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venerdì 22 marzo 2024

Il primo vampiro gentiluomo: Varney il vampiro e la sua tormentata storia

Quando si prova ricostruire la storia della letteratura vampiresca pre Dracula, ci si limita solitamente a indicare solo il Vampiro di Polidori e la Carmilla di Le Fanu. Vi è tuttavia un terzo personaggio letterario che ha contribuito alla creazione di alcuni archetipi classici del vampiro moderno. Tale personaggio ha però la sfortuna di trovarsi in un’opera letteraria apprezzata tuttora da una nicchia di appassionati, sia perché è sempre stata tradotta parzialmente in Italia, se si esclude un’edizione integrale pubblicata negli anni 10 del 2000, sia perché fa parte di un filone letterario considerato per anni di poco conto perché puntava ad un pubblico molto più ampio e appartenente ai ceti più bassi. Eppure questo romanzo è riuscito in qualche modo a contribuire alla diffusione e alla consolidazione della figura letteraria del vampiro tra i ceti popolari dell’Inghilterra vittoriana. L’opera in questione è Varney the Vampire or, The Feast of Blood.
La storia di questo romanzo comincia in un contesto ben preciso. Negli anni 30’ dell’Ottocento, in un periodo in cui i romanzi a puntate stavano lentamente spopolando in Inghilterra grazie alla penna di Charles Dickens, cominciarono a nascere svariati tipi di storie in base al formato in cui venivano pubblicate, il prezzo o i soggetti alla base di esse. Tra questi, c’erano i cosiddetti penny dreadful, storie pubblicate settimanalmente in fascicoli che andavano dalle otto alle sedici pagine in un formato da due colonne e vendute al costo di un penny. Una quantità di pagine pubblicate con quel formato poteva risultare massacrante per uno scrittore dell’epoca. Per ovviare a ciò, gli autori di queste storie, i cosiddetti penny-a-liner, inventarono un nuovo stile di scrittura e impaginazione per risparmiare tempo e fatica. Questo stile consisteva nel comporre periodi brevi e incisivi, adoperare un lessico molto semplice e ripetitivo in modo da rendere la storia accessibile a qualsiasi lettore, compreso il meno alfabetizzato, e lasciare svariati spazi bianchi andando immediatamente a capo.

Questo stile, oltre a rendere l’attività del penny-a-liner meno sfiancante, risultava vantaggiosa anche da un punto di vista economico. Poiché il penny-a-liner riceveva la sua paga in base a quante frasi scriveva, questo metodo portava a una produzione di frasi maggiori e quindi a una paga più alta. Questo stile inoltre, grazie alla sua semplicità, risulta tuttora fresco e facile da leggere per un lettore moderno. Ma ciò porta anche un grande svantaggio: la semplice replicabilità da parte di chiunque. Dietro il nome di un penny-a-liner era molto probabile che ci fosse in realtà una squadra di scrittori che scriveva e rivedeva pagine e pagine per comporre il fascicolo settimanale.
Ad aver creato e popolarizzato i penny dreadful è stato Edward Lloyd, un giovane editore che in seguito fonderà uno dei giornali londinesi più conosciuti nell’Ottocento, il Daily Chronicle. Lloyd iniziò la sua carriera pubblicando delle storie brevi e autoconclusive all’interno di fascicoli venduti a un prezzo bassissimo. A scrivere quelle storie era una squadra di scribacchini dai quali sarebbero nati poi i famosi penny-a-liner. All’inizio Lloyd non si fece scrupoli a utilizzare le storie di Dickens come base per i racconti scritti dalla sua squadra, al punto che arrivò a plagiare i racconti de Il circolo Pickwick. Il plagio fatto arrivava al punto che l’unica differenza tra una storia di pubblicata da Lloyd e quella di Dickens erano solo i nomi cambiati e il prezzo delle riviste in cui erano pubblicate. La cosa non durò a lungo, poiché Dickens e i suoi editori notarono il grande successo riscosso dai plagi (lo stesso Lloyd arrivò a vantarsene) e si prodigarono per proporre una legge sui diritti d’autore in Parlamento. La legge passò e divenne ufficiale nel 1842, costringendo Lloyd e la sua squadra a rivolgersi ad altre “fonti d’ispirazione”. Dai racconti pubblicati da altri scrittori si passò a racconti popolari, leggende e fatti di cronaca nera. All’epoca infatti, dei giornali come The Newgate Calendar, or Malefactors’ Bloody Register, un giornale che era in origine un semplice bollettino degli impiccati del carcere di Newgate, “dilettava” i suoi lettori tramite racconti di stampo true crime ricchi di dettagli violenti e inquietanti. Ad apprezzare questo tipo di storie erano per lo più la piccola borghesia cittadina e i membri alfabetizzati delle classi lavoratrici, ovvero i futuri lettori a cui Lloyd avrebbe puntato.

