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sabato 17 settembre 2022

Breve Guida Introduttiva al Genere Slasher

SLASHER (derivato dell'inglese "to slash", "colpire con una lama affilata"), un sottogenere cinematografico dell'horror, spesso contaminato con elementi del giallo o del thriller, può essere considerato il genere da cui deriva poi l'Home Invasion.

Gli elementi principali del genere comprendono: un killer, spesso mascherato o sfigurato (seppur certe volte non sia nessuna delle due cose, come ne "La vendetta di Brian" o Angela Baker nella saga di "Sleepaway Camp") armato di un oggetto contundente e/o affilato (cosa si classifichi come tale può essere oggetto di dibattito: certo, Jason, Michael e Chucky usano classici coltelli o lame in generale, ma Pumpkinhead usa i suoi artigli, la sua coda robusta e i denti aguzzi; Freddy Krueger e il Wishmaster letteralmente qualsiasi cosa passi per la loro testa in quel momento e non necessariamente un'arma, ad esempio il personaggio di Johnny Depp nel primo "Nightmare" viene risucchiato e "frullato" dal suo letto), un gruppo di teenagers/giovani adulti (possono esservi anche adulti, come nel caso di "The Windmill", ma il genere in sè nasce per far gola agli adolescenti), luogo isolato (o comunque limitato, ad esempio Freddy non potrà uccidere qualcuno in Grecia, ma solo chi è di Elm Street; questo però non implica che il luogo del killer non possa cambiare, ad esempio Jason, se portato nello spazio, ucciderà lì, perché sarà il suo nuovo spazio circostritto) e una final girl (in certi casi i sopravvissuti possono essere più di uno, come nel caso di "Scream", o un maschio, come Tommy Jarvis della saga di "Venerdì 13").  Altri elementi tipici, ma non obbligatori, sono: nudità o sesso (anche per l'equazione sesso=morte spesso associata al genere), la presenza di un personaggio che "avverte" il gruppo di sventurati e la caratteristica peculiare che il killer sia immortale, non possa essere ucciso con modalità convenzionali o che possa resuscitare sotto determinate circostanze o, addirittura, a priori (Art the Clown di "Terrifier", Freddy Krueger, Jason Voorhees, persino Leslie Vernon di "Behind the Mask").

Il film capostipite del genere è spesso riconosciuto in "Halloween" del 1978 del regista statunitense John Carpenter. Il film segue la giovane Laurie Strode (Jamie Lee Curtis, che solo due anni dopo tornerà come final girl di "Prom Night" e "Terror Train"), una babysitter che, durante la notte di Halloween, dovrà fare i conti con l'innaturale e fredda malvagità del killer mascherato Michael Myers, braccato al contempo dal dr. Samuel Loomis (Donald Pleasence), tra un adolescente ucciso e l'altro. Nonostante ciò, ci sono alcuni precursori: tra i più vecchi troviamo "Il pensionante" di Hitchcok del '27 e "M" di Fritz Lang del '31, ma quelli più spesso riconosciuti come veri e propri precursori sono "L'occhio che uccide" di Michael Powell e "Psycho" di Alfred Hitchcock, entrambi del '60. 

Le pellicole che però, più di tutte, detteranno i caratteri dello slasher sono "Death House" del '72, prodotto dal futuro fondatore della Troma Lloyd Kaufman, "Non aprite quella porta" di Tobe Hooper del '74, "The Town That Dreaded Sundown" di Charles B. Pierce del '76 (che ispirerà pesantemente il secondo capitolo di "Venerdì 13"), e "Black Christmas" di Bob Clark dello stesso anno. Nonostante siano uscite prima dell'inizio effettivo del genere, sono retroattivamente considerabili slasher a pieno titolo, o al massimo "protoslasher". In Italia, intanto, dagli anni '60, si sviluppa il genere Giallo, che, specialmente in pellicole come "Sei donne per l'assassino" e il violentissimo "Reazione a catena" di Mario Bava del '64 e del '71 rispettivamente, "L'uccello dalle piume di cristallo" del '70 di Dario Argento, "Torso" di Sergio Martino del '73 e "Alice, Sweet Alice" di Alfred Sole del '76, ispirerà molti elementi comuni dello slasher, al punto che, in certi casi, la distinzione tra i due generi possa risultare ardua. 
Illustrazione originale di Philippe Bertrand (@bashi.buzuk)
All'indomani dei guadagni di "Halloween", numerosi cineasti, più o meno talentuosi, si sono cimentati nel creare il proprio slasher. Il più importante, sotto quest'ottica, dei primi anni, è indubbiamente "Venerdì 13" di Sean S. Cunningham. La pellicola segue un gruppo di adolescenti, compreso un giovanissimo Kevin Bacon, in un campo estivo nei pressi del Lago Crystal Lake (i campeggi diverranno una location privilegiata per il genere slasher, ripresa ad esempio da "The Burning", "Sleepaway Camp" o i più recenti "The Final Girls" e "Fear Street 1978", proprio grazie a questo film), costretti a fare i conti con un misterioso killer spietato, di cui identità rimane segreta per gran parte della durata. Solo nel finale, infatti, il killer si rivelerà essere Pamela Voorhees, madre del ben più famoso e iconico Jason, che debutterà come assassino nel secondo capitolo della saga, diretto da Steve Miner, e che indosserà la sua iconica maschera da hockey soltanto nel film ancora dopo. 

Dopo il successo iniziale tra il '78 e l'84, il periodo di boom dello Slasher tracolla ed esso stesso risulta sempre più contaminato con altri generi, specialmente per via del successo di "A Nightmare on Elm Street" di Wes Craven e del suo killer dai poteri soprannaturali, Freddy Krueger (interpretato dal leggendario Robert Englund), di cui, tema onirico, venne già trattato qualche anno prima dallo slasher arthouse "The Slayer" nel 1982 e ripreso, seppur sotto un'ottica meno paranormale, solo un anno dopo il film di Craven, anche in "Venerdì 13 Parte 5". Quando lo Slasher sembrava esser diventato un relitto del passato, un genere morente e incapace d'innovarsi da tempo, fatto solo di sequel sempre più scadenti e demenziali, se non per le occasionali perle come "Candyman" del '92 di Bernard Rose e con un iconico e magistrale Tony Todd, che però costuivano un'eccezione straordinaria più che una regola, il ritorno di Wes Craven con "New Nightmare" nel '94 e "Scream" nel '96 condusse ad un nuovo rinascimento Slasher, ora carico di elementi metanarrativi. L'intuizione di uno slasher con tale struttura e tono, però, arrivò circa 10 anni prima anche a Bill Froehlich che, nonostante non troverà mai la fama meritata, con il suo "La scuola degli orrori", influenzerà pesantemente Craven e "Scream" in particolare, compreso il design dell'iconico assassino Ghostface. Inoltre, nel 1988, anche "Sleepaway Camp 2: Unhappy Campers" di Michael A. Simpson (sequel del ben più serio e noto, ma anche tecnicamente inferiore, "Sleepaway Camp" di Robert Hiltzik del 1983), con la sua carismatica killer transessuale e dal tragico passato Angela Baker (Pamela Springsteen) precedette il capolavoro di Craven nel seminare i semi per uno slasher metanarrativo e autoreferenziale, con numerosi rimandi ai film del genere di quegli anni e inside jokes.

