Visualizzazione post con etichetta Found Footage. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Found Footage. Mostra tutti i post

mercoledì 22 febbraio 2023

Un innocente lavoro da filmmaker (Recensione "Creep")

Servizio di riprese, mille dollari per la giornata, si apprezza la discrezione... Cosa può andare storto?
"Creep" è un film a basso budget del 2014 diretto da Patrick Brice (suo debutto da regista e interprete di Aaron), scritto assieme Mark Duplass (anche attore protagonista nel ruolo di Josef e già regista dell'horror del 2008 "Baghead") e prodotto dalla Blumhouse, collocabile nel filone horror del mockumentary, più nello specifico nel sottogenere found footage, nonostante la scelta della tecnica di ripresa risulti "non intrusiva" come sottolineato dal critico Edward Tew nella sua recensione per The Guardian. Questa piccola meraviglia della durata di 1h e 17min si basa su due location e tre attori (solo due dei quali presenti in scena), e vi spiazzerà come pochi altri titoli riescono a fare, dimostrando per l'ennesima volta che, se si hanno buone idee, i soldi a disposizione sono un dettaglio irrilevante.

Conosciutisi tramite la moglie di Brice, appena laureatosi al CalArts, i due cineasti divennero presto amici. Discutendo del loro amore per la commedia grottesca "My Dinner with Andre" (1982, regia di Louis Malle) e accomunati da una passione per i lati più bizzarri della natura umana, decisero di sviluppare un film su "una richiesta di Craigslist andata male". I due scrissero il trattamento del film in 5 giorni e, vista l'amicizia di Duplass con Jason Blum, riuscirono facilmente ad avere un produttore per la loro pellicola. "Era ancora in uno stato abbozzato, cosa che ho adorato e ho pensato che fosse fantastico, quindi ho lanciato il mio cappello sul ring" spiega Blum in un'intervista, "Mi arrivano tutti i found footage, fanno tutti schifo, questo no". La pellicola venne girata nel giro di 18 mesi tra continui cambiamenti ed evoluzioni del progetto con una piccola crew, risultando in un processo caotico sul quale ha elaborato Duplass nel 2017 in un'intervista a Daily Dead: "A volte entriamo in una scena, e la scena accade magicamente, e abbiamo finito in sette minuti. E poi, a volte lo giriamo cinque volte, ed è terribile. Poi ce ne stiamo seduti per tre ore depressi, cercando di capire come riscrivere la scena, cosa fare per farla funzionare, e poi la capiamo, e non appena la capiamo, la giriamo proprio lì. È quell'energia che entra direttamente nella scena."

Patrick Brice e Mark Duplass al Sundance Film Festival 2015

La premessa narrativa è piuttosto semplice: il protagonista, Aaron, trova un'offerta lavorativa pubblicata su internet da un certo Josef, a cui hanno diagnosticato un cancro terminale, e che desidererebbe farsi filmare nella propria quotidianità per mostrare al figlio nascituro, che non conoscerà mai, quale tipo di persona fosse suo padre. Questo incipit, unito alla consapevolezza della piega raccapricciante che prenderà la vicenda, fa pensare alla classica storia dove il malcapitato di turno si ritroverà alla mercé di un pazzo squinternato (oramai quasi un cliché) dal quale dovrà stare bene attento. La trama, però, sfrutta il materiale a disposizione in maniera incredibile, riuscendo a non cadere nel banale e a far immergere lo spettatore nella realtà depravata di Josef, nonostante per buona metà del racconto sarà imperante un'ambientazione che potremmo quasi definire generica, tanto da portarci a chiedere da quale momento scatteranno la follia e la violenza. 


''Creep'' decide di differenziarsi dai suoi simili utilizzando i personaggi, più che la semplice trama, per farci addentrare in questo clima singolarmente conturbante. Personaggi che, seppur distinguibili in “protagonista” e “antagonista”, rappresentano rispettivamente la cieca fiducia nel prossimo e l’imprevedibilità del tradimento potenzialmente presenti in qualsiasi rapporto sociale, conditi con una spolverata di ambiguità e sociopatia che non guastano e di cui, quasi tutti i dialoghi, cuore della pellicola, risultano in gran parte improvvisati, prassi dei prodotti di Duplass. Un film basato, dunque, sulle suggestioni, sull'implicito e sul ribaltamento delle aspettative, piuttosto che su ciò che ci viene effettivamente mostrato, in un esperimento delicato e brutale al tempo stesso. "Penso che con il primo film abbiamo cercato di concentrarci su entrambi i personaggi e sulla situazione in senso immediato. Stavamo davvero lavorando momento per momento e scena per scena. Piuttosto che dire che lo stavamo intenzionalmente 'lasciando sul vago', direi che volevamo darci spazio per esplorare alcuni di questi elementi nei film successivi", spiega lo stesso Brice in una recente intervista per Horror Obsessive.

Passiamo ora al prendere in esame Josef, il quale ci viene presentato come un uomo pittoresco, gentile e malinconico, che si metterà spesso a nudo (anche letteralmente) condividendo aneddoti e riflessioni riguardo alla propria condizione esistenziale, portando Aaron a provare sincera compassione nei suoi confronti e dando l’impressione di essere semplicemente una persona sola, alla disperata ricerca di compagnia. Questo quadretto toccante sarà però avvolto da un alone di diffidenza e di bizzarrie che si susseguiranno in un crescendo grottesco ma graduale che, in prima battuta, non farà veramente percepire al malcapitato l'incombere di una minaccia reale. Una sequela frammentata e confusa di immagini, di premonizioni che renderanno complicato poter distinguere tra verità e finzione, portandoci a dubitare del nostro stesso giudizio di spettatori e a un climax in continua ascesa, insieme ad altri dettagli apparentemente superficiali, ma disturbanti, che faranno affiorare poco alla volta la vera natura di Josef. 


