Visualizzazione post con etichetta 1970. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1970. Mostra tutti i post

mercoledì 15 luglio 2020

Il film perduto che uccide chi lo guarda - La maledizione di Antrum (Recensione "Antrum")

Si dice che, se lo guardi, verrai maledetto e ti accadranno cose atroci. D’altronde il sottotitolo è: “Il film più pericoloso mai esistito”. C’è altro da aggiungere?
STORIA DEL FILM E DEI SUOI PERSONAGGI
La trama di questo pseudo-documentario è molto particolare perché tratta prima dell’analisi di un film perso e misteriosamente ritrovato, poi della sua presentazione al grande pubblico. Nel 1979, un film di nome Antrum viene presentato a vari festival cinematografici ma nessuno lo accetta. Subito dopo se ne perdono completamente le tracce e, nel 1988, il film riappare misteriosamente in un teatro a Budapest. Durante la proiezione, scoppia un incendio che brucia completamente il teatro. Il film quindi torna a scomparire dalla scena per gli anni successivi fino a quando non viene proiettato nuovamente in un teatro in California, nel 1993. Stavolta, ci fu un attacco di panico di massa nel quale rimase uccisa una donna incinta. Dopo questa proiezione, il film svanì nuovamente nel nulla, guadagnandosi la reputazione di essere maledetto. Nel 2018, una copia di Antrum viene misteriosamente rinvenuta, spingendo una troupe di documentaristi curiosi a fare un cortometraggio sulla sua storia e l’impatto che ha avuto tra la gente. Sebbene le origini del film rimangano sconosciute, alcuni esperti esaminarono la bobina e scoprirono che il film utilizza suoni binaurali ed immagini subliminali. Oltre a questo, si accorsero che qualcuno aveva persino modificato la pellicola inserendo frammenti in bianco e nero di una scena atroce, non riconducibile direttamente al film. Fu così che finalmente il film riuscì ad essere presentato alle masse, nella sua demoniaca interezza.

Invece la trama del film ritrovato, ovvero Antrum, tratta dei fratelli Oralee e Nathan al cui cane Maxine è stata effettuata l’eutanasia. Il piccolo Nathan ci teneva molto al suo cane perciò, chiedendo a sua madre se Maxine è andata in Paradiso, scoprì che invece è andata all'inferno. La sorella di Nathan, vedendolo traumatizzato, si inventò di aver ottenuto un grimorio occulto da un compagno di classe immaginario di nome Ike che li avrebbe condotti nella foresta in cui Satana è caduto quando è stato scacciato dal cielo. Trovando il luogo dell’impatto e scavando, avrebbero trovato la porta che li avrebbe condotti all'inferno in modo che potessero salvare l’anima di Maxine. 
Il rito per proteggersi dai demoni infernali

CONSIDERAZIONI
Questo è un film tutto particolare, partendo dall’intro sino ad arrivare a prima dei titoli di coda. L’idea di base è quella di far credere che esista una pellicola maledetta e che essa possa causare immani stragi a chi la guarda. Il tutto parte con questo breve documentario che descrive le presunte vicende reali accadute prima della pubblicazione definitiva di Antrum. Dopo di esse, e prima dell’inizio del film, una “Legal Notice” ci avvisa che l’utenza è stata avvisata e che, proseguendo nella visione, tutti si deresponsabilizzano su quello che potrebbe capitare allo spettatore durante o dopo la visione del film: è un inizio con il botto. Tutto molto interessante e costruito bene. Parte poi il vero film: a primo impatto si storge leggermente il naso perché il sunto della trama è mostrato praticamente tutto nei primi 5 minuti. Si, in maniera molto tirata e disorientante, ma schiaffato in faccia allo spettatore in tutta la sua demoniaca audacia. L’azzardo qui sta nel far credere allo spettatore di stare assistendo ad un grande cult perduto, dicendoci che il meglio (o il peggio) deve ancora venire.