È proprio tra fine anni '90 e inizio 2000, che la Full Moon Features, una casa di produzione nota, principalmente, per i suoi horror scadenti, inizia a produrre numerosi titoli slasher dalla qualità varia, seppur spesso bassa, capaci, comunque, di entrare nell'immaginario degli appassionati. La casa ebbe il suo primo successo già nell'89 con "Puppet Master", seguendo il filone di slasher con bambolotti reso famoso da "La bambola assassina" di Tom Holland dell'anno prima e lanciato da Stuart Gordon (regista di "Re-Animator") nell'87 con "Dolls". A tale pellicola, seguiranno il simile "Demonic Toys" (con la quale "Puppet Master" avrà anche un crossover) e "Killjoy". Nello stesso tempo, altre pellicole minori s'inseriranno nel panorama slasher, a partire dal già citato "Pumpkinhead", arrivando allo scadente "Leprechaun", con una Jennifer Aniston all'inizio della sua carriera.
Illustrazione originale di Philippe Bertrand (@bashi.buzuk)
Gli anni 2000, però, non sono stati clementi col genere e, dopo che una carrellata di reboot e remake di saghe e titoli classici (oltre che un crossover tra i franchise di "Venerdì 13" e "Nightmare", "Freddy vs Jason") si rivelarono flop economici e di critica, lo Slasher sembrò essere morto nuovamente. Solo "Quella casa nel bosco" di Drew Goddard del 2011 e, in parte, la saga di "Hatchet" di Adam Green sembrarono avere un minimo di successo. 

Con la svolta dello streaming, però, molte saghe hanno trovato il loro posto nel piccolo schermo e altre, originali, hanno avuto inizio: la serie "Scream" debutta su MTV nel 2015, un anno dopo la segue "Slasher", prima di Chiller, poi di Netflix ed infine di Shudder, successivamente si aggiungono anche "American Horror Story 1984" nel 2019, "Chucky" nel 2021 e diverse altre. 

Il ritorno al grande schermo, invece, risulta più lento e progressivo: dopo il successo nella nicchia del film "Terrifier" del 2016, "Auguri per la tua morte" del 2017 si rivela un successo commerciale al botthegino mainstream e spinge diversi registi a provare a tornare allo slasher con un vena più comica, d'altro canto, un anno dopo, David Gordon Green riporta Michael Myers al cinema col suo "Halloween", seguendo il trend dei requel in voga e dimostrando che anche vecchie saghe possono ancora portare guadagni. Il culmine della terza rinascita dello Slasher si configura nello straordinario successo commerciale della trilogia "Fear Street" di Netflix nell'estate 2021, che conduce a "Candyman" dello stesso anno, sulla falsariga dell'"Halloween" di Green. Simultaneamente esce l'italianissimo e zoppicante "A Classic Horror Story" di Netflix, che precede di qualche mese il profittevole "Halloween Kills" dello stesso anno (seguito l'anno dopo dal meno performante "Halloween Ends"). Nel 2022, il successo commerciale e di critica di "Scream" e dell'estremo "Terrifier 2", accompagnati da diversi altri titoli, tra i quali un requel di "Non aprite quella porta" di Netflix, riportano il genere all'attenzione delle masse, consolidandone il ritorno in auge. Rilevante ricordare che il 2022 segna anche l'approdo al genere della casa indipendente A24 (che già si era fatta notare nell'horror producendo film come "The Lighthouse") con il visivamente imponente e complessivamente ottimo "X" di Ti West, il suo prequel "Pearl" e "Bodies Bodies Bodies" di Halina Reijn
Illustrazione originale di Philippe Bertrand (@bashi.buzuk)
È oggetto di dibattito se "Alien" di Ridley Scott del '79, "The Shining" di Stanley Kubrick dell'80, la saga di "Final Destination" e quella di "Unfriended" possano essere considerate slasher. I titoli elencati condividono diverse similitudini col genere, in particolar modo in "Alien" dove ogni elemento cardine può essere ritrovato, ma, per varie regioni (come nel caso di "Final Destination" e "Unfriended" in quanto il killer non è una presenza fisica) non mettono d'accordo tutta la critica e il pubblico circa la loro classificazione.

Nel mondo dei videogiochi il genere debutta con vari giochi tie-in dei titoli di punta nelle sale, come il noto ed iconico "Venerdì 13" per NES del 1989. La serie survival horror di "Clock Tower" del 1995 è considerabile il primo slasher "originale" videoludico di successo. 

Lo slasher trova finalmente il suo coronamento come un genere prolifico e di successo con l'uscita di "Dead by Daylight" del 2016, prodotto da Behaviour Studios, che crea un videogame survival horror in multiplayer dove una parte di giocatori interpreta il ruolo dei sopravvissuti in cerca di fuga da un altro giocatore, il killer, che darà loro la caccia. Il titolo, attraverso DLC, ha aggiunto inoltre varie icone dal mondo del cinema, a partire da Michael Myers, e anche di altri franchise horror slegati dallo slasher, come il Demogorgone di "Stranger Things" o Sadako di "Ring". Negli anni a seguire escono titoli con meccaniche simili, compreso il virale "Among Us" del 2020 e "Venerdì 13 - Il videogioco" qualche anno prima. 
Illustrazione originale di Philippe Bertrand (@bashi.buzuk)
Nella musica il genere viene frequentemente citato in pezzi metal e horrorcore e viene celebrato direttamente, assieme all'horror in generale, in "The Silver Scream" e "Welcome to Horror Wood - The Silver Scream 2" degli Ice Nine Kills

Il genere, seppur a un livello assai minore, si è diffuso anche nei fumetti, principalmente con titoli tie-in ai film similmente ai videogames, ma anche con titoli originali come "Harrower" di Justin Jordan della BOOM! Studios, e nella letteratura, con romanzi come "Killer River" di Cameron Robique o "Clown in a Cornfield" di Adam Cesare. Inoltre, per lo stesso discorso per cui il film di "Psycho" si può considerare un predecessore, così può fare il libro originale di Robert Bloch del '59. 

Icone del genere e rispettive saghe/film:
Leatherface, "Non aprite quella porta" (1974-2022)
Michael Myers, "Halloween" (1978-in corso)
Mary Lou Maloney, "Prom Night" (1980-2008)
Jason Voorhees, "Venerdì 13" (1980-2017)
Angela Baker, "Sleepaway Camp" (1983-2008)
Freddy Krueger, "Nightmare" (1984-2010)
Santa Claus, "Silent Night Deadly Night" (1984-2012)
Matt Cordell, "Maniac Cop" (1988-1993)
Pumpkinhead, "Pumpkinhead" (1988-2007)
Chucky e Tiffany, "La bambola assassina" (1988-in corso)
• Blade, "Puppet Master" (1989-in corso)
• Baby Oopsy Daisy, "Demonic Toys" (1992-2021)
Candyman, "Candyman" (1992-2021)
Lubdan, "Leprechaun" (1993-2018)
Ghostface, "Scream" (1996-in corso)
The Djinn, "Wishmaster" (1997-2002)
Fisherman, "So cos'hai fatto" (1997-2021)
Killjoy, "Killjoy" (2000-2019)
Tre Dita, "Wrong Turn" (2003-in corso)
Mick Taylor, "Wolf Creek" (2005-in corso)
Leslie Vernon, "Behind the Mask" (2006)
Victor Crowley, "Hatchet" (2006-2017)
Art the Clown, "Terrifier" (2008-in corso)
Babyface, "Auguri per la tua morte" (2017-2019)