Potremmo invece definire Aaron atipico: sembrerebbe un protagonista insipido privo di particolare caratterizzazione o peculiarità che ci lascia talmente indifferenti, da non fare il tifo per lui né godere del suo destino infelice. Il giovane videomaker si comporterà in maniera discutibile, e non sarà facile empatizzare a pieno con lui. Tutto questo però è voluto e non incidentale, Aaron più che un personaggio in senso stretto sembra essere una specie di finestra sul pubblico, complice anche il POV in prima persona dato dalla videocamera. Noi spettatori adesso ci troviamo al suo posto e possiamo assaporare lo smarrimento che prova, il timore di quel che potrebbe fare Josef, di cosa sia capace un qualsiasi sconosciuto squilibrato che potremmo incontrare per strada a cui abbiamo ingenuamente dato attenzione. 

Illustrazione originale di Emanuela Mae Agrini

Entrambi i personaggi, seppur in misura e in modo diversi, rappresentano il tema centrale della pellicola: quello dell'incapacità di articolarsi nei rapporti sociali, dell'imbarazzo e del sentimento d'inadeguatezza. La volontà di trasporre la bizzarria, che a volte rasenta l'assurdità, dei rapporti umani è dunque riuscita e lascia il segno, regalandoci momenti di alta tensione anche quando normalmente non ci sarebbero stati. La scena del bagnetto, a metà strada tra il patetico, il dolce e il perturbante, così come la maschera da lupo indossata da Josef (dal ridicolo nome di Peachfuzz), sono così imbarazzanti e fuori luogo che, se normalmente ci strapperebbero un sorriso, ci turbano, grazie alla costruzione dell'atmosfera e alla stellare performance di Duplass.


È in questo che risiede la freschezza di un film come ''Creep'', non cerca di spaventarci con i tradizionali espedienti del genere ma ci sottopone alla cruda realtà dei fatti, cioè che a volte i veri mostri si nascondono dietro a un sorriso cortese, a una richiesta di aiuto o un’amicizia appena nata e, per una volta, ci saremmo potuti salvare appellandoci alla cinica diffidenza. "Sono cresciuto guardando film dell'orrore andando al centro commerciale come un piccolo pattinatore-punk", spiega l'attore e sceneggiatore Mark Duplass a Entertainment Weekly, "Ma come regista, ne sono rimasto alla larga. Se guardi ai progetti 'horror' a cui mi sono avvicinato, la maggior parte di essi si basa su dinamiche interpersonali. Creep è un po' come un film arthouse straniero sui sentimenti che prende una svolta più oscura".

Dal punto di vista tecnico regia e fotografia risultano ottime nonostante la scelta del mockumentary, che determina delle soluzioni visive semplici ma incredibilmente efficaci, in particolare per alcuni giochi di luci e ombre. In generale il film presenta un'estetica verosimile, con una patina inquietante presente costantemente anche nelle scene in pieno giorno. Nonostante i pregi, il film perfetto non esiste e anche in questo caso si riscontra qualche problematica, sebbene non pesi particolarmente sul prodotto. Nell'analizzare questi elementi si deve necessariamente andare nello specifico, dunque da qui in avanti non si eviteranno gli SPOILER. Ciò che nella pellicola fa storcere il naso sono alcune soluzioni narrative riguardo alla logica dei personaggi, in particolare alcune scelte che compie Aaron, riportiamo qualche esempio:


La sequenza della telefonata nel bagno è il punto di svolta della vicenda in cui si scoprirà, grazie alla conversazione telefonica tra Aaron e la Sorella di Josef, che l'uomo è un malato di mente. Un momento piuttosto ansiogeno in cui Aaron ottiene finalmente conferma dei propri sospetti, e cosa fa? Corre a più non posso verso la porta d'uscita? Si arma fino ai denti per cercare di difendersi durante la fuga? No, continua a chiacchierare al telefono cercando di capire cosa stia succedendo (che potrebbe anche avere senso come reazione, non fosse per il fatto che lui stesso abbia deciso di sedare Josef con dei sonniferi per prendere tempo perché intimorito, nutrendo il sospetto che gli abbia rubato le chiavi della macchina per costringerlo a fermarsi la notte).

Le varie sequenze in cui Aaron, nonostante sia riuscito a tornare a casa propria, è ancora osservato da Josef, si sveglia nel cuore della notte in preda agli incubi e decide di filmarsi per raccontarli anche risultano in parte forzate: mentre lo fa, infatti, si sente un rumore sospetto provenire dall'esterno della sua abitazione, che però deciderà di ignorare. Al primo rumore seguirà uno decisamente più forte e preoccupante eppure Aaron, già messo sufficientemente in guardia dall'esperienza recentemente vissuta, uscirà di casa per indagare nei vicoli bui circostanti con coltello e videocamera alla mano, in stile Scooby-Doo. 


Simili storture, nonostante l'assurdità delle reazioni umane, trovano una spiegazione nel finale, oltre che nelle intenzioni dei filmmakers già esplorate: Aaron non compie azioni scellerate, è molto imprudente proprio a causa dell'estrema fiducia che riserva nei confronti del prossimo; nonostante quello che gli ha fatto Josef, alla proposta di un incontro per delle scuse, egli accetta e si presenta all'appuntamento, posizionando la videocamera all’interno della sua auto per filmare delle eventuali prove, in caso qualcosa andasse storto. Tentare di immedesimarsi in Aaron risulterà frustrante proprio a causa del suo limitato istinto di sopravvivenza, sopraffatto da una cieca fiducia che viene prevedibilmente tradita, in una delle sequenze più semplici e terrificanti che si siano mai viste: Josef si avvicina spalle della povera vittima con un passo quasi cartoonesco, che spinge gli spettatori a chiedersi se si tratti in realtà di un altro degli scherzi improbabili che ha teso ad Aaron per buona parte del film. Dopo un istante di esitazione Josef uccide Aaron con un colpo di accetta alla testa, in pieno giorno, sulla riva del laghetto di un parco. Non c'è pathos, non c'è splatter, nessuna reazione particolare da parte dell'assassino, solo il silenzio più assoluto.

