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martedì 11 luglio 2023

Horror Moth Podcast - The Wild Blue Yonder e il cinema riciclato (S1E2)

In una galassia lontana dalla Terra, esiste un mondo simile al nostro, seppur completamente diverso allo stesso tempo, è "The Wild Blue Yonder", oggetto del mockumentary del 2005 di Werner Herzog.

Robb P. Lestinci e Nicholas Gironelli analizzeranno il particolare uso di stock footages (o materiale di repertorio) del film, trattando esempi simili e aprendo le porte a un nuovo cinema "riciclato", capace di donare un ulteriore significato a ciò che già esiste.
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FONTI CITATE

PRESENTATORI
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mercoledì 12 aprile 2023

La vita attraverso riflessi e sogni - "A Bittersweet Life" di Kim Jee-Woon

"Non esiste solitudine più grande di quella di un samurai"
Le Samourai, Jean-Pierre Melville (1967)

La giornata si è ormai conclusa e stai per andare a dormire, l’unica preoccupazione che occupa la tua mente in questo momento è impostare la sveglia per la giornata successiva. Ormai la tua vita è un libro già scritto di cui conosci a memoria ogni pagina, ti sei rassegnato all’idea che ciò che una volta chiamavi futuro non è nulla più di un itinerario da te già percorso centinaia di volte. Quando sei di fronte allo specchio e guardi il tuo riflesso cominci a chiederti per quanto tempo riuscirai a sopportare quest’agonia che sta logorando la tua esistenza, ti disperi al pensiero di un cambiamento che non potrà mai avvenire. Eppure allo stesso tempo ti senti compiaciuto, in fondo percorrere una strada che già conosci alla perfezione è rassicurante e il cambiamento che tanto desideravi ora ti spaventa. E mentre ti perdi nei tuoi pensieri, mentre nella tua casa si sta cospargendo una strana nebbia, i muri che ti circondano diventano specchi e i tuoi dintorni si distorcono in una confusa sinfonia di riflessi, la preoccupazione di fare tardi a lavoro ti riporta alla realtà e l’unico dialogo che ti sei concesso con te stesso viene sovrastato dalla vita da te amata e odiata alla stesso modo. 

Questa è la condizione di Sun-Woo, protagonista del noir coreano A Bittersweet Life (2005) del noto regista Kim Jee-Woon (I Saw the Devil, A Tale of Two Sisters).
Sun-Woo è il più fidato degli sgherri del capo mafioso Mr. Kang, a cui, dopo una normale giornata cosparsa di violenza nell’Hotel di cui è manager, verrà affidata direttamente dal capo in persona una missione diversa dal solito. Dovrà pedinare una delle tante ragazze di Kang per scoprire la sua presunta infedeltà e ucciderla nel caso in cui le paranoie del capo risultino veritiere. Quello che all’apparenza sembra un semplice compito, scatenerà gli eventi che porteranno Sun-Woo allo scontro con il suo più grande nemico: se stesso.

Il protagonista di A Bittersweet Life porta con sé l’innegabile influenza del maestro del noir Jean-Pierre Melville. Sun-Woo infatti sembra la perfetta controfigura di Jef Costello, protagonista dell’ormai immortale ‘Le Samourai', assassino silenzioso di cui seguiamo le vicende nel capolavoro di Melville. 
A sinistra Sun-Woo, a destra Jef Costello
Jef è totalmente concentrato sul suo lavoro, parla poco e sceglie con cura i termini da usare nelle sue brevi conversazioni. Il suo sguardo di ghiaccio basta per raccontare tutta la sua vita e la Parigi che lo circonda viene infusa del suo silenzio. Sun-Woo allo stesso modo va sempre dritto al punto, cerca di evitare qualsiasi distrazione e il suo stile di vita minimalista viene perfettamente mostrato dal suo appartamento totalmente privo di qualsiasi oggetto che non sia indispensabile. Preferisce persino dormire su di un divano accanto a una lampada per rimanere all'erta in ogni momento. Mentre l’ambiente abitato da Jef sembra quasi influenzato dalla sua stessa presenza, quello abitato da Sun-Woo reagisce in maniera opposta. Ogni superficie trasparente è pronta a mostrare e catturare il finto viso di Sun-Woo, come se stesse cercando in ogni modo di togliergli la maschera che si è creato da solo e in cui si è ormai intrappolato. È totalmente convinto di essere diventato esattamente come gli altri lo percepiscono, convinzione che verrà distrutta dalla strada che sceglierà di percorrere, quella della vendetta. 
Le azioni e le decisioni scellerate di Sun-Woo lo intrappolano in una spirale di violenza e pericolo che non ha mai affrontato e nonostante gli venga chiesto innumerevoli volte il motivo delle sue azioni, egli non saprà mai rispondere. Si arrenderà ogni volta al silenzio, incapace persino di inventarsi una scusa convincente. Non riesce nemmeno a spiegare a se stesso il perché delle sue decisioni. Preda dei suoi stessi riflessi, incapace di razionalizzare i sentimenti che lo tormentano, incolpa il mondo intero di averlo tradito, di non avergli dato fiducia, di essere vittima di un complotto che gli altri non riescono a vedere. 

La catarsi finale porterà chiarezza nella mente di Sun-Woo, un singolo istante sarà capace di rivelargli la realtà che lo circonda. Mentre dovrà fare i conti con le conseguenze della sua vendetta vuota e priva di senso, il catalizzatore delle sue sofferenze, dei suoi piaceri, della sua voglia di vivere e della sua voglia di morire gli si parerà davanti. E mentre Sun-Woo racconta a se stesso la storia di un maestro il cui discepolo piange la fine di un sogno bellissimo ma irrealizzabile, fissa se stesso in una delle tante finestre del suo hotel cercando di combattere il suo riflesso, riflesso che verrà lentamente ed inesorabilmente inghiottito dall’oscurità della notte.
Finalmente sei tornato a casa, rivolgi un veloce sguardo al tuo letto e ti rassicuri nell’idea di poterti riposare, in fondo te lo meriti. Ritorni in quello stesso bagno, davanti a quello stesso specchio in cui il tuo volto sembra non essere più lo stesso. Rifletti su quello che ti è successo durante la giornata, nella tua mente viaggiano ancora quelle conversazioni, quelle parole e quelle azioni che hai compiuto e che ti dimostrano per l’ennesima volta la vanità della tua vita. Un tornado di emozioni, ricordi, rimorsi, momenti di gioia, di imbarazzo, di tristezza ti investono in un singolo istante. Alla fine però, ciò che rimane sul tuo volto è un inconfondibile sorriso, segno di una vita agrodolce che in fondo non vorresti mai abbandonare.

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venerdì 8 gennaio 2021

Soup Torture - L'enigma del video YouTube

Non è un segreto che nell’enorme piattaforma che è YouTube si possono trovare inquietanti ed inspiegabili contenuti multimediali: abbiamo già trattato della criptica intervista di barbie.avi ad esempio, del misterioso I Feel Fantastic e delle clip di Shaye Saint John, una diva di internet caduta nel baratro della follia.

Oggi vi parlerò di un video molto conosciuto e che fece molto scalpore, scombussolando chiunque l’abbia guardato. Venne pubblicato per la prima volta nel 2005 da un canale chiamato renaissancemen, col titolo di “freaky soup guy”, anche se ottenne maggiore fama un po’ di tempo dopo col titolo di “blank room soup”.
Il video vede un uomo, con addosso un bavaglino, mangiare una zuppa. I suoi occhi sono nascosti da un rettangolo nero che copre anche grandi porzioni della sua faccia, rendendo impossibile il riconoscimento: l’uomo sembra essere stato costretto a mangiare, ed appare molto turbato da qualcosa, o probabilmente, qualcuno; difatti un individuo (spuntato da un buio ingresso situato dietro l’uomo) lo approccia ed inizia ad accarezzarlo. La cosa strana è che indossa un costume: ha una testa sproporzionata e sono presenti solo gli occhi, che in verità sono solo due grossi cerchi neri.

L’uomo che mangia inizia a piangere e diventa molto più agitato quando l'individuo mascherato lo tocca. Verso gli ultimi 15 secondi, un altro personaggio con lo stesso costume si avvicina ed inizia anche lui a coccolarlo, ma l’uomo appare molto più spaventato. Il video termina così. Nella descrizione del video originale c’è scritto solo: “we don’t know what this is”, ossia “noi non sappiamo cosa sia.”

Presto si scoprì l’esistenza di un secondo video simile, chiamato “soup torture” e pubblicato da un canale chiamato “adana”. Rivediamo gli stessi tre personaggi di “freaky soup guy”, ma questa volta gli individui mascherati si fermano vicino all'entrata. All'improvviso, uno di loro  si mette a correre in direzione dell’uomo e poco prima di raggiungerlo, il video si ferma finendo con un urlo udibile per pochi millisecondi.

Varie teorie si sono formulate nel corso degli anni, alla ricerca di una spiegazione dietro questo macabro spettacolo. Quella più in voga sosteneva che si trattasse di un video del deep web, molto probabilmente di uno snuff movie, e che quei due individui misteriosi siano i rapitori del pover’uomo. Un'altra ipotesi riguarda il contenuto della zuppa: si sostiene che all'interno ci siano gli organi della moglie, anch’essa rapita e poi uccisa. In un'altra ancora, si è supposto che quella zuppa sia il suo ultimo pasto, prima di venire ucciso dagli altri due personaggi: per questo l'uomo piange, è consapevole che verrà ammazzato alla fine. Sono tutte teorie interessanti, anche se decisamente strampalate. Ma quindi... chi è veramente quell’uomo? È stato veramente rapito? Chi sono quei due individui? Iniziarono le indagini, e si scoprì che quei costumi ritraevano le mascotte

RayRay, creati da Raymond S. Persi, un regista, doppiatore, animatore e sceneggiatore. Ha diretto qualche episodio de I Simpson e ha lavorato per la Disney come doppiatore di svariati personaggi.

I RayRay sono un progetto artistico, creati da Raymond come un modo per esorcizzare le sue emozioni legate ad un senso di solitudine che provò verso l'inizio del nuovo millennio. Insomma, una sorta di arte terapia. I RayRay si esibirono in diverse parti degli Stati Uniti, concentrandosi prevalentemente su Los Angeles, ma sono stati i protagonisti di svariati video disponibili su DailyMotion, YouTube e MetaCafe. Collaborarono anche con i The Mutaytor, una band musicale, in alcune esibizioni.
Durante uno show però, vennero rubati dei costumi dal RV in cui erano tenuti, e qualche settimana dopo Raymond ricevette un’email con allegato il famoso video di “Blank Room Soup”. Raymond stesso rimase sorpreso da questi video, più che altro per le perfomance degli individui all’interno del costume: si comportavano esattamente come i RayRay dovevano, quindi significava che o i colpevoli erano dei fan, o era qualcuno molto vicino a loro. Raymond stesso sostenne che all’epoca c’erano pochi video con i RayRay da cui prendere spunto per l’atto, quindi si trattava per certo di una delle due ipotesi. Alla fine, decise di pubblicare il video su YouTube per condividerlo con i suoi conoscenti: da qui capiamo che “renaissancemen” appartiene a lui. Raymond sostenne di aver ricevuto altri video simili nel corso del tempo, ma che non pubblicò mai; anche Torture Soup gli era stato mandato, ma questa volta era un link al video di “adana”.

Queste informazioni sono state prese da delle email scambiate tra Raymond Persi e la YouTuber ReignBot, che dedicò un video a riguardo.

Si è scoperto che su RayRayTv (nel loro profilo MetaCafe) è presente un video alquanto simile coi due che stiamo trattando, intitolato “Gil is Missing”, della durata di un minuto e pubblicato nella fine del 2007. Un cameraman riprende un RayRay in lontananza in un quartiere buio. Nella scena seguente, quel RayRay entra all’interno di un van bianco dove possiamo notare una persona legata, che verrà poi portata all’interno di un buio stanzino. Alla fine, lo schermo diventa nero e appare il link del profilo MySpace dei Stolen Babies.

Nella descrizione c’è scritto che il regista di “Gil is Missing” è proprio lui: Raymond Persi. Chiaramente, si tratta di un video pubblicitario per la band Stolen Babies; infatti, gli stessi RayRay appaiono in uno dei loro video musicali, per la canzone “Push Button”, e il Gil a cui il titolo si riferisce è Gil Sharone, il batterista.
Questa nuova pista venne fatta conoscere in Italia dal mitico canale Fuoco di Prometeo, in un video che cerca di smascherare la natura dei filmati, sostenendo che si trattino tutti e tre di clip promozionali per i Stolen Babies. Sicuramente, è la teoria più credibile e sensata, ed effettivamente possiamo notare nei due video originali alcuni elementi che potrebbero accomunarli con la band: l’uomo ha un bavaglino addosso, come i bambini, ed inoltre viene coccolato da due figure più grandi come se fosse un infante. D’altronde, l’esistenza di ulteriori filmati nominati da Raymond non è stata confermata. E se fosse stata una bugia per rendere il suo racconto più credibile?

Difatti, troviamo un altro dettaglio che lo smentirebbe: lui afferma di aver ricevuto il link per Torture Soup pubblicato da "adana", ma penso proprio che il canale in verità sia suo. Perché? Nel profilo erano stati caricati due video, “torture soup” e poco tempo prima “children in my mind”. Quest’ultimo non si trova da nessun’altra parte, e la domanda sorge spontanea: come ha fatto un perfetto sconosciuto ad averlo? Le uniche opzioni sono che o il canale appartiene a qualcuno tanto vicino con i RayRay da ottenere un video inedito, o semplicemente è di Raymond. La prima opzione non regge molto però, perchè il filmato in questione sembra più simile ai video normali con i RayRay piuttosto che a "torture soup" e "freaky soup guy", quindi perché pubblicarlo? A quale scopo? Purtroppo, “Children in my mind” assieme a “Torture Soup” sono stati cancellati dal canale, rendendo il primo filmato in questione irreperibile. Ci resta solo la copertina, dove ci sono tre RayRay disegnati digitalmente e dei bambini attorno, e la descrizione leggibile tramite la Wayback Machine

Infine, un dettaglio che sembra confermare questa teoria si può trovare in questi due video sul canale MetaCafè: infatti, sia “freaky soup guy” che “torture soup” sono stati ricaricati in quel sito nel 2007. In entrambe le descrizioni possiamo notare i tag “stolen” e “babies”, che non sono presenti in nessun altro video.

Bisogna però riconoscere la piccola probabilità che i costumi siano stati effettivamente rubati e che quei filmati non siano di Persi: magari chiunque li abbia presi voleva lanciare un messaggio tramite la “videoarte”. Sì, perché penso che abbia sempre a che fare con le perfomance artistiche, sia che siano stati diretti da Persi che da altre persone. Dubito fortemente che “torture soup” e “freaky soup guy” provengano da uno snuff movie, ma sapete com’è: non si può dare nulla per scontato, e senza nessuna conferma, ogni teoria è valida.

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mercoledì 25 marzo 2020

L'abbandono dell'Inferno (Recensione "Doom" del 2005)

Quando uscì "Doom" per la prima volta nel 1993, fece molto scalpore e presto divenne uno dei giochi più importanti del genere sparatutto in prima persona. Dopo otto anni dalla pubblicazione di "Final Doom", arrivò un reboot che avrebbe ridato vita alla serie: "Doom 3", uscito nel 2004; grazie a questo nuovo capitolo, un anno dopo uscì un film ispirato a quest’ultimo e alla serie in generale, per appunto chiamato “Doom”.
La trama del film è la seguente: Otto marines spaziali vengono mandati in missione su una base scientifica che si trova su Marte, nella quale sembra essere successo qualcosa di brutto, tanto da emanare la quarantena dell’intero edificio. Quando i Marines arrivano, si ritrovano a dover aver a che fare con degli esseri mutanti pronti ad attaccarli e ad ucciderli.

Avete letto bene, i protagonisti sono ben otto, anzi nove, con l’aggiunta di una scienzata di nome Samantha Grimm, sorella di John Grimm, un Marine con il quale ha un rapporto difficile.  Quest’ultimi sono personaggi poco interessanti e agiscono in maniera insensata, o meglio, cercano di sembrare dei cosidetti “uomini alpha” mentre hanno gli ormoni a mille in qualsiasi situazione gli si trovi davanti. Un esempio è quando uno di essi, Duke, discute con Samantha di come vorrebbe andare a letto con qualcuna mentre lei è impegnata ad esaminare un corpo di un mutante. L’unica caratterizazione che hanno questi personaggi si può riassumere in un aggettivo che li descrive, tra cui "il fifone", "il leader e il depravato"... mi piacerebbe poter dire che il loro carattere va oltre questi archetipi, davvero. Questo vale per tutti tranne per John, che ha una crescita ed evoluzione nel rapporto con sua sorella Samantha che viene sviluppata fino alla fine.
Proseguendo con la sceneggiatura, non mi ha fatto nè caldo nè freddo. Certe scene mi sono sembrate troppo caotiche, e nessuna sequenza mi è rimasta impressa se non una dalla durata di appena cinque minuti, filmata in prima persona come uno shooter (chiaro riferimento al gameplay della serie), la quale non è priva di pecche essendo che, in certi tratti, risulta forzata. Nonostante questo, è stata una scena molto particolare e sicuramente punto forte del film, e non mi sarebbe dispiaciuto se anche altre parti del film fossero state girate così, soprattutto nelle scene più piatte ad esempio quella dell'esplorazione della base. 

Soltanto gli ultimi 50 minuti sono stati dinamici, poichè, nella prima parte del film, si occupano di ispezionare l’edificio, seguendo una formula ben definita: un gruppo di Marines si trova in un parte dell’edificio, c’è un jumpscare causato molte volte da animali liberi, poi un essere mutante li insegue o lotta contro di loro e alla fine, quando riescono a sfuggirgli o ad ucciderlo, la scena passa ad un altro gruppo, sempre con lo stesso schema che subisce poche variazioni.
Un’altra parte del film è quasi uno slasher, in cui i personaggi vengono uccisi uno ad uno fino a quando non comprendono la reale pericolosità dei mutanti. Nonostante non fosse molto entusiasmante, è stato un passo in avanti rispetto alla prima parte. Il film sembra voler puntare su un finale spettacolare ed epico, mostrandoci un combattimento che, invece di incuriosire e divertire lo spettatore, fa desiderare di skippare la scena, probabilmente anche a causa delle inquadrature che inadatte.

Ci sono molte differenze con la serie videoludica, tra cui il fatto che abbiano tagliato completamente l’esistenza dell’Inferno, luogo da quale provenivano i mostri nei videogiochi. E già, nel film costoro sono stati mutati grazie ad un'invenzione scientifica, che rendeva le persone morte terribili mostri. Una spiegazione che leva parte del fascino del franchise poichè rende i mostri praticamente degli zombie ed è lo stesso movente di un qualunque film basato sui morti viventi.
Se vi state chiedendo com’è andato il film quando è uscito nel 2005, basta dire che su Rotten Tomatoes ha un punteggio del 19%, e che al botteghino ha incassato circa 56 millioni di dollari su un budget di 60-70 millioni. 

Per concludere, "Doom" è un film banale che sembra perdere di vista il suo obiettivo, mettendoci troppi personaggi che potevano essere ridotti e scrivendo una trama che non intriga lo spettatore. Se siete fan di "Doom" probabilmente non vi piacerà, e se non lo siete, magari avete più possibilità di goderlo. In entrambi i casi basta pensare che è un film semplice con cui si può passare il tempo, ed in questa quarantena forse è quello che serviva...

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sabato 14 marzo 2020

I macabri segreti di Ravenhearst (Recensione "Ravenhearst Trilogy")

Nel non troppo lontano 2005, usciva il primo titolo di una serie videoludica che sarebbe divenuta molto conosciuta, chiamata Mystery Case Files. La serie sarebbe diventata tra le più conosciute del genere HOG, acronimo di Hidden Object Game (Giochi di Oggetti Nascosti), che consiste nel trovare degli oggetti in un scenario secondo una lista che appare sullo schermo. Nel  2008 in poi, la serie diventò un HOPA, acronimo di Hidden Object Puzzle Adventure (Avventura Punta e Clicca con Oggetti Nascosti), che consiste, nell’appunto, di avventure punta e clicca in prima persona con componenti tipici del genere HOG. 
Probabilmente nessuno di voi avrà mai sentito questa serie prima di adesso, infatti essa è più in voga negli Stati Uniti, tanto da ricevere ben due titoli per console durante i suoi anni di splendore: Millionheir per il Nintendo DS, e The Malgrave Incident per la Wii, rispettivamente nel 2008 e nel 2011.
Ma oggi non parleremo di tutta la serie ma ci concentremo sull’arco narrativo che la rese famosa, ossia Ravenhearst. Ma prima di iniziare, voglio precisare una cosa: mi concentrerò solo sui primi tre capitoli di Ravenhearst, poichè sono gli unici che sono stati sviluppati da Big Fish Studios, ossia i programmatori originali dell’intera serie. La serie è passata da sviluppatore in sviluppatore, e uno di loro sviluppò due capitoli finali di quest’iconica saga, ma non erano minimamente all’altezza della meraviglia dei primi tre capitoli quindi non li considero nemmeno canonici dato che, il terzo capitolo dà conclusione alla storia già di suo. Detto questo, possiamo iniziare!

Il gioco dal quale è iniziato l’arco è Ravenhearst, uscito nel 2006 e come i due giochi precedenti della serie MCF, si concentra solamente su un gameplay a base di oggetti nascosti, ma sarebbe stato il primo titolo ad avere una serie di puzzle ispirati ai macchinari di Rube Goldberg, che da quel momento in avanti avrebbe caratterizato tutti i giochi della serie.  La trama riguarda un detective che viene mandato dalla stessa regina d’Inghilterra a recuperare delle pagine di diario nel maniero Ravenhearst, nella città di Blackpool. Questo diario è stato scritto da una donna che sembra aver abitato in questa spettrale villetta, ora abbandonata. Il gioco è costituito da venti livelli, e al compimento di ognuno il giocatore riceverà una pagina del diario per ricostruire i sinistri eventi di quelle mura abbandonate. 
Il gioco è particolarmente semplice e può essere un buon passatempo se vi piacciono gli Oggetti Nascosti, ma se invece non ne siete dei fan, potrebbe stancarvi già dopo qualche livello. Nonostante il gioco sia uscito nel 2006 è invecchiato molto male: gli scenari sono fatti male, con oggetti copia-incollati sulle scene e ambienti che non sembrano nemmeno far parte della villa. Insomma, una cosa così poteva andare bene per quel tempo, ma ora non è accettabile e può risultare anche imbarazzante a causa del mancato lavoro sull’ambientazione.

Ma è nel 2007 che Ravenhearst e Mystery Case Files hanno una svolta incredibile con il sequel, intitolato Return to Ravenhearst: il primo capitolo di Mystery Case Files ad essere un'avventura in prima persona, il primo ad avere attori che interpretano personaggi, e il primo in cui la trama era più contorta e meno basata sul gameplay. Il detective torna a Ravenhearst dopo aver scoperto che la storia di Emma Ravenhearst era solo l’inizio del suo incubo, poichè scopre che esistono altre anime da liberare nel maniero, e questa volta sarebbe stato più complicato liberarle. Questa volta non esploreremo solo l’edificio abbandonato, anzi, la maggior parte del tempo la passeremo in delle costruzioni sotterranee davvero agghiaccianti e terrificanti, create con lo scopo di torturare le tre anime imprigionate. 
Il gameplay del gioco, come accennato prima, è punta e clicca con molti elementi Hidden Object, che nel primo capitolo erano al centro del gameplay. Anche in questo caso esistono molti puzzle alla Goldberg, che come in Ravenhearst, risultano interessanti e coinvolgenti. Gli scenari sono stati fatti meglio e con più cure, rendendo molto più accattivante il gioco con quelle tetre e sinistre atmosfere, che garantisco vi metterano i brividi; inoltre, le scene del gioco hanno angolature molto cinematografiche e inclinate, quasi come ad incutere la paura che un buon film dell’orrore può dare, specie con alcune scene in cui sono presenti gli attori. 

Se nel primo capitolo la presenza di Oggetti Nascosti infastidisce vista il loro essere semplici e focus dell’intero gioco, in questo secondo capitolo risulta spesso necessario fermare il gioco svariate volte perchè sono semplicemente troppi e molto difficili: quasi ogni stanza è piena di oggetti nascosti, non lasciandoti quasi il tempo di pensare al progredire. Addiritura, nella parte finale del gioco, bisogna farne ben VENTI di scene così, tutte assieme, una dietro l’altra.  L’antagonista del gioco, che non svelerò per non fare spoiler in caso lo vogliate giocare, è più presente in questo capitolo che nel primo. Le sue motivazioni sono interessanti e nonostante sia definito un “pazzo”, cosa che effettivamente è, tutte le torture e i macchinari fanno parte dello stesso desiderio che prova ognuno di noi: trovare la possibilità di essere immortali. Ci riuscirà? Questo sta a voi scoprirlo!
Passiamo al terzo ed ultimo gioco di questa trilogia, Escape from Ravenhearst, uscito nel 2011. Per la prima volta nella serie di MCF, alcuni ambienti sono in 3D, anche se l’elemento punta e clicca rimane invariato. La storia forse è quella più contorta e malata dell’intera serie: dopo che alcuni cittadini sono scomparsi dalla città di Blackpool, il Master Detective deve tornare a Ravenhearst, ormai distrutta, convinto che dietro queste sparizioni ci sia lo zampino del suo arcinemico. Ma il protagonista rimane vittima di una trappola e si ritrova in una stanza con cinque porte, e deve letteralmente ripercorrere la vita del suo nemico, dalla nascita fino alla morte in cinque edifici sotteranei, uno più orribile dell’altro. Queste strutture simboleggiano i luoghi più importanti per l’antagonista: il terrificante ospedale in cui è nato, la casa dove soffrì di vari abusi da sua madre, il gelido istituto psichiatrico, il suo inquietante matrimonio e infine, il tremendo maniero Ravenhearst. Ogni luogo presenta degli indovinelli subdoli e il protagonista sarà portato a dover compiere dei gesti che, seppur non siano effettivamente reali, lo faranno sentire inoriddito diffronte a tali scene ripugnanti.
Il gameplay rimane simile a quello del secondo gioco se non con dei miglioramenti, come la diminuzione e il cambiamento degli Oggetti Nascosti, in cui non bisogna più trovare degli oggetti su una lista ma trovare gli oggetti che cambiano forma, e sono meno presenti e più rilassanti rispetto a quelli di Return to Ravenhearst. Questa diminuzione fa sì che si ci concentri molto più a su come si deve andare avanti e a risolvere indovinelli e problematiche che a pensare continuamente a trovare degli oggetti. Anche lo scenario cambia notevolmente, con l’aggiunta di qualche scenario in 3d che rende tutto più dinamico. Escape from Ravenhearst non è solo il miglior capitolo di Ravenhearst, ma anche della serie in generale. Gameplay, trama e ambientazione non hanno particolari difetti sennò che questa volta, la presenza degli attori stonava un po’ in alcune scene, ma non è chissà che difetto. Il finale del gioco è ottimo già da sè, lasciando una piccola porticina aperta per la produzione di altri capitoli, che effettivamente sono stai prodotti, ma per i motivi elencati ad inizio post preferisco pensare che sia la fine dell’arco di Ravenhearst.
Per riassumere, i tre giochi di Ravenhearst sono molto diversi tra loro ed ognuno c’ha pregi e difetti diversi, ma è una serie che si lascia giocare e sono sicuro che la potrebbe interessarvi, grazie ai scenari da urlo che danno un senso di malinconia e disagio e alla storia terrificante e inquietante.

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