Altri titoli famosi o degni di nota:
• "Reazione a catena", diretto da Mario Bava (1971)
• "Death House", diretto da Theodore Gershuny (1972)
• "Black Christmas", diretto da Bob Clark (1974)
• "Savage Weekend", diretto da David Paulsen (1976)
• "The Town That Dreaded Sundown", diretto da Charles B. Pierce (1976)
• "Tourist Trap", diretto da David Schmoeller (1979)
• "Maniac", diretto da William Lustig (1980)
• "Motel Hell", diretto da Kevin Connor (1980)
• "Terror Train", diretto da Roger Spottiswoode (1980)
• "The Burning", diretto da Tony Maylam (1981)
• "My Bloody Valentine", diretto da George Mihalka (1981)
• "The Prowler", diretto da Joseph Zito (1981)
• "The Funhouse", diretto da Tobe Hooper (1981)
• "Slumber Party Massacre", diretto da Amy Jones (1982)
• "Alone in the Dark", diretto da Jack Sholder (1982)
• "Pieces", diretto da Juan Piquer Simón (1982)
• "The Slayer", diretto da J. S. Cardone (1982)
• "April Fool's Day", diretto da Fred Walton (1986)
• "The House on Sorority Row", diretto da Mark Rosman (1983)
• "Camping del Terrore", diretto da Ruggero Deodato (1986)
• "Jolly Killer", diretto da Peter Litten e Mark Ezra (1986)
• "Dolls", diretto da Stuart Gordon (1987)
• "La scuola degli orrori", diretto da Bill Froehlich (1987)
• "Deliria", diretto da Michele Soavi (1987)
• "Intruder", diretto da Scott Spiegel (1989)
• "Urban Legend", diretto da Jamie Blanks (1998)
• "Severance", diretto da Cristopher Smith (2006)
• "Quella casa nel bosco", diretto da Drew Goddard (2011)
• "Smiley", diretto da Michael J. Gallagher (2012)
• "Cat Sick Blues", diretto da Dave Jackson (2015)
• "The Final Girls", diretto da Todd Strauss-Schulson (2016)
• "Haunt", diretto da Scott Beck e Bryan Woods (2019)
• La trilogia di "Fear Street", diretta da Leigh Janiak (2021)
• "A Classic Horror Story", diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli (2021)
• "Benny Loves You", diretto da Karl Holt (2021)
• "X - A Sexy Horror Story", diretto sa Ti West (2022)
• "Bodies Bodies Bodies", diretto da Halina Reijn (2022)
• "Pearl", diretto da Ti West (2022)

Serie famose:
• "Harper's Island", CBS (2009)
• "Scream", MTV (2015-2019)
• "Scream Queens", Fox (2015-2016)
• "Slasher", Chiller, Netflix, Shudder (2016-in corso)
• "Dead of Summer", Freeform (2016)
• "American Horror Story: 1984", FX (2019)
• "Chucky", Syfy (2021-in corso)
• "So cosa hai fatto", Amazon Prime Video (2021)

Videogiochi famosi:
• "Non aprite quella porta" per Atari 2600 (1982)
• "Halloween" per Atari 2600 (1983)
• "Nightmare" per NES (1989)
• "Venerdì 13" per NES (1989)
• "Night Trap" (1992)
• La saga di "Clock Tower" (1995-2016)
• "Illbleed" (2001)
• "Outlast" (2013)
• "Until Dawn" (2015)
• "Slayaway Camp" (2016)
• "Dead by Daylight" (2016)
• "Deceit" (2017)
• "Venerdì 13 - Il Videogioco" (2017)
• "Remothered: Tormented Fathers" (2018)
• "Among Us" (2020)
• "The Texas Chain Saw Massacre" (2023)

ARTICOLO DI
ILLUSTRAZIONI ORIGINALI DI
COPERTINA DI


REVISIONE DI
GIULIA ULIVUCCI

mercoledì 30 ottobre 2019

Nessuno potrà salvarti dal Pumpkinhead (Recensione "Pumpkinhead" e "Pumpkinhead 2: Blood Wings")

"State lontani da Pumpkinhead
a meno che non siate stanchi di vivere;
i suoi nemici sono per lo più morti,
lui è severo e non perdona.
Ridi di lui e sarai distrutto
ma in qualche modo terribile:
la Vendetta, la considera divertente,
e la progetta con passione;
Il tempo non cancellerà o offuscherà
un complotto che lui ha tramato,
È quando pensi che lui abbia dimenticato,
lui evocherà la tua rovina.
Porte chiuse e finestre sbarrate,
Cani da guardia che si aggirano nel cortile,
non possono proteggerti nel tuo letto,
nulla può farlo, da Pumpkinhead."
(Ed Justin, Pumpkinhead)

Siamo nel 1988, un periodo storico abbastanza scialbo per il genere semimorente degli slasher che aveva aggiunto il proprio apice nel 1984 con "Nightmare" di Wes Craven, ben lontano dalla rinascita che avrebbe vissuto proprio grazie allo stesso regista nel 1996 con "Scream", eppure, probabilmente proprio per questa "crisi del settore", molti registi videro la propria occasione per cambiare le carte in tavola e creare film slasher atipici, non più costretti a seguire il filone dei campi estivi e del killer mascherato, avendo ora un intero immaginario fantasy, di porte furono aperte dall'assassino onirico di Elm Street, da implementare: chi aveva abbastanza immaginazione poteva trasporre su pellicola qualsiasi cosa.

Il regista che decise in quell'anno di cambiare le carte in tavola fu Stan Winston, truccatore ed effettista statunitense, classe 1946, candidato per la prima volta al premio Oscar nel 1982 per "Heartbeeps", senza riuscire ad aggiudicarselo. Riuscirà a rifarsi per ben quattro volte vincendolo nel 1987, 1992 (sia per miglior trucco che per migliori effetti speciali) e nel 1994. "Aliens - Scontro finale" del 1986 fu il primo dei film che gli garantirono tale onoreficenza e quindi appare abbastanza palese perché, quando si ritroverà a creare un'icona slasher, Stan deciderà di basarsi sull'immagine dello xenomorfo che H. R. Giger aveva ideato.
Il mostro in questione è Pumpkinhead, un demone risvegliato da una fattucchiera in una sperduta palude del sud degli Stati Uniti d'America, un vero e proprio angelo di morte che ha come solo scopo uccidere. Esso però non lo fa arbitrariamente: ogni volta che viene risvegliato, infatti, viene fatto per una vendetta personale ed il demone non si fermerà finché "giustizia non sarà fatta". Un'inesorabile macchina mortale senza alcuna morale o debolezze, con l'eccezione, nemmeno più di tanto in realtà, dei crocifissi.

