venerdì 22 marzo 2024

Il primo vampiro gentiluomo: Varney il vampiro e la sua tormentata storia

Quando si prova ricostruire la storia della letteratura vampiresca pre Dracula, ci si limita solitamente a indicare solo il Vampiro di Polidori e la Carmilla di Le Fanu. Vi è tuttavia un terzo personaggio letterario che ha contribuito alla creazione di alcuni archetipi classici del vampiro moderno. Tale personaggio ha però la sfortuna di trovarsi in un’opera letteraria apprezzata tuttora da una nicchia di appassionati, sia perché è sempre stata tradotta parzialmente in Italia, se si esclude un’edizione integrale pubblicata negli anni 10 del 2000, sia perché fa parte di un filone letterario considerato per anni di poco conto perché puntava ad un pubblico molto più ampio e appartenente ai ceti più bassi. Eppure questo romanzo è riuscito in qualche modo a contribuire alla diffusione e alla consolidazione della figura letteraria del vampiro tra i ceti popolari dell’Inghilterra vittoriana. L’opera in questione è Varney the Vampire or, The Feast of Blood.
La storia di questo romanzo comincia in un contesto ben preciso. Negli anni 30’ dell’Ottocento, in un periodo in cui i romanzi a puntate stavano lentamente spopolando in Inghilterra grazie alla penna di Charles Dickens, cominciarono a nascere svariati tipi di storie in base al formato in cui venivano pubblicate, il prezzo o i soggetti alla base di esse. Tra questi, c’erano i cosiddetti penny dreadful, storie pubblicate settimanalmente in fascicoli che andavano dalle otto alle sedici pagine in un formato da due colonne e vendute al costo di un penny. Una quantità di pagine pubblicate con quel formato poteva risultare massacrante per uno scrittore dell’epoca. Per ovviare a ciò, gli autori di queste storie, i cosiddetti penny-a-liner, inventarono un nuovo stile di scrittura e impaginazione per risparmiare tempo e fatica. Questo stile consisteva nel comporre periodi brevi e incisivi, adoperare un lessico molto semplice e ripetitivo in modo da rendere la storia accessibile a qualsiasi lettore, compreso il meno alfabetizzato, e lasciare svariati spazi bianchi andando immediatamente a capo.

Questo stile, oltre a rendere l’attività del penny-a-liner meno sfiancante, risultava vantaggiosa anche da un punto di vista economico. Poiché il penny-a-liner riceveva la sua paga in base a quante frasi scriveva, questo metodo portava a una produzione di frasi maggiori e quindi a una paga più alta. Questo stile inoltre, grazie alla sua semplicità, risulta tuttora fresco e facile da leggere per un lettore moderno. Ma ciò porta anche un grande svantaggio: la semplice replicabilità da parte di chiunque. Dietro il nome di un penny-a-liner era molto probabile che ci fosse in realtà una squadra di scrittori che scriveva e rivedeva pagine e pagine per comporre il fascicolo settimanale.
Ad aver creato e popolarizzato i penny dreadful è stato Edward Lloyd, un giovane editore che in seguito fonderà uno dei giornali londinesi più conosciuti nell’Ottocento, il Daily Chronicle. Lloyd iniziò la sua carriera pubblicando delle storie brevi e autoconclusive all’interno di fascicoli venduti a un prezzo bassissimo. A scrivere quelle storie era una squadra di scribacchini dai quali sarebbero nati poi i famosi penny-a-liner. All’inizio Lloyd non si fece scrupoli a utilizzare le storie di Dickens come base per i racconti scritti dalla sua squadra, al punto che arrivò a plagiare i racconti de Il circolo Pickwick. Il plagio fatto arrivava al punto che l’unica differenza tra una storia di pubblicata da Lloyd e quella di Dickens erano solo i nomi cambiati e il prezzo delle riviste in cui erano pubblicate. La cosa non durò a lungo, poiché Dickens e i suoi editori notarono il grande successo riscosso dai plagi (lo stesso Lloyd arrivò a vantarsene) e si prodigarono per proporre una legge sui diritti d’autore in Parlamento. La legge passò e divenne ufficiale nel 1842, costringendo Lloyd e la sua squadra a rivolgersi ad altre “fonti d’ispirazione”. Dai racconti pubblicati da altri scrittori si passò a racconti popolari, leggende e fatti di cronaca nera. All’epoca infatti, dei giornali come The Newgate Calendar, or Malefactors’ Bloody Register, un giornale che era in origine un semplice bollettino degli impiccati del carcere di Newgate, “dilettava” i suoi lettori tramite racconti di stampo true crime ricchi di dettagli violenti e inquietanti. Ad apprezzare questo tipo di storie erano per lo più la piccola borghesia cittadina e i membri alfabetizzati delle classi lavoratrici, ovvero i futuri lettori a cui Lloyd avrebbe puntato.

Queste fonti d’ispirazioni portarono così alla nascita dei soggetti caratteristici dei penny dreadful: omicidi scabrosi, casi investigativi, eventi sovrannaturali e avventure di criminali romantici. Questo tipo di storie si prestava a una serializzazione che poteva permanere nel tempo, a patto che la storia mantenesse un successo costante. Nel momento in cui una certa storia o il personaggio protagonista cominciava a perdere pubblico, il penny-a-liner doveva chiudere la storia il prima possibile e passare al prossimo soggetto. Ed è quest’ultima caratteristica a rendere Varney ancora più interessante. Il primo capitolo della storia è stato pubblicato nel 1845 e da allora la storia ha mantenuto una serializzazione costante fino al 1847. Nello stesso anno, tutti i capitoli furono raccolti per essere pubblicati in formato romanzo. I capitoli raccolti erano 232, rendendo Varney uno dei protagonisti dei più longevi penny dreadful nella storia di questo genere.
Eppure una storia di tale successo è rimasta orfana del suo autore per anni. Edward Lloyd infatti imponeva che le storie venissero pubblicate in anonimo sulle riviste e nelle edizioni stampate. Il motivo per cui Varney e altri penny dreadful hanno ora il nome di un autore è dato solamente da un ampio studio sullo stile delle suddette storie e l’utilizzo di scarne fonti esterne.
Inizialmente Varney fu attribuito a un solo autore, Thomas Preskett Prest, il più conosciuto tra i collaboratori di Lloyd nonché autore (presunto) del romanzo che diede i natali alla storia di Sweeney Todd, A string of pearls. Questa attribuzione è in seguito cambiata negli anni Sessanta con una nuova edizione di Varney curata da Everett F. Bleiler per la Dover Publications. Bleiler, mettendo a confronto l’opera con altri romanzi attribuiti a Prest, notò che lo stile del romanzo presentava degli elementi che Prest non era solito utilizzare. I dialoghi ricchi di vocaboli ed emozionali erano sostituiti da dialoghi ripetitivi e distaccati, i personaggi avevano una caratterizzazione diversa e vi era un gran uso del padding, una tecnica usata dai penny-a-liner che consisteva nell’aggiungere descrizioni, dialoghi o battute in più e a volte inutili per raggiungere le otto pagine necessarie alla pubblicazione. Tutti questi elementi non potevano essere attribuiti a Prest ma ad un altro autore della squadra di Lloyd, James Malcolm Rymer, autore dei romanzi Ada The Betrayed e A Mystery in Scarlet. L’ipotesi di Bleier verrà confermata nel 1963 dallo scrittore Louis James, che dichiarò di possedere i taccuini autografi di Rymer che contenevano ampie porzioni del romanzo di Varney.

La (possibile) presenza di due autori principali non deve far pensare ad alcune sincronia. È molto probabile che, una volta che Prest ha rinunciato a continuare a scrivere la storia, Rymer sia subentrato immediatamente senza occuparsi a leggere i capitoli scritti da Prest e conoscendo solo il canovaccio della storia. Altra cosa certa è che, data la produzione costante dei capitoli, entrambi gli autori e gli scrittori che imitavano il loro stile, non si curavano di rileggere i capitoli pubblicati la settimana prima.
Ed è qui che si presenta il più grave difetto di Varney: personaggi che spariscono nel giro di pochi capitoli dopo essere stati introdotti, sottotrame che vengono aperte interrompendo la trama principale, Varney mostra poteri e nuovi modi per ritornare in vita che i due autori tirano all’occorrenza per salvare il personaggio da azioni mortali e i due autori, soprattutto durante i primi capitoli, non sapevano se renderlo effettivamente un vampiro o un umano che si spaccia per tale. Nel corso della storia infatti, viene fatto intendere che Varney sia capace di resistere ai raggi del sole, caratteristica che nessun altro vampiro mostra. Vi è inoltre il legame che Varney mostra con la prima famiglia inglese che attacca all’inizio della storia. Il suo aspetto infatti sembra ricordare quello di un antenato presente nei ritratti di famiglia ma nella storia non verrà mai chiarito se ciò fosse vero o meno.
È per questo motivo che provare a ricostruire la storia del romanzo risulta difficile a meno che non si provi a fare una cernita delle sottotrame e si escludano alcuni personaggi utili solo a creare scene comiche. Il fil rouge della trama ruota attorno i Bannerworth, una nobile famiglia inglese in decadenza. Flora, la giovane figlia e promessa sposa a Charles Holland, viene aggredita da un vampiro durante la notte. I suoi fratelli, il suo fidanzato e un amico di famiglia, Mr. Marchdale, si cimentano nella ricerca del vampiro, che si rivela essere Varney. Da questo momento partirà una lunga caccia che si protrarrà per diversi cimiteri e tombe fino a quando Varney arriverà a terrorizzare l’intero villaggio che circonda la tenuta dei Bannerworth e sarà costretto a fuggire da una folla inferocita. Da qui partirà un lungo viaggio che si concluderà in Italia, dove Varney andrà incontro alla sua tragica fine.

È certo che il Ruthven di Polidori sia la fonte principale letteraria per i due autori per creare il personaggio di Varney. In seguito alla pubblicazione del racconto, il personaggio fu ripreso dallo scrittore francese Charles Nodier per scrivere un seguito apocrifo alle vicende narrate da Polidori. Il romanzo, dal titolo Lord Ruthwen, ou Les Vampire, fu pubblicato nel 1820 e fu il primo di una lunga serie di opere che resero popolare Ruthven. Nodier infatti riprese poi il personaggio per una serie di spettacoli teatrali sia lirici che in prosa. Nel giro di una decina di anni, Ruthven, o perlomeno il suo archetipo e il canovaccio della sua storia, era diventato conosciuto ai più.
Altre possibili ispirazioni provengono invece dal folklore sui vampiri. La prima edizione del 1847 presenta infatti una prefazione dove l’autore anonimo ammette di aver preso ispirazione da fonti apparentemente autentiche che riportavano leggende sui vampiri, sebbene inventa la notizia che le credenze sui vampiri provengano dal Nord Europa.

Varney prende da Ruthven alcuni tratti somatici come gli occhi grigi ma, mentre la descrizione del vampiro di Polidori era scarna, Prest e Rymer danno ulteriori dettagli all’aspetto fisico di Varney. Ulteriore legame condiviso con Ruthven è anche il suo potere rigenerativo legato alla luce lunare che richiama il paganesimo. Varney può tornare in vita tramite i raggi lunari e sempre i raggi lunari rigenerano le sue ferite. È per questo motivo che Flora Bannerworth viene attaccata nel primo capitolo durante una notte di luna piena. Nonostante l’intervento dei due fratelli, che arriveranno a sparare a Varney, il vampiro riesce a sopravvivere sfuggendo ad essi e esponendo il suo corpo alla luna. Ma oltre alle somiglianze, Varney presenta anche delle differenze con Ruthven, come il mostrare un’estrema gentilezza nei confronti delle sue vittime, caratteristica che verrà poi ripresa in altri contesti letterari con i vampiri, e l’avere momenti di empatia, arrivando ad aiutare alcuni personaggi nel corso della storia.
Il resto delle caratteristiche di Varney sono chiaramente invenzioni degli autori derivate dal folklore, come il tentativo di uccidere Varney con un paletto di legno, o inventate di sana pianta, come la possibilità di Varney di entrare in casa senza essere invitato, cosa che invece altri vampiri, anche successivi a Varney, fanno.
Vi sono poi delle caratteristiche di Varney che verranno riprese successivamente come i classici canini e il tipico morso con due fori lasciato sul collo delle vittime o la capacità mutaforma di Varney. Nel primo capitolo della storia infatti, Flora Bannerworth viene attaccata da una creatura dalle labbra ritratte, altissima, munita di lunghi artigli e denti simili a zanne, dotata di forza sovrumana e sguardo ipnotizzante e capace di comunicare solo tramite ululati. Questa creatura non è altro che Varney eppure, quando appare una seconda volta ai Bannerworth, il suo aspetto è quello più simile a un essere umano, se si escludono alcuni dettagli che fanno intendere che si ha a che fare con un cadavere vivente. La capacità trasformativa di Varney tuttavia non si ferma solo al corpo. Varney è anche un esperto nei travestimenti e viene fatto intendere che nel corso dei secoli abbia assunto identità diverse per cercare di infiltrarsi nelle varie famiglie che preda.

Vi sono poi alcuni elementi della storia e di Varney che sono state riprese successivamente nel Dracula di Stoker, sebbene bisogna comunque ricordare che non c’è nessuna fonte che conferma che Stoker abbia letto il romanzo. Le motivazioni che portano Varney ad attaccare i Bannerworth sono prettamente di stampo economico e immobiliare, così come Dracula attira Jonathan Harcker tramite la volontà di acquistare alcuni immobili. La descrizione di Flora all’inizio della storia si sofferma sulla sua bellezza virginale, cosa che accade anche per Lucy nel romanzo di Stoker, e l’atto di mordere e succhiare il sangue alle vittime assume quei connotati sessuali che verrano ripresi in Carmilla e in Dracula.

Tuttavia vi è un’ultima caratteristica che rende Varney unico tra i vampiri ottocenteschi. Varney è un vampiro che odia la sua condizione e che farebbe di tutto pur di rinunciare alla sua immortalità e alla sua sete di sangue. Nella terza e ultima parte del romanzo, la narrazione si sposta sul punto di vista di Varney che decide di raccontare la sua storia e il come sia diventato un vampiro. In questo modo i due presunti autori iniziano un viaggio nel tempo che ci porta fino alla rivoluzione di Cromwell, periodo in cui Varney viene maledetto con il vampirismo dopo aver tradito un lealista e ucciso il proprio figlio in uno scatto d’ira. Varney poi comincia a raccontare come nel corso dei secoli abbia provato a liberarsi dal suo vampirismo arrivando perfino a chiedere aiuto a un prete, sebben il suo aiuto non servirà a molto a causa del totale e disinteresse per il vampiro nei confronti della religione. La sua immortale esistenza e la sua sete di sangue sono un peso di cui sbarazzarsi e solo il suicidio sembra essere l’unica salvezza. Nel corso di questa ultima parte, Varney racconterà di come ha provato ad uccidersi in diversi modi fallendo, poiché viene riportato in vita per mano della fortuna o per intervento di alcuni personaggi. Alla fine, accompagnato da un testimone, Varney si ucciderà gettandosi nel Vesuvio . La scelta dell’Italia non è completamente casuale, poiché il Paese è stato per anni usato come ambientazione dei romanzi gotici ed è probabile che uno dei due autori fosse a conoscenza dei vari archetipi della letteratura gotica.
Illustrazione di Paul McCaffrey sotto commissione di Kim Newman
Varney quindi, da puro e semplice villain di stampo byroniano, si trasforma in una sorta di anti-eroe tragico ed empatico, protagonista di una storia convulsa che alterna momenti drammatici a molte scene e addirittura sottotrame comiche e divertenti. La sua storia funge da anello mancante tra il racconto di Polidori e il romanzo di Stoker e, sebbene viva in una sorta di oblio, il nome di Varney continua riecheggiare nei media vampireschi, vuoi perché un personaggio assume il suo nome, vuoi perché, tuttora, il vampiro empatico, che non vede gli umani come semplici creature da divorare e prova empatia per essi, continua a vivere dopo più di duecento anni.

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