Il film prosegue poi sobbalzando tra momenti lenti e noiosi e trovate geniali come, per esempio: mentre Oralee e Nathan camminano su un sentiero mostrato in maniera bidimensionale (alla Super Mario, per intenderci), si nota a malapena nello sfondo la sovraimpressione di un volto demoniaco che osserva lo spettatore e che sembra parlargli. O ancora, durante tutto l’arco della visione si noteranno a malapena dei simboli esoterici comparire in vari punti dello schermo come se qualcuno li avesse disegnati a mano sulla pellicola e tante altre trovate. 
Avendo a disposizione pochissime risorse economiche e pochi operatori, hanno dovuto costruirci dietro un leggenda metropolitana che ha permesso di spingere il film alla visione senza spenderne, letteralmente, un euro per il marketing. E difatti, facendo un giro per la rete, sembra che la loro visione abbia avuto un buon successo.

Antrum tecnicamente si presenta come un found footage girato negli anni ’70 con tutto quello che concerne la grafica, la regia e la colonna sonora. Diciamo che generalmente il tutto è stato girato bene e sembra veramente di assistere ad un filmato di quegli anni ma sfortunatamente non pare perfetto e alcune scene sono palesemente moderne.  La recitazione dei due bambini invece è abbastanza buona, il che ha aiutato ad immergere lo spettatore in questo incubo cinematografico. Verso la fine del film poi c'è una importante scena tra loro due che mi ha fatto pensare al potere della narrazione e al modo in cui immagini e parole possono cambiarci. È stata una buona scelta fare in modo che i fratelli avessero età diverse: è stato reso credibile che il bambino non può facilmente distinguere la verità dalla finzione facendo si che la sorella maggiore riesca ad accondiscendere la sua immaginazione… Sempre che della sua immaginazione si tratti. Il film finisce in modo particolare ovvero mostrando un finale diverso per ogni fratello. Il finale, essendo completamente figurativo, va un po' ad interpretazione ma nulla di particolarmente complesso.
La “Nota Legale” mostrata prima della visione del vero film

PRO
+ Molto bella l’idea dello Pseudo-documentario che presenta un film perduto;
+ Non ci possiamo aspettare effetti grafici moderni da un film che vuole dimostrare di essere stato girato negli anni ’70 ma tutto quello che vediamo è strutturato in maniera convincente;
+ Suoni binaurali e immagini occulte in sovraimpressione;
+ Metaforico ma comprensibile.

CONTRO
- La recitazione è mediamente buona ma l’altalenanza tende a fare scemare il pathos di certe scene;
- Generalmente lento e noioso;
- Lo scoiattolo… (capirete guardandolo). 

VERDETTO FINALE
Alle persone a cui piacciono gli pseudo-documentari e i found footage alla The Blair Witch Project, sarà molto facile che apprezzino questo film. Per tutti gli altri ne consiglio la visione ma con l’occhio di chi non si aspetta chissà quali prodezze tecnico-grafiche da un film dal bassissimo budget come questo. Abbiamo bisogno di più pellicole uniche nel mondo dei film dell’orrore e questo direi che ne rientra a pieno titolo.

ARTICOLO DI

giovedì 21 novembre 2019

In un obiettivo oscuro (Parte Prima - Analisi "Vampiri Amanti") - Vampiri tra letteratura e cinema: Carmilla