Queste fonti d’ispirazioni portarono così alla nascita dei soggetti caratteristici dei penny dreadful: omicidi scabrosi, casi investigativi, eventi sovrannaturali e avventure di criminali romantici. Questo tipo di storie si prestava a una serializzazione che poteva permanere nel tempo, a patto che la storia mantenesse un successo costante. Nel momento in cui una certa storia o il personaggio protagonista cominciava a perdere pubblico, il penny-a-liner doveva chiudere la storia il prima possibile e passare al prossimo soggetto. Ed è quest’ultima caratteristica a rendere Varney ancora più interessante. Il primo capitolo della storia è stato pubblicato nel 1845 e da allora la storia ha mantenuto una serializzazione costante fino al 1847. Nello stesso anno, tutti i capitoli furono raccolti per essere pubblicati in formato romanzo. I capitoli raccolti erano 232, rendendo Varney uno dei protagonisti dei più longevi penny dreadful nella storia di questo genere.
Eppure una storia di tale successo è rimasta orfana del suo autore per anni. Edward Lloyd infatti imponeva che le storie venissero pubblicate in anonimo sulle riviste e nelle edizioni stampate. Il motivo per cui Varney e altri penny dreadful hanno ora il nome di un autore è dato solamente da un ampio studio sullo stile delle suddette storie e l’utilizzo di scarne fonti esterne.
Inizialmente Varney fu attribuito a un solo autore, Thomas Preskett Prest, il più conosciuto tra i collaboratori di Lloyd nonché autore (presunto) del romanzo che diede i natali alla storia di Sweeney Todd, A string of pearls. Questa attribuzione è in seguito cambiata negli anni Sessanta con una nuova edizione di Varney curata da Everett F. Bleiler per la Dover Publications. Bleiler, mettendo a confronto l’opera con altri romanzi attribuiti a Prest, notò che lo stile del romanzo presentava degli elementi che Prest non era solito utilizzare. I dialoghi ricchi di vocaboli ed emozionali erano sostituiti da dialoghi ripetitivi e distaccati, i personaggi avevano una caratterizzazione diversa e vi era un gran uso del padding, una tecnica usata dai penny-a-liner che consisteva nell’aggiungere descrizioni, dialoghi o battute in più e a volte inutili per raggiungere le otto pagine necessarie alla pubblicazione. Tutti questi elementi non potevano essere attribuiti a Prest ma ad un altro autore della squadra di Lloyd, James Malcolm Rymer, autore dei romanzi Ada The Betrayed e A Mystery in Scarlet. L’ipotesi di Bleier verrà confermata nel 1963 dallo scrittore Louis James, che dichiarò di possedere i taccuini autografi di Rymer che contenevano ampie porzioni del romanzo di Varney.

