Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post

giovedì 5 ottobre 2023

Sherlock Holmes incontra Lovecraft - "A Study in Emerald", la miglior fanfiction mai scritta

Nel 2003 veniva pubblicata per la prima volta Shadows Over Baker Street, un’antologia di racconti scritti da diversi autori che presentavano come caratteristica comune l’inserire i personaggi dell’universo di Sherlock Holmes all’interno del mondo dei racconti di H.P. Lovecraft. La raccolta era curata da due autori degni di nota, ovvero Michael Reaves, scrittore e sceneggiatore di varie serie animate come GargoylesSpiderman: The Animated Series e Batman: The Animated Series, per citare quelle più famose a cui ha lavorato, e John Pelan, autore e editore specializzato in letteratura fantascientifica, weird e horror.

Ad aprire la raccolta c’era un racconto scritto da Neil GaimanA Study in Emerald, il cui titolo fa chiaramente intuire che il racconto di base non era altro che Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle.
La storia, raccontata in prima persona da un anonimo narratore che funge da “Watson”, ripropone il primo caso svolto in coppia da Sharlock Holmes e il suo assistente. I due si ritroveranno a dover risolvere l’omicidio di un principe legato alla famiglia reale. Il caso, sebbene verrà facilmente risolto entro la fine del racconto, presenta però degli elementi molto strani: dal cadavere non esce sangue normale ma un liquido color verde e gli assassini sembrano legati a una strana setta che adora dei misteriosi e antichissimi avi venerati dagli uomini in tempi lontani.

La storia ottenne subito un gran successo, al punto che nel 2004 e nel 2005 vinse rispettivamente lo Hugo Award per il miglior racconto e il Locus Award per la miglior storia breve. Il successo del racconto non si è ovviamente fermato ai soli premi letterari. Nel 2013 il game designer Martin Wallace realizzò un gioco da tavolo ispirato dal racconto, gioco che nel 2015 ricevette una seconda edizione con regole aggiornate e un nuovo design. Nel 2018 il racconto ricevette un adattamento a fumetti sceneggiato da Rafael Scavone, autore brasiliano che ha lavorato a svariate storie per DC Comics, e disegnato da Rafael Albuquerque, disegnatore conosciuto prevalentemente per i suoi lavori su Blue Bettle e per aver realizzato American Vampire assieme a Scott Snyder.
Nel 2006 il racconto fu ristampato all’interno della raccolta Fragile Things: Short Fictions and Wonders curata da Gaiman stesso. All’interno di questa raccolta, l'autore ha dato ulteriori spiegazioni riguardo le maggiori influenze e ispirazioni del racconto indicando l’universo letterario di Wald Newton scritto da Philip José Farmer, la serie di Anno Dracula scritta da Kim Newman e The League of Extraordinary Gentlemen di Alan Moore e Kevin O’ Neil.

Ma aldilà del successo, ciò che rende il racconto ulteriormente interessante è ciò che Gaiman pensa riguardo questa storia. Lo scrittore infatti, sebbene nel corso degli anni abbia dichiarato che il racconto è probabilmente una della migliori storie brevi che abbia mai scritto, reputa A Study in Emerald una semplice fanfiction su Sherlock Holmes e il mondo di Lovecraft.1 Le motivazioni che portano Gaiman a valutare la storia come tale sono queste: non è una storia canonica in senso stretto, ovvero non è stata scritta da Conan Doyle, è ambientata e contiene elementi di un altro universo letterario, ovvero quello di H. P. Lovecraft ed è stata scritta da un fan dell’opera di Doyle, ovvero Gaiman stesso. C’è da dire che non è la prima volta che Gaiman reputa un suo racconto breve una fanfiction: anche The Case of Death on Honey che scrisse per la raccolta Study in Sherlock è considerata dallo scrittore inglese come tale.2
Tuttavia, Gaiman sa che la sua visione può cozzare con ciò che è una fanfiction: una fanfiction di solito non viene pubblicata in raccolte letterarie (e in teoria non andrebbe pubblicata affatto a scopo di lucro, a meno che non si applichino dovute modifiche al testo originale per evitare il copyright), non ricevi alcun guadagno da questo tipo di storie e soprattutto non partecipi e vinci a vari premi letterari.3

Nel caso di Sherlock Holmes, la situazione si fa ancora più nebulosa su cosa potrebbe essere considerata fanfiction e cosa no. Fin dagli anni Cinquanta infatti, il detective di Baker Street è stato protagonista di vari racconti e romanzi apocrifi che sono stati approvati dai discendenti di Conan Doyle. Gli unici due criteri che devono essere rispettati sono che gli scritti di Conan Doyle non vengano contraddetti e che la realtà storica in cui si svolgono i casi venga mantenuta. Il racconto di Gaiman, se escludiamo gli elementi presi dai racconti di Lovecraft come il sangue verde e l’accenno ai Grandi Antichi, potrebbe funzionare perfettamente come racconto apocrifo se non fosse per il plot twist finale. Infatti, sebbene il detective per tutto il racconto sembri ricordare proprio Holmes grazie ai suoi ragionamenti deduttivi e l’utilizzo di alcuni alias che solo il detective di Baker Street poteva usare, come l’utilizzo del nome Sherry Vernet, e il narratore, in base ai pochi dettagli che ci dà sul suo passato da soldato, sembri ricordare proprio Watson, si arriva alla fine della storia dove scopriamo che a compiere l’omicidio non erano altro che Holmes e Watson, mentre chi ha risolto il caso e chi ci ha raccontato la storia erano James Moriarty e Sebastian Moran, due dei più famosi arcinemici di Sherlock Holmes.
Forse è proprio a causa di questo ribaltamento dei ruoli che Gaiman è arrivato a pensare che la sua storia non è altro che una fanfiction: Sherlock Holmes non diventerebbe mai nè un criminale e nè un adoratore dei Grandi Antichi.

Tuttavia, a prescindere da cosa Gaiman pensi del suo racconto, si nota che lo scrittore inglese si è divertito ad omaggiare due scrittori che ama e che sono stati fonte d’ispirazione per le sue storie. Basti notare lo stile di scrittura di tutto il racconto, che riprende le prime pagine di Uno studio in rosso, o il come i Grandi Antichi vengano “presentati” come se ci trovassimo in un racconto vero e proprio di Lovecraft.
Un ulteriore elemento riguardo l’amore provato da Gaiman per il suo racconto è il come ha deciso di pubblicarlo sul suo sito personale dove è infatti reperibile in lingua originale sotto forma di documento PDF scaricabile.4 In questa versione la storia ricorda, da un punto di vista grafico, un feuilleton. Ogni capitolo è inserito in una pagina di giornale (intitolato “The Star of Albion”) ed è introdotto da una piccola inserzione pubblicitaria che cita altri racconti horror. Tramite questa resa grafica, il racconto sembra essere stato scritto quasi in contemporanea con le storie di Doyle, rendendolo ancora più simile a un’opera apocrifa.

Un’ultima “dichiarazione d’amore” è legata all’intenzione di Gaiman di realizzare un seguito al racconto, creando un nuovo caso ambientato in questo universo.5

Insomma, A Study in Emerald è sicuramente un racconto molto particolare per lo strano rapporto che ha con il suo creatore. È un grande tributo a due autori che hanno segnato due generi letterari, un racconto breve che offre la giusta dose di suspense e che si conclude con un ottimo colpo di scena. Eppure, vuoi per una questione di umiltà, vuoi per una per una sua concezione personale di fan, Gaiman reputa questo racconto una semplice fanfiction. E se vogliamo considerare valide le sue dichiarazioni, possiamo tranquillamente ammettere che ci troviamo davanti alla migliore fanfiction su Sherlock Holmes e il mondo di Lovecraft mai scritta.
⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯
NOTE

4 Il racconto è reperibile qui

venerdì 20 maggio 2022

Sotto il Segno di Ruthven ("Il vampiro" di John Polidori)

Il 1816 è una data fondamentale per la letteratura horror. Quell’anno un gruppo di amici riunitosi a Villa Diodati per trascorrere l’estate si cimentarono a scrivere una storia di fantasmi per vincere la noia e l’esasperazione causati dai pomeriggi uggiosi.

È grazie a questa sfida che Mary Shelley scrisse la bozza per il suo Frankestein o il moderno Prometeo, che sarebbe stato poi pubblicato per la prima volta nel 1819. In questa sfida sembra però che solo la Shelley si impegnò seriamente mentre gli altri partecipanti si limitarono ad abbozzare dei racconti. È il caso di George Byron, il massimo esponente del Romanticismo inglese, che si limitò a raccontare la storia di due viaggiatori. Uno di loro, trovatosi in punto di morte, rivelava di essere un vampiro e legava il compagno umano a un giuramento.

Fu da questa trama abbozzata che John Polidori, il suo medico personale, scrisse il racconto che avrebbe segnato per sempre il mondo della letteratura gotica e dato le basi per il vampiro moderno poi popolarizzato da Bram Stoker quasi cent’anni dopo con il suo Dracula: Il vampiro.
Pubblicato per la prima volta nel 1819 sul New Monthly Magazine, il racconto fu fin da subito segnato da una storia editoriale molto particolare. A causa di un errore dell’editore infatti, la paternità del racconto fu data a George Byron piuttosto che a Polidori, impedendo così al racconto di prendere fama in Inghilterra a causa della figura controversa di Byron. Questo errore editoriale, che fu fortemente contestato da Byron stesso, ha però consentito al racconto di ottenere gran successo nel resto del continente europeo, dove il poeta era già molto apprezzato per la pubblicazione del Mazeppa avvenuta l’anno prima. Nello stesso anno della pubblicazione in Inghilterra infatti, Il vampiro aveva già una sua edizione tedesca pubblicata a Lipsia e negli anni tra il 1820 e il 1825 ricevette svariati adattamenti teatrali in Francia, tra i quali è doveroso ricordare The vampire or The Bride of the Isles sceneggiato da James Robinson Planchè. Per la prima edizione italiana della storia dovremmo aspettare il 1831 e anche in quel caso la paternità rimase a Byron.

La fama del racconto non si fermò alla rapida diffusione della storia. Subito molti autori si sono cimentati a emulare il racconto o crearne dei seguiti apocrifi come nel caso di Lord Ruthven ou les Vampires, romanzo attribuito a Charles Nodier, dove i ruoli dei personaggi vengono stravolti e il vampiro stavolta viene sconfitto dal protagonista. Altri scrittori, ispirati dalla storia e in particolare dal personaggio di Lord Ruthven, hanno invece scritto racconti dove la figura del vampiro o altre molto simili vengono rielaborate e ripulite da tutti gli elementi folkloristici e rese dei personaggi della letteratura gotica a tutti gli effetti. È il caso di Vampirismus di Hoffman, dove vengono riprese delle figure vampiresche appartenenti alla mitologia greca come le lamie e inserite in un contesto balcanico o dei vari racconti in cui è la donna vampiro a essere la minaccia principale come Carmilla di Le Fanu.
Patrick Walshe McBride nel ruolo di Lord Ruthven (Dracula, 2020, Stagione 1, Episodio 2, "Blood Vessel", diretto da Damon Thomas, BBC)
Lord Ruthven è sicuramente il motivo per cui il racconto è tuttora meritevole di essere letto. Polidori molto probabilmente creò il personaggio ispirandosi al romanzo autobiografico Glenarvon scritto Caroline Lamb e pubblicato nel 1816. Nell’opera la Lamb decise di vendicarsi di Byron, che aveva troncato la loro relazione clandestina, dipingendolo come un essere satanico e malefico e affibbiandogli il nome di Ruthven Glenarvon. Polidori dunque creò il suo Lord Ruthven sfogando parte dell’odio esasperante che provava per il poeta e creando una vera e propria parodia di Byron, sebbene nel racconto non ci siano affatto momenti comici o parodici.

Ruthven è infatti un uomo affascinante e sensuale nonostante l’aspetto pallido e cadaverico, si circonda di persone deboli come i giocatori d’azzardo incoraggiandoli a proseguire nei loro vizi e rovinandogli la vita, è un uomo ricco e nobile che elargisce elemosine non a chi ne ha bisogno ma a uomini dissoluti la cui vita finisce per peggiorare una volta ricevuti i soldi. C’è tuttavia ancora poco di vampiresco in lui: l’atto di succhiare il sangue non avviene ancora tramite il classico morso sul collo ma attraverso un vero e proprio sgozzamento con i denti, Ruthven può tornare in vita tramite l’esposizione del suo corpo ai raggi della luna piena e, quando sigla il patto di segretezza con Aubrey, per assicurarsi che il ragazzo non riveli la sua vera identità, sembra quasi trasformarsi in un fantasma che tormenta il ragazzo con la sua voce. È il sesso ciò che appaga di più Ruthven, nonché l’elemento cardine del racconto, che si sofferma più volte a raccontare come seduca varie donne portandole alla rovina se non addirittura alla morte come accade alla sorella di Aubrey, il protagonista della storia.
"John Polidori - Il Vampiro" di Luca Franceschini e Gabriel Negri, edito da NPE, 2019
Questi pochi elementi hanno comunque aiutato a rendere il vampiro la creatura mostruosa che conosciamo oggi: un morto immortale solo all’apparenza che è costretto a vivere nell’ombra e deve bere il sangue di giovani vittime che attrae con il suo fascino sensuale. Questa scelta peculiare di vittime trasforma il vampiro in un essere parassitario alla continua ricerca di nuova linfa vitale per preservare la sua immortalità mentre l’atto di succhiare il sangue si trasforma in una vera e propria metafora dell’atto sessuale.

Ma se con Polidori il vampiro rappresenta solo un individuo o al massimo un tipo di personaggio come poteva essere l’eroe byroniano, con Stoker si compirà il passo successivo che ha reso il vampiro il simbolo di un’intera classe sociale, l’aristocrazia, che ha ormai perso la sua importanza e per vivere è costretta a parassitare sulla nuova classe sociale che ha preso il controllo dell’apparato sociale, la borghesia. Nel romanzo di Stoker però, sarà proprio quella classe sociale a causare la morte del vampiro.

Potete acquistare la graphic novel "John Polidori - Il vampiro" (da cui abbiamo tratto anche la copertina di quest'articolo) sul sito ufficiale della NPE.

ARTICOLO DI 


mercoledì 10 febbraio 2021

Il mortale amuleto di giada (Recensione “Il cane”)

Nel mondo dell’arte capita spesso che alcune opere vengano reputate orribili dai propri creatori a tal punto da chiederne la distruzione o a tenerle nascoste per tanto tempo. E proprio quelle opere tanto odiate dai loro creatori finiscono poi per rivelarsi dei veri e propri capolavori. Il caso più antico e emblematico è sicuramente quello di Virgilio, che chiese ai suoi compagni di distruggere la sua poi tanto acclamata “Eneide”, o il caso di Francisco Goya e delle sue “pitture nere”, riscoperte e apprezzate anni dopo la sua morte. 

Il racconto che andremo ad analizzare oggi, “Il cane” (titolo originale “The Hound”) di Howard Philips Lovecraft è uno di questi casi di opere “riscoperte”. Scritto nel 1922 e pubblicato per la prima volta nel 1924 sulla rivista “Weird Tales”, questo racconto è sempre stato considerato da Lovecraft come il peggiore che abbia mai scritto eppure nel corso del tempo questa storia è diventata una delle più importanti dello scrittore di Providence. È infatti da questo racconto che Lovecraft comincerà a delineare uno sfondo comune per tutte le sue storie dell’orrore, inoltre è qui che per la prima volta viene citato il Necronomicon, lo pseudo libro scritto dall’arabo pazzo Abdul Alhazred che affascinerà migliaia di lettori in tutto il mondo.

"Il mastino e altre storie" di Gou Tanabe

Lovecraft ebbe l’ispirazione per la storia subito dopo una visita, a Brooklyn, al complesso religioso della Chiesa Riformata di Flatbush, il quale verrà menzionato in un altro suo racconto “L’orrore a Red Hook”. Infatti, sebbene nella storia ci venga detto che la chiesa visitata dai due personaggi si trovi in Olanda, la descrizione del luogo ricorda proprio quel complesso religioso. Ad accompagnare Lovecraft in quella visita c’era l’amico Rheinhart Kleinen, che lo scrittore di Providence era solito chiamare “St. John” nelle sue lettere. Quel soprannome diventerà il nome di uno dei due protagonisti principali del racconto.

Il racconto, narrato in prima persona da un narratore anonimo, ci introduce un protagonista esausto e spaventato da un’oscura Nemesi, la quale ha già causato la morte violenta del suo amico St. John. Il protagonista si sente ormai in trappola e solo la morte può porre fine alle sue sofferenze tuttavia, prima di compiere l’estremo gesto, decide di raccontarci come e quando sono iniziati i suoi incubi.

"Il mastino e altre storie" di Gou Tanabe

Il nostro protagonista e St. John erano due ragazzi annoiati dalla vita che, dopo aver cercato invano dei nuovi stimoli tramite i movimenti estetici e romantici, sono entrati in contatto con i valori del Decadentismo e hanno abbracciato l’esoterismo. La loro continua ricerca di stimoli li porterà a diventare dei feroci cacciatori di tesori disposti a profanare le tombe pur di trovare nuovi reperti. La loro immensa villa infatti, nel giro di poco tempo, si riempirà di oggetti sempre più macabri e oscuri e accoglierà al suo interno perfino dei cadaveri che Lovecraft non si risparmierà a descrivere nei minimi dettagli.

Una sera, durante l’ennesima profanazione di una tomba nei pressi di una chiesa, i due amici troveranno un amuleto di giada che riconosceranno in fretta, poiché descritto nel libro del Necronomicon. L’amuleto infatti appartiene a una mostruosa creatura il cui aspetto ricorda quello di un grosso cane e che, per riprendere l’oggetto che gli è stato sottratto, renderà la vita dei due amici un vero e proprio incubo.

"Il mastino e altre storie" di Gou Tanabe

Si notano fin da subito le influenze dei racconti di Montague Rhodes James sullo scrittore di Providence: la mostruosa e misteriosa creatura è evocata tramite un oggetto antico ritrovato dai protagonisti, la realtà quotidiana viene smantellata lentamente da quest’ultima prima facendo sentire la sua presenza tramite inquietanti ululati e il raspare continuo sulle porte e le finestre, che si faranno sempre più frequenti nel corso del racconto, per arrivare alla fine a palesarsi davanti al protagonista sottoforma di ombra. Tuttavia, se i fantasmi di James apparivano solo in seguito al ritrovamento dell’oggetto, la creatura di Lovecraft si manifesta molto prima, durante la visita dei due protagonisti al cimitero, quasi come a far presagire al lettore che la situazione è già degenerata e che non potrà altro che peggiorare. Inoltre, se i personaggi di James riuscivano comunque a sopravvivere al fantasma e al massimo restavano fortemente scossi dall’evento a cui avevano assistito, per Lovecraft non c’è alcuna speranza di salvezza. Il limite è stato già superato e non si può più tornare indietro per i suoi personaggi.

"Il mastino e altre storie" di Gou Tanabe

Secondo il critico Steven J. Mariconda, questo racconto può essere inteso anche come tributo al movimento decadentista, in particolare al romanzo “Controcorrente” di Joris Karl Huysmans, che viene anche citato nel racconto. Infatti, come il protagonista del romanzo, il nostro narratore e St. John si isolano completamente dalla società rinchiudendosi dentro una villa, che riempiono con i più vari oggetti per placare la loro noia. Se nel romanzo di Huysmans il protagonista si rifugia nel puro estetismo in quanto in preda a una forte nevrosi, nel racconto di Lovecraft viene trasformata nella paura causata dai versi e tormenti della mostruosa creatura. 

Lo stile risente ancora dell’influenza di Edgar Allan Poe, motivo per cui, nel corso del tempo, parte della critica letteraria ha cominciato a dare ragione a Lovecraft o al massimo considerare questo racconto un’opera minore dello scrittore. Ciò lo si nota dalle frasi ricche di incisi e di una forte predominanza della paratassi, soprattutto all’inizio della storia. Nella versione originale questa influenza si nota ancora di più per la presenza di termini che sembrano proprio presi dai racconti di Poe: basti pensare che, a un certo punto del racconto, la morte portata dalla creatura viene soprannominata “red death”, proprio come la Morte Rossa. Tuttavia sembra che questo stile sia funzionale alla storia, in particolare per delineare al meglio la psicologia devastata del protagonista.

"Il mastino e altre storie" di Gou Tanabe

Quindi, se è la prima volta che vi approcciate al mondo orrorifico di Lovecraft e non sapete da dove iniziare, questa storia, assieme a “La città senza nome” e “La cerimonia”, è il punto perfetto per iniziare.   

ARTICOLO DI

sabato 16 gennaio 2021

Il mistero dell'occhio ceruleo (Recensione "The Tell-Tale Heart")

Edgar Allan Poe è l’autore horror più importante assieme a Howard Philips Lovecraft in campo letterario. La sua vasta produzione di racconti e il romanzo “Le avventure di Gordon Pym”, oltre ad influenzare gli autori successivi, hanno portato alla nascita di veri e propri generi letterari, come il poliziesco o il thriller psicologico. 

Uno dei suoi racconti più conosciuti è “Il cuore rivelatore” (titolo originale “The Tell-Tale Heart”), pubblicato per la prima volta nel 1843 sulla rivista “The Pioneer: A Literary and Critical Magazine”. Il racconto era anticipato da un’epigrafe, poi tolta nelle edizioni successive, che citava una poesia di Henry Wodsworth Longfellow, “A Psalm of Life”.

Negli anni il racconto ha ricevuto moltissimi adattamenti in vari media. Tra i tanti è giusto ricordare il cortometraggio del 1928, “The Tell-Tale Heart”, diretto da Leon Shamroy e Charles Klein, uno dei primi adattamenti del racconto nonché uno dei più fedeli, il corto animato del 1953 diretto da Ted Parmlee, il primo film animato a venir classificato “per adulti” dal British Board of Film Censors, e il tributo musicale fatto dai The Alan Parsons Project nell’album “Tales of Mystery and Imagination-Edgar Allan Poe”.

Il racconto, narrato in prima persona, incomincia in medias res con una confessione del protagonista, che è anche narratore della vicenda. Non si sa nulla di lui, se non che è abbastanza giovane e che si è macchiato di un terribile crimine: l’uccisione di un vecchio. Già da questo incipit notiamo i due punti di forza nonché colonne portanti del racconto: il mistero e l’inaffidabilità dell’autore.

Illustrazione di Harry Clarke del 1919

La storia raccontata infatti manca di alcuni elementi che costringono il lettore a ricorrere alla propria immaginazione o a trarre le proprie conclusioni. Non sappiamo chi sia l’interlocutore a cui si rivolge il narratore, a parte una semplice descrizione della casa del vecchio, non abbiamo alcuna indicazione geografica, il protagonista potrebbe non soffrire di ipersensibilità nervosa, poiché non ci sono abbastanza dettagli a riguardo, e i suoni che afferma di sentire potrebbero essere frutto della sua immaginazione.

Lo stile di scrittura, caratterizzato da tante frasi brevi a volte spezzate da degli incisivi e con varie ripetizioni, ci fa comunque capire che il protagonista è teso e sta cercando di convincere il suo interlocutore di non essere pazzo e di aver compiuto l’omicidio in completa lucidità. Per dimostrare ciò, descrive nei minimi dettagli tutta la dinamica dell’omicidio, compreso l’occultamento del cadavere, ma la razionalità costruita dalla cura dei particolari crolla nel finale, quando, preso forse dal senso di colpa che gli farà sentire il battito del cuore del vecchio, confesserà il delitto e davanti all’irrazionalità del movente.

Una scena del corto del 1928

La causa scatenante dell’omicidio infatti non è altro che l’occhio ceruleo del vecchio, il cui sguardo cattivo causa timore nel protagonista. Poiché non sappiamo nulla sul legame che c’era tra il protagonista e il vecchio, il lettore è costretto a trarre le sue conclusioni: se il protagonista fosse un semplice servo che si prendeva cura del vecchio, l’occhio potrebbe rappresentare lo sguardo di un padrone troppo severo che il servo uccide per esasperazione, se invece fosse il figlio, l’occhio rappresenterebbe l’imposizione paterna su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato (e infatti, “l’occhio di avvoltoio” è un archetipo paterno) e quindi, uccidendo il vecchio, il protagonista uccide anche la sua coscienza. 

Secondo il poeta Richard Wilbur, l’interpretazione più veritiera è da ricercare nel “Sonetto alla scienza” scritto dallo stesso Poe. Nella poesia la personificazione della scienza viene descritta con un occhio penetrante che trasmuta ogni cosa e come un avvoltoio che dilania il cuore del poeta. Se si seguisse il poema quindi, il vecchio rappresenterebbe la mente razionale e scientifica mentre il protagonista la mente immaginativa.

Il mistero, un personaggio vittima della sua malattia e uno stile di scrittura che cattura immediatamente il lettore rendono “Il cuore rivelatore” un racconto fondamentale e da recuperare per ogni lettore di storie horror.

ARTICOLO DI

lunedì 21 settembre 2020

Il rimorso del capitano (Recensione “La persecuzione”)

Si ritorna ancora una volta nella cupa Irlanda con i racconti di Joseph Sheridan Le Fanu. La storia che andremo ad analizzare oggi, intitolata La persecuzione (titolo originale The Familiar), è uno dei racconti di fantasmi più conosciuti dello scrittore irlandese. Pubblicata per la prima volta nella raccolta In a Glass Darkly nel 1872, la storia è considerata da Montague Rhodes James come la sua fonte d’ispirazione principale per i suoi racconti.

Come è già accaduto per Carmilla, facciamo la conoscenza di un narratore misterioso che ci dice di aver trovato tra le carte del dottor Hesselius la testimonianza di un evento paranormale simile al caso Tè Verde (che nella realtà è il titolo di un altro racconto di Le Fanu). Il dottor Hesselius tuttavia non è molto soddisfatto del materiale raccolto poiché il testimone, sebbene sia stato molto preciso nel narrare gli eventi, non si è soffermato molto sul lato scientifico e medico della faccenda, impedendo così al dottore di elaborare delle teorie razionali per spiegare i fenomeni paranormali raccontati.

A questo punto incomincia la storia vera e propria, che ci viene narrata dall’ecclesiastico Thomas Herbert. Il protagonista è l’ex capitano di marina James Barton, un baronetto che si distingue per i suoi modi di fare da gentiluomo e la sua condotta di vita parsimoniosa. Nonostante sia un tipo riservato, l’ex capitano riesce ad attirare l’attenzione della nobile Lady L. Montague, che gli propone sua nipote in sposa. Barton sembra così aver sistemato la sua vita ma una sera, mentre stava tornando a casa, viene inseguito dal rumore dei passi di un uomo. Essendo profondamente ateo e materialista, l’ex capitano penserà all’inizio che quel rumore sia stata una suggestione ma i passi cominceranno a tormentarlo quasi ogni sera, portando questa sua convinzione a vacillare.

Nei giorni a seguire, Barton riceverà una serie di lettere minatorie firmate da un certo “Colui che Veglia”, che si scoprirà poi essere un uomo di bassa statura il cui volto scatena tanto terrore nel capitano, poiché gli ricorda un evento terribile e inconfessabile. Da questo momento la salute psico-fisica dell’ex capitano comincerà a deteriorarsi sempre più fino a quando non andrà incontro alla morte per mano di una civetta che la nipote di Lady L. aveva portato con sé durante una delle sue tante visite.

Ciò che colpirà durante la lettura è sicuramente la caratterizzazione del protagonista, un uomo che ha paura dell’esistenza di un mondo soprannaturale e di Dio e che nell’ateismo un rifugio. Questa sua paura viene facilmente esternata nel dialogo che ha con il dottor Y., dove il capitano chiede all’ecclesiastico di pregare per la salvezza della sua anima in quanto totalmente incapace di farlo da solo. Inoltre nel corso del racconto Barton arriverà a cambiare completamente le sue abitudini (arriverà infatti a chiudersi in casa e non guardare alle finestre pur di non incrociare lo sguardo dello spettro) e a rinunciare al matrimonio con la nipote di Lady L. sia per paura dello spettro sia per allontanare quel mondo di cui è tanto spaventato.

Joseph Le Fanu

Altro elemento interessante è lo spirito che perseguita il capitano. Già comparso in un altro racconto di Le Fanu (The Watcher del 1851), questo spettro è capace di riprodurre qualsiasi tipo di rumore e assumere sia forma umana che animale. All’inizio sembra essere il tipico spirito vendicativo che punisce i vivi per un’ingiustizia che hanno commesso ma mano a mano che il racconto proseguirà, noteremo sempre più come in realtà non sia altro che un’esternazione del rimorso del capitano per un crimine che ha commesso.

The Familiar illustrato da M. Grant Kellermeyer

Come ci dice infatti Thomas Herbert alla fine del racconto, Barton, quando era ancora in marina, punì severamente un marinaio per aver brutalmente punito una delle sue figlie per essersi innamorata di lui. Il marinaio morì durante il viaggio a causa delle ferite e nessuno fece parola del fatto se non anni dopo la morte di Barton. Questo spiegherebbe perché nelle lettere “Colui che Veglia” accenna alla Dolphin, la nave capitanata da Barton all’epoca del fatto, e dice al capitano di non avere paura di lui se ha la coscienza tranquilla. Inoltre, verso la fine del racconto, Barton, ormai consumato dalla paranoia e dal rimorso, sembra ormai pronto a ricevere l’ultima visita dello spettro e accetta il suo destino di morte con serenità.

Ovviamente per chi è abituato a letture moderne questo racconto potrebbe risultare pesante per la presenza delle descrizioni e per i pochi dialoghi ma se siete appassionati di racconti e romanzi di stampo gotico non potete farvi sfuggire questa storia fondamentale di Le Fanu.

 

ARTICOLO DI