Torniamo ad indagare le dinamiche che dalla nascita della settima arte la legano in un abbraccio immortale alla letteratura, continuando a evitare, per ora e per quanto (im)possibile, gli argomenti più discussi, sia per evitare di dare un apporto inutile al loro già inflazionato panorama critico, sia perchè ritengo che proprio nelle forme più insolite del suddetto corteggiamento vampirico tra le due arti si possa individuare con maggiore chiarezza possibile il tortuoso percorso che gli autori cinematografici devono attraversare nela realizzazione dell'adattamento di un'opera letteraria: percorso di cui fin troppo spesso viene tracciata una mappatura rozza e approssimativa, da chi brama di vedere un ennesimo mito letterario prendere vita sul grande schermo solo per demolirlo come un idolo o esaltarlo come una divinità, senza la benchèminima argomentazione valida; e come se non bastasse, introdurrò l''argomento dell'articolo, di cui state leggendo la prima parte, che nelle mie poco attendibili intenzioni dovrebbe costituire il primo tassello di una nuova serie di articoli di cui a questo punto solo i babbi di culo non avranno capito il tema, è solo la scusante per un'altra secchiata di bile che verso volentieri sulla tuttora indigesta esperienza vissuta alcuni mesi fa al Napoli Horror Fest, dove il film di John Landis “Amore all'ultimo morso” (1992; Innocent Blood) riportato nel pamphlet veniva spacciato come protagonista di una proiezione che sarebbe invece spettata ad un suo disgraziato omonimo nella traduzione italiana, tale “Love Bite” (2012) di Andy De Emmony, con una comicità degna di Neri Parenti e una messa in scena degna del peggiore Twilight, solo con una comicità ancora più idiota e con i lupi mannari al posto dei vampiri.
Dante, perdonali perchè non sanno quello che fanno
La vampira interpretata da Anne Parillaud del così impunemente maltrattato film di Landis è solo una delle più giovani (neanche tanto, ma comunque di vampiri ed immagini cinematografiche stiamo parlando) incarnazioni femminili in cui il mito dei succhiasangue ha protratto la sua vita dopo la morte, dalla Lilith di Adamo alla Lamia di Apollonio, traendo poi rinnovata energia alla giugulare della letteratura, dalla Christabel di Coleridge alla Lamia di Keats
Illustrazione della poesia di Coleridge di H. J. Ford e Lancelot Speed 
I meno fessi avranno già capito che voglio portare la loro attenzione proprio sulla figura letteraria, preceduta in celebrità solo dal suo stesso fascino saffico, della regina indiscussa di queste predatrici notturne il cui stesso nome è diventato sinonimo di sensuale fascino indomito e del femineo potere del sangue: Carmilla.
Carmilla and Laura, di AbigailLarson (Devianart)
Il personaggio protagonista dell'omonimo racconto scritto dall'irlandese Joseph Sheridan Le Fanu, per la prima vclta pubblicato a capitoli nel 1871-72 sulla rivista The Dark Blue, ha costantemente infestato il grande schermo attraverso numerose riduzioni cinematografiche dell'opera e non, tali da rendere superfluo, viste le intenzioni di questo articolo, la compilazione di un elenco (che peraltro non sarebbe difficile rintracciare sul web) di ogni singola apparizione di un omonimo della vampira e che possa comunque dirsi esaustivo: terremo infatti in considerazione soltanto quelle manifestazioni su celluoloide che vedono Carmilla quantomeno impegnata nelle sue originali peripezie letterarie che ruotano intorno alla persecuzione che conduce ai danni di una giovane fanciulla mortale, e che risveglierà in entrambe uno strisciante desiderio (omo)sessuale a prelusdio del nutrimento saguineo; o che la vedano affiancata quantomeno da uno di quegli elementi narrativi formali del racconto originale, come l'ambientazione in un proverbiale castello austriaco dovo Carmilla viene poco saggiamente ospitata, libera di cibarsi, oltre che della figlia del castellano con la quale cui si trastulla in attesa del pasto finale, pure col vicinato non poi così all'oscuro dell'esistenza di quel villaggio abbandonato e infestato cui l'eternamente giovane contessa di Karnstein deve fare ritorno parte della notte e del giorno;  faranno una recente web serie che ignorerò totalmente ed un primo ed importantissimo adattamento cui darò, nella sua infedeltà formale, un attenzione anche superiore agli altri.