La (possibile) presenza di due autori principali non deve far pensare ad alcune sincronia. È molto probabile che, una volta che Prest ha rinunciato a continuare a scrivere la storia, Rymer sia subentrato immediatamente senza occuparsi a leggere i capitoli scritti da Prest e conoscendo solo il canovaccio della storia. Altra cosa certa è che, data la produzione costante dei capitoli, entrambi gli autori e gli scrittori che imitavano il loro stile, non si curavano di rileggere i capitoli pubblicati la settimana prima.
Ed è qui che si presenta il più grave difetto di Varney: personaggi che spariscono nel giro di pochi capitoli dopo essere stati introdotti, sottotrame che vengono aperte interrompendo la trama principale, Varney mostra poteri e nuovi modi per ritornare in vita che i due autori tirano all’occorrenza per salvare il personaggio da azioni mortali e i due autori, soprattutto durante i primi capitoli, non sapevano se renderlo effettivamente un vampiro o un umano che si spaccia per tale. Nel corso della storia infatti, viene fatto intendere che Varney sia capace di resistere ai raggi del sole, caratteristica che nessun altro vampiro mostra. Vi è inoltre il legame che Varney mostra con la prima famiglia inglese che attacca all’inizio della storia. Il suo aspetto infatti sembra ricordare quello di un antenato presente nei ritratti di famiglia ma nella storia non verrà mai chiarito se ciò fosse vero o meno.
È per questo motivo che provare a ricostruire la storia del romanzo risulta difficile a meno che non si provi a fare una cernita delle sottotrame e si escludano alcuni personaggi utili solo a creare scene comiche. Il fil rouge della trama ruota attorno i Bannerworth, una nobile famiglia inglese in decadenza. Flora, la giovane figlia e promessa sposa a Charles Holland, viene aggredita da un vampiro durante la notte. I suoi fratelli, il suo fidanzato e un amico di famiglia, Mr. Marchdale, si cimentano nella ricerca del vampiro, che si rivela essere Varney. Da questo momento partirà una lunga caccia che si protrarrà per diversi cimiteri e tombe fino a quando Varney arriverà a terrorizzare l’intero villaggio che circonda la tenuta dei Bannerworth e sarà costretto a fuggire da una folla inferocita. Da qui partirà un lungo viaggio che si concluderà in Italia, dove Varney andrà incontro alla sua tragica fine.

È certo che il Ruthven di Polidori sia la fonte principale letteraria per i due autori per creare il personaggio di Varney. In seguito alla pubblicazione del racconto, il personaggio fu ripreso dallo scrittore francese Charles Nodier per scrivere un seguito apocrifo alle vicende narrate da Polidori. Il romanzo, dal titolo Lord Ruthwen, ou Les Vampire, fu pubblicato nel 1820 e fu il primo di una lunga serie di opere che resero popolare Ruthven. Nodier infatti riprese poi il personaggio per una serie di spettacoli teatrali sia lirici che in prosa. Nel giro di una decina di anni, Ruthven, o perlomeno il suo archetipo e il canovaccio della sua storia, era diventato conosciuto ai più.
Altre possibili ispirazioni provengono invece dal folklore sui vampiri. La prima edizione del 1847 presenta infatti una prefazione dove l’autore anonimo ammette di aver preso ispirazione da fonti apparentemente autentiche che riportavano leggende sui vampiri, sebbene inventa la notizia che le credenze sui vampiri provengano dal Nord Europa.