Nel primo film della saga è Henry (Lance Henriksen) ad evocare il demone a seguito dell'accidentale morte del figlioletto a causa di un gruppetto di adolescenti sgavezzacollo. La maledizione del Pumpkinhead, peró, arriverà ben più funesta del previsto ed il senso di colpa distruggerà l'uomo che tenterà ad ogni costo di fermare il male che lui stesso ha accettato di evocare e di scagliare contro il mondo. Una pellicola delineata da una fotografia cupa e sporca, con un ritmo serrato ed un senso di ansia crescente, una costante pressione viene, infatti, riversata sullo spettatore che si sente lui stesso braccato dal magnifico Pumpkinhead, un mostro maestoso realizzato in maniera impeccabile per l'epoca.
Un revenge movie a tinte demoniache vestito da uno sporco e tragico slasher narrato sottoforma di una fiaba nera arricchita da un immaginario gotico adattato ai piccoli paesi rurali del Sud, tra campi, allevamenti e rozzi agricoltori timorati di Dio (e del Pumpkinhead). Un horror spesso sottovalutato nonostante i suoi pregi e la sua atmosfera disturbante e oscura.

Atmosfera del tutto snaturata a partire dal primo sequel, "Blood Wings".

Jeff Burr sembra non avesse la minima idea di cosa trattasse il primo "Pumpkinhead" nel momento in cui ha approcciato il progetto di un suo sequel, "Blood Wings", uno slasher molto più tradizionale che vede l'abbandono dei campi isolati e rurali statunitensi per una più comune piccola città generica, una di quelle che ci aspetterebbe di vedere in "Piccoli Brividi" per intenderci. Tutto l'immaginario esoterico viene annullato con l'ennesima storia di un freak che viene ucciso e che torna tot anni dopo in cerca di vendetta.
Anche gli effetti speciali non reggono il paragone con il primo capitolo, pur restando degni di nota, eppure, nel complesso, il film ha qualcosa che gli permette di reggersi in piedi da solo. Forse non per lo sceriffo interpretato da Andrew Robinson (il padre di Kirsty in "Hellraiser") che sembra sempre sul punto di rivelarsi un maniaco assassino scappato da un qualche manicomio rubando l'identità di uno sventurato qualsiasi, ma perché, nella sua semplicità, il film crea un piccolo giallo non troppo misterioso, ma comunque accattivante che terrà attaccato lo spettatore allo schermo, per non parlare delle eccezionali ed esagerate scene splatter.

In sostanza, il Pumpkinhead, è un'icona perduta dello slasher, bistrattata specialmente qui in Italia dove i primi due capitoli restano inediti, anche se, in questo contesto di Rinascimento della distribuzione dell'horror in Italia, con aziende come Midnight Factory, Home Movies e Tetrovideo, le speranze non sono ancora del tutto perdute.

Articolo di Robb P. Lestinci

giovedì 9 luglio 2020

Ghostface nel... piccolo schermo! (Recensione "Scream: The TV Series")

Ogni fan del cinema horror ha visto, o almeno, sentito parlare dell’iconico Scream (1996) diretto da Wes Craven. Questo film riportò in vita il genere slasher da quella che ormai era un'inarrestabile fase di decadenza, ma oggi non sono qui a parlare di questa famosa serie cinematografica, ma bensì del suo adattamento televisivo, Scream: The TV Series, uscito nel 2015.

La serie, trasmessa inizialmente da MTV e poi da VH1 nella terza stagione, vede concentrare le prime due su Emma Duvall e i suoi amici, dei comuni liceali della città di Lakewood, le cui vite vengono minacciate da un serial killer che indossa la stessa maschera chirurgica di Brandon James, un ragazzo con una deformità facciale che anni prima commise un massacro. Emma si trova ad essere il diretto contatto del nuovo killer, che vuole farle scoprire oscure verità sulla sua famiglia e sulla gente che la circonda.
Svariati sono i riferimenti e gli omaggi a Scream. Ad esempio, la prima scena della serie vede una ragazza, Nina Patterson, da sola nella sua villetta; La giovane è intenta a farsi un bagno mentre riceve messaggi dal suo ragazzo, Tyler, che sembra essere entrato dentro la proprietà e che abbia voglia di "giocare" con lei, solo per scoprire che la persona con cui stava chattando è in verità un killer. Famigliare? Un chiaro omaggio alla prima scena di Scream, in cui Casey Becker, sola a casa, riceve una telefonata da un individuo che poco dopo ucciderà il suo ragazzo. Anche i personaggi prendono spunto da quelli della serie cinematografica: Emma Duvall come Sydney Prescott, Audrey Jensen come Kirby Reed, Piper Shaw come Gale Weathers, e soprattutto, Noah Foster, l’esperto di film horror che conosce già le regole per riuscire a sopravvivere in un slasher, che ricorda molto il personaggio di Randy Meeks. La seconda stagione in particolare è piena di riferimenti ad altri thriller ed horror, partendo già dai titoli degli episodi che richiamano film come Psycho, Jeepers Creepers, I Know What You Did Last Summer e molti altri, con alcuni riferimenti all'interno delle puntate.
Purtroppo, queste due stagioni non sono riuscite a convincermi a pieno. Iniziamo dal fatto che la serie non cattura la stessa atmosfera di Scream, sembra completamente uno slasher a parte che si ispira solo vagamente all’opera di Craven, prediligendo toni più seri e cupi rispetto ad un horror con tinte black comedy, pur rimanendo nell'ambito del teen-drama, componente importante quanto quella dell'orrore, anche se forse fin troppo presente considerando che il prodotto originale si concentrava maggiormente sullo slasher.  Nemmeno l'assenza dell’iconica maschera e del personaggio di Ghostface non aiuta la situazione.

Se la prima stagione era più dinamica, la seconda, forse per via di un numero di episodi leggermente più alto, parte con una notevole lentezza e contiene svariati momenti discutibili e talvolta anche trash, come l’uccisione di un personaggio, il quale prima viene brutalmente attaccato, poi viene trasportato in un altro luogo dove viene accoltellato e infine, in una casa, dove non muore dalle svariate e profonde ferite inflitte nell’arco di svariate ore ma… bruciato vivo in un incendio.
Alcuni personaggi nel corso della serie sono migliorati mentre altri sono peggiorati. Noah Foster è uno dei pochi che mi è piaciuto dall'inizio alla fine, divenendo il mio personaggio preferito assieme a Brooke Maddox, la quale ha avuto il miglior character development, anche se in certe scene era un po' irritante. La protagonista invece, Emma Duvall, è un personaggio senza molta sostanza, molto piatto ed indifferente. Audrey Jensen, che era partita come un ottimo personaggio, piano piano è diventata davvero stancante ed insopportabile, assieme a Kieran Wilcrox che è calato molto di qualità.

Al termine della seconda stagione, uscirono due episodi speciali per Halloween che, a parer mio, sono stati talmente insensati da renderli i più brutti dell’intera serie. I nostri protagonisti vanno su un’isola per fare delle ricerche su una leggenda locale, solo per venire tormentati da un altro killer di cui il movente è a dir poco ridicolo. Questi due episodi speciali danno poco alla trama generale, preferendo concentrarsi su un assassino casuale rispetto al serial killer che doveva essere l'antagonista della terza stagione, che purtroppo, non apparirà e che non sapremo mai chi possa essere poiché la serie ha subito un reboot, facendola diventare una serie antologica con una nuova trama, nuovi personaggi e… nuove regole, abbandonando le disavventure dei ragazzi di Lakewood, con un mistero lasciato irrisolto.
Questa stagione stand-alone, chiamata anche col nome di Scream: Resurrection, segue le vicende di Deion Elliot, un promettente giocatore di football di Atlanta, scosso dai propri fantasmi del passato; quando però un serial killer, Ghostface, minaccia la sua e le vite dei suoi amici, dovrà affrontarli e riuscire a capire chi possa celarsi dietro la maschera – prima che sia troppo tardi.

Partiamo col dire che se nelle prime due stagioni c’erano quasi esclusivamente personaggi bianchi, in questa troviamo maggiormente ragazzi neri, puntando a un cast più inclusivo, cosa che ho apprezzato molto. In questa stagione, inoltre, torna Ghostface assieme alla sua maschera.

Il nuovo arco omaggia svariate volte il genere slasher, in particolar modo ai loro personaggi: nel primo episodio, intitolato The Deadfast Club (chiaro riferimento al cult The Breakfast Club), i nostri protagonisti realizzano che rappresentano i tipici personaggi slasher, di cui la maggior parte non riescono a sopravvivere fino alla fine del film, quindi dovranno stare molto attenti a non farsi uccidere e per questo, Beth, la ragazza goth amante degli horror, dà consigli e insegnamenti per sopravvivere, simili a quelli di Randy Meeks: non dire mai “torno subito!” e non andare mai da solo sono alcuni degli esempi.
Deion (Jaden Robinson) e Jay Elliot (Tyga)
Mi sono piaciuti tutti i personaggi, molto più interessanti rispetto a quelli di Lakewood; in particolar modo Kym, interpretata da Keke Palmer, (la quale assomiglia molto al personaggio di Maureen Evans di Scream 2), poiché nel corso della stagione cerca di raggirare  le regole degli horror in modo da arrivare al killer. Allo stesso livello di Kym c'è Beth, che personalmente ho adorato dall'inizio fino alla fine! Il personaggio più sottotono forse è lo stesso Deion, il protagonista, ma di certo non ai livelli di Emma Duvall. Altri personaggi come Manny e Amir sono stati ottimi, anche Liv non è stata niente male ma il suo personaggio certe volte era stuffante. Ogni personaggio aveva il suo perchè e sono stati tutti intriganti e avvincenti.

Seppur i toni cupi prevalgono ancora in questa stagione, non mancano parti in stile black-comedy che richiamano Scream, grazie anche all'aiuto delle simpatiche interazioni tra i personaggi, soprattutto con quello di Kym che con le sue battute regala davvero delle perle. Questa stagione è riuscita a dimostrare che pur mantenendo una certa originalità, si riesce a non distaccarsi eccessivamente dal prodotto originale. Dato che Scream: Ressurection dura solo sei episodi, si mantiene concentrato di più sull’elemento horror rispetto al teen-drama, cosa che ho davvero apprezzato. Anche i colpi di scena e la rivelazione del killer sono stati ottimi,  così come lo scontro finale.
Insomma, dopo due stagioni sufficientemente buone che seppur intrattenenti, non sono riuscite a cogliere nel segno, la terza è un piccolo gioiellino che porta dignitosamente il nome di Scream!

ARTICOLO DI 

venerdì 26 luglio 2019

L'incubo prima di Nightmare (Recensione "The Slayer")

9 novembre 1984, nelle sale americane esce uno dei film horror più importanti della storia che segnerà la fine di uno dei più importanti periodi per il cinema si genere, la Golden Age dello Slasher. Con questo film, nell'immaginario collettivo, s'imprime indelebilmente la figura di Freddy Krueger, un assassino che opera nei sogni. Ma prima di allora l'argomento di incubi che hanno ripercussioni nella realtà era già stato trattato ed è ciò di cui parleremo oggi: L'incubo prima di Nightmare.

Siamo nel 1981, in un negozio di liquori a Los Angeles l'aspirante regista e scrittore J.S. Cardone viene illuminato da un'idea per un film horror. Un'idea certamente inusuale, ma originale, che viene proposta al produttore William R. Ewing che rimane entusiasta da essa.

Poco tempo dopo Cardone si ritrova tra le mani un budget di $750,000 da parte della Internation Picture Company di Atlanta, un budget che, per quanto possa sicuramente risultare irrisorio adesso, era sicuramente maggiore a quello di molte altre pellicole del suo genere dell'epoca. Il film, infatti, è uno Slasher ed il suo titolo é "The Slayer".
Tybee Island, a est di Savannah, Georgia, è il luogo che accoglie le riprese del film nelle settimane succesive. Ambientazione perfetta per la storia che Cadone ha intenzione di raccontare.

Essa ruota attorno Kay (Sarah Kendall) e suo marito David (Alan McRae) in visita in un'isola isolata assieme al fratello della donna ed a sua moglie per passare del tempo spensierato assieme a del buon vino. Il luogo in cui sono ricorda però a Kay qualcosa, i misteriosi sogni di quando era piccola, sogni che l'avevano turbata ed accompagnata per tutta la vita.
Tutto ciò che i personaggi dicono non è a caso e ogni cosa funge da premonizione (o "foreshadowing") di eventi successivi della pellicola. Il concetto viene portato ai suoi estremi quando Kay inizia a sognare gli omicidi mentre accadono, come se potesse vederli, pur non potendo farci nulla.

Se il finale di "Sleepaway Camp" (altra pellicola che esamineremo prossimamente) è rimasto nella storia per via del suo impatto shockante, quello di "The Slayer" per il suo essere criptico. A metà tra slasher e arthouse, la pellicola ha ricevuto le più disparate interpretazioni sul finale, in particolare ve ne sono tre che sembrano essere più plausibili.
Oltre la storia e l'ambientazione misteriosa, uno dei punti forte del film sta negli effetti speciali più che superbi che vennero lodati molto dalla critica del tempo. I critici (David Kerekes e David Slater in particolar modo) tennero anche ad evidenziare la forte ispirazione dall'Espressionismo Tedesco che pervade tutto il primo atto del film considerato superiore, da un punto di vista tecnico, al secondo.

John Wiley Martin, storico cinematografico, lo definisse un ottimo esercizio di stile che mostra l'auto alienamento di una giovane donna, tema centrale della pellicola è infatti Kay e come la sua psiche deteriori nel corso del film a causa degli eventi a cui assiste impotente.
Insomma, uno slasher sicuramente più sofisticato dei suoi predecessori, ed anche dei suoi successori, che pose le basi per ciò che sarà "Nightmare" di Wes Craven. Non è un segreto che quest'ultimo usasse molto ispirarsi a film slasher indipendenti e di nicchia per le sue creazioni, mettendoci poi la sua impronta distinguibile ed il suo approccio unico,  ampliando, nel caso di "Nightmare", il tema del sogno verso nuovi, terrificanti, livelli.

Almeno prima dei sequel...
Freddy Krueger (Robert Englund) in "A Nightmare on Elm Street 4: The Dream Master"

Articolo di Robb P. Lestinci

mercoledì 23 ottobre 2019

Prototipi di morte (Recensione "Savage Weekend")

Quando parliamo di slasher  parliamo probabilmente del sottogenere horror di maggior successo.

Sono innumerevoli i film di questo filone usciti tra gli anni 70 e 80,  figli del successo degli immortali “Halloween” e “Venerdì 13”, che sono andati a porre i principi e le caratteristiche fondamentali di questa particolare categoria. Possiamo dire che, in realtà, lo slasher non è altroi che il risultato dell'influenza “new-hollywoodiana” sul genere horror. Michel Myers, Leatherface, Jason Voohrees, et similia, infatti, non sono altro che una rivisitazione dei classici “mostri” dell'epoca “Golden age”, capitanati dagli immortali Dracula, la Mummia, Frankenstein e l'Uomo Lupo. 
Una rivisitazione più realistica e spietata, che unisce all'aura misteriosa di queste creature classiche, la violenza e la crudeltà dell'atto di “uccidere” in sé. L'omicidio nello slasher è il vero protagonista, questa volta propriamente messo in scena in tutta la sua crudezza sanguinolenta e non più un elemento destinato al “fuori campo”. Sebbene la nascita di questi specifici film dell'orrore venga fatta risalire ufficialmente al 1978 con “Halloween”, c'è chi, qualche anno prima, aveva già tentato di mettere in scena pellicole incentrate sulla serialità omicida di qualche killer misterioso e sconosciuto, spesso mascherato. Film, questi, assolutamente “underground” e destinati principalmente ai cinema drive-in e grindhouse, diventati cult veri e propri soltanto molti anni dopo, quando ormai il genere era più che assodato.

E molto probabile che diversi cittadini di alcune periferie statunitensi, annoiati delle solite e monotone routine, si siano imbattuti in film del calibro di “Drive-in Massacre”,  “Death House” (qui già recensito dal nostro buon Roberto), “Black Christmas”, o “Savage Weekend”. Quest'ultima pellicola, diretta da David Paulsen nel 1976 (che negli 80s diventerà piuttosto popolare in quanto produttore di soap operas di successo come “Dallas” e “Dinasty”), rappresenta un bell'esempio di “proto-slasher” e di come questi film siano serviti ad affinare tutte quegli aspetti che verranno affinati negli anni a venire. 
Gli avvenimenti sono quelli tipici del filone: un gruppo di amici decide di concedersi un weekend in campagna, distaccandosi dall'asfissiante monotonia della vita cittadina. Fra questi c'è Marie (Marylin Hamlin), divorziata da Greg (Jeffrey Pomerantz), un funzionario politico appena inciampato in uno scomodo scandalo. Tutto sembra andare bene per i villeggianti, quando improvvisamente, uno dopo l'altro, iniziano a morire per mano di un misterioso folle mascherato...

Il film si apre subito con il guardiano dello stabilimento, Otis (interpretato da William Sanderson, famoso per il ruolo di Sebastian nel capolavoro di Ridley Scott, “Blade Runner”) impugnare un motosega e apperentemente commettere un omicidio. Un trovata questa che si rivelerà di fondamentale importanza man mano che il film prosegue sui suoi binari, binari che portano il film persino sul territorio del “giallo”, dove il regista gioca sul far credere allo spettatore che l'assassino sia uno rispetto che l'altro. Una lodevole scelta che, sebbene telefonata, testimonia come anche nel cinema d'explotation si tenda, spesso, a cercare qualcosa di diverso, pure con budget irrisori ed un comparto artistico di terza, o anche quarta scelta. 
Paulsen, inoltre, non vuole che i suoi personaggi siano semplice carne da macello, ma tende a donargli un loro personale spessore, una caratterizzazione che questi utilizza anche come critica all'odio che in quel periodo si aveva sulle minoranze. Non è un caso, quindi, che tra i protagonisti troviamo il politico corrotto, il giovane omosessuale preso di mira dai motociclisti, il ragazzo non propriamente “normale”, discriminato e considerato il primo colpevole per gli omicidi commessi (un a caratteristica presente anche in “Drive-in Massacre” di Stu Segall), tutti aspetti questi che rischiano di perdere efficacia a fronte di una recitazione non sempre ottimale, ma riescono comunque a colpire lo spettatore meno superficiale. Nel suo lato più “diretto”, come ogni film horror underground che si rispetti, la pellicola funziona ed intrattiene, con delle scelte azzeccate ed una buona costruzione della suspense nei momenti in cui il nostro assassino decide di porre fine alla vita delle sue vittime, con soggettive, “mirror shots” e sequenze dal montaggio frenetico, che si sposano a delle scene gore visivamente ben realizzate. 

Cromaticamente, ovviamente, si tende ad incentivare la sporcizia dell'ambientazione campagnola, con una fotografia che predilige il grigio della polvere ed il marrone del fango, dando allo spettatore una sensazione quasi di disgusto che esalta anche quell'aspetto di critica sociale accennato prima. 
Un film questo “Savage Weekend” che rappresenta un tassello fondamentale per lo sviluppo dello slasher come lo conosciamo oggi, anche se in qualche punto è possibile notare qualche ingenuità di scrittura, con una presenza di scene più o meno comiche che vanno a stonare con quell'atmosfera sinistra e sudicia che il film mantiene per tutti i suoi 88 minuti. 


giovedì 31 ottobre 2019

La notte in cui Lui tornerà

"L'ho incontrato quindici anni fa, era come svuotato; non capiva, non aveva coscienza, non sentiva, anche nel senso più rudimentale, né gioia, né dolore, né male, né bene, né caldo, né freddo. Spaventoso. Un ragazzo di sei anni con una faccia atona, bianca, completamente spenta; e gli occhi neri... gli occhi del Diavolo. Per otto anni ho tentato di riportarlo a noi, ma poi per altri sette l'ho tenuto chiuso, nascosto, perché mi sono reso conto con orrore che dietro quegli occhi viveva e cresceva... il male."
1978, l'anno in cui Lui tornó, l'anno nel quale uscì nelle sale il film horror più influente degli ultimi 50 anni di cinema, il grande capolavoro che consacró colui che ora viene annoverato tra i più grandi maestri mondiali del cinema horror, "Halloween, la notte delle streghe", capostipite di quello che sarebbe stato uno dei sottogeneri portanti dell'horror contemporaneo, lo slasher. Un film capace di creare un nuovo modello da seguire per tutti i cineasti successivi, una pietra miliare che abbandonava gli spauracchi paranormali che abitavano gli incubi di inizio secolo, presi in prestito dalle grande opere letterarie dell'800, a favore di un terrore più concreto, una paura che si adattava alla mente razionale e cittadina del ventesimo secolo e che continua ad essere attuale, un male che non necessita di qualcosa di ultraterreno per sfogarsi, così spaventosa a causa della sua concretezza, un semplice uomo, una persona in carne ed ossa, malvagia non per una qualche possessione diabolica o maledizione, ma perché il male è nella sua indole. Lui stesso è Il male. La più grande paura dell'uomo diviene così l'uomo stesso, un mostro che ogni giorno s'incontra ignari del pericolo che comporta. Un mostro che potrebbe nascondersi ovunque, anche nei sobborghi più tranquilli.
Illustrazione di Cristiano Baricelli

PRODUZIONE
''Volevo una città del Midwest, una di quelle che sembrano addormentate,'' ha spiegato Hill in un'intervista a Consequence of Sound. "L'idea di alzare il velo e vedere cosa vi si trovasse sotto mi intrigava. Ciò che trovo interessante negli horror è che sono ambientati in cittadine dove non hanno gran forze di polizia. [Ride.] Ambienti la storia in una cittadina addormentata, case bellissime, alberi belli pieni, sembra sicuro. Pensi che non possa esserci nulla di male e non potresti sbagliarti di più. Ogni città ha un segreto, ogni città ha quella storia di quando è successo qualcosa di orribile. Ciò che mi ha ispirato è stato Rear Window, dove alzi il velo e trovi un picco dentro ogni appartamento. L'idea di alzare il velo e vedere ciò che nasconde mi ha sempre intrigato.''

Nei film slasher è consuetudine che l'antagonista sia caratterizzato da alcuni elementi peculiari, oggetti per nascondere la propria identità, come nel nostro caso: Il male che risponde al nome di Michael Myers è diventato iconico soprattutto per la sua bizzarra maschera: un volto apatico, bianco e del tutto impersonale (così come l'assassino che la indossa, d'altronde). Una maschera blanda che nella sua semplicità disarmante, invece, risulta tremendamentee efficace e si fa portatrice dell'aura negativa, dell'aura oscura che Myers -"L'Uomo Nero"-, si porta con sè. 
A questo punto sarebbe lecito domandarsi da cosa derivi quest'immagine così evocativa, così conturbante, ed è proprio questo il bello della genuinità del film di Carpenter: non deriva da niente, era una semplice maschera da due soldi. Infatti il budget a disposizione di Carpenter e della produttrice Debra Hill, ai tempi del primo "Halloween", andava dai soli 300'000 ai 325'000 $ (tanto che lo stuntman che interpretò Michael, Nick Castle, veniva pagato 20$ al giorno!).

LA MASCHERA
Per questi limiti non fu possibile far realizzare una maschera originale e quindi, stando a quantoè stato dichiarato dal regista all'Hollywood Reporter: "Abbiamo dovuto prendere una scelta, perché non avevamo abbastanza soldi per far realizzare una maschera, quindi il direttore artistico andò al Bert Wheeler's Magic Shop sull'Hollywood Boulevard, che era proprio di fronte ai nostri uffici, e prese due maschere. Una era una mascherada clown, l'altra una maschera del Capitano Kirk ("Stark Trek"). Non assomigliava affatto a William Shatner. Era solo una maschera strana, e per noi era perfetta. Così l'abbiamo dipinta,abbiamo modificato gli occhi e fatto un paio di accorgimenti ai capelli, ed era pronta".
Affascinante pensare come una delle immagini più caratteristiche del cinema horror, non sia altro che una maschera da 1.98$ colorata di bianco: un lampo di genio che avrebbe ripagato. ''John  era un po' avanti per i suoi tempi,'' dice Tommy Lee Wallace, che ha montato Halloween e ha lavorato con Carpenter in gran parte dei suoi film. ''La sfida è il branding ora, e penso che John abbia lavorato duramente per distinguersi e creare un brand tutto suo.'' realizzando quella che, tutt'oggi, è una delle icone del genere più riconoscibili ed amate.

LA COLONNA SONORA
Anche la soundtrack, targata John Carpenter è sicuramente una delle più iconiche nel cinema horror ed è senza dubbio una delle ragioni principali dello straordinario successo del film. Il tema principale è la sintesi perfetta di tutti i punti forti della colonna sonora: con sole tre note  in minore il pianoforte riesce a creare un motivo orecchiabile, che, fin dai primi secondi, riesce a risultare incredibilmente inquietante, effetto aumentato anche dal variare continuo della tonalità, che da Fa diesis minore scende fino a Si maggiore; il basso agisce in maniera speculare contrastando il ritmo veloce e le note delicate del pianoforte con i suoi suoni forti e prolungati; questa antitesi musicale è ulteriormente arricchita da un penetrante suono a intermittenza che contribuisce all'atmosfera di suspense e ansia creata dal brano.

ISPIRAZIONI E PRECURSORI
John Carpenter peró non crea il suo capolavoro dal nulla e ha comunque dei predecessori: abbiamo già parlato in precedenza, infatti, di film che hanno dettato gli stilemi base del genere slasher (qui la recensione di "Savage Weekend"), e di come questi siano serviti al maestro John Carpenter per girare il suo "Halloween" e creare il suo Michael Myers. Curioso come, tra questi film pre-slasher, ci siano anche pellicole italiane che hanno avuto un'importanza fondamentale per lo sviluppo dei "film sui serial killer".

Il nostro Mario Bava nel 1971 gira il celebre "Reazione a catena", un film figlio del filone giallo thriller che si stava sviluppando dopo il grande successo de "L'uccello dalle piume di cristallo" di Argento, che presenta un'attenzione particolare all'efferatezza degli omicidi, non distaccandosi, tuttavia, da un intreccio puramente "mistery" tipico del giallo. L'attenzione dello spettatore, infatti, è ancora rivolta a voler scoprire chi sia l'assassino, una cosa che nei film puramente slasher (e anche per questo motivo Halloween ne il capostipite) è quasi sempre assente. Dall'altro lato, però, è evidenziabile una sorta di meccanismo che tende a dirigersi verso il "body-count" che sarà, poi, il fulcro dei film del genere post-Halloween. È da ricordare, inoltre, l'omaggio che Steve Miner fa al regista romano nel suo "Venerdì 13 - Parte II", nella scena in cui i due amanti vengono trafitti da una lancia, mentre si trovano assieme sul letto.
Se poi vogliamo andare ancora più indietro, sempre all'interno dei confini dello Stivale, possiamo trovare delle anticipazioni a questa tipologia di pellicole in un film di un filone che apparentemente non ha nulla a che vedere col thriller, né tantomeno con l'horror: lo Spaghetti Western.

Nel 1968 Sergio Garrone gira "Django il bastardo", con protagonista Anthony Steffen. Un film, questo, molto sui generis rispetto ai canoni tipici del western all'italiana, in quanto ci troviamo di fronte ad una pellicola dall'atmosfera profondamente sovrannaturale e gotica, nella quale il protagonista si muove furtivo uccidendo in svariati modi, guidato da una profonda sete di vendetta. Ovviamente il filo che colloga questo film agli slasher è estremamente sottile, anche se, in effetti, è riscontrabile un meccanismo, forse messo in scena in maniera molto incidentale e ancora in una fase profondamente embrionale.
Ma non sono certo finite le ispirazioni di Carpenter: ''Ho sempre ammirato le scene in cui la camera da presa fa lunghi movimenti all'inizio dei film,'' dice il maestro. ''Mi viene subito in mente "Touch of Evil", e ce n'è una anche nell'originale "Scarface". Una mia conoscenza ha girato un corto tutto in un ciak, ed è stato un modo molto avvincente di muovere la camera all'interno di un ambiente.'' 
Tra queste ispirazioni appare, inoltre, arduo con citare lo "Psycho" di Alfred Hitchcock (che, secondo alcune fantasiose teorie è collegato alla pellicola di Carpenter tramite il dr. Samuel Loomis che sarebbe lo stesso Sam Loomis che affrontò Norman Bates) e "The Texas Chainsaw Massacre" di Tobe Hooper, dove gli elementi di killer mascherato e di final girl debuttarono.

Da ricordare anche la forte valenza della primissima scena del film, in prima persona (POV), tecnica lanciata da Robert Montgomery nel suo "Una donna nel lago" del 1947, dove noi spettatori viviamo in prima persona la notte in cui tutto ebbe inizio, la notte nella quale il piccolo Michael Myers uccise sua sorella ed il suo ragazzo a sangue freddo con la maschera da clown prima citata nell'intervista della Hill. Seguendo le vicende dagli "occhi del Diavolo" ci sentiamo artefici delle sue gesta, complici involontari che non possono far altro che osservare con orrore ció che accade, diveniamo protagonisti di quella notte, colpevoli di quegli omicidi, in un certo, ci ritroviamo ad essere noi stessi "L'ombra della strega".

ANALISI
L'unico personaggio che sembra poter qualcosa contro un mostro senza morale e senza scopo, mosso solo dalla sua stessa malvagità, sembra essere la povera Laurie Strode, vittima designata del killer, ed interpretata da una giovanissima Jamie Lee Curtis, figlia della Janet Leigh di "Psycho", lanciata proprio da questa pellicola e scelta per volontà della produttrice Debrah Hill nonostante nei piani di Carpenter, inizialmente, il ruolo sarebbe dovuto spettare alla diciannovenne Anne Lockhart. L'esser pura di Laurie, a differenza delle altre vittime, ha generato una teoria comune che, nel film, Michael uccidesse chi facesse sesso, come se fosse una sorta di esecutore che si basava sulla base dei peccati carnali, un "giustiziere della rettitudine morale", dopotutto anche il suo primo omicidio avviene a seguito di sesso prematrimoniale, quello della sorella e del suo fidanzato, quasi a raffazzonare l'idea che sia quello che lo spinge a compiere quelle gesta disumani.

Pauline Kael, una critica, a riguardo, ha scritto che il killer ''non ha alcun problema a scegliere il primo adolescente che cazzeggia in giro; solo Laurie ha la forza verginale di difendersi.'', ma, Debrah Hill, risponde: "Non è mai stata una decisione cosciente. Le persone che l'hanno detto nelle interviste gli hanno applicato la loro morale personale. Pensavo fossero ridicolosamente introspettivi su un film che non era stato creato per fare dichiarazioni sociali.'' Il danno, peró, era fatto e la correlazione sesso=morte restó un trope del genere, un altro elemento portante del genere slasher, seppur inconsciamente, dettato dal capolavoro di Carpenter.

L'IMMORTALITÀ DEL MALE
Ricollegandoci proprio al finale, uno degli aspetti più evidentemente noti ma al contempo segretamente controversi di Michael Myers è la sua apparente invulnerabilità e l'incapacità di essere ucciso che ne consegue, vera manna dal cielo di ogni saga slasher che (non) si rispetti e vero elemento narrativo per la primissima volta introdotto proprio dal film del '78 in genere. 

L'immortalità dell'Uomo Nero è stata, proprio per la sua imperscrutabilità (ricordiamo che anche se in Jason Voorhees era difficile fino a "Venerdì 13 parte 4 – Il capitolo finale" vedere una netta e precisa natura sovrannaturale che non fosse una mera giustificazione del ritorno dell'assassino necessario alla logica del sequel, da "Venerdì 13 parte 6 – Jason vive" egli assurgerà definitivamente all'olimpo dei revenant, sia concettualmente che visivamente) più volte manipolata, espletata e infine accantonata in assurde pretese di fedeltà all'originale opera carpenteriana (ogni riferimento al film del 2018 è puramente casuale) non meno posticcie della presunta maledizione di Thorn che in "Halloween 6 – La maledizione di Michael Myers" condurrà melvillianamente a fondo insieme alla sua silente nemesi pure il personaggio del dr. Loomis, un Donald Pleasence sempre più dolorosamente maschiettistico nel suo disperato bisogno di continuare ad tormentare il mondo con la sua opinione per cui l'ex paziente sia il “male puro”.

IL FINALE
Riflettiamo infatti sulla celeberrima sequenza conclusiva di Halloween (quello del '78, perchè oltre ad essere osceno il nuovo capitolo doveva anche creare difficoltà di omonimia), dopo che per tutta la pellicola Samuel Loomis ha veementemente insistito (ma stavolta con un eleganza e una potenza recitativa da parte di Pleasence di cui la arcinota citazione posta a mo' di prologo è solo un piccolo esempio) tanto con la sfortunata (o forse no, dipende dalla timeline) infermiera Chambers quanto con lo sceriffo di Haddonfield: Loomis scarica il caricatore della propria rivoltella su Michael Myers facendolo cascare dal balcone di casa Strode sul prato sottostante nel preludio a una delle tre inquadrature che da questo momento si ripeteranno a chiusura e riapertura inevitabile e incessante di una spirale di orrore che configura scenicamente il male: il prato dove (per ora) giace in campo lungo il cadavere dell'assassino, Loomis ripreso frontalmente e in mezza figura dal balcone da cui solo un attimo prima è caduto Michael, e Laurie Strode ripresa a mezzobusto ancora rannicchiata sulle scale in cui è stata aggredita; un campo-controcampo spezza la continuità della sequenza, stavolta Loomis è ripreso di lato e dall'interno per potersi voltare in direzione Laurie e parlarle, inquadratura identica alla precedente ma ora isolata nella logica campo-controcampo e persino diversificata dall'ombra di Loomis che passa di sfuggita mentre esce sul balcone, al cui davanzale, nella rinnovata inquadratura frontale, lo psichiatra si avvicina venendo così a trovarsi anch'egli in primo piano: perchè lo fa? Qual'è il significato di questa inquadratura?
Se Michael Myers è un essere umano, come per tutto il film la narrazione non ci ha mai dato veramente modo di dubitare, perchè assicurarsi se sia sopravvissuto ad un aggressione così mortale? E benchè si possano costruire, per quanto pretenziose, delle risposte logicamente plausibili, non esistono risposte plausibili per giustificare il comportamento specifico di Loomis, visto che dovrebbe essere convinto che Michael Myers non sia umano; o forse la sua era solo un'enfasi tale sulla pericolosità del serial killer che aveva finito per convincere persino lo spettatore più del suo significato letterale che di quello metaforico? 

Sta di fatto che la sua effettiva o meno convinzione sembra aver avuto un innaturalmente concreto successo, visto che, guardando in basso, il dr Loomis vede notoriamente quello che avrebbe dovuto sapere fin dall'inizio, che Michael è sparito, che la storia è destinata a ripetersi nella controproducente e costante risposta umana alla violenza con la violenza che non fa che produrre solo altra violenza, un ripetersi come delle inquadrature del prato (ora vuoto), di Loomis (in)coerentemente stupefatto (e quindi stavolta in primo piano) e di Laurie che comincia a piangere. forse per lo shock di essere stata salvata o forse perchè anche lei, cosa che invece Loomis non dimostra nel momento che ha portato al ripetersi delle tre inquadrature, è già consapevole che Michael Myers non è morto e che non può morire, dopo che tutