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mercoledì 17 maggio 2023

Guardiani della Galassia Vol. 1, 2 & Holiday Special - Una retrospettiva sull'epica sci-fi di James Gunn

"I was a little worried that I was going to look like an overgrown fetus... Maybe that's true. But it's liberating. It's very liberating."
(Karen Gillian)

"I am Groot."
(Groot)

GUARDIANI DELLA GALASSIA
di Sergio Novelli
Nel gennaio del 1969, nel diciottesimo volume di Marvel Super Heroes, debuttava un nuovo team di supereroi Marvel: i Guardiani della Galassia. Si trattava di un team formatosi nel trentunesimo secolo dell’universo Terra-691, composto da Vance Astro, Martinex T’Naga, il capitano Charlie-27 e Yondu Udonta. Dopo svariate sporadiche comparse e la creazione di un fumetto dedicato, il gruppo sparì quasi completamente dalle pubblicazioni Marvel dopo la prima metà degli anni ’90.

Il gruppo rinacque nel 2008, nel sesto volume di Annihilation: Conquest, e con componenti completamente nuovi: i membri erano stavolta Star-Lord, Adam Warlock, Gamora, Drax il Distruttore, Rocket Raccoon, Groot, Phyla-Vell e Mantis. Tuttavia, nonostante questa rinascita, i personaggi non videro un significativo aumento di popolarità.

La creazione di una pellicola basata sui Guardiani della Galassia sarebbe forse sembrata impossibile in passato; nonostante il Marvel Cinematic Universe fosse riuscito a riportare in auge personaggi che precedentemente sarebbero stati classificati come “B-listers”, tale operazione sarebbe risultata molto più difficile con i Guardiani, che erano alla stregua di “Z-listers”. Occorreva una visione originale e innovativa, uno stile unico che sarebbe riuscito ad attrarre il grande pubblico, e, soprattutto, qualcuno al volante che fosse in grado di realizzare tutto ciò.
L’intenzione di realizzare un film sui Guardiani della Galassia per il Marvel Cinematic Universe era stata espressa dallo stesso Kevin Feige nel 2010 al San Diego Comic-Con International1, ma la produzione fu ufficialmente confermata due anni dopo durante il medesimo evento.

Lo script fu inizialmente affidato a Nicole Perlman, che negli anni successivi si sarebbe occupata delle sceneggiature di Captain Marvel e Detective Pikachu; tuttavia, le sue prime bozze furono pesantemente modificate quando, nel 2012, James Gunn accettò il ruolo di regista e co-sceneggiatore2. Tra le modifiche più importanti figurano l’introduzione del walkman e l’utilizzo di Ronan come antagonista principale al posto dello stesso Thanos.

Il casting ebbe luogo nella prima metà del 2013 e le riprese iniziarono a Londra nel giugno dello stesso anno, terminando quattro mesi dopo. Gli effetti speciali furono curati da svariate compagnie, tra cui la Framestone e la Moving Picture Company; cionondimeno, Gunn stesso si impegnò ad utilizzare quanti più effetti pratici possibile. Il 7 luglio del 2014 il regista annunciò di aver completato la pellicola e il 21 dello stesso mese Guardiani della Galassia debuttò al Dolby Theatre di Los Angeles.
Il film vede come protagonista Peter Quill (Chris Pratt), o in arte “Star-Lord”, un umano rapito in giovane età da un gruppo di mercenari alieni, i Ravagers, capeggiati dal temibile Yondu Udonta (Michael Rooker); unico memento della sua vita sulla Terra sono un walkman, contenente un mixtape realizzato dalla madre (Awesome Mix Vol. 1), e un regalo fatto da quest’ultima al figlio prima di morire di cancro. Anni dopo il protagonista, ormai adulto e allontanatosi dai Ravagers che l’avevano cresciuto, entra in possesso di un misterioso artefatto, denominato “Orb”, da vendere al miglior offerente. Tuttavia, venuto a sapere che anche il temibile Ronan (Lee Pace), sottoposto di Thanos, è in cerca dell’Orb, l’acquirente rifiuta di acquistare l’oggetto e Peter viene immediatamente attaccato da Gamora (Zoe Saldana), figlia adottiva di Thanos e subalterna di Ronan, e da Rocket Raccoon e Groot (in originale doppiati rispettivamente da Bradley Cooper e Vin Diesel), due cacciatori di taglie in cerca dello stesso Quill. La colluttazione porta all’arresto dei quattro, ma un’improbabile alleanza, dovuta alla possibilità di vendere l’Orb e dividere i guadagni, li porta a trovare un modo di fuggire dalla prigione di Kyln, anche grazie all’aiuto di Drax il Distruttore (Dave Bautista). Tuttavia, sebbene Gamora abbia tradito suo padre e Ronin, quest’ultimo è ancora determinato a recuperare l’Orb.

Punto forte della pellicola sono i personaggi: gestire un film di origini è già di per sé un’impresa complessa, e lo è tanto di più nel caso in cui il soggetto non sia singolare, ma un gruppo di cinque persone; risulterebbe fin troppo facile trascurare alcuni personaggi in favore di altri o tentare di approfondirli tutti, finendo però per non avere il tempo necessario da dedicare a ciascuno. Persino nel fumetto originali i membri dei Guardiani avevano avuto ciascuno un lungo sviluppo individuale prima della formazione del gruppo; il lavoro di Gunn si prospettava quindi estremamente arduo, eppure ci è riuscito. Modifiche importanti sono state applicate al background di ciascun personaggio, che, eccezion fatta per quello di Quill, sono puramente accennati durante il film: Drax non è più un umano con un nuovo corpo, ma un alieno, tuttavia il legame con Thanos e il suo desiderio di vendetta rimangono; Gamora risulta pressoché invariata se non per il rapporto con Nebula (Karen Gillan), che assume il ruolo di rivale e sorella adottiva, creando una dinamica più interessante tra le due; Rocket, non è più il guardiano del quadrante Keystone, ma un cacciatore di taglie affiancato da Groot; quest’ultimo, sebbene possa sembrare il meno approfondito tra i cinque protagonisti, fungendo da mascotte e fonte di ilarità, è anche il protagonista di una delle scene più emotivamente cariche della pellicola, compensando per le mancanze del suo personaggio.
Anche il retroscena di Peter Quill risulta diverso: la causa della morte della madre non è più un omicidio, ma il cancro e l’evento tormenta il protagonista fino alla fine del film; Peter infatti si rifiuta di aprire il pacchetto regalo donatogli dalla madre, per paura di dover confrontare il terrificante ricordo della sua dipartita, inconsapevole del fatto che, al suo interno vi è il volume due dell’Awesome Mix, di cui ascolta da anni il volume 1, donatogli anch’esso dalla madre: per quanto cerchi di fuggire dal suo passato, questo è sempre con lui.