Illustrazione di David Henry Friston su The Dark Blue
Ora, senza dubbio in pochi non converranno che l'adattamento narrativamente più narrativamente fedele al racconto di Le Fanu, oltre che quello probabilmente più noto, è uno degli ultimi grandi titoli di quella golden age con cui la storica casa produttrice inglese Hammer, qui in collaborazione con la American International, portò alle estreme conseguenze, sfidando per l'ennesima volta i limiti del “buon gusto” e delle precedenti produzioni di genere, la rivoluzione già apportata all'horror con i via via più graficamente espliciti remake dei grandi gotici della Universal
Primo capitolo di una trilogia (Karnstein Trilogy per l'appunto), i cui due seguiti non tratteremo avendo a che vedere poco o niente col racconto dello scrittore dublinese, la pellicola in questione venne diretta da uno dei migliori registi del celebre marchio sinonimo di canini insanguinati e festoni di ragnatele, Roy Ward Baker (assistant director di Hitchcock sul set di La Signora Scompare e regista di punta anche della rivale hammeriana Amicus, avrebbe diretto un altro grande classico del cinema vampirico, La leggenda dei sette vampiri d'oro), la cui mano, degna dei colleghi Freddie Francis (Le cinque chiavi del terrore, I racconti della cripta) e Terence Fisher (La maschera di Frankenstein, Dracula il vampiro), si dimostra indiscutibilmente uno dei più grandi pregi del film, fin dalla sequenza di apertura tra le spettrali rovine, che nel racconto originale comparivano solo alla fine (anche se la scena finale, con la scoperta della tomba di Carmilla, qui tornerà a svolgersi), dove i set inquietantemente predisposti vengono sapientemente messi in scena, attraversando un escalation di violenza estetica e grafiica che passa da un'insolitamente gotica e surreale apparizione di un primo vampiro interamente ricoperto da un sudario, più simile ad il proverbiale spettro, fino al dolly che denuda questo apparente fantasma, per contrappasso con la pudicità di questa prima apparizione, quale ragazza inquietantemente seducente, cui viene, a completare il disorientamento dello spettatore precipitato nell'ascesa provocante che le immagini compiono, immediatamente tagliata la testa con una sciabola nel modo più brutale e verosimile che l'ottimo effetto speciale e il chirurgico taglio di montaggio potessero permettere; una splendida inquadratura di un dettaglio della lama mentre la testa della vampira giace fuori fuoco sul pavimento è il momento perfetto per presentare finalmente il titolo della pellicola: Vampiri Amanti (Vampires Lovers; 1970).
 “Tagliatele la testa!”
Insomma, questa sequenza iniziale sintetizza alla perfezione il mood sovversivo e cruento, pur nella sua elegante classicità, dell'intera pellicola, e anche solo da questo prologo non è difficile capire come mai la spregiudicatezza del film avrebbe dato via libera, in concomitanza con la crescente emancipazione sessuale e femminile di quel periodo, ad un numero sempre maggiore di riletture simili della figura del vampiro in chiave lesbica, da Jesùs Franco (Vampyros Lesbos) a Jean Rollin (Lèvres de sang); ma è al film di Baker che spetta il merito di aver per la prima volta portato sullo schermo il prototipo universale di tale immaginario, e alla splendida Ingrid Pitt di prestare corpo e anima attraverso un'interpretazione memorabile: difatti, al di là di tutta la struttura del racconto ottocentesco, cui vengono mantenute perfino le trasformazioni debolmente occasionali e fortemente enigmatiche della vampira in quello che pare un grosso felino e non preservate da nessun altro adattamento, la fedeltà concettuale, e quindi per chi scrive di vero interesse in un tale confronto, verso il lavoro di Le Fanu risiede proprio nell'aver preservato «un'empatia percorrente tutta la storia nei confronti della sessualmente disinibita ma languida Carmilla» (A. Major, ‘Other love: Le Fanu’s Carmilla as lesbian Gothic’, in R. B. Anolik (ed.), Horrifying Sex: Essays on Sexual Difference in Gothic Literature, Jefferson, NC: McFarland 2007, p. 152).
Pippa Steel ed un raro esemplare di gatto mannaro