A seguito del successo del film, nel 2017, Brice, Duplass e Blum riunirono nuovamente le forze per il sequel "Creep 2", con Duplass di nuovo nel ruolo di protagonista, affiancato stavolta da Desiree Akhavan. Nel 2019, il regista confermò che stavano iniziando a lavorare su un terzo capitolo, originariamente previsto per fine 2022, ma rimandata a data da definire, descritto da Duplass come il suo "L'armata delle Tenebre". Quali altre bizzarre e inquietanti situazioni ci attendono per il futuro del provocatorio franchise di "Creep" sono ancora tutte da vedere, ma potete trovare i primi due in streaming su Netflix.


ARTICOLO DI
ILLUSTRAZIONE DI


REVISIONE DI
ROBB P. LESTINCI, SERGIO NOVELLI, 
LORENZO SPAGNOLI E GIULIA ULIVUCCI

domenica 29 maggio 2022

Incubi ritrovati dal Texas - Intervista a Thomas Burke

Lo scorso anno, per puro caso, stavo cercando un film horror giapponese che definirlo di nicchia è un eufemismo e l'unica traccia che esistesse realmente era un log su letterboxd di un tale "Tom". Trovato un suo contatto, gli ho scritto una mail alla quale ha rapidamente risposto dandomi delucidazioni sul film e un modo per vederlo. Non sapevo ancora che quel Tom, o meglio, Thomas Burke, era un regista ed un vero e proprio esperto del genere. Dopo i primi corti universitari ed alcuni ruoli minori in varie produzioni, Thomas ha diretto "Camping Fun" nel 2020, un cortometraggio found footage visionabile gratuitamente su YouTube, e, quest'anno [ndr: 2022], un altro corto, che ho avuto l'onore di vedere in anteprima, addirittura in una versione non ancora definitiva, "SHC: Freak Accident". Sempre quest'anno ha lavorato a un rimontaggio totale ed a scene aggiuntive per il film di Stockton Miller "The Trident: The Land We Call Home", ribattezzato "The Barbados Project" (girato nel 2019 alle Barbados), e come montatore, sound designer e doppiatore nel fantastico "A Town Full of Ghosts", un found footage del regista Isaac Rodriguez di cui presenteremo delle anteprime in esclusiva in quest'articolo e di cui potremmo parlare più avanti. 
Senza ulteriori indugi, vi presento l'intervista che ho realizzato con Thomas riguardo i suoi film, le sue ispirazioni e i suoi progetti in cantiere:

Robb: Ciao! Ci conosciamo da un po’ ormai, ma alcuni dei nostri lettori potrebbero non essere familiari con i tuoi lavori. Come li descriveresti?
Thomas: Hmm sono di solito incasinati, ma credo di poter dire che quello è l’intento. Le trame devono essere coinvolgenti per lo spettatore e mi piace molto raccontare delle storie che possono comunicare con le persone, ma quello che mi piace di più è il prendere quell’aspetto e crearci qualcosa di nuovo- magari qualcosa di inaspettato che potrebbe anche modificare non solo la storia in generale, ma in molti casi anche il genere primario del film.

R: Hai qualche ispirazione principale?
T: Sono cresciuto interessandomi soprattutto dell’industria musicale, perciò mi son reso conto che quando si scrive qualcosa o la si crea, la musica tende ad avere un grande ruolo. Molti compositori mi ispirano, come Max Richter. Ma nei rapporti a me più vicini, i miei colleghi e collaboratori mi spingono a raffinare il mio lavoro ogni giorno.

R: Quali dei tuoi colleghi ti piacerebbe di più incontrare e perché?
T: Hmm bella domanda! Ultimamente sto facendo molto doppiaggio in Finlandia, con un direttore emergente che si chiama Kalle Saarinen. Il suo team mette insieme dei lavori veramente fenomenali, quindi mi piacerebbe un giorno incontrarli di persona.
R: Parlando del tuo lavoro di regista, qual è il film di cui sei più fiero?
T: Direi “Camping Fun” perché mi ha permesso di entrare nella comunità dell’horror found footage e non mi aspettavo che così tante persone avrebbero reagito così bene nei confronti di questo film.

R: Anche io ti ho conosciuto grazie ai film found footage! Quali sono i tuoi preferiti del genere?
T: Rispondere a questo è più difficile perché ne amo di tantissimi. Ma la mia top 5 (ad oggi) è: “The Poughkeepsie Tapes”, “Followed” (del regista Antoine Le), “1974: La posesión de Altair”, “The Blackwell Ghost Part 3” e “Lunopolis”.
The Poughkeepsie Tapes” offre un punto di vista molto disturbante e autentico sul found footage- questo aspetto è presente anche nei primi prodotti dello stesso regista che forse ha creato uno dei migliori film found footage ad oggi conosciuti, “As Above so Below” [ndr: uscito in Italia col titolo “Necropolis - La città dei morti"]. “Followed” ha un approccio alla narrazione che non ho mai visto prima, unendo elementi di storia reale con elementi di finzione. “1974” è probabilmente uno dei film più spaventosi che abbia visto all’interno di questo genere, e propone un finale che è molto difficile da prevedere. Se hai visto “The Blackwell Ghost 1 & 2”, allora la parte 3 porta lo spettatore in una nuova trama, oltre ad una nuova ambientazione che non posso che ammirare, il modo in cui fa leva sui nervi scoperti. E “Lunopolis”, sebbene non sia perfetto, è forse uno dei migliori found footage indipendenti che sia mai stato fatto. Quando un film ti lancia in stanze segrete, viaggi nel tempo e la fine del mondo, è difficile non farsi prendere, [ride].
Uno sguardo in anteprima esclusiva ad Andrew C. Fisher e Mandy Lee Rubio sul set di "A Town Full of Ghosts" (2022, diretto da Isaac Rodriguez)
R: Rimanendo sull'argomento found footage, di recente hai lavorato a "A Town Full of Ghosts" (che ho amato), ci potresti parlare della sua produzione e della tua partecipazione ad essa?
T: Grazie! Sì, è stato molto divertente, non ho lavorato durante la parte di produzione ma ho lavorato all’editing del film e al sound design. Tuttavia conosco abbastanza la città fantasma dove è ambientato perché ci ho girato un paio dei miei primi corti. Si chiama la J. Lorraine Ghost Town- quaggiù in Texas. E il proprietario aggiunge piano a piano sempre più infrastrutture alla città, a partire dagli anni 80!