Il tema della famiglia è stato espressamente voluto da Gunn stesso, che ha scelto di incentrare i due film di Guardiani della Galassia rispettivamente sulla figura della madre e del padre di Peter. Tuttavia, tale tema può essere esteso anche agli altri Guardiani sia presi singolarmente che nel loro insieme: tutti quanti hanno eventi traumatici nel loro passato che riguardano la propria famiglia e alla fine del film riescono a trovarne una nuova, i Guardiani della Galassia. In questo contesto la nascita del nuovo Groot può essere vista come la nascita del figlio della suddetta famiglia.

Impeccabile risulta anche la gestione degli antagonisti: la sopracitata Nebula è l’antitesi di Gamora, dato che sebbene i due personaggi abbiano essenzialmente le stesse motivazioni, la prima sceglie di ottenere la propria vendetta nei confronti di Thanos schierandosi con Ronin, mentre la seconda decide, alla fine, di schierarsi dalla parte della giustizia. Ronan, l’antagonista principale, riesce ad essere un avversario temibile, il che è ulteriormente enfatizzato quando, una volta ottenuta la gemma del potere contenuta nell’Orb, viene considerato, almeno dagli altri personaggi, in grado di sconfiggere Thanos stesso3.
Arduo era anche un altro dei compiti affidati a Gunn: l’introduzione delle Gemme dell’Infinito e di Thanos (quest’ultimo era già presente nella post-credit del primo Avengers, ma la sua apparizione on-screen risulta essere piuttosto breve e priva di dialoghi da parte sua). Questi elementi, fondamentali per tutti i successivi film dell’MCU e in particolare per il finale della fase tre e della Infinity Saga stessa, sono perfettamente integrati nella trama della pellicola e non danno la sensazione di essere un semplice aggancio per i film successivi, come molto facilmente sarebbe potuto sembrare.

Ulteriore nota di merito sono le ambientazioni, in particolare Xandar (la capitale dell’impero Nova), la prigione di Kyln e Ovunque (Knowhere), le quali brillano non solo per la qualità dei set e degli effetti speciali utilizzati, ma anche per l’immenso lavoro di world building fatto: solo guardando i personaggi nello sfondo è possibile non solo osservare decine di specie aliene diverse, ma anche scorgere intere situazioni socioculturali differenti che si inseriscono in maniera perfetta nel contesto dell’ambientazione in questione.
GUARDIANS OF THE GALAXY (1/3) - Illustrazione originale di Elettra Eletto
Risulta inoltre impossibile non parlare della incredibile colonna sonora composta da Tyler Bates; l’incorporazione delle tracce nel film risulta eccezionale proprio grazie alla scelta del regista di girare alcune scene basandosi sulle tracce e non far comporre queste ultime basandosi sulle scene4: l’introduzione di Peter Quill adulto con Come and Get Your Love in sottofondo è la prova lampante di ciò. Sempre merito di Gunn è la scelta delle tracce degli anni ’60 e ’70, scelte da un pool di centinaia di canzoni scaricate dal regista, utilizzate nel film per simbolizzare il collegamento di Quill con il suo pianeta natale e integrate diegeticamente nella trama stessa grazie al walkman5.
Guardiani della Galassia risulta quindi essere una boccata d’aria fresca nell’MCU: con un’impostazione decisamente più autoriale delle altre pellicole dell’universo narrativo, costituisce un ingresso trionfale nell’ambiente Marvel di James Gunn, non sorprende quindi il suo ritorno per dirigere il secondo capitolo.