Difatti, il film è totalmente estraneo alle dinamiche di rottura e ripristino di una minacciata coppia eterosessuale di cui molti critici tacciarono a questa oltre che pellicole simili, dal momento che il finale non porterà ricongiungimento di dato che l'eroe di turno salva una ragazza che, nelle brame di Carmilla, ha di fatto succeduto quella che era effettivamente il suo ormai (tra)passato e vero interesse amoroso (Pippa Steel), e perchè la sofferenza con questa vittima (Madeline Smith)  accoglie la morte di Carmilla cui, volente o nolente, si era fortemente legata non sembra preludere ad alcuna liberazione, come del resto non faceva il finale in cui l'io narrante (e personaggio speculare della ragazza) chiosava dicendo che continuerà a sentire «il passo leggero di Carmilla alla porta del salotto».
Ingrid Pitt e Madeleine Smith
Inoltre il suo salvatore, tale Carl (Jon Finch, personaggio assente nel racconto), viene a far parte di una trittico di ammazzavampiri assolutamente bigotti e antipatici, insieme al barone Hartog (Douglas Wilmer, fusione del barone Vonderburg e dell'amante di Carmilla quand'era ancora viva), sempre più “ingessato” nel suo vestiario puritano dopo aver represso il proprio desiderio sessuale uccidendo nel prologo la vampira che aveva avvicinato pericolosamente i seni al suo crocefisso (gioco di parlole efficacemente non voluto), e l'immancabile Peter Cushing, che interpreta in maniera a dir poco straziante il generale Spielsdorf divorato dalla vendetta a cui Carmilla aveva precedentemente ucciso la figlia: il posizionamento di questa vicenda prima di quella principale, nella pellicola, piuttosto che narrata in medias res, come nel racconto, alla nuova preda di Carmilla e al padre di lei che l'ha accolta in casa sua come fece il generale, costituisce forse la differenza formale principale tra le due opere, eppure, come abbiamo visto, essa è perfettamente funzionale, esattamente come il maggiore coinvolgimento nella narrazione della servitù del castello che, da mere comparse in Le Fanu, diventano ridicolo contraltare all'ottusità di questi tutti questi aristocratici ammazzavampiri pieni di sè, non essendo meno meccanici nell'obbedire agli ordini quando entrano sotto l'ipnosi vampirica rispetto a quando rendevano conto ai loro superiori: un'ennesima “libertà” rispetto all'opera letteraria che non fa che darne nuovo slancio alle intenzioni, visto Carmilla si trova a dover sedurre sia uomini che donne, e dunque evitando che graficità di alcune scene di nudo sostituitesi dell'erotismo più sottile e accennato della novella vengano a creare, come la pensano diversi critici, un'eccessiva strumentalizzazione dell'elemento sessuale (vale la pemna di citare il testo del quasi omonimo del regista Ron Baker, Classic Horror Films and the Literature That Inspired Them, Jefferson, NC: McFarland 2005, p. 242), né tantomeno un'enfatizzazione su di una dichiarata pericolosità dell'omossessualità; e se nel racconto essa costituiva il naturale effetto dell'attrazione che i vampiri hanno nei confronti delle proprie prede, nel film di Baker diviene l'altrettanto naturale e consapevole tentativo di Carmilla di raggiungere i propri scopi.
Douglas Wilmer e Peter Cushing 
Meno vicini alle simpatie dello spettatore del personaggio di Ingrid Pitt, questi ammazzavmpiri non sono buoni neanche a fare quello che dovrebbe venire loro meglio, visto che, come nel racconto, la contessa che si spacciava per la “madre” di Carmilla, ma che ha tutta l'aria di essere una schiavetta mortale à la Renfield, ed il criptico e cadaverico “uomo in nero” (John Forbes-Robertson), che nel film è palesemente il master che veglia compiaciuto in suggestive inquadrature al chiaro di luna ogni volta che la sua pupilla compie un delitto, non verranno né smascherati in quanto creature delle tenebre né tantomeno scovati o uccisi; la morte di Carmilla non solo non ci è di alcun sollievo se ripensiamo qualora ripensassimo all'incredibile prova attoriale con cui la Pitt fa rivivere una delle scene più belle del racconto quando rimane turbata dalla musica religiosa di un corteo funebre e, ambivalentementem dall'ottusità con cui gli uomini si ostinano a non accettare la morte, ma non pone neppure effettivamente fine alla concreta minaccia costituita dai non morti. 
Christopher L... volevo dire, John Forbes Robertson
CONTINUA QUI!