R: Pazzesco! Mi ha colpito come la città sembrasse un vero e proprio personaggio del film. Hai partecipato, con vari ruoli, anche ad altri progetti. Ci puoi parlare dei tuoi preferiti?
T: Di recente ho avuto un piccolo ruolo nel film di Gus Van SantAge Out”. È stato molto divertente. Io e i miei amici poi abbiamo questo inside joke che consiste nel creare questo franchise di avanguardia chiamato “Broken Glass” - ma in sostanza è solo qualcosa per scherzare perché non lo promuoviamo mai né pubblichiamo i film, è soltanto un modo divertente per girare qualcosa senza un budget e senza ulteriori pressioni. Mi sa che questa è la prima volta che sto pubblicamente affermando la sua esistenza [ride].
Anteprima esclusiva di "A Town Full of Ghosts" (2022, diretto da Isaac Rodriguez)
R: È un'esclusiva allora questa ahaha! Parlando invece di progetti che hai pubblicato, hai da poco lavorato a "The Barbados Project". Ci puoi parlare di questo film e della sua storia?
T: Sì! “The Barbados Project” è il primo found footage/creature feature a venire fuori dalle isole Barbados. Abbiamo girato tutto quanto lì, ci abbiamo messo veramente tanto; ma finalmente abbiamo completato la post-produzione e lo stiamo proiettando ad alcuni festival cinematografici. Nel film seguiamo un gruppo di giornalisti che sta cercando di scoperchiare una cospirazione dei governi di tutto il mondo che comprende dei mostri che usano i viaggi nel tempo per entrare nel nostro universo. Si tratta di un concetto completamente folle, ma lo ammiro veramente molto perché ho sempre voluto lavorare ad un film sui viaggi nel tempo, perciò dal momento in cui sono stato coinvolto, mi ci sono dedicato molto!

R: "The Barbados Project" ha un mostro gigante, come è stato realizzato e come avete creato il suo design?
T: Il mio co-regista, Stockton, ha lavorato agli effetti speciali per un po’ di tempo ormai- mentre alcuni mostri li abbiamo creati noi, altri design sono usciti dai Tippet Studios, che sono stati tanto gentili da lasciarceli usare per il film.
"The Barbados Project" (2022, diretto da Thomas Burke e Stockton Miller)
R: Il nostro staff è appassionato di film kaiju, quindi questa domanda è dovuta: se avessi l’opportunità di dirigere un film su uno dei kaiju più famosi, quale sceglieresti e perché?
T: Beh direi di sicuro Gamera perché è quello che conosco meglio. Ma parlando più in generale mi piace molto l’horror giapponese. E il regista Kôji Shiraishi è uno dei miei preferiti di sempre, quindi se avessi l’opportunità di fare un film di mostri e permettere ad alcuni dei suoi design di vedere la luce lo farei senza ombra di dubbio.

R: Anche io sono un fan dell’horror giapponese quindi mi piacerebbe chiederti se ce n’è qualcuno che hai visto di recente che ti ha veramente turbato.
T: Sì. Un film che si chiama “Celluloid Nightmares” del 1999. È molto inquietante e non penso di poterlo raccomandare [ride].
Meno turbante, più che altro spaventoso- d’altro canto mi piacerebbe consigliarti questo film chiamato “Mount Nabi” di Seiji Chiba.

R: Lo sai che ora devo vederli, vero? [Ride]
T: [Ride] buona fortuna! Sai, ora che ci penso… anche “Mount Nabi” è molto inquietante- ma secondo me è molto piacevole da vedere.
R: Al momento stai lavorando a qualcosa?
T: Sì. Sono legato ad alcuni progetti che dovrò dirigere quest’anno. Dovremmo iniziare la produzione di uno quest’estate, e poi creare l’altro durante l’inverno. Purtroppo non ti posso dire molto di questi- ma uno fungerà da sequel per un found footage che molti potrebbero conoscere. Quindi sono molto entusiasta per quello; ti dico anche che potremmo o meno buttarci con esso nel territorio dei mostri…

R: Daje! Ho già parecchio hype! Per concludere: quali sarebbero i tuoi consigli per un aspirante regista?
T: Vorrei dire: cerca di essere completamente aperto al lavorare con gli altri. Di questi tempi troppe persone non cedono o scendono a compromessi sulla loro visione iniziale. Perciò piuttosto di creare qualcosa che deve essere fatta in un determinato modo, inizia dal trovare le persone giuste con cui lavorare all’interno del tuo circolo- perché più cose condividete, su più cose ragionate insieme e più tu comunichi con gli altri, tanto più sarai in grado di porre in loro la tua completa fiducia e dare a te stesso più tempo e libertà di concentrarti sulla storia e sulla struttura della narrazione. Inoltre io sono andato alla scuola cinematografica, ma la maggior parte di quello che ho imparato è stato quando ho iniziato sul set semplicemente come “extra”. In queste produzioni sono stato in grado di osservare da vicino come lavorano gli altri, molti dei quali ora ammiro...

R: Grazie dell’intervista! Non vedo l’ora di guardare i tuoi prossimi progetti!
T: Grazie, è stato molto divertente!

INTERVISTA DI
COPERTINA DI


TRADUZIONE E REVISIONE DI GIULIA ULIVUCCI
RINGRAZIAMENTO SPECIALE A ISAAC RODRIGUEZ

mercoledì 15 luglio 2020

Il film perduto che uccide chi lo guarda - La maledizione di Antrum (Recensione "Antrum")

Si dice che, se lo guardi, verrai maledetto e ti accadranno cose atroci. D’altronde il sottotitolo è: “Il film più pericoloso mai esistito”. C’è altro da aggiungere?
STORIA DEL FILM E DEI SUOI PERSONAGGI
La trama di questo pseudo-documentario è molto particolare perché tratta prima dell’analisi di un film perso e misteriosamente ritrovato, poi della sua presentazione al grande pubblico. Nel 1979, un film di nome Antrum viene presentato a vari festival cinematografici ma nessuno lo accetta. Subito dopo se ne perdono completamente le tracce e, nel 1988, il film riappare misteriosamente in un teatro a Budapest. Durante la proiezione, scoppia un incendio che brucia completamente il teatro. Il film quindi torna a scomparire dalla scena per gli anni successivi fino a quando non viene proiettato nuovamente in un teatro in California, nel 1993. Stavolta, ci fu un attacco di panico di massa nel quale rimase uccisa una donna incinta. Dopo questa proiezione, il film svanì nuovamente nel nulla, guadagnandosi la reputazione di essere maledetto. Nel 2018, una copia di Antrum viene misteriosamente rinvenuta, spingendo una troupe di documentaristi curiosi a fare un cortometraggio sulla sua storia e l’impatto che ha avuto tra la gente. Sebbene le origini del film rimangano sconosciute, alcuni esperti esaminarono la bobina e scoprirono che il film utilizza suoni binaurali ed immagini subliminali. Oltre a questo, si accorsero che qualcuno aveva persino modificato la pellicola inserendo frammenti in bianco e nero di una scena atroce, non riconducibile direttamente al film. Fu così che finalmente il film riuscì ad essere presentato alle masse, nella sua demoniaca interezza.

Invece la trama del film ritrovato, ovvero Antrum, tratta dei fratelli Oralee e Nathan al cui cane Maxine è stata effettuata l’eutanasia. Il piccolo Nathan ci teneva molto al suo cane perciò, chiedendo a sua madre se Maxine è andata in Paradiso, scoprì che invece è andata all'inferno. La sorella di Nathan, vedendolo traumatizzato, si inventò di aver ottenuto un grimorio occulto da un compagno di classe immaginario di nome Ike che li avrebbe condotti nella foresta in cui Satana è caduto quando è stato scacciato dal cielo. Trovando il luogo dell’impatto e scavando, avrebbero trovato la porta che li avrebbe condotti all'inferno in modo che potessero salvare l’anima di Maxine. 
Il rito per proteggersi dai demoni infernali

CONSIDERAZIONI
Questo è un film tutto particolare, partendo dall’intro sino ad arrivare a prima dei titoli di coda. L’idea di base è quella di far credere che esista una pellicola maledetta e che essa possa causare immani stragi a chi la guarda. Il tutto parte con questo breve documentario che descrive le presunte vicende reali accadute prima della pubblicazione definitiva di Antrum. Dopo di esse, e prima dell’inizio del film, una “Legal Notice” ci avvisa che l’utenza è stata avvisata e che, proseguendo nella visione, tutti si deresponsabilizzano su quello che potrebbe capitare allo spettatore durante o dopo la visione del film: è un inizio con il botto. Tutto molto interessante e costruito bene. Parte poi il vero film: a primo impatto si storge leggermente il naso perché il sunto della trama è mostrato praticamente tutto nei primi 5 minuti. Si, in maniera molto tirata e disorientante, ma schiaffato in faccia allo spettatore in tutta la sua demoniaca audacia. L’azzardo qui sta nel far credere allo spettatore di stare assistendo ad un grande cult perduto, dicendoci che il meglio (o il peggio) deve ancora venire.

Il film prosegue poi sobbalzando tra momenti lenti e noiosi e trovate geniali come, per esempio: mentre Oralee e Nathan camminano su un sentiero mostrato in maniera bidimensionale (alla Super Mario, per intenderci), si nota a malapena nello sfondo la sovraimpressione di un volto demoniaco che osserva lo spettatore e che sembra parlargli. O ancora, durante tutto l’arco della visione si noteranno a malapena dei simboli esoterici comparire in vari punti dello schermo come se qualcuno li avesse disegnati a mano sulla pellicola e tante altre trovate. 
Avendo a disposizione pochissime risorse economiche e pochi operatori, hanno dovuto costruirci dietro un leggenda metropolitana che ha permesso di spingere il film alla visione senza spenderne, letteralmente, un euro per il marketing. E difatti, facendo un giro per la rete, sembra che la loro visione abbia avuto un buon successo.

Antrum tecnicamente si presenta come un found footage girato negli anni ’70 con tutto quello che concerne la grafica, la regia e la colonna sonora. Diciamo che generalmente il tutto è stato girato bene e sembra veramente di assistere ad un filmato di quegli anni ma sfortunatamente non pare perfetto e alcune scene sono palesemente moderne.  La recitazione dei due bambini invece è abbastanza buona, il che ha aiutato ad immergere lo spettatore in questo incubo cinematografico. Verso la fine del film poi c'è una importante scena tra loro due che mi ha fatto pensare al potere della narrazione e al modo in cui immagini e parole possono cambiarci. È stata una buona scelta fare in modo che i fratelli avessero età diverse: è stato reso credibile che il bambino non può facilmente distinguere la verità dalla finzione facendo si che la sorella maggiore riesca ad accondiscendere la sua immaginazione… Sempre che della sua immaginazione si tratti. Il film finisce in modo particolare ovvero mostrando un finale diverso per ogni fratello. Il finale, essendo completamente figurativo, va un po' ad interpretazione ma nulla di particolarmente complesso.
La “Nota Legale” mostrata prima della visione del vero film

PRO
+ Molto bella l’idea dello Pseudo-documentario che presenta un film perduto;
+ Non ci possiamo aspettare effetti grafici moderni da un film che vuole dimostrare di essere stato girato negli anni ’70 ma tutto quello che vediamo è strutturato in maniera convincente;
+ Suoni binaurali e immagini occulte in sovraimpressione;
+ Metaforico ma comprensibile.

CONTRO
- La recitazione è mediamente buona ma l’altalenanza tende a fare scemare il pathos di certe scene;
- Generalmente lento e noioso;
- Lo scoiattolo… (capirete guardandolo). 

VERDETTO FINALE
Alle persone a cui piacciono gli pseudo-documentari e i found footage alla The Blair Witch Project, sarà molto facile che apprezzino questo film. Per tutti gli altri ne consiglio la visione ma con l’occhio di chi non si aspetta chissà quali prodezze tecnico-grafiche da un film dal bassissimo budget come questo. Abbiamo bisogno di più pellicole uniche nel mondo dei film dell’orrore e questo direi che ne rientra a pieno titolo.

ARTICOLO DI

mercoledì 19 febbraio 2020

In prima persona nel bosco di Blair (Recensione "Blair Witch")

Si sa, sono molte le leggende e le storie originarie della cultura americana che da secoli terrorizzano adulti e bambini, altre sono più recenti. A seguito del film "The Blair Witch Project" di Eduardo Sánchez e Daniel Myrick, capostipite del genere founs footage rilasciato nell'anno 1999, in particolare, venne a galla una storia che vide come protagonista la cosiddetta Strega di Blair, una presenza maligna che si sarebbe manifestata nel Maryland, più precisamente nella cittadina di Burkitsville

Si supponeva che questa donna -il cui nome era Elly Kedward- fu lasciata a morire nel bosco nel 1785, perché accusata di stregoneria dopo che alcuni bambini del paese avevano raccontato che lei aveva prelevato loro un campione di sangue. E al tempo ovviamente, si veniva giustiziati sul rogo per molto meno. Fortunatamente però, il mito sopracitato rimane soltanto questo. Una leggenda nata dalla credenza popolare a seguito della visione del film, i cui eventi narrati (a discapito delle credenze della maggior parte della popolazione) sono indubbiamente dei falsi, dal momento che -tra le tante cose- la maggior parte delle scene furono girate altrove. Ad ogni modo,  in questo articolo non parlerermo di questo. Andremo invece ad analizzare un videogioco di genere psicologico/survival horror basato appunto sulla famigerata Strega Di Blair
"Blair Witch"  è un gioco sviluppato da Bloober Team e pubblicato da Lionsgate Game per piattaforme Microsoft Windows, PlayStation 4 ed XBox One nel 2019.

Il giocatore interpreterà Ellis, ex poliziotto ed ex soldato con un drammatico passato alle spalle che diventerà la vittima perfetta per l'antagonista principale dell'opera (ovvero la Strega). All'interno del gioco, l'avanzare del tempo sarà monitorato da un vecchio cellulare posseduto dal protagonista, grazie al quale riuscirà anche a mettersi in contatto e a comunicare con gli altri personaggi secondari. Possiamo inoltre vantare della presenza di un valido braccio destro -nonché degno co-protagonista- che seguirà Ellis durante tutta la sua avventura. Bullet -un pastore belga- che oltre a costituire una presenza di rilevante importanza ai fini del gameplay, svilupperà un rapporto molto realistico e profondo con il giocatore, arrivando a far provare una forte empatia nei confronti del protagonista e delle sue varie emozioni durante l'avanzare della storia. Per quanto riguarda l'utilità ai fini tecnici, il cane sarà molto utile ad indicare la presenza dei nemici e per seguire le tracce con il semplice utilizzo di alcuni oggetti reperibili nella mappa (il cane annuserà l'oggetto per poi mettersi alla ricerca di qualsiasi cosa riconducibile ad esso). 
Tornando a parlare del gameplay, c'è da dire che il gioco -nel complesso- riesce a trasmettere quello che probabilmente si era prefisso: l'ansia di un bosco in cui aleggia il male, l'angoscia di una notte abitata di presenza maligne, la paura psicologica emanata dalla propria mente. La paura. Blair Witch non abusa degli spaventi improvvisi, semplicemente la tira un pò troppo per le lunghe. 
La grafica è molto realistica, e se non fosse stato per la costante ansia, ogni giocatore si sarebbe senza dubbio soffermato ad osservare il bosco in ogni suo dettaglio (come ad esempio gli alberi, le reazioni e i movimenti del cane, gli effetti dell'acqua). A questa, come già detto ben sviluppata, possiamo aggiungere i numerosi giochi di luce, la presenza delle ombre che si allungano, mutano a seconda dell'orario cambiando la visibilità e regalandoci quel paesaggio frutto di un mix perfetto tra la meraviglia del bosco al tramonto e l'angoscia del buio che rende difficile riuscire ad orientarsi. 
Parlando nuovamente del gameplay vero e proprio, le tecniche di gioco sono decisamente semplici e basilari. Le levette analogiche serviranno per far muovere il personaggio, e gli altri comandi per interagire con gli oggetti, aprire lo zaino e richiamare Bullet. A grandi linee, lo scopo del giocatore sarà quello di riuscire a sopravvivere con una torcia, un cane e una videocamera (quest'ultima verrà ritrovata casualmente da Ellis all'interno del bosco e sarà decisamente utile durante tutto il gioco). La videocamera in questione sta alla base di uno dei due sistemi fondamentali per risolvere i vari enigmi presenti all'interno del gioco. Riavvolgendo o mandando avanti ciò che vedremo nello schermo, poteemmo infatti estrapolare numerosi indizi al fine di proseguire lungo i sentieri o di recuperare oggetti chiave.
L'altro metodo è dato ovviamente dalla presenza di Bullet, che oltre ad avvisarci dei pericoli, riuscirà -come detto prima- a seguire delle tracce. Ulteriore elemento di rilevante importanza per un gioco di questo genere, è sicuramente l'audio. Durante l'avventura, saremo accompagnati da un miscuglio di suoni del bosco notturno, angoscianti quando basta, ai quali si uniranno i latrati di Bullet (Decisamente poco sopportabili per le nostre orecchie arrivati a un certo punto del gioco, ma che ci volere fare? È impossibile voler male a una creatura simile, nonostante si tratti solamente di un cane virtuale). Esattamente come un cane reale, il compagno del protagonista si metterà ad abbaiare quando troverà una traccia, e ad uggiolare dinnanzi a un pericolo. 
Nel gioco saranno inoltre presenti numerose cinematiche per far sì che la storia vera e propria venga compresa al meglio. Tutto ciò rende il gioco decisamente apprezzabile. Ideale per chi vuole addentrarsi in un'avventura degna di tale nome, attraverso leggende, rompicapi e misteri da risolvere.

Articolo di Sharon, revisione di Robb P. Lestinci
Potete acquistare il titolo per PC su Steam o, in copia fisica su Amazon sia per PlayStation 4 che per XBox One.

sabato 14 settembre 2019

Siren Head e l'orrore digitale di Trevor Henderson

Trevor Henderson è un nome che, probabilmente, molti di voi non hanno mai sentito, nemmeno quelli più vicini all'ambiente ororrofico, in quanto, in Italia, dire che se ne è parlato poco è un vero e proprio eufemismo, se non per la sua famosa creazione nota come Siren Head, quindi, una breve introduzione sulla sua persona appare più che necessaria in questo caso specifico: Henderson è un artista, un fumettista freelance, specializzato nella creazione di esseri mostruosi che sembrano provenire da altri mondi, a cui associa una breve storia o descrizione per dar loro un contesto. Ultimamente ha collaborato anche con la Warner Bros realizzando un'illustrazione del noto Pennywise e partecipando alla première di Los Angeles del secondo capitolo di "It".

La particolarità delle sue illustrazioni sta nel fatto che riescono ad adattare perfettamente un genere prevalentemente cinematografico in un'arte bidimensionale, il found footage, creando mostri che si mescolano con la realtà in presunti scatti ritrovati, aumentando un senso d'inquietudine al tutto e che, in alcuni casi, ha garantito una circolazione virale delle opere spacciate quasi per vere fotografie di inquietanti entità al di fuori della portata della nostra stessa concezione di realtà.
In un'intervista per il portale internet statunitense "Daily Dead", l'illustratore spiega:
"Ho sempre amato i film found footage perché li ho sempre sentiti leggermente più intimi di altri film horror, come se fosse un po' più facile per il tuo cervello credere che ciò che è sullo schermo stia realmente accadendo. Ti porta più vicino all'azione sullo schermo, come fossi un partecipante e non solo come osservatore. Inoltre, ho scoperto che i film found footage riescono a mostrare molto meno del mostro, cosa che apprezzo sempre, perché mi rende più semplice usare la mia immaginazione e spaventarmi. Per quanto riguarda il motivo per cui disegno immagini di found footage, è perché mi piace molto l'estetica granulosa adoro giocare con luci e ombre e capire quanto mostrare della creatura. Inoltre, mi diverte impostare la composizionr come se fosse il frame di un film!"
Abbandonando la concezione tradizionale di mostri, in favore di qualcosa di più innovativo, le sue creature non sempre rispettano i nostri canoni, difficilmente sono umani in primo luogo e, delle volte, presentando elementi che li renderebbero quasi docili o apparentemente non mostruosi, ma, a causa del loro aspetto alieno, estraneo ai nostri standard, ci inquietano e ci turbano. Lo stesso Henderson spiega:
"Adoro l'idea di mostri che non sono assassini intrinsecamente ostili, ma che potrebbero essere docili o addirittura intelligenti e amichevoli, ma sono così estranei a noi come esseri umani che possono causare danni fisici o mentali"

John Squires di Bloody Disgusting descrive in questo modo l'immaginario creato dall'artista:
"Non devi passare un'ora con un gruppo di personaggi fastidiosi prima di vedere i mostri, poiché l'arte di Henderson li mette in primo piano. A quanto pare, le immagini da incubo sono in realtà molto più inquietanti senza alcuna storia che li accompagnj, poiché i disegni ti consentono di inventare le tue storie spaventose per ogni opera profondamente inquietante"
Un progetto senza dubbio interessante che sta catturando l'attenzione d'oltreoceano con compilation delle sue illustrazioni e video che ne affrontano la mitologia, nonostante il tutto non abbia ancora raggiunto l'attenzione collettiva al punto da poter essere definito mainstream nel senso stretto del termine.

Di seguito alcuni altri esempi delle sue opere con le brevi frasi o descrizioni che li accompagnano:
"Solo dopo la morte di mia madre ho iniziato a notare i cavalli"
"Stava aspettando quando me ne sono andato"
"Nel sogno, sono a casa nuova ed è buio. Mi sento turbato e so che è perché c'è qualcun altro lì. Non so come lo so, ma lo so. E come se i pensieri lo causassero, la luce al piano di sopra si accende. Ed un lungo braccio fuoriesce dalla luce, raggiungendomi."
"Non l'hanno mai ritrovato. Ma, una settimana dopo, ne hanno trovato alcuni pezzi nel luogo dove era fissata la sua tenda, incartati come regali"
"Ultima Possibilità, Iowa - Gennaio 1883 (l'inverno famelico)"
"Si svegliarono con un paio di forbici che trapassavano la loro porta d'ingresso"
"Immagine trovata in una fotocamera monouso nel pavimento della cripta della famiglia McTarvey nel cimitero di Green Valley, il 7 settembre 1998. La cripta fu aperta per la sepoltura di Gavin McTarvey, da poco deceduto. La porta non presentava segno di scasso e la cripta era sigillata"
Potete seguire Henderson ed i suoi terrificanti mostri dall'aspetto disumano su Instagram, Twitter, Tumblr e supportarlo su Patreon.

ARTICOLO DI

domenica 25 agosto 2019

Sanguinose cadute e mortali ascese - FrightFest 2019 Day Three

Benvenuti nella terza parte di recensioni dedicate al London FrightFest 2019 (per chi non sapesse cosa sia rimando qua).

Prometto che non sono riuscito a vedere "Halloween Party" a cui ambivo molto, ma sono rimasto comunque piacevolmente sorpreso dalle mie visioni. Per quanto riguardo quest'ultimo, penso di potervelo comunque consigliare da quanto detto da altri che, invece, son riusciti ad entrare nella sala ed a visionarlo.

Ma senza ulteriori indugi, iniziamo con le breve recensioni di oggi:

Death of a Vlogger
World Premiere


Falso documentario di vena comica scritto, diretto ed interpretato da Graham Hughes che narra di uno youtuber, Graham stesso, alle prese con alcune attività paranormali nella sua abitazione aiutato dalla fidanzata Erin (Annabel Ligan) e dall'amico investigatore del paranormale Steven (Paddy Kondracki).

Il film é tecnicamente molto ben realizzato e sembra a tutti gli effetti un documentario effettivo, miscelando bene gli elementi comici senza farli risultare forzati o fuori logo. Le parti horror, invece, non sono riuscitissime a livello di messa in scena, ma ciò, come si scoprirà più avanti, é voluto e contestualizzato.

Un curioso mockumentary ispirato alla vera esperienza di Graham su Youtube, simile a "Lake Mungo" o "Hell House LLC", pur essendone completamente differente a livello di contenuto, con un montaggio ottimale ed una regia, reduce di YouTube, che viene contestualizzata a dovere.

Tutte le abilità e le limitazioni del regista sono, quindi, esposte e usate saggiamente, rendendo anche gli handicap dei punti di forza, nonostante la versabilità di Hughes risulti di conseguenze quasi inesistente.

Ghost Killers vs. Bloody Mary
Una delle scoperte più impreviste del FrightFest di quest'anno, diretto dal brasiliano Fabricio Bittar, il film mostra un gruppo di cacciatori di fantasmi su Youtube, i Ghoulbusters (Dani Calabrese, Léo Lins, Danilo Gentili, Muelio Couto) dover affrontare Bloody Mary in persona in una scuola dove il fantasma sta continuamente mietendo vittime.

Quando ho visto che il film durava 108 minuti per scriverne la recensione ho perso un battito. Possibile sia lo stesso film? Quello che ho visto io era un giro di rollercoaster, breve, ma intenso. Insomma, tutto ciò per dire che questo film vola via rapidamente ed intensamente.

Un vero e proprio bagno di sangue e comicità che vi farà ridere donandovi ottime scene di gore assolutamente estreme e fuori di testa, con personaggi inaspettatamente non statici che si evolvono e si svelano affrontando le forze del male.

Troll Bridge
International Premiere

Ispirato alla serie di romanzi di Terry Pratchett "Discworld", questo corto di 25 minuti é decisamente una piccola perla, tecnicamente quasi impeccabile, con degli effetti speciali di livello nettamente alto che fanno invidia a quelli di molti lungometraggi realizzati anche con più budget.

Una produzione meticolosa che ha impiegato sette anni per creare questo piccolo gioiellino fantasy e comico, diretto da Daniel Knight, che ha come protagonista il vecchio barbaro Cohen (Don Bridges), accompagnato dal suo fedele cavallo parlante (doppiato da Glenn Van Oosterom e di cui bocca é animata impeccabilmente), in cerca di una vera sfida che pensa di trovare in un vecchio ponte dove abita un temibile troll... O almeno così si dice.

Divertentissimo e stupendo visivamente, pur non essendo horror meritava di essere menzionato in questa rassegna.

Dark Sense
Arriviamo finalmente alla nota dolente della giornata, un thriller paranormale che sembra fin troppo un film televisivo di inizio 2000 fuori tempo massimo per essere anche solo giustificato, tra montaggio scialbo e un filtro "da film serio" che eviterei come la peste se fossi un qualsiasi regista di qualsiasi genere.

La trama é tristemente quasi interessante, essendo tratta dal bestseller di Peter Flannery, e vede Simon (un edgy Shane O'Meara), un ragazzo con poteri psichici, dover fermare il suo stesso assassino lunatico (James Robinson, colui che interpretò William da bambino in "Braveheart").

Poco vi é da dire su questa produzione decisamente mediocre, tecnicamente e stilisticamente insulsa, ma comunque intrattenevole grazie al materiale originale di qualità. Un'occasione sprecata.

Why Don't You Just Die?
Dalla Russia arriva il film finale della rassegna di oggi, "Papa, sdokhni" un altro estremamente splatter e comico, una commedia nera iperviolenta per esser precisi, diretta da Kirill Sokolov e tecnicamente impeccabile sotto ogni punto di vista. La fotografia, curata da Dimitry Ulyukaev, é perfetta e si sposa a pennello con la regia sperimentale e adrenalinica di Sokolov, assolutamente un nome da tenere d'occhio in futuro. A contornare questo connubio visivo vi é anche l'ottima colonna sonora che si spalma a pennello col girato.

Protagonista é il giovane Matvey (un ottimo Aleksandr Kuznetsov), ritrovatosi a casa della fidanzata Olya (Evgeniya Kregzhde) per conoscerne il cinico padre Andrei (Vitaliy Khaev), ma le cose sfuggiranno presto di mano culminando nel grottesco e nella morte.
Ed anche questo nuovo blocco di recensioni é fatto, dovrò prepararmi psicologicamente a dover poi trattare alcuni di questi film singolarmente, ma vi sarà tempo.


Dio, quanto vorrei chiudere con un finale ad effetto!

Articolo di Robb P. Lestinci