Varney prende da Ruthven alcuni tratti somatici come gli occhi grigi ma, mentre la descrizione del vampiro di Polidori era scarna, Prest e Rymer danno ulteriori dettagli all’aspetto fisico di Varney. Ulteriore legame condiviso con Ruthven è anche il suo potere rigenerativo legato alla luce lunare che richiama il paganesimo. Varney può tornare in vita tramite i raggi lunari e sempre i raggi lunari rigenerano le sue ferite. È per questo motivo che Flora Bannerworth viene attaccata nel primo capitolo durante una notte di luna piena. Nonostante l’intervento dei due fratelli, che arriveranno a sparare a Varney, il vampiro riesce a sopravvivere sfuggendo ad essi e esponendo il suo corpo alla luna. Ma oltre alle somiglianze, Varney presenta anche delle differenze con Ruthven, come il mostrare un’estrema gentilezza nei confronti delle sue vittime, caratteristica che verrà poi ripresa in altri contesti letterari con i vampiri, e l’avere momenti di empatia, arrivando ad aiutare alcuni personaggi nel corso della storia.
Il resto delle caratteristiche di Varney sono chiaramente invenzioni degli autori derivate dal folklore, come il tentativo di uccidere Varney con un paletto di legno, o inventate di sana pianta, come la possibilità di Varney di entrare in casa senza essere invitato, cosa che invece altri vampiri, anche successivi a Varney, fanno.
Vi sono poi delle caratteristiche di Varney che verranno riprese successivamente come i classici canini e il tipico morso con due fori lasciato sul collo delle vittime o la capacità mutaforma di Varney. Nel primo capitolo della storia infatti, Flora Bannerworth viene attaccata da una creatura dalle labbra ritratte, altissima, munita di lunghi artigli e denti simili a zanne, dotata di forza sovrumana e sguardo ipnotizzante e capace di comunicare solo tramite ululati. Questa creatura non è altro che Varney eppure, quando appare una seconda volta ai Bannerworth, il suo aspetto è quello più simile a un essere umano, se si escludono alcuni dettagli che fanno intendere che si ha a che fare con un cadavere vivente. La capacità trasformativa di Varney tuttavia non si ferma solo al corpo. Varney è anche un esperto nei travestimenti e viene fatto intendere che nel corso dei secoli abbia assunto identità diverse per cercare di infiltrarsi nelle varie famiglie che preda.

Vi sono poi alcuni elementi della storia e di Varney che sono state riprese successivamente nel Dracula di Stoker, sebbene bisogna comunque ricordare che non c’è nessuna fonte che conferma che Stoker abbia letto il romanzo. Le motivazioni che portano Varney ad attaccare i Bannerworth sono prettamente di stampo economico e immobiliare, così come Dracula attira Jonathan Harcker tramite la volontà di acquistare alcuni immobili. La descrizione di Flora all’inizio della storia si sofferma sulla sua bellezza virginale, cosa che accade anche per Lucy nel romanzo di Stoker, e l’atto di mordere e succhiare il sangue alle vittime assume quei connotati sessuali che verrano ripresi in Carmilla e in Dracula.

Tuttavia vi è un’ultima caratteristica che rende Varney unico tra i vampiri ottocenteschi. Varney è un vampiro che odia la sua condizione e che farebbe di tutto pur di rinunciare alla sua immortalità e alla sua sete di sangue. Nella terza e ultima parte del romanzo, la narrazione si sposta sul punto di vista di Varney che decide di raccontare la sua storia e il come sia diventato un vampiro. In questo modo i due presunti autori iniziano un viaggio nel tempo che ci porta fino alla rivoluzione di Cromwell, periodo in cui Varney viene maledetto con il vampirismo dopo aver tradito un lealista e ucciso il proprio figlio in uno scatto d’ira. Varney poi comincia a raccontare come nel corso dei secoli abbia provato a liberarsi dal suo vampirismo arrivando perfino a chiedere aiuto a un prete, sebben il suo aiuto non servirà a molto a causa del totale e disinteresse per il vampiro nei confronti della religione. La sua immortale esistenza e la sua sete di sangue sono un peso di cui sbarazzarsi e solo il suicidio sembra essere l’unica salvezza. Nel corso di questa ultima parte, Varney racconterà di come ha provato ad uccidersi in diversi modi fallendo, poiché viene riportato in vita per mano della fortuna o per intervento di alcuni personaggi. Alla fine, accompagnato da un testimone, Varney si ucciderà gettandosi nel Vesuvio . La scelta dell’Italia non è completamente casuale, poiché il Paese è stato per anni usato come ambientazione dei romanzi gotici ed è probabile che uno dei due autori fosse a conoscenza dei vari archetipi della letteratura gotica.
Illustrazione di Paul McCaffrey sotto commissione di Kim Newman
Varney quindi, da puro e semplice villain di stampo byroniano, si trasforma in una sorta di anti-eroe tragico ed empatico, protagonista di una storia convulsa che alterna momenti drammatici a molte scene e addirittura sottotrame comiche e divertenti. La sua storia funge da anello mancante tra il racconto di Polidori e il romanzo di Stoker e, sebbene viva in una sorta di oblio, il nome di Varney continua riecheggiare nei media vampireschi, vuoi perché un personaggio assume il suo nome, vuoi perché, tuttora, il vampiro empatico, che non vede gli umani come semplici creature da divorare e prova empatia per essi, continua a vivere dopo più di duecento anni.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
 