Articolo di Donato Martiello

giovedì 8 agosto 2019

Verso le radici grondanti di sangue - Il fascino delle frattaglie (Recensione "The Wizard of Gore")

Herschell Gordon Lewis è un nome che dovrebbe suonare familiare a tutti i fan accaniti dell'horror e, soprattutto, del genere splatter, essendo considerato dalla maggior parte dei critici come il progenitore del gore nel cinema, con film oramai considerabili di culto come "Blood Feast" del 1963 (pellicola paragonata dallo stesso regista a una poesia di Walt Whitman, "per niente bello, ma primo nel suo genere") o "2000 Maniacs" dell'anno successivo, vere e proprie pietre miliari dell'orrore, tristemente, quasi del tutto sconosciute in Italia, ma assai apprezzate e conosciute all'estero.

Oggi, però, non parleremo di nessuno dei due film sopraccitati, bensì del più recente, per modo di dire, e sconosciuto "The Wizard of Gore" del 1970, diretto, per l'appunto, da Lewis, scritto da Allen Kahn.
La pellicola segue la protagonista Sherry Carson (Judy Cler), una giornalista televisiva per un'emittente locale, indagare sul misterioso Montang Il Magnifico (Ray Sager), conosciuto come "The Wizard of Gore", il mago del sangue, un mago che, dinanzi a centinaia di spettatori, mostra truculenti omicidi a volontari che, puntualmente, appaiono illesi a fine show, solo per morire tragicamente poche ore dopo, seguendo uno schema oramai impossibile da ignorare. Ma qual è il segreto di Montang? Come mette in scena quelle macabre scene senza effettivamente uccidere il malcapitato? E, le morti susseguenti, sono davvero solo coincidenze?

A tutte queste domande, il film, risponde più o meno. Più o meno perché tutto diviene sempre più confuso: nonostante tre quarti del film seguano lo stesso esatto schema senza alcuna variazione, risultando a tratti ripetitivo con le periodiche scene degli omicidi/illusioni seguiti da morte della precedente vittima una volta rientrato in casa e breve indagine, sfocia nel divenire un qualcosa d'ingarbugliato, difficile da comprendere, come una matrioska di stranezze e colpi di scena del tutto folli e inaspettati, dopotutto, non vi è alcun setup per la loro introduzione, in un crescendo di plot twist che inglobano tutti gli ultimi minuti del film, in una moltitudine di rivelazioni che si rivelano poi false o minori rispetto alla rivelazione successiva, come a giocare al rialzo con la propria sceneggiatura senza alcun motivo logico, se non confondere e shockare lo spettatore.
Ma Lewis ambisce esattamente a questo, mostrare violenza su schermo e affascinare lo spettatore con essa, quasi in una metafora con il Montang del film, il regista crea illusioni di morte che si rivelano false, ovviamente, provocate da ben realizzati effetti speciali, in uno schema metanarrativo del tutto inaspettato per quello che fu un filmetto distribuito nel circuito dei drive-in, con una scarsa distribuzione home video e copertura mediatica. Ma, su quest'ultimo aspetto, non c'è da stupirsi: il film venne considerato troppo estremo per i canoni dell'epoca e vietato ai minori di 18 anni in vari paesi, tra cui Nuova Zelanda, USA e lo scontatissimo Regno Unito.

Tutti i capisaldi del proto-splatter di Lewis sono presentati in questa pellicola, considerabile un summum delle sue opere, tra budella sanguinolente in primo piano, colpi di scena quasi fuori luogo e pessima recitazione, costumi e scenografie ridicole ed un budget limitatissimo nonostante le grosse pretese. L'abilità del regista sta tutta nel non far pesare tutto ciò, di render il tutto coerente, come se qualcosa fosse stato fatto male solo per non cozzare con un altro aspetto non riuscito.
La coerenza del tutto, estremamente "cheesy", ma omogeneo, rende il film quasi godibile, un so "bad-it's-so good" che rende effettivamente lo spettatore curioso di andare avanti in quello che appare come un incubo causato da una cena pesante. L'atmosfera è, difatti, quasi onirica, con reazioni, eventi, personaggi e quant'altro il più lontano dal reale, un'imitazione esagerata di qualcosa che sarebbe potuta risultare quasi verosimile, ma che ha deciso di non farlo, come una commedia teatrale che non si prende per niente sul serio, esattamente come l'opera di Lewis.