GUARDIANI DELLA GALASSIA VOL. 2
di Lorenzo Spagnoli
Già nell’estate del 2014 i piani alti della Disney, intuendo il potenziale del primo Guardiani, consideravano l’idea di un eventuale seguito. Il lavoro di James Gunn aveva convinto i vertici dell’azienda e stava riscuotendo successo anche nelle proiezioni di prova presso un pubblico selezionato. Il timore che perdurava nei Marvel Studios, dato l’azzardo che rappresentava una simile produzione, sarebbe sfumato nel fine settimana di apertura, che si concluse con un incasso globale di 106.7 milioni di dollari. La cavalcata al botteghino si sarebbe infine accaparrata il record di terzo maggiore incasso del Marvel Cinematic Universe fino a quel momento, nonché quello di film supereroistico più redditizio dell’annata. Contemporaneamente tanto il pubblico quanto la critica stavano elogiando la nuova proposta cinematografica della Casa delle Idee. Il regista ex-Troma era riuscito a realizzare un film su commissione, da inserire nel più ampio panorama MCU, prendendo dei personaggi spesso ignorati persino dai lettori, per farlo diventare una delle proprietà intellettuali più intriganti e profittevoli della compagnia. Dunque non ci si dovrebbe stupire del fatto che Gunn iniziò a scrivere il soggetto del sequel un mese dopo l’uscita del primo, infatti al San Diego Comic-Con di quell’estate sarebbe stato annunciato anzitempo prevedendone la distribuzione per Luglio 2017. Il risultato di tre anni di attesa sarà Guardiani della Galassia Vol. 2, una delle pellicole Marvel ad oggi più discusse.
La narrazione inizia in medias res, pochi mesi dopo la sconfitta di Ronan, con i Guardiani intenti a difendere la galassia a modo loro. Se non fosse che, durante una missione per conto del popolo tecnologicamente avanzato dei Sovereign, Rocket ruba delle preziose batterie mandando su tutte le furie Ayesha (Elizabeth Debicki), l'Alta Sacerdotessa che li aveva arruolati. Quindi la Milano viene braccata nello spazio profondo da una flotta di droni sovereign che la stanno per abbattere, per poi venire misteriosamente spazzati via da un momento all’altro. La nave, ormai distrutta, effettua un atterraggio d’emergenza su un pianeta disabitato e il suo equipaggio ha un alterco circa le responsabilità dell’incidente, specialmente Peter e Rocket. È qui che però incontrano l’uomo che ha eliminato da solo l’intera armata Sovereign, Ego (Kurt Russell), il padre che Peter non aveva mai conosciuto. Il bizzarro figuro, accompagnato dalla serva Mantis (Pom Klementieff), invita Peter e gli amici a seguirlo sul suo pianeta. Alla luce di ciò i guardiani, con i nervi a fior di pelle, si dividono in due gruppi: uno composto da Star-Lord, Gamora e Drax che segue Ego e Mantis; l’altro formato da Rocket e dal piccolo Groot (con l’aggiunta di Nebula, fatta prigioniera per essere consegnata alla giustizia di Xandar) che rimane a guardia del relitto. Raggiunto il pianeta, l’affabile Ego rivela a Peter di essere un celestiale, cioè una divinità cosmica nata all’alba dello stesso universo, costretto però a tornare regolarmente nella sua terra natale perché altrimenti l’avatar corporeo che ha creato su misura per visitare lo spazio si deteriorerebbe; indi per cui era stato costretto ad allontanarsi da Meredith Quill ammalata e, appresa la notizia della sua morte, aveva ingaggiato Yondu per prelevare Peter dalla Terra, ma il pirata, per qualche motivo, non glielo avrebbe mai consegnato. Facendo la conoscenza di Ego, il ragazzo si fa ammaliare dal padre e dai poteri che avrebbe ereditato, si meraviglia dalla bellezza del pianeta che il genitore ha costruito (che, oltretutto, è la vera essenza dell’entità). Nel frattempo Yondu e i Ravagers vengono assoldati dai Sovereign per vendicarsi dei guardiani, ma una fazione estrema dei contrabbandieri spaziali accusa il capitano di essere troppo morbido con Peter anche dopo averli traditi, quindi si scatena un ammutinamento che si conclude con Yondu, Rocket e Groot imprigionati, Nebula liberata e tutti i Ravagers fedeli al capitano destituito uccisi. Sul pianeta Ego Peter è sempre più convinto del padre ritrovato, mentre Gamora comincia a dubitare delle reali intenzioni del celestiale, insospettita dal timore di Mantis che nel mentre si è molto affezionata a Drax. I guardiani si sono accorti troppo tardi di una nuova minaccia di proporzioni stellari, solo una corsa contro il tempo potrebbe farli riunire per tentare di debellarla.
GUARDIANS OF THE GALAXY (2/3) - Illustrazione originale di Elettra Eletto
L’approccio di Gunn in fase di stesura del copione non è stato quello di proporre un more of the same al grande pubblico, a cui solitamente si rivolge questo filone, bensì esplorare i personaggi ancora più a fondo, illuminare quelle zone d’ombra che erano state lasciate volutamente nascoste nella prospettiva di una possibile saga, consolidare ulteriormente il gruppo e i legami che lo tengono unito nelle situazioni più estreme. Il tutto mantenendo quello stile molto riconoscibile che aveva portato alla gloria il primo film e offerto quella che per il genere è una vera e propria oasi nel deserto, concedendosi però di osare maggiormente così come di ampliare la mitologia cosmica Marvel, di cui Gunn allora era il demiurgo. Si scava, così, nel doloroso passato di Gamora e Nebula, conferendo a quest’ultima una tridimensionalità che mai ci si sarebbe aspettati dall’antagonista secondario che era precedentemente, andando a ribaltare i ruoli e il rapporto che intercorre tra le due; si dà molto spazio a Yondu Udonta che, similmente a Nebula, diventa una figura di peso e si collega fortemente a Star-Lord; come in ogni famiglia che si rispetti iniziano a delinearsi dei motivi di discordia, che potrebbero sfociare in conflitti irreparabili e mettere a repentaglio la stabilità del nucleo; se non bastasse, si introduce un nuovo elemento a cambiare le carte in tavola e sconvolgere questo precario status quo: Ego, per l'appunto.
A livello tecnico ci troviamo dinanzi a uno dei picchi di tutta la produzione Marvel Studios, se non il punto più alto in assoluto. Un James Gunn in forma smagliante ci porta in una galassia vibrante come non mai, confezionata con una cura per l’aspetto visivo-estetico più unica che rara, alla cui base c’è anche un approfondito studio cromatico di diversi abbinamenti di colori che vengono rinforzati da un’ottima fotografia di Henry Braham e il montaggio serrato, a tratti schizofrenico, ad opera di Fred Raskin e Craig Wood che mantiene il ritmo sempre vivo e incalzante. Stavolta più che mai ci troviamo catapultati in una vera e propria space opera ispirata a Flash Gordon, ai classici albi di Amazing Stories e in qualche modo al post-modernismo di Pulp Fiction (1994). Anche sotto il profilo della scrittura il cineasta ha dato il massimo: se la struttura narrativa può essere considerata meno elaborata rispetto al predecessore, qui a farla da padrone sono i tanti momenti distensivi e dialogici che ne sanciscono la natura fortemente guidata dai personaggi,  dalle improbabili accoppiate che si vanno a creare qua e là e le loro diverse motivazioni chiare, umane e comprensibili. Sono stati fatti passi da gigante in avanti anche per quanto riguarda la direzione degli attori (non che fosse di basso livello nell’altro film). Nonostante quella che è una credenza comune di improvvisazione ce n’è ben poca, Gunn è riuscito a sollecitare il cast sul set con una tale maniacalità da portarlo a dare il cento per centro; si pensi banalmente a un Kurt Russell monumentale che, pur essendo uno dei tanti cattivi usa e getta MCU, porta su schermo tutto il suo carisma ed esperienza regalandoci un nemico memorabile nella sua piacevole semplicità. La componente musicale [che era un tratto distintivo talmente formidabile nel primo film tanto da determinare una tendenza nelle produzioni epigone che, ancora oggi, cercano di andargli dietro e replicarlo con risultati altalenanti] qui raggiunge forse il suo massimo compimento, stavolta la musica non funge solo da accompagnamento ma è un vero e proprio strumento narrativo, non a caso le canzoni che Gunn ha estrapolato da una lista di cinquecento brani che, secondo lui, sarebbero potuti piacere a Meredith Quill erano già scritte nere su bianco nella sceneggiatura. 
È impossibile non fare riferimento al montaggio musicale iniziale che risulta perfetto dal punto di vista tecnico-stilistico e si è dimostrato estremamente complesso da realizzare, terminato appena una settimana prima dell’uscita in Europa [pensare che gli storyboard per questa sequenza vennero disegnati da Gunn nel Novembre del 2014!]. È importante sottolineare la maestosità, anche questa volta, della colonna sonora originale di Tyler Bates. Come sappiamo, Gunn  non condivide lo standard produttivo hollywoodiano per cui la musica viene composta solo a riprese terminate, infatti ha commissionato il lavoro a Bates quando stava ancora scrivendo la sceneggiatura di modo che sul set operatori e interpreti potessero seguire il ritmo dei pezzi tramite auricolari. In merito alla musica Gunn ha detto: «Spesso la gente sottovaluta la musica e il sonoro nei film, che invece sono un aspetto fondamentale. Le canzoni sono un modo semplice per legare con le persone, è così che leghiamo con la storia di Quill e di sua madre in Vol.1 e 2 (...) Il film non esiste senza le canzoni, credo sia la natura organica della colonna sonora a renderla accattivante (...) I brani sono leggermente più maturi, per un bambino cresciuto rispetto al primo film (...) “Brandy” è la storia di qualcuno che ha rinnegato l’amore per seguire la propria vocazione, ed è qualcosa che Ego sfrutta per giustificare al figlio la distruzione dell’universo. “Mr. Blue Sky” è una canzone fantastica, ELO è uno dei miei gruppi preferiti, se i guardiani avessero una band sarebbero loro, hanno un sound perfetto per un pop rock spaziale anni ‘70 (...) “Lake Shore Drive” è una canzone famosa negli anni ‘70 solo in alcune regioni come la zona di St.Louis o Chicago, praticamente nel Midwest, è una delle mie preferite di sempre (...) “Come a Little Bit Closer” è una canzone fantastica che spacca (...) quel momento con Yondu che uccide tutti i Ravager a bordo dell’Eclector è una delle prime scene a cui ho pensato quando stavo organizzando il film, quella è stata tra le prime canzoni che ho scelto (...) In “The Chain” si parla di legami d’amore che potrebbero rompersi o meno, la prima volta che la sentiamo sembra che una catena si stia per spezzare, ma quando la riascoltiamo è una delle parti più intense del film, che dimostra come non si romperà (...) “Father and Son” parla dell’amore di un padre che dà parole di saggezza al figlio, parla di Yondu e Quill. Le cassette di Meredith erano il suo modo di comunicare col figlio, la musica sullo Zune è il modo di Yondu di fare la stessa cosa (...) Credo che questa colonna sonora sia migliore della prima, è tutta musica che amo e i miei film sono un museo per queste canzoni, per non farle sparire (...) Credo che le musiche originali siano bellissime. A volte scriviamo le musiche prima, Tyler inserisce i brani nel copione e io li uso sul set, li metto durante le riprese; a volte permette a un attore di andare oltre. Questo ha reso l’esperienza sul set coinvolgente, perché c’era tanta emozione in quella musica».6 
Incredibilmente curati e studiati nel minimo dettaglio sono anche gli effetti visivi. Gli esterni del pianeta di Ego sono debitori ai dipinti di Maxfield Parrish, mentre gli interni all’arte frattale di Hal Tenny di cui Gunn era un estimatore e che ha assunto per la direzione artistica. Gran parte del cuore del pianeta di Ego è stato realizzato dalla leggendaria Weta Digital. Questa ambientazione consiste di più di un trilione di poligoni, il che l’ha resa uno dei set digitali più grandi della storia del cinema. In fase di pre-produzione, nei concept art, era previsto che la forma primordiale di Ego ricordasse uno spermatozoo; questa idea è stata poi scartata perché Gunn riteneva che un gigantesco cervello pulsante fosse più vicino all’immaginario sci-fi/pulp che aveva in mente. In merito agli effetti Gunn ha affermato: "Nel primo film ho dovuto fare attenzione a non confondere troppo. Dato che ora abbiamo dei personaggi radicati che conosciamo e amiamo, possiamo permetterci di esplorare posti più bizzarri (...) Stavolta ho avuto molto più tempo per scrivere la sceneggiatura (...) Per me era importante fare un film più elegante, più bello, dove potessimo goderci davvero questi paesaggi (...) Sceglievo dei colori per ogni scena e li mettevo insieme su una parete, per raccontare una storia attraverso di loro (...) Volevo assicurarmi che ogni sezione del pianeta di Ego funzionasse come un set a parte. I colori sulla superficie sono diversi (rispetto a quelli degli interni), quando si apre il soffitto cambiano di nuovo e succede anche quando Gamora e Nebula cadono nelle profondità, o quando Groot è nel nucleo che è ancora una location diversa (...) per cercare di non annoiare il pubblico".

Come dichiarato dall’autore a più riprese i primi due Guardiani sono dedicati rispettivamente alla madre e al padre. Se il primo volume era una parabola sull’elaborazione della perdita della madre da parte di Peter, qui invece dovrà fare i conti con la sua figura paterna (biologica) e poi con colui che lo ha effettivamente cresciuto, Yondu, la cui morte eroica è una delle sequenze più drammaticamente avvincenti di cui si possa avere memoria in un blockbuster degli ultimi anni, complici un Michael Rooker e un Chris Pratt in parte come non mai.
Al netto della sua magnificenza questa continuazione è tutto fuorché perfetta. Dall’ironia e il linguaggio più affilato, così come alcuni contenuti, possiamo dedurre che Gunn avesse un margine d’azione più ampio, forte del precedente successo, il che potrebbe rivelarsi una lama a doppio taglio per alcuni spettatori. Talvolta emerge lo spirito cinico e spregiudicato che ha caratterizzato i suoi primi passi nel mondo del cinema ma lo fa in modo poco organico con la narrazione, tant’è che (per sua stessa ammissione) ci sono diverse gag che sono state discusse fino agli ultimi stadi della lavorazione, per le quali si è battuto al fine di mantenerle nel montaggio finale; siparietti che, alle volte, possono rompere momentaneamente il climax e il ritmo del racconto. In generale è ravvisabile, rispetto al primo film, uno sbilanciamento tra la componente fantascientifica-supereroistica e il marchio di fabbrica buffonesco alla James Gunn, che propende troppo per l’ultima. Anche i decantati effetti visivi alle volte mostrano il fianco, specialmente nella sequenza d’azione finale che vede coinvolti Peter ed Ego, nella quale il digitale tende a divorare la messinscena. Tale difetto è da attribuire al sistema produttivo adottato da analoghe produzioni gargantuesche, per il quale diverse compagnie di effetti visivi lavorano su diverse sequenze e personaggi in momenti del tutto distinti nel tempo [tendenzialmente le sequenze action principali nel film Marvel Studios medio vengono realizzate con anni di anticipo, prima degli stessi script, ad esempio la battaglia finale di Avengers: Endgame. Non è questo il caso delle opere di James Gunn]7. A prescindere da questi difetti che potranno risultare più o meno incisivi a seconda della percezione e del tipo di spettatore, che potrebbe giudicarlo più o meno positivamente in confronto al capitolo precedente, Guardiani della Galassia Vol. 2 è già entrato nella storia del cinema d’intrattenimento come uno dei seguiti più memorabili per un franchise così particolare, che rischiava di cadere da subito nel ridondante e invece ha dimostrato ancora una volta quanto Gunn sappia districarsi nel genere e rinnovarlo ogni qual volta vi metta mano.

GUARDIANI DELLA GALASSIA - HOLIDAY SPECIAL
di Robb P. Lestinci
Nel pieno della mania di "Star Wars", il 17 novembre 1978, la CBS manda in onda uno speciale destinato a passare alla storia come un cult del pattume televisivo, un prodotto di bassa fattura, ma dal grande fascino proprio per la sua improbabilità: "Star Wars Holiday Special". Esattamente 38 anni dopo, nel mezzo della produzione di "Guardiani della Galassia vol. 2", questo piccolo gioiello del trash torna alla mente di James Gunn e, assieme ad altri speciali natalizi di qualità più o meno diverse, lo ispira per il suo prossimo progetto, posto cronologicamente (e uscito) tra il secondo e il terzo capitolo della sua trilogia sui Guardiani della Galassia. Inizialmente previsto per andare in onda su ABC8, il progetto viene ufficialmente annunciato da Kevin Feige il 20 dicembre, rivelandosi essere il primo di molti (troppi) prodotti MCU destinati alla piattaforma streaming Disney+9, con uscita prevista per dicembre 2022. Il suo titolo? Semplice, Guardiani della Galassia Holiday Special.
Incentrato sui personaggi di Drax e Mantis in un'avventura alla ricerca di un peculiare regale natalizio (festività di cui hanno capito ben poco, nonostante i loro migliori sforzi) che li porterà sulla Terra, in particolare a Hollywood dove, tra vari siparietti e situazioni improbabili, riusciranno a trovare ciò che stavano cercando: il "leggendario eroe" Kevin Bacon, il regalo ideale per il loro amico Star Lord.

Volutamente e decisamente più leggero e comico delle uscite cinematografiche della saga, Gunn ne approfitta per creare un progetto che aggiunga sì alcuni tasselli alla storia più grande, ma che non risulti strettamente necessario, puntando più sul puro intrattenimento, a tratti forse troppo incessantemente, ma riuscendo sempre a proporre dinamiche funzionali, senza mai tradire i propri personaggi in favore di una risata. Per quanto assurdo possa essere, infatti, tra inseguimenti saltellanti per le strade di Hollywood, il pestaggio di un artista di strada vestito da Gobot (rivelando che la specie effettivamente esiste nel cosmo MCU), ubriacature e furti di decorazioni natalizie (in particolare di un omino buffo), il mediometraggio di appena 44 minuti riesce a bilanciarsi con alcuni momenti d'impatto e sentimentali, che non potranno non portare lo spettatore a sorridere o addirittura a commuoversi, restituendo una genuina e sentita cartolina d'auguri natalizi firmata Guardiani della Galassia.
La pellicola ci catapulta all'attuale status quo dei Guardiani post-Endgame, ora situati in Knowhere (un tempo del Collezionista), intenti a creare una città-rifugio per tutti i reietti intergalattici, un posto da poter chiamare casa. Ovviamente le cose, però, sono cambiate rispetto all'ultima avventura stand-alone del gruppo, e ne vediamo i frutti: il secondo Groot è ora cresciuto e fisicamente più adulto, Peter è distrutto per la perdita di Gamora e Kraglin (Sean Gunn) è entrato a far parte del gruppo (come già visto in "Thor: Love & Thunder" di Taika Waititi), così come un personaggio prima di questo momento visto solo nello sfondo, Cosmo (Maria Bakalova), un cane sovietico dotato di potenti poteri telecinetici, basando quest'interpretazione del personaggio dei fumetti su Laika, il cane mandato in orbita dall'Unione Sovietica nel 1957 e tragicamente morto nello spazio. Il tema familiare è portato avanti dai primi due film viene ulteriormente esplorato qui, sia con la rivelazione che Mantis è la sorella di Peter dal lato paterno, sia con delle sequenze flashback che servono da ottimo epilogo all'arco di Yondu, sottolineando nuovamente e con grande impatto il suo rapporto paterno con Peter.

Il prodotto è arricchito da un notevole comparto musicale, come solito di Gunn, e in particolare da due tracce: "I Don't Know What Christmas Is (But Christmastime Is Here)", scritta dallo stesso Gunn ed eseguita da Rhett Miller e la sua band Old 97's, una ballata rock che contorce lo spirito natalizio in base alle varie interpretazioni personali e le convinzioni erronee dei vari Guardiani e alieni che ne hanno ispirato la scrittura nel film, essendo effettivamente suonata da una band in esso, e ripresa per il secondo brano meritevole di essere citato, "Here It Is Christmastime", arrangiato sempre dagli Old 97's, ma cantato da Kevin Bacon. Il primo pezzo è riuscito anche a debuttare quarto nella Billboard natalizia digitale10, catturando da subito i cuori di critica e pubblico.
GUARDIANS OF THE GALAXY (3/3) - Illustrazione originale di Elettra Eletto
Interessante anche l'uso di uno stile animato oramai quasi abbandonato e dimenticato, il rotoscopio, notoriamente usato dal regista Ralph Bakshi ("Il signore degli anelli" del '78, "Fire and Ice", "Wizards", "American Pop") ispirazione diretta proprio per l'uso di tale pratica nello speciale di Gunn. La tecnica consiste nel ricalcare scene girate dal vero per dare maggiore realismo ai personaggi, donando all'animazione uno stile unico e inusuale, che si sposa perfettamente con l'atmosfera generale dell'Holiday Special e ne richiama l'uso in molti altri prodotti simili passati. Le scene animate, forse il vero e proprio cuore emotivo della pellicola (seppur la scena dei regali ci si avvicini), mostra, come già menzionato, un flashback di Peter (il giovanissimo Luke Klein) e Yondu (interpretato nuovamente da Michael Rooker) nel primo Natale del ragazzo nello spazio profondo. La realizzazione delle due sequenze ha necessitato di 4 mesi e 10/12 persone al lavoro costante su di esse11.
Il mediometraggio potrà non essere all'altezza di alcuni fan della trilogia cinematografica, ma inteso per quel che è e che vuole essere, riesce perfettamente nel suo intento, ponendosi come uno dei migliori prodotti nati dal connubio MCU/Disney+ (se non il migliore) e come un divertente e coinvolgente antipasto per il film successivo, puntando sul mostrarci momenti spensierati e dolci con i nostri beniamini prima delle loro ore più buie nella conclusione della trilogia. Ma prima di ciò, in realtà anche prima dell'uscita dell'Holiday Special, Gunn è tornato in sala con un'altra pellicola, omaggiata con il fugace cameo di due dei suoi protagonisti (John Cena e Margot Robbie) anche in questo speciale, il primo film del regista con lo studio di cui sarà destinato a divenirne CEO, un film corale come Guardiani, ma molto più violento, sanguinolento, scorretto e volgare: "The Suicide Squad".
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NOTE

6 “Reunion Tour: The Music of Guardians of the Galaxy Vol. 2”, Contenuti speciali Blu-Ray “Guardiani della Galassia Vol. 2”

7 “Living Planets and Talking Trees: The Visual Effects of Vol. 2” , Contenuti speciali Blu-Ray “Guardiani della Galassia Vol. 2”

8 "'Guardians Of The Galaxy Holiday Special': James Gunn On How Disney+ Show Bridges Franchise To Upcoming 'Vol. 3'", di Anthony D'Alessandro, 25 novembre 2022, Deadline

9 "James Gunn Returns to Write and Direct 'The Guardians of the Galaxy Holiday Special' Ahead of 'Guardians of the Galaxy 3'", Marvel.com, di Christine Dinh, 11 dicembre 2020

10 "Holiday Digital Song Sales: Week of December 3, 2022", 9 dicembre 2022, Billboard

11 "The Animators Behind The Guardians Of The Galaxy Holiday Special Knew They Were Making Magic [Exclusive Interview]", /Film, 9 dicembre 2022, di Danielle Ryan

Illustrazione originale di Elettra Eletto

ARTICOLO DI
ILLUSTRAZIONE DI
COPERTINA DI
REVISIONE DI


mercoledì 22 febbraio 2023

Un innocente lavoro da filmmaker (Recensione "Creep")

Servizio di riprese, mille dollari per la giornata, si apprezza la discrezione... Cosa può andare storto?
"Creep" è un film a basso budget del 2014 diretto da Patrick Brice (suo debutto da regista e interprete di Aaron), scritto assieme Mark Duplass (anche attore protagonista nel ruolo di Josef e già regista dell'horror del 2008 "Baghead") e prodotto dalla Blumhouse, collocabile nel filone horror del mockumentary, più nello specifico nel sottogenere found footage, nonostante la scelta della tecnica di ripresa risulti "non intrusiva" come sottolineato dal critico Edward Tew nella sua recensione per The Guardian. Questa piccola meraviglia della durata di 1h e 17min si basa su due location e tre attori (solo due dei quali presenti in scena), e vi spiazzerà come pochi altri titoli riescono a fare, dimostrando per l'ennesima volta che, se si hanno buone idee, i soldi a disposizione sono un dettaglio irrilevante.

Conosciutisi tramite la moglie di Brice, appena laureatosi al CalArts, i due cineasti divennero presto amici. Discutendo del loro amore per la commedia grottesca "My Dinner with Andre" (1982, regia di Louis Malle) e accomunati da una passione per i lati più bizzarri della natura umana, decisero di sviluppare un film su "una richiesta di Craigslist andata male". I due scrissero il trattamento del film in 5 giorni e, vista l'amicizia di Duplass con Jason Blum, riuscirono facilmente ad avere un produttore per la loro pellicola. "Era ancora in uno stato abbozzato, cosa che ho adorato e ho pensato che fosse fantastico, quindi ho lanciato il mio cappello sul ring" spiega Blum in un'intervista, "Mi arrivano tutti i found footage, fanno tutti schifo, questo no". La pellicola venne girata nel giro di 18 mesi tra continui cambiamenti ed evoluzioni del progetto con una piccola crew, risultando in un processo caotico sul quale ha elaborato Duplass nel 2017 in un'intervista a Daily Dead: "A volte entriamo in una scena, e la scena accade magicamente, e abbiamo finito in sette minuti. E poi, a volte lo giriamo cinque volte, ed è terribile. Poi ce ne stiamo seduti per tre ore depressi, cercando di capire come riscrivere la scena, cosa fare per farla funzionare, e poi la capiamo, e non appena la capiamo, la giriamo proprio lì. È quell'energia che entra direttamente nella scena."

Patrick Brice e Mark Duplass al Sundance Film Festival 2015

La premessa narrativa è piuttosto semplice: il protagonista, Aaron, trova un'offerta lavorativa pubblicata su internet da un certo Josef, a cui hanno diagnosticato un cancro terminale, e che desidererebbe farsi filmare nella propria quotidianità per mostrare al figlio nascituro, che non conoscerà mai, quale tipo di persona fosse suo padre. Questo incipit, unito alla consapevolezza della piega raccapricciante che prenderà la vicenda, fa pensare alla classica storia dove il malcapitato di turno si ritroverà alla mercé di un pazzo squinternato (oramai quasi un cliché) dal quale dovrà stare bene attento. La trama, però, sfrutta il materiale a disposizione in maniera incredibile, riuscendo a non cadere nel banale e a far immergere lo spettatore nella realtà depravata di Josef, nonostante per buona metà del racconto sarà imperante un'ambientazione che potremmo quasi definire generica, tanto da portarci a chiedere da quale momento scatteranno la follia e la violenza. 


''Creep'' decide di differenziarsi dai suoi simili utilizzando i personaggi, più che la semplice trama, per farci addentrare in questo clima singolarmente conturbante. Personaggi che, seppur distinguibili in “protagonista” e “antagonista”, rappresentano rispettivamente la cieca fiducia nel prossimo e l’imprevedibilità del tradimento potenzialmente presenti in qualsiasi rapporto sociale, conditi con una spolverata di ambiguità e sociopatia che non guastano e di cui, quasi tutti i dialoghi, cuore della pellicola, risultano in gran parte improvvisati, prassi dei prodotti di Duplass. Un film basato, dunque, sulle suggestioni, sull'implicito e sul ribaltamento delle aspettative, piuttosto che su ciò che ci viene effettivamente mostrato, in un esperimento delicato e brutale al tempo stesso. "Penso che con il primo film abbiamo cercato di concentrarci su entrambi i personaggi e sulla situazione in senso immediato. Stavamo davvero lavorando momento per momento e scena per scena. Piuttosto che dire che lo stavamo intenzionalmente 'lasciando sul vago', direi che volevamo darci spazio per esplorare alcuni di questi elementi nei film successivi", spiega lo stesso Brice in una recente intervista per Horror Obsessive.

Passiamo ora al prendere in esame Josef, il quale ci viene presentato come un uomo pittoresco, gentile e malinconico, che si metterà spesso a nudo (anche letteralmente) condividendo aneddoti e riflessioni riguardo alla propria condizione esistenziale, portando Aaron a provare sincera compassione nei suoi confronti e dando l’impressione di essere semplicemente una persona sola, alla disperata ricerca di compagnia. Questo quadretto toccante sarà però avvolto da un alone di diffidenza e di bizzarrie che si susseguiranno in un crescendo grottesco ma graduale che, in prima battuta, non farà veramente percepire al malcapitato l'incombere di una minaccia reale. Una sequela frammentata e confusa di immagini, di premonizioni che renderanno complicato poter distinguere tra verità e finzione, portandoci a dubitare del nostro stesso giudizio di spettatori e a un climax in continua ascesa, insieme ad altri dettagli apparentemente superficiali, ma disturbanti, che faranno affiorare poco alla volta la vera natura di Josef. 


Potremmo invece definire Aaron atipico: sembrerebbe un protagonista insipido privo di particolare caratterizzazione o peculiarità che ci lascia talmente indifferenti, da non fare il tifo per lui né godere del suo destino infelice. Il giovane videomaker si comporterà in maniera discutibile, e non sarà facile empatizzare a pieno con lui. Tutto questo però è voluto e non incidentale, Aaron più che un personaggio in senso stretto sembra essere una specie di finestra sul pubblico, complice anche il POV in prima persona dato dalla videocamera. Noi spettatori adesso ci troviamo al suo posto e possiamo assaporare lo smarrimento che prova, il timore di quel che potrebbe fare Josef, di cosa sia capace un qualsiasi sconosciuto squilibrato che potremmo incontrare per strada a cui abbiamo ingenuamente dato attenzione. 

Illustrazione originale di Emanuela Mae Agrini

Entrambi i personaggi, seppur in misura e in modo diversi, rappresentano il tema centrale della pellicola: quello dell'incapacità di articolarsi nei rapporti sociali, dell'imbarazzo e del sentimento d'inadeguatezza. La volontà di trasporre la bizzarria, che a volte rasenta l'assurdità, dei rapporti umani è dunque riuscita e lascia il segno, regalandoci momenti di alta tensione anche quando normalmente non ci sarebbero stati. La scena del bagnetto, a metà strada tra il patetico, il dolce e il perturbante, così come la maschera da lupo indossata da Josef (dal ridicolo nome di Peachfuzz), sono così imbarazzanti e fuori luogo che, se normalmente ci strapperebbero un sorriso, ci turbano, grazie alla costruzione dell'atmosfera e alla stellare performance di Duplass.


È in questo che risiede la freschezza di un film come ''Creep'', non cerca di spaventarci con i tradizionali espedienti del genere ma ci sottopone alla cruda realtà dei fatti, cioè che a volte i veri mostri si nascondono dietro a un sorriso cortese, a una richiesta di aiuto o un’amicizia appena nata e, per una volta, ci saremmo potuti salvare appellandoci alla cinica diffidenza. "Sono cresciuto guardando film dell'orrore andando al centro commerciale come un piccolo pattinatore-punk", spiega l'attore e sceneggiatore Mark Duplass a Entertainment Weekly, "Ma come regista, ne sono rimasto alla larga. Se guardi ai progetti 'horror' a cui mi sono avvicinato, la maggior parte di essi si basa su dinamiche interpersonali. Creep è un po' come un film arthouse straniero sui sentimenti che prende una svolta più oscura".

Dal punto di vista tecnico regia e fotografia risultano ottime nonostante la scelta del mockumentary, che determina delle soluzioni visive semplici ma incredibilmente efficaci, in particolare per alcuni giochi di luci e ombre. In generale il film presenta un'estetica verosimile, con una patina inquietante presente costantemente anche nelle scene in pieno giorno. Nonostante i pregi, il film perfetto non esiste e anche in questo caso si riscontra qualche problematica, sebbene non pesi particolarmente sul prodotto. Nell'analizzare questi elementi si deve necessariamente andare nello specifico, dunque da qui in avanti non si eviteranno gli SPOILER. Ciò che nella pellicola fa storcere il naso sono alcune soluzioni narrative riguardo alla logica dei personaggi, in particolare alcune scelte che compie Aaron, riportiamo qualche esempio:


La sequenza della telefonata nel bagno è il punto di svolta della vicenda in cui si scoprirà, grazie alla conversazione telefonica tra Aaron e la Sorella di Josef, che l'uomo è un malato di mente. Un momento piuttosto ansiogeno in cui Aaron ottiene finalmente conferma dei propri sospetti, e cosa fa? Corre a più non posso verso la porta d'uscita? Si arma fino ai denti per cercare di difendersi durante la fuga? No, continua a chiacchierare al telefono cercando di capire cosa stia succedendo (che potrebbe anche avere senso come reazione, non fosse per il fatto che lui stesso abbia deciso di sedare Josef con dei sonniferi per prendere tempo perché intimorito, nutrendo il sospetto che gli abbia rubato le chiavi della macchina per costringerlo a fermarsi la notte).

Le varie sequenze in cui Aaron, nonostante sia riuscito a tornare a casa propria, è ancora osservato da Josef, si sveglia nel cuore della notte in preda agli incubi e decide di filmarsi per raccontarli anche risultano in parte forzate: mentre lo fa, infatti, si sente un rumore sospetto provenire dall'esterno della sua abitazione, che però deciderà di ignorare. Al primo rumore seguirà uno decisamente più forte e preoccupante eppure Aaron, già messo sufficientemente in guardia dall'esperienza recentemente vissuta, uscirà di casa per indagare nei vicoli bui circostanti con coltello e videocamera alla mano, in stile Scooby-Doo. 


Simili storture, nonostante l'assurdità delle reazioni umane, trovano una spiegazione nel finale, oltre che nelle intenzioni dei filmmakers già esplorate: Aaron non compie azioni scellerate, è molto imprudente proprio a causa dell'estrema fiducia che riserva nei confronti del prossimo; nonostante quello che gli ha fatto Josef, alla proposta di un incontro per delle scuse, egli accetta e si presenta all'appuntamento, posizionando la videocamera all’interno della sua auto per filmare delle eventuali prove, in caso qualcosa andasse storto. Tentare di immedesimarsi in Aaron risulterà frustrante proprio a causa del suo limitato istinto di sopravvivenza, sopraffatto da una cieca fiducia che viene prevedibilmente tradita, in una delle sequenze più semplici e terrificanti che si siano mai viste: Josef si avvicina spalle della povera vittima con un passo quasi cartoonesco, che spinge gli spettatori a chiedersi se si tratti in realtà di un altro degli scherzi improbabili che ha teso ad Aaron per buona parte del film. Dopo un istante di esitazione Josef uccide Aaron con un colpo di accetta alla testa, in pieno giorno, sulla riva del laghetto di un parco. Non c'è pathos, non c'è splatter, nessuna reazione particolare da parte dell'assassino, solo il silenzio più assoluto.

A seguito del successo del film, nel 2017, Brice, Duplass e Blum riunirono nuovamente le forze per il sequel "Creep 2", con Duplass di nuovo nel ruolo di protagonista, affiancato stavolta da Desiree Akhavan. Nel 2019, il regista confermò che stavano iniziando a lavorare su un terzo capitolo, originariamente previsto per fine 2022, ma rimandata a data da definire, descritto da Duplass come il suo "L'armata delle Tenebre". Quali altre bizzarre e inquietanti situazioni ci attendono per il futuro del provocatorio franchise di "Creep" sono ancora tutte da vedere, ma potete trovare i primi due in streaming su Netflix.


ARTICOLO DI
ILLUSTRAZIONE DI


REVISIONE DI
ROBB P. LESTINCI, SERGIO NOVELLI, 
LORENZO SPAGNOLI E GIULIA ULIVUCCI

martedì 30 giugno 2020

Un estremo sacrificio d’amore (Recensione "He Took His Skin Off For Me")

Nel mondo dell’arte le trasformazioni che l’amore scatena nell’individuo sono stati rappresentati in vari modi. Di solito questi mutamenti sono sempre stati visti sotto chiave positiva, anche se non mancano le opere dove l’amore può portare alla distruzione stessa dell’innamorato (chi non ricorda la follia che colpisce Orlando nell’opera di Ariosto o alla Ballata dell’amore cieco di De Andrè?). Nel film che tratteremo oggi vedremo come un regista emergente ha interpretato questo lato distruttivo dell’amore raccontandoci una storia surreale e a tinte horror. 

Presentato nel 2014 come lavoro di laurea alla London Film School, He Took His Skin Off For Me è un cortometraggio di Ben Aston tratto dal racconto omonimo della scrittrice Maria Hummer.
La storia è quella di un uomo che decide di esaudire per amore un’assurda richiesta della fidanzata: privarsi della sua pelle e trasformarsi così in un morto vivente sanguinante. Da questo momento comincia per la coppia una vita ricca di disagi: la ragazza è costretta a lavarsi e a pulire continuamente la casa dalle macchie di sangue lasciate dal suo ragazzo, deve mantenere i riscaldamenti della casa accesi (con conseguente aumento delle bollette) per tenerlo al caldo e il nostro uomo scarnificato non riesce più a trovare clienti a lavoro a causa del suo aspetto. All’inizio del corto sembra la coppia sia felice nonostante le difficoltà ma con il prosieguo della storia noteremo come si stia delineando una relazione abusiva, dove la donna sovrasta completamente sul nostro uomo scarnificato.

Privatosi della pelle, che rappresenta la libertà individuale e l’identità di un individuo, il protagonista è ormai completamente dipendente dalla sua fidanzata che non solo si prende cura di lui, ma è anche l’unica che lo comprende e lo accetta a causa del suo nuovo aspetto. Tuttavia nel corso del corto la comprensione e le cure della ragazza diventeranno sempre più fredde e noncuranti, portando così il nostro uomo scarnificato a una lenta distruzione del sentimento d’amore che provava per lei e alla consapevolezza che il suo sacrificio non ha portato a nulla se non a tante sofferenze per lui. A rendere ancora più tragica la sua situazione è la totale incapacità ad abbandonare questo circolo vizioso di sofferenza a causa dell’affetto sincero che prova per la donna. A un certo punto del corto infatti, lo vedremo toccare con malinconia la pelle che ha riposto con cura nell’armadio e pensare per un attimo di rindossarla e tornare alla sua vita di prima, ma uno sguardo verso la sua ragazza gli farà subito, seppur a malincuore, cambiare idea.
Sappiamo bene però che a un certo punto la sofferenza accumulata nel tempo sia destinata a scoppiare e questa esplosione si verifica nell’ultima scena del corto. Il nostro uomo scarnificato osserva con dolcezza la sua ragazza mentre dorme accanto a lui, comincia ad accarezzarla fino a quando non raggiunge il fianco e, come aveva fatto all’inizio del corto su se stesso, comincia a tirarle la pelle. Con questo momento tragico termina il film, che non ci lascia presagire il meglio per la ragazza, che si ritroverà vittima della sua stessa trappola.   

Ciò che rende il corto particolare, nonché meritevole di essere visto, è proprio il nostro uomo scarnificato, reso il più realistico possibile tramite uno straordinario lavoro di make up. Gli effetti speciali, supervisionati da Jen Cardno, sono stati realizzati infatti da un team di studenti di Colin Arthur (conosciuto per aver curato gli effetti ne La Storia Infinita), che si è offerto di aiutare Aston nella realizzazione del corto. Non c’è alcun uso CGI o modifiche di post-produzione nel film ma solo tanta cura e ben otto ore di trucco a cui l’attore Sebastian Armesto si sottoponeva ogni giorno. 
Un lavoro quasi maniacale degli effetti speciali porta ovviamente alcune limitazioni dal punto di vista narrativo: per evitare infatti qualsiasi effetto comico causato dalle protesi facciali di Armesto, il corto è privo di dialoghi e la storia è affidata a un narratore onnisciente, interpretato da Anna Maguire, che recita parti del racconto della Hummer.

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Il corto è reperibile sul canale Vimeo del regista e sul canale Future Shorts su YouTube.