LETTURE CONSIGLIATE
  
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giovedì 5 ottobre 2023

Sherlock Holmes incontra Lovecraft - "A Study in Emerald", la miglior fanfiction mai scritta

Nel 2003 veniva pubblicata per la prima volta Shadows Over Baker Street, un’antologia di racconti scritti da diversi autori che presentavano come caratteristica comune l’inserire i personaggi dell’universo di Sherlock Holmes all’interno del mondo dei racconti di H.P. Lovecraft. La raccolta era curata da due autori degni di nota, ovvero Michael Reaves, scrittore e sceneggiatore di varie serie animate come GargoylesSpiderman: The Animated Series e Batman: The Animated Series, per citare quelle più famose a cui ha lavorato, e John Pelan, autore e editore specializzato in letteratura fantascientifica, weird e horror.

Ad aprire la raccolta c’era un racconto scritto da Neil GaimanA Study in Emerald, il cui titolo fa chiaramente intuire che il racconto di base non era altro che Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle.
La storia, raccontata in prima persona da un anonimo narratore che funge da “Watson”, ripropone il primo caso svolto in coppia da Sharlock Holmes e il suo assistente. I due si ritroveranno a dover risolvere l’omicidio di un principe legato alla famiglia reale. Il caso, sebbene verrà facilmente risolto entro la fine del racconto, presenta però degli elementi molto strani: dal cadavere non esce sangue normale ma un liquido color verde e gli assassini sembrano legati a una strana setta che adora dei misteriosi e antichissimi avi venerati dagli uomini in tempi lontani.

La storia ottenne subito un gran successo, al punto che nel 2004 e nel 2005 vinse rispettivamente lo Hugo Award per il miglior racconto e il Locus Award per la miglior storia breve. Il successo del racconto non si è ovviamente fermato ai soli premi letterari. Nel 2013 il game designer Martin Wallace realizzò un gioco da tavolo ispirato dal racconto, gioco che nel 2015 ricevette una seconda edizione con regole aggiornate e un nuovo design. Nel 2018 il racconto ricevette un adattamento a fumetti sceneggiato da Rafael Scavone, autore brasiliano che ha lavorato a svariate storie per DC Comics, e disegnato da Rafael Albuquerque, disegnatore conosciuto prevalentemente per i suoi lavori su Blue Bettle e per aver realizzato American Vampire assieme a Scott Snyder.
Nel 2006 il racconto fu ristampato all’interno della raccolta Fragile Things: Short Fictions and Wonders curata da Gaiman stesso. All’interno di questa raccolta, l'autore ha dato ulteriori spiegazioni riguardo le maggiori influenze e ispirazioni del racconto indicando l’universo letterario di Wald Newton scritto da Philip José Farmer, la serie di Anno Dracula scritta da Kim Newman e The League of Extraordinary Gentlemen di Alan Moore e Kevin O’ Neil.

Ma aldilà del successo, ciò che rende il racconto ulteriormente interessante è ciò che Gaiman pensa riguardo questa storia. Lo scrittore infatti, sebbene nel corso degli anni abbia dichiarato che il racconto è probabilmente una della migliori storie brevi che abbia mai scritto, reputa A Study in Emerald una semplice fanfiction su Sherlock Holmes e il mondo di Lovecraft.1 Le motivazioni che portano Gaiman a valutare la storia come tale sono queste: non è una storia canonica in senso stretto, ovvero non è stata scritta da Conan Doyle, è ambientata e contiene elementi di un altro universo letterario, ovvero quello di H. P. Lovecraft ed è stata scritta da un fan dell’opera di Doyle, ovvero Gaiman stesso. C’è da dire che non è la prima volta che Gaiman reputa un suo racconto breve una fanfiction: anche The Case of Death on Honey che scrisse per la raccolta Study in Sherlock è considerata dallo scrittore inglese come tale.2
Tuttavia, Gaiman sa che la sua visione può cozzare con ciò che è una fanfiction: una fanfiction di solito non viene pubblicata in raccolte letterarie (e in teoria non andrebbe pubblicata affatto a scopo di lucro, a meno che non si applichino dovute modifiche al testo originale per evitare il copyright), non ricevi alcun guadagno da questo tipo di storie e soprattutto non partecipi e vinci a vari premi letterari.3

Nel caso di Sherlock Holmes, la situazione si fa ancora più nebulosa su cosa potrebbe essere considerata fanfiction e cosa no. Fin dagli anni Cinquanta infatti, il detective di Baker Street è stato protagonista di vari racconti e romanzi apocrifi che sono stati approvati dai discendenti di Conan Doyle. Gli unici due criteri che devono essere rispettati sono che gli scritti di Conan Doyle non vengano contraddetti e che la realtà storica in cui si svolgono i casi venga mantenuta. Il racconto di Gaiman, se escludiamo gli elementi presi dai racconti di Lovecraft come il sangue verde e l’accenno ai Grandi Antichi, potrebbe funzionare perfettamente come racconto apocrifo se non fosse per il plot twist finale. Infatti, sebbene il detective per tutto il racconto sembri ricordare proprio Holmes grazie ai suoi ragionamenti deduttivi e l’utilizzo di alcuni alias che solo il detective di Baker Street poteva usare, come l’utilizzo del nome Sherry Vernet, e il narratore, in base ai pochi dettagli che ci dà sul suo passato da soldato, sembri ricordare proprio Watson, si arriva alla fine della storia dove scopriamo che a compiere l’omicidio non erano altro che Holmes e Watson, mentre chi ha risolto il caso e chi ci ha raccontato la storia erano James Moriarty e Sebastian Moran, due dei più famosi arcinemici di Sherlock Holmes.
Forse è proprio a causa di questo ribaltamento dei ruoli che Gaiman è arrivato a pensare che la sua storia non è altro che una fanfiction: Sherlock Holmes non diventerebbe mai nè un criminale e nè un adoratore dei Grandi Antichi.

Tuttavia, a prescindere da cosa Gaiman pensi del suo racconto, si nota che lo scrittore inglese si è divertito ad omaggiare due scrittori che ama e che sono stati fonte d’ispirazione per le sue storie. Basti notare lo stile di scrittura di tutto il racconto, che riprende le prime pagine di Uno studio in rosso, o il come i Grandi Antichi vengano “presentati” come se ci trovassimo in un racconto vero e proprio di Lovecraft.
Un ulteriore elemento riguardo l’amore provato da Gaiman per il suo racconto è il come ha deciso di pubblicarlo sul suo sito personale dove è infatti reperibile in lingua originale sotto forma di documento PDF scaricabile.4 In questa versione la storia ricorda, da un punto di vista grafico, un feuilleton. Ogni capitolo è inserito in una pagina di giornale (intitolato “The Star of Albion”) ed è introdotto da una piccola inserzione pubblicitaria che cita altri racconti horror. Tramite questa resa grafica, il racconto sembra essere stato scritto quasi in contemporanea con le storie di Doyle, rendendolo ancora più simile a un’opera apocrifa.

Un’ultima “dichiarazione d’amore” è legata all’intenzione di Gaiman di realizzare un seguito al racconto, creando un nuovo caso ambientato in questo universo.5

Insomma, A Study in Emerald è sicuramente un racconto molto particolare per lo strano rapporto che ha con il suo creatore. È un grande tributo a due autori che hanno segnato due generi letterari, un racconto breve che offre la giusta dose di suspense e che si conclude con un ottimo colpo di scena. Eppure, vuoi per una questione di umiltà, vuoi per una per una sua concezione personale di fan, Gaiman reputa questo racconto una semplice fanfiction. E se vogliamo considerare valide le sue dichiarazioni, possiamo tranquillamente ammettere che ci troviamo davanti alla migliore fanfiction su Sherlock Holmes e il mondo di Lovecraft mai scritta.
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NOTE

4 Il racconto è reperibile qui

venerdì 20 maggio 2022

Sotto il Segno di Ruthven ("Il vampiro" di John Polidori)

Il 1816 è una data fondamentale per la letteratura horror. Quell’anno un gruppo di amici riunitosi a Villa Diodati per trascorrere l’estate si cimentarono a scrivere una storia di fantasmi per vincere la noia e l’esasperazione causati dai pomeriggi uggiosi.

È grazie a questa sfida che Mary Shelley scrisse la bozza per il suo Frankestein o il moderno Prometeo, che sarebbe stato poi pubblicato per la prima volta nel 1819. In questa sfida sembra però che solo la Shelley si impegnò seriamente mentre gli altri partecipanti si limitarono ad abbozzare dei racconti. È il caso di George Byron, il massimo esponente del Romanticismo inglese, che si limitò a raccontare la storia di due viaggiatori. Uno di loro, trovatosi in punto di morte, rivelava di essere un vampiro e legava il compagno umano a un giuramento.

Fu da questa trama abbozzata che John Polidori, il suo medico personale, scrisse il racconto che avrebbe segnato per sempre il mondo della letteratura gotica e dato le basi per il vampiro moderno poi popolarizzato da Bram Stoker quasi cent’anni dopo con il suo Dracula: Il vampiro.
Pubblicato per la prima volta nel 1819 sul New Monthly Magazine, il racconto fu fin da subito segnato da una storia editoriale molto particolare. A causa di un errore dell’editore infatti, la paternità del racconto fu data a George Byron piuttosto che a Polidori, impedendo così al racconto di prendere fama in Inghilterra a causa della figura controversa di Byron. Questo errore editoriale, che fu fortemente contestato da Byron stesso, ha però consentito al racconto di ottenere gran successo nel resto del continente europeo, dove il poeta era già molto apprezzato per la pubblicazione del Mazeppa avvenuta l’anno prima. Nello stesso anno della pubblicazione in Inghilterra infatti, Il vampiro aveva già una sua edizione tedesca pubblicata a Lipsia e negli anni tra il 1820 e il 1825 ricevette svariati adattamenti teatrali in Francia, tra i quali è doveroso ricordare The vampire or The Bride of the Isles sceneggiato da James Robinson Planchè. Per la prima edizione italiana della storia dovremmo aspettare il 1831 e anche in quel caso la paternità rimase a Byron.