Effetti speciali dozzinali e, probabilmente, gli attori meno capaci nel loro mestiere mai impressi su cellulosa, donano alla pellicola quel fascino tutto anni '70 che solo adesso è apprezzabile, un'ingenuità cinematografica costituita da grosse pretese senza averne alcuna allo stesso tempo, come se l'industria fosse solo un gioco dove sbizzarrirsi con le più folli idee, rendendo, nel complesso, questa pellicola una manifestazione artistica più eclatante di quanto non lo siano altre tecnicamente perfette che giocano carte sicure.
Un film invecchiato così male da poter esser visto, oggi, sotto luci diverse, al punto da aver generato un remake nel 2007 con Crispin Glover (il Mr. World di "American Gods"), come un cadavere maciullato che appare, poi, sano, seppur estraniato quanto il pubblico stesso. Un numero di magia, insomma.

Un ennesimo trucco del Magnifico Montang.

giovedì 25 luglio 2019

Scontro tra titani (Focus on "Godzilla vs Gamera")

Gamera é un kaiju simile a Godzilla, anche per poteri, molto antico e alleato dell'umanità. É protagonista della sua longeva serie di film, iniziata nel 1965, e prodotta dalla Kadokawa (ex Daiei), rivale della Toho.

Il personaggio é da sempre servito come "rivale" di Godzilla per la casa di produzione ed esiste una rivalità dietro le quinte da oltre 50 anni oramai. Questa rivalità economica si é però raramente mostrata in uno scontro effettivo tra i due mostri che continua ad esser sognato dai fan che sperano, nel MonsterVerse, in un modo per vedere i due rettili giganti più amati del Giappone scontrarsi, finalmente.
A marzo 1970, per 10 notti, all'Expo di Osaka, in Giappone, venne presentato uno spettacolo live-action dove i due titanici rivali di botteghino, Godzilla e Gamera, si scontravano, finalmente, per la prima e, tristemente, ultima volta in via ufficiale.

A giugno 1979, invece, la rivista nipponica "TV Magazine" paragonò i due mostri in modo da decretarne un vincitore. Bob Eggleton disegnò inoltre uno scontro tra i due kaiju per la copertina del numero 262 di "Famous Monsters in Filmland".
Nonostante queste basi, quando nel 2002 la Kadokawa contattò la Toho per un crossover tra Godzilla e Gamera, quest'ultima declinò l'offerta e tutto finì lì.

Ora, la saga di Gamera ha avuto il suo ultimo capitolo nel 2016, per i 50 anni, sottoforma di un corto in quanto non abbastanza il budget per un lungometraggio come si sperava. Sono 3 anni che del personaggio non vi sono notizie.
Godzilla vs Gamera di Xia Taptara 
Eppure, in "Godzilla II - King of the Monsters" avviene qualcosa che potrebbe ricollegarsi a due delle versioni delle origini di Gamera, ma, badate bene, é solo una teoria e, badate bene, contiene potenziali spoiler per la pellicola sopraccitata:
Godzilla, dopo la bomba H, si rifugia in un'antica città sottomarina senza nome, confermando che miti come quello di Atlantide esistono davvero. Avvicinatosi ad un luogo dove nutrirsi di energia radioattiva, il mostro viene aiutato da Serizawa che, sacrificandosi, detona una testata nucleare per sfamarlo.

Nei film, Gamera é stato creato dagli atlantidei, secondo alcune versioni, e nel primo film si risveglia a seguito di una bomba nucleare lanciata in mare durante uno scontro tra americani e sovietici.
Magari, la città senza nome, non era rifugio solo di Godzilla, ma anche di un altro kaiju assopito, risvegliato dalle stesse radiazioni che hanno rinvigorito il Re dei Mostri.
Gamera MonsterVerse style di eatallot
Improbabile, ma certamente, assai entusiasmante da pensare.

Articolo di Robb P. Lestinci