista che si presta alle cure del dentista sadico offre un esilarante cameo: in questo caso, infatti il paziente è Bill Murray.

Orin Scrivello.
La colonna sonora, che fece vincere a Menken il premio per la Migliore Colonna Sonora ai Saturn Awards del 1986, presenta svariate differenze rispetto a quella del musical: risultano infatti assenti le tracce Closed for Renovation, Mushnik and Son, Sudden Changes, Now e, almeno nella theatrical cut, Don’t Feed the Plants e la ripresa di Somewhere That’s Green; inoltre, la durata della canzone The Meek Shall Inherit risulta notevolmente ridotta e il testo di Ya Never Know ha subito molte modifiche, venendo rinominata in Some Fun Now. Infine, Ashman e Menken hanno anche scritto due nuove tracce per il film: Mean Green Mother From Outer Space, in seguito candidata all’Oscar per la Miglior Canzone, e Crystal, Ronnette e Chiffon, originariamente concepita come tema per i tioli di coda, ma mai utilizzata[11] [12].

Seymour e Audrey cantano Suddenly Seymour.
Il film riesce a bilanciare perfettamente la sua natura di commedia e di horror, come perfettamente esemplificato dalla scena della morte di Orin, soffocato dal gas esilarante da cui è dipendente: nonostante la situazione nefasta, infatti, il dentista non può fare a meno di ridere a causa della sostanza inalata. La pellicola fa anche uso intelligente del mezzo cinematografico: durante la canzone Skid Row, in cui i protagonisti e vari personaggi di sfondo lamentano il degrado di Skid Row, il suono dei passi dei personaggi su schermo risulta sincronizzato con la traccia, metafora volta ad evidenziare quanto gli abitanti di Skid Row siano prigionieri del suo ritmo malsano. Solo Seymour e Audrey, proprio mentre cantano dei loro sogni di fuga, riescono a rompere tale ritmo; realizzare tale coreografia e rendere opportunamente udibile il suono dei passi sarebbe risultato molto più difficile in una rappresentazione teatrale.

Audrey II.
Elemento più impressionante della pellicola sono senza ombra di dubbio i pupazzi di Audrey II, che rappresentano uno dei migliori effetti pratici nella storia del cinema. I movimenti dei pupazzi risultano estremamente realistici e la scelta di dare alla pianta delle labbra per consentire il lip-sync con le parole di Stubbs risulta a dir poco geniale e tecnicamente sorprendente. Tale realismo è ottenuto registrando le scene ad un frame rate più basso per poi in seguito velocizzare il filmato; tale espediente ha consentito agli operatori (il cui numero raggiunge la sessantina per la versione più grande della pianta) di curare in maniera più minuziosa i movimenti della pianta; tuttavia, ciò ha comportato anche che gli attori che condividevano lo schermo con Audrey II, in particolare Moranis, dovessero muoversi e, soprattutto, muovere opportunamente le labbra, ad una velocità pari a circa la metà del normale[13].

Una delle questioni più interessanti riguardanti il film è quella del finale, che nella theatrical cut differisce notevolmente da quello del musical; in verità una sequenza essenzialmente identica a quella del finale del musical era stata effettivamente girata e proposta alle test audience, ma fu aspramente criticata, spingendo Oz a girare un nuovo finale. Nel musical e nella sequenza originale, infatti, Audrey e Seymour vengono divorati dalla pianta e quest’ultima, insieme alla sua prole venduta nei negozi di tutti gli Stati Uniti, procede a devastare l’intero pianeta; mentre nel finale girato per il film Seymour uccide la pianta, abbandona il negozio e la fama e sposa Audrey. Perché quindi il finale più cupo e cinico ha funzionato nel musical ma non nel film? Nel 2012 Frank Oz ha esposto una sua teoria in merito in un’intervista con Entertainment Weekly:

“[…] Ma sai, è una lezione imparata, perché dopo che la pianta uccide Seymour e Audrey sul palco, gli attori ritornano per fare un inchino. La differenza è che ciò non accade nei film. Non ci sono più e quindi il pubblico ha perso i personaggi che amava, a differenza degli spettatori di teatro che sapevano che i due attori che interpretavano Seymour e Audrey erano ancora vivi.”[14].

Se ciò fosse vero, non dovrebbero esistere film graditi dal pubblico che terminano con un’apocalisse o in cui figura la morte dei protagonisti, pertanto i motivi dell’insoddisfazione delle test audience nei confronti del finale originale è da ricercarsi altrove. Confrontando la theatrical cut e la director’s cut pubblicata nel 2012 nell’edizione Blu-ray del film, che include appunto il finale originale, risulta evidente un conflitto di temi e presentazione.

Illustrazione originale di Elettra Eletto.

Il musical de La piccola bottega degli orrori è essenzialmente una reinterpretazione del mito di Faust, la cui versione più nota è la tragedia La tragica storia del Dottor Faust scritta da Christopher Marlowe nel 1592 o nell’anno successivo. L’opera teatrale vede come protagonista il dottor Faustus, un uomo di umili origini, riuscito però a laurearsi in teologia all’università di Wittenberg e divenuto esperto della maggior parte delle branche del sapere; nella sua ricerca di conoscenza decide di dedicarsi alla necromanzia e alla magia nera fin quando il diavolo Mefistofele non si presenta al suo cospetto per conto di Lucifero. Il principe dei demoni propone a Faustus un patto, da sottoscrivere con il sangue: vivrà ventiquattro anni tra i mortali con Mefistofele al suo servizio, al termine dei quali consegnerà la sua anima all’inferno[15]. Altra versione molto simile del mito è il dramma in versi Faust scritto da Johann Wolfgang von Goethe e pubblicato nel 1831[16], che rientra a pieno nel movimento culturale dello Sturm und Drang; aspetto molto interessante è che nella traccia introduttiva della piccola bottega degli orrori, chiamata appunto Little Shop of Horrors, figura il verso “feel the sturm and drang in the air”.

Una scena del finale originale.
Appaiono dunque evidenti le similitudini tra il mito di Faust e il musical de La piccola bottega degli orrori: così come Faustus firma il patto con Lucifero con il proprio sangue, così anche Seymour nutre Audrey II con il suo. La pianta assume quindi il ruolo di Mefistofele e/o Lucifero, tentando continuamente il ragazzo con promesse di rivalsa sociale e notorietà in cambio di cibo; accontentare tale richiesta costerà a Seymour la sua innocenza, Audrey e, infine, la sua vita. Tale chiave di lettura è ulteriormente rinforzata dal testo dalla canzone The Meek Shall Inherit (il cui titolo è una palese citazione a Matteo 5:5, che recita “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.”[17] o, in inglese, “Blessed are the meek, for they shall inherit the earth.[18]) durante la quale Seymour affronta un conflitto morale quando una serie di imprenditori e giornalisti gli propongono interviste e investimenti: accettare tali proposte vorrebbe dire accrescere la propria fama e capitale, ma allo stesso tempo implicherebbe altri omicidi per nutrire la pianta; tuttavia, temendo che Audrey, adesso finalmente tra le sue braccia dopo la morte di Orin, possa lasciarlo una volta tornato povero, decide di firmare i contratti che gli sono stati presentati (ancora una volta una metafora per un “patto con il diavolo”). Così facendo, però sigilla il suo destino e quello di Audrey, come ironicamente sottolineato dal testo della canzone (“You know the meek are gonna get what's coming to them”, in italiano “Sai che i miti avranno ciò che gli spetta”). A tali temi si affianca anche un’aspra critica alla tipica mentalità statunitense: ciò a cui Seymour aspira è essenzialmente il sogno americano (soldi, fama, donne etc…) e nel tentare di realizzare tale desiderio perderà tutto; allo stesso modo i cittadini statunitensi, vittime della trappola consumista del capitalismo, comprano i germogli ottenuti da Audrey II, condannando il mondo intero. 

Tuttavia, il Seymour dell’adattamento cinematografico non attraversa il processo di degenerazione morale subito dalla sua controparte del musical che giustifica il suo finale; particolarmente rilevanti in questo senso sono le morti di Orin Scrivello e del signor Mushnik. Nel musical, infatti, la morte del dentista, avvenuta per soffocamento a causa del danneggiamento della maschera a gas che quest’ultimo usava per drogarsi con gas esilarante, ha luogo al termine di un numero musicale (Now) in cui Seymour, mentre Orin lo implora di aiutarlo, dibatte tra sé e sé quale possa essere la scelta corretta, decidendo infine di lasciarlo morire; nel film, però, la canzone è assente e la morte di Scrivello avviene molto rapidamente, senza che Seymour abbia il tempo di contemplare il dilemma morale di fronte al quale si trova. Dal suo canto la scena della morte del signor Mushnik vede quest’ultimo, che ha trovato alcune prove della morte del dentista, chiedere a Seymour di seguirlo alla stazione di polizia per dichiarare la sua innocenza, ma quest’ultimo, temendo di perdere tutto ciò che è riuscito ad ottenere grazie alla pianta, inganna Mushnik convincendolo ad entrare nella bocca della pianta, che prontamente lo divora; tale scena è profondamente diversa nel film: Mushnik ha visto Seymour fare a pezzi il cadavere di Orin per darlo in pasto alla pianta e, puntandogli contro una pistola, gli intima di seguirlo verso la stazione della polizia, per poi cercare di convincerlo a lasciargli la pianta (e conseguentemente la fama e i guadagni che porta). In tal modo le sopracitate paure di Seymour diventano più fondate, dato che Mushnik è diretto testimone del suo crimine; inoltre, il bottegaio appare più ostile e avido, parzialmente giustificando la sua successiva morte; infine, sebbene Seymour faccia in modo che l’uomo si avvicini ad Audrey II, è la curiosità di quest’ultimo che lo spinge a sporgersi all’interno delle sue fauci venendo quindi divorato, nonostante un timido tentativo del commesso di avvertirlo all’ultimo momento.

Audrey II divora Mushnik.

Tali scene dipingono senza dubbio Seymour in una luce molto più positiva nella versione cinematografica, tuttavia è opportuno osservare che esiste una versione diversa di queste scene nella copia di lavorazione della pellicola: la scena della morte di Orin risulta più lunga e il numero di richieste di aiuto fatte da quest’ultimo aumenta[19]; allo stesso modo, nella seconda scena presa in esame Seymour impiega più tempo e manipolazione per far indietreggiare Mushnik verso la pianta e il suo avvertimento prima che l’uomo venga divorato è assente[20]. Questa versione degli eventi sembra, ameno in parte, rendere Seymour più attivo nei crimini commessi e, inoltre, non è dato sapere se queste scene fossero presenti nella pellicola mostrata alle test audience. Nondimeno, le sequenze considerate risultano identiche nella director’s cut e nella theatrical cut (queste infatti divergono solo da quando Audrey II tenta di divorare la sua omonima), inoltre vi sono elementi sicuramente presenti nella cut mostrata alle test audience: l’avversione di Seymour per la fama ottenuta, l’assenza della sua indiretta colpevolezza della morte di Audrey (nel musical infatti è lo strano comportamento del protagonista che spinge la donna a cercarlo nella bottega e, conseguentemente, ad essere attaccata dalla pianta), e, soprattutto, la riduzione della canzone The Meek Shall Inherit[14]: risulta infatti assente sia la decisione di Seymour di non uccidere la pianta per non rischiare di perdere l’amore di Audrey che la firma dei contratti, che, come accennato precedentemente, rappresenta il punto di non ritorno nel viaggio faustiano del protagonista.

Alla luce di quanto detto, Seymour risulta non più, come nel musical, partecipe attivo degli eventi della trama, ma succube di questi ultimi: la fama e i soldi sono cose che gli accadono e non un desiderio che insegue di sua spontanea volontà; analogamente, se consideriamo le versioni delle scene presenti nelle cut rese disponibili al pubblico (e, anche se in misura minore, anche quelle della copia di lavorazione), gli omicidi di cui si macchia non richiedono un suo sostanziale intervento diretto. La somma di tutte queste piccole differenze rispetto al musical fa sì che il finale originale non sia più la conseguenza naturale e tematicamente coerente degli eventi che lo precedono; non stupisce quindi che le reazioni delle test audience siano state prevalentemente negative. Forse il finale della theatrical cut potrebbe veramente essere la conclusione migliore per la pellicola.

Seymour e Audrey nel finale della theatrical cut.
In ogni caso, l’influenza culturale de La piccola bottega degli orrori è indiscutibile, sia anche solo per il suo contributo alla popolarizzazione del cliché della pianta mangia-uomini. Inoltre, testimonianza dell’abilità musicale di Menken e Ashman, è il loro successivo impiego presso la Disney e il loro lavoro per film come La Sirenetta, La Bella e la Bestia e Aladdin; sapendo ciò, è facile comprendere la strabiliante somiglianza tra la canzone Somewhere That’s Green de La piccola bottega degli orrori e Part of Your World de La Sirenetta.

Negli anni successivi all’uscita del film del 1986 sono nati altri progetti correlati all’opera, quali un fumetto pubblicato dalla DC Comics nel 1987 che segue gli eventi della theatrical cut, la serie animata Little Shop, andata in onda in Francia e negli Stati uniti tra il 1991 e l’anno successivo con scarso successo, e un remake, cancellato nel 2022, che avrebbe visto Taron Egerton, Scarlett Johansson, Chris Evans e Billy Porter rispettivamente nei panni di Seymour, Audrey, Orin Scrivello e Audrey II[21] [22]. Per adesso, quindi, il musical e il suo adattamento cinematografico rimangono ancora insuperati.

In conclusione, La piccola bottega degli orrori, è quindi un’opera da cui, nelle sue varie forme e versioni, si possono trarre i messaggi, stati d’animo o forme di intrattenimento più disparati. Per coloro che cercano semplice divertimento, che vogliono ascoltare ottime canzoni, o che desiderano vedere una tragedia faustiana moderna, visionare (e ascoltare) La piccola bottega degli orrori è un must, tenendo però sempre a mente di non dar da mangiare alle piante.

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BIBLIOGRAFIA
[1] McDougal, D. (2008). Five Easy Decades: How Jack Nicholson Became the Biggest Movie Star in Modern Times. John Wiley & Sons, 39.
[2] Clarke, A. C. (1956). The Reluctant Orchid. Satellite Science Fiction (Vol. 1, N. 2). Renown Publications, 114-122.
[3] Wells, H. G. (2006). The Flowering of the Strange Orchid. The Literature Network
[5] Ray, F. O. (1991). The New Poverty Row: Independent Filmmakers as Distributors. McFarland & Company, 28-30.
[6] Theater: Little Shop of Horrors. (2011). Howardashman.com
[7] La piccola bottega degli orrori (n.d.). Compagnia della Rancia
[8] Pavis, P. (1998). Chorus. Dictionary of Theatre: Terms Concepts and Analysis (C., Shantz, Trad.). University of Toronto Press, 53-55.
[9] Fischer, D. (1983). Little Shop of Horrors: Corman’s now-classic B-film ends up on stage - and in court. Cinefantastique (Vol. 14, N. 2).
[12] Abraham, A. (2022). Attack of the Monster Musical: A Cultural History of Little Shop of Horrors. Bloomsbury Publishing, 127.
[13] Oz, F. (2000). Frank Oz DVD commentary. Little Shop of Horrors.
[14] Gartler, J. (2012). Little Shop of Horrors: A Q&A with Frank Oz. Entertainment Weekly
[15] Marlowe, C. (1998). The Tragical History of Doctor Faustus. The Pennsylvania State University. 
[16] Goethe, J. W. (2023). Faust (G., D’Orrico, Ed.). Beneinst.it. 
[17] Matteo 5:5. (2008). La Bibbia CEI. BibbiaEDU. 
[18] Matthew 5:5. (2001). The Bible ESV. ESV.org.
[19] Seymour Krelborn. (2019, September 23). Orin’s Gas Mask: Deleted Extended Scene [Video]. YouTube. 
[20] Little Shop of Horrors Workprint. (2016, March 19). Little Shop of Horrors Suppertime Comparison [Video]. YouTube. 
[22] Gonzales, R. (2020). The New Little Shop Of Horrors Movie: All We Know. Giant Freaking Robot
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mercoledì 1 febbraio 2023

L'ultima ricerca di un mondo perduto - Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta ''King Kong'' (1933)

Pensare che oggi qualcuno possa non conoscere la figura del gigantesco primate che un tempo troneggiava tra le foreste dell’Isola del Teschio, e poi tra i grattacieli di New York City, è pressoché impossibile. Kong esiste da meno di un secolo eppure è diventato istantaneamente simbolo non solo del cinema, ma un'icona della cultura occidentale tutta. Uno di quegli oggetti culturali che si imprimono fortemente, in modo irreversibile, nella memoria collettiva.
Un personaggio ed un film così influenti da determinare un punto di rottura, un prima e un dopo. Cosa c’è stato prima di King Kong? Prima c’erano due persone, due tecnici dalle occupazioni diverse che si erano guadagnati con impegno e con fatica una certa fama nel proprio settore: da una parte Willis O’Brien pioniere della stop-motion che non solo aveva attirato con i suoi corti l’attenzione di Thomas Edison, ma era appena uscito dal successo de Il Mondo Perduto (1925) di cui aveva interamente curato quelli che allora erano tra gli effetti speciali più sorprendenti mai visti; dall’altra l’aviatore, cineasta ed esploratore dalla fervida immaginazione Merian C. Cooper che iniziò a concepire quello che diventerà il soggetto del film da quando andò a girare in Africa con Ernest B. Shoedsack, suo collaboratore storico, Le Quattro Piume (1929) e da quando l’amico W. Douglas Burden pubblicò un testo sui varani dell'isola di Komodo, allora appena esplorata, e ne portò due esemplari a New York.

Questi furono, fondamentalmente, i due uomini che diedero vita a Kong. È molto importante però pensare al contesto in cui entrambi erano calati: la grande depressione iniziata nel '29. Quando Cooper presentò la sua idea per un film con protagonista un gorilla (che in una scena avrebbe combattuto un drago di Komodo) al produttore della Paramount David O. Selznick, questi dovette declinare l’offerta dati i problemi finanziari dello studio. Più tardi nello stesso anno Selznick passò alla giovane casa di produzione e distribuzione RKO Radio Pictures e portò Cooper con sé.
O'Brien sul set
È tra quelle mura che avvenne l’incontro tra i due. O’Brien attirò l’attenzione di Cooper con il suo test footage Creation, progetto dell’animatore per una pellicola in cui avremmo visto l’uomo moderno entrare in contatto con dinosauri e altri animali preistorici su un’isola sperduta, scartato dai produttori a causa dell’elevato budget che avrebbe richiesto. Il regista avventuriero rimase estasiato dall’abilità che O’Brien dimostrò in quel corto, così convinse Selznick a commissionargli dei filmati di prova basati sul concept che aveva in cantiere dai tempi della Paramount. Una volta che O’Brien mostrò i risultati del proprio operato ai produttori RKO questi vennero accolti con grande entusiasmo, e venne dato il via libera alle lavorazioni. 
Cooper coinvolse, come al solito, il socio Shoedsack per aiutarlo nella regia e chiamò lo scrittore inglese Edgar Wallace per la prima stesura della sceneggiatura. Di lì a breve Wallace sarebbe scomparso, lasciando il copione nelle mani di James Ashmore Creelman e di Ruth Rose, moglie di Shoedsack, che creerà i personaggi di Carl Denham e di Jack Driscoll basandosi rispettivamente su Cooper e sul marito. Nel mentre O’Brien gestiva il lato artistico. Sotto le sue direttive Mario Larrinaga e Byron Crabbe realizzarono gli storyboard di diverse scene e dipinsero (sulla falsariga dei maestosi lavori di Gustav Dorè) i fondali su cui si sarebbero andati a muovere i modelli del gorilla e dei dinosauri da animare, che vennero ideati e costruiti da Marcel Delgado basandosi sulle iconiche rappresentazioni paleoartistiche di Charles R. Knight (fatta eccezione per alcuni direttamente riciclati dal precedente ‘’Creation’’). I modelli da animare di Kong erano alti poco più di mezzo metro e consistevano di uno scheletro metallico snodabile ricoperto di cotone, gomma, latex liquido e pelliccia di coniglio. Quanto è sopravvissuto al passare del tempo, cioè appunto un'armatura di metallo, è stato venduto in un'asta inglese nel 2009 per il valore di 200'000 dollari.

Uno dei più grandi meriti del film fu proprio il notevole passo avanti che comportò nel campo degli effetti speciali. Linwood Dunn fu il responsabile di un sistema di lenti montate su livelli differenti, di cui Cooper e O’Brien seppero sfruttare la straordinaria profondità di campo con grande maestria per dare vita all'ambientazione e alle creature che la popolano. Infatti ben prima che Ray Harryhausen perfezionasse l’integrazione di stop-motion e live action quasi ai limiti dell’impossibile con la Dynamation, già O’Brien e la sua equipe seppero inventare delle tecniche che permisero all’animazione e al girato di amalgamarsi con risultati che lasciarono gli spettatori a bocca aperta. I modellini venivano animati a passo uno di fronte a dei fondali in cui era lasciato, con ingegnosi stratagemmi, uno spazio aperto su cui proiettare da dietro le immagini degli attori frame per frame. Così facendo insieme alle maquette venivano rifotografate anche le sequenze live action. Altra trovata di successo fu quella di sfruttare delle transizioni fantasma nei campi lunghi o nei totali per passare dagli attori in carne e ossa a dei modellini con le loro fattezze; così come l’idea di utilizzare un enorme avambraccio meccanico che tenesse la protagonista (non a caso la stessa tecnica sarà reimpiegata da Carlo Rambaldi, ben quarantatre anni dopo, per il primo remake del 1976). La sequenza che ha luogo nella caverna in cui il gorilla titolare dimora, e in cui lo vediamo battersi con un mostruoso animale serpentiforme, è generalmente ritenuta la più grande conquista che potesse essere fatta a quel tempo dagli effetti speciali analogici.
Quanto rimane del modello del mostruoso brontosauro presente nel film, oggi conservato in un museo dello Utah
Terminate le riprese, nel corso della post-produzione  il direttore degli effetti sonori Murray Spivack si occupò del campionamento dei versi degli animali di uno zoo per poter creare i ruggiti degli abitanti dell’Isola del Teschio. L'attrice protagonista Fay Wray dovette passare una giornata in uno studio insonorizzato della RKO a registrare le grida che sentiremo spesso nel corso del film, non a caso è considerata una delle prime ''scream queen'' della storia del cinema (ricordiamo che il sonoro era stato introdotto da poco, e andava affermandosi su larga scala proprio in quegli anni). Infine il compositore Max Steiner realizzò in sole otto settimane l’intera colonna sonora, pagato direttamente dal regista, poiché la RKO aveva previsto che al posto di spendere per nuove tracce si sarebbe risparmiato utilizzando quelle di altri loro film.

Il 2 Marzo del 1933 King Kong fu presentato alla Radio City Music Hall e all’RKO Roxy Theater di New York. Nonostante quello sarebbe stato l’anno più buio della Depressione, con il 25% della forza lavoro di tutti gli Stati Uniti disoccupata e la crisi del settore cinematografico che aveva visto soccombere numerose compagnie e teatri in tutto il paese, si rivelò il film evento della stagione con più proiezioni nello stesso giorno e quasi sempre il tutto esaurito. Guadagnò nel suo primo fine settimana in patria ben 90’000$, cifre spropositate per l’epoca. Spesso si parla impropriamente di come King Kong salvò la RKO dalla bancarotta, in realtà questa finì comunque nel regime di amministrazione controllata come molte altre società del settore, ma è indubbio che le sia stato possibile sopravvivere alla crisi soprattutto grazie al colpaccio della squadra Cooper, Selznick, O’Brien.
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Fu anche un film discretamente scandaloso per l’epoca. Determinate sequenze dal gusto più orrorifico terrorizzarono l'ingenuo pubblico statunitense tanto che, quando entrò in vigore il cosiddetto Production Code, subì numerose censure per le ridistribuzioni degli anni successivi. [Il Production Code, o Hays Code, fu proposto nel 1930 presso la Motion Pictures Association of America e divenne pienamente operativo nel 1934. Tale codice indicava quali contenuti fossero ritenuti moralmente accettabili o meno da mostrare nelle pellicole, e lo faceva in base a una serie di parametri. Tra i vari dogmi che imponeva ai produttori vietava categoricamente: profanità, nudità mostrata o suggerita, uso di droghe, schiavitù dei bianchi o scene di parto; richiedeva che fossero trattati con estrema cautela e nel rispetto del buon gusto temi quali la bandiera, l’utilizzo di armi da fuoco, furti, violenza, stupro, i
l matrimonio e l’attitudine nei confronti delle istituzioni e dei personaggi pubblici. Queste linee guida avrebbero tenuto sotto scacco l’industria hollywoodiana per decenni, e si sarebbero particolarmente inasprite tra gli anni ‘40 e ‘50, costringendo i creativi più arditi ad aggirarle fino al limite estremo. Dopodiché sarebbero entrate in declino e abolite nel 1968, a seguito di anni senza aggiornamenti, per poi essere sostituite dal più noto MPAA Film Rating System.] Una notoria leggenda metropolitana voleva che in un momento del film Kong, rapito dalla bellezza della bionda, la spogliasse fino a denudarla. Quindi, a quanto pare, la scena sarebbe stata tagliata a partire dalla seconda messa in sala per la raffigurazione della nudità. In realtà questa scena esiste ed è effettivamente stata rimossa per anni però, come ha confermato la stessa attrice, le sue grazie non venivano mai mostrate (nonostante fosse previsto nei primi concept art). In ogni caso ci possiamo godere il film nella sua integrità, o quasi, perché come anticipato i momenti particolarmente grotteschi furono tagliati in tronco e risultano perduti. Un esempio è la famosa sequenza del fosso, ricreata nel 2005 da Peter Jackson e dalla compagnia di effetti speciali Weta Digital come omaggio in vista del secondo remake a cui stavano lavorando, che sarebbe uscito nel dicembre di quell'anno.
Non solo campione d’incassi, la fatica di Cooper/Shoedsack fu molto amata dal pubblico mentre suscitò pareri contrastanti da parte della critica tra chi lo ha da subito elogiato e chi lo ha smontato, come il noto critico italiano Mario Gromo che lo definì all’epoca su La Stampa: <<Un film per miopi>>, criticando perfino i tanto amati effetti speciali. [Piccola nota curiosa è che nel suo articolo il giornalista fa riferimento a un presunto costume indossato da un attore per portare in vita il mostro; questa è una vecchia diceria che è andata avanti ben aldilà dell'uscita in sala, e in cui sono incappati in molti, secondo la quale in determinate sequenze si fece ricorso alla suit animation. Questa voce fu ulteriormente fomentata negli anni '60 da una serie di interviste rilasciate dallo chef Carmen Nigro, che dichiarò di aver impersonato Kong come stuntman non accreditato in alcune riprese. Il fatto è stato contestato e smentito da diversi storici cinematografici, e dai registi per primi.]
 
Quali sono le ragioni che hanno reso King Kong un'opera così importante e riconoscibile? Tanto per cominciare la contemporaneità in cui è (era) calato. Facendosi portatore della più grande delle qualità della settima arte divenne testimonianza di un mondo, di una New York anni ‘30 che non c’è più e di cui rimane ben poco. Un attestato degli States travolti dalla nera crisi economica che ha avuto profonde ripercussioni sociali, che possiamo vedere riassunte nella Women Home Mission in cui si aggira Carl Denham o nel disperato tentativo di Ann Darrow di rubare una mela al mercato pur di mangiare. 
 
I personaggi che ci vengono presentati sono figli di una cultura americana molto cambiata. Quando Denham si vede costretto a trovare una protagonista femminile il primo ufficiale della nave su cui si imbarca tutta la troupe, Driscoll, è decisamente infastidito dalla presenza di una donna a bordo. Infatti visto adesso potrebbe far accapponare la pelle per delle rappresentazioni culturali ambigue (vedasi il cuoco cinese Charlie o il ricorso alla blackface per ritrarre in maniera caricaturale gli indigeni dell’isola), ma sarebbe un grave errore perché non è un film realmente razzista come molti lo hanno accusato, forse in maniera ben più maliziosa dello stesso, ma semplicemente lo specchio datato di una forma mentis ormai obsoleta. [Contrariamente il precedente Le Quattro Piume, ambientato in Sudan, è stato ritenuto da molti studiosi un film profondamente razzista e schierato a favore dell'uomo bianco espansionista contro l'inferiore uomo nero.] Lo stesso Cooper disse, in un’intervista pubblicata postuma, che non ci fosse alcun significato razzista bensì l’ispirazione per tutta la storia derivasse semplicemente dal conflitto romantico fra il primitivo e la civilizzazione, e da La bella e la bestia. Non è però di secondaria importanza il sottotesto del film, molto poco indulgente verso i personaggi. Se Kong è un animale violento e feroce al contempo viene caratterizzato da una certa misura di umanità, soprattutto nei primi piani realizzati con un gigantesco busto meccanico che vi metteranno il sorriso sul volto, Carl Denham è invece un vero e proprio antieroe disposto a correre i più grandi rischi e mettere in pericolo tutto il suo equipaggio pur di rincorrere il successo. Soldi, Avventura, Gloria è il motto del regista, una massima che però all'interno del racconto convince solamente lui, mentre gli studios per cui lavora non vedono più di buon occhio il suo modo di fare eccentrico e dispendioso.

Il film può anche essere letto come l'oggettivazione di una mentalità affascinante ma estremamente naif per uno spettatore moderno: la convinzione, la speranza di trovare quei leggendari paradisi perduti disseminati in giro per il mondo di cui si parla solo nelle leggende. Viene sottolineato quello spirito colonialista tipicamente europeo-occidentale dell'uomo bianco, che lo ha più volte spinto nel corso della storia ad appropiarsi e a violentare meravigliose oasi del nostro mondo. La stessa sorte, purtroppo, toccherà all'Isola del Teschio e al suo re. 
 
È a questo punto che King Kong passa dall'essere un bellissimo film di orrore e avventura (dal ritmo al cardiopalma dal momento in cui il gorilla rapisce Ann, con spargimenti di sangue e scontri con bestie preistoriche a destra e manca) ad essere il paradigma di tutti i monster movie con la creazione della tipica componente erotica tra il mostro e la fanciulla, ma soprattutto una vera e propria tragedia contemporanea. Kong è l'incarnazione della natura manipolata dal genere umano, una natura violenta e caotica che gli si ritorcerà contro per punirlo della sua tracotanza. Nel finale, la parte più celebre, lo scimmione si arrampica sull'Empire State Building [riprendendo, concettualmente, tanto il finale de Il Mondo Perduto quanto quello de Il gabinetto del dottor Caligari (1920)], simbolo dell'avanguardia tecnologica umana, ma viene comunque piegato dalla sua potenza terribile e innaturale. Un messaggio non solo triste e malinconico, ma anche spaventosamente attuale.
Uno dei concept art originali, ad opera di Mario Larrinaga e Byron Crabbe
[In un'intervista rilasciata nel 1989 la Wray dirà: <<King Kong è un film duraturo e molto apprezzato, per me è un piacere esserne stata parte (...) Penso sia un bellissimo pezzo di storia del cinema (...) L’ultima volta che l’ho visto mi sono resa conto di quanto sia un lavoro eccezionalmente affascinante. Nel finale, quando Kong è sulla cima dell’Empire State Building mentre viene abbattuto, anche se sono sfuggita alle sue grinfie durante il corso di tutto il film, mi sono sentita affranta (...) se ti affezioni a qualcuno in un film vuol dire che ha raggiunto il suo scopo (...) Apprezzavo molto il regista, avevo già lavorato con lui e ammiravo la sua intelligenza e la sua immaginazione (Riferendosi alla mano meccanica) Era fastidioso, difficile e stancante (rimanere lì a lungo) ma anche emozionante perché dovevo immaginare come fosse il resto dell’animale (...) stavo in piedi sul palco del set e loro stringevano le dita intorno alla mia vita (...) e sollevavano il braccio per circa tre metri (...) e dovevo recitare, comportarmi come se fossi spaventata, mentre cercavo di non scivolare e cadere nel vuoto (...) forse è grazie a questo che si ha l’impressione che volessi fuggire (...) ma è stato molto stimolante farlo e simulare senza nient’altro che l’immaginazione (...) Per me era un mistero come riuscissero a combinare la mano, me, i pupazzi e farlo sembrare tutt'uno, e li rispetto molto per questo (...) l’uomo che si è occupato degli effetti speciali era un vero artista, conosceva l’anatomia e sapeva come rendere i movimenti credibili (...) La parte più bella è stata vedere il film una volta completato, la prima volta che l’ho guardato ho pensato che urlassi troppo (...) poi ho compreso la particolare maestosità che aveva, nel modo in cui si concludeva e te ne andavi con quell’immagine indimenticabile>>.]
 
In risposta al successo straripante la RKO mise subito in cantiere un sequel, Son of Kong, che sarebbe uscito appena otto mesi dopo. L'effetto King Kong ormai era travolgente, e non poteva essere arrestato. Avrebbe dato il via a uno dei più prolifici filoni di simili (e di spudorate imitazioni) mai visti. Il succitato Ray Harryhausen lo vide da bambino in sala, e ne rimase talmente colpito che da quel momento decise di dedicare la sua vita alla stop-motion. Anni dopo sarebbe diventato l'erede del suo idolo Willis O'Brien e, insieme a lui, avrebbe lavorato a Mighty Joe Young (1949) [per cui O'Brien vinse il premio oscar ai migliori effetti speciali] diretto da Shoedsack. Come già detto due sono stati i remake dedicati [senza contare King Kong vs Godzilla (1962), King Kong - il Gigante della Foresta (1967) -entrambi firmati Ishiro Honda- e King Kong 2 (1986), sequel diretto del precedente rifacimento], e possiamo ammirarne le gesta sul grande schermo ancora oggi nel MonsterVerse della Legendary Pictures. Non si può ignorare nemmeno la lista infinita di rimandi e parodie che la cultura pop gli ha dedicato (non basterebbe un articolo per citarli tutti) tra cui King Homer nello speciale di halloween de I Simpson del 1992, il personaggio Nintendo di Donkey Kong [per il quale, negli anni '80, MCA/Universal tentò di portare in tribunale il colosso videoludico giapponese], o il suo cameo in Ready Player One (2018). Insomma quella scommessa visionaria del 1933 è diventata un caposaldo, forse proprio perché rappresenta uno degli ultimi baluardi di quel desiderio tipicamente romanticista di andare alla scoperta di fantasiosi luoghi inesplorati, ormai tramontato definitivamente con l'avvento della contemporaneità. 

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ARTICOLO DI
ILLUSTRAZIONE DI COPERTINA DI
REVISIONE DI
ROBB P. LESTINCI e GIULIA ULIVUCCI