La fama del racconto non si fermò alla rapida diffusione della storia. Subito molti autori si sono cimentati a emulare il racconto o crearne dei seguiti apocrifi come nel caso di Lord Ruthven ou les Vampires, romanzo attribuito a Charles Nodier, dove i ruoli dei personaggi vengono stravolti e il vampiro stavolta viene sconfitto dal protagonista. Altri scrittori, ispirati dalla storia e in particolare dal personaggio di Lord Ruthven, hanno invece scritto racconti dove la figura del vampiro o altre molto simili vengono rielaborate e ripulite da tutti gli elementi folkloristici e rese dei personaggi della letteratura gotica a tutti gli effetti. È il caso di Vampirismus di Hoffman, dove vengono riprese delle figure vampiresche appartenenti alla mitologia greca come le lamie e inserite in un contesto balcanico o dei vari racconti in cui è la donna vampiro a essere la minaccia principale come Carmilla di Le Fanu.
Patrick Walshe McBride nel ruolo di Lord Ruthven (Dracula, 2020, Stagione 1, Episodio 2, "Blood Vessel", diretto da Damon Thomas, BBC)
Lord Ruthven è sicuramente il motivo per cui il racconto è tuttora meritevole di essere letto. Polidori molto probabilmente creò il personaggio ispirandosi al romanzo autobiografico Glenarvon scritto Caroline Lamb e pubblicato nel 1816. Nell’opera la Lamb decise di vendicarsi di Byron, che aveva troncato la loro relazione clandestina, dipingendolo come un essere satanico e malefico e affibbiandogli il nome di Ruthven Glenarvon. Polidori dunque creò il suo Lord Ruthven sfogando parte dell’odio esasperante che provava per il poeta e creando una vera e propria parodia di Byron, sebbene nel racconto non ci siano affatto momenti comici o parodici.

Ruthven è infatti un uomo affascinante e sensuale nonostante l’aspetto pallido e cadaverico, si circonda di persone deboli come i giocatori d’azzardo incoraggiandoli a proseguire nei loro vizi e rovinandogli la vita, è un uomo ricco e nobile che elargisce elemosine non a chi ne ha bisogno ma a uomini dissoluti la cui vita finisce per peggiorare una volta ricevuti i soldi. C’è tuttavia ancora poco di vampiresco in lui: l’atto di succhiare il sangue non avviene ancora tramite il classico morso sul collo ma attraverso un vero e proprio sgozzamento con i denti, Ruthven può tornare in vita tramite l’esposizione del suo corpo ai raggi della luna piena e, quando sigla il patto di segretezza con Aubrey, per assicurarsi che il ragazzo non riveli la sua vera identità, sembra quasi trasformarsi in un fantasma che tormenta il ragazzo con la sua voce. È il sesso ciò che appaga di più Ruthven, nonché l’elemento cardine del racconto, che si sofferma più volte a raccontare come seduca varie donne portandole alla rovina se non addirittura alla morte come accade alla sorella di Aubrey, il protagonista della storia.
"John Polidori - Il Vampiro" di Luca Franceschini e Gabriel Negri, edito da NPE, 2019
Questi pochi elementi hanno comunque aiutato a rendere il vampiro la creatura mostruosa che conosciamo oggi: un morto immortale solo all’apparenza che è costretto a vivere nell’ombra e deve bere il sangue di giovani vittime che attrae con il suo fascino sensuale. Questa scelta peculiare di vittime trasforma il vampiro in un essere parassitario alla continua ricerca di nuova linfa vitale per preservare la sua immortalità mentre l’atto di succhiare il sangue si trasforma in una vera e propria metafora dell’atto sessuale.

Ma se con Polidori il vampiro rappresenta solo un individuo o al massimo un tipo di personaggio come poteva essere l’eroe byroniano, con Stoker si compirà il passo successivo che ha reso il vampiro il simbolo di un’intera classe sociale, l’aristocrazia, che ha ormai perso la sua importanza e per vivere è costretta a parassitare sulla nuova classe sociale che ha preso il controllo dell’apparato sociale, la borghesia. Nel romanzo di Stoker però, sarà proprio quella classe sociale a causare la morte del vampiro.

Potete acquistare la graphic novel "John Polidori - Il vampiro" (da cui abbiamo tratto anche la copertina di quest'articolo) sul sito ufficiale della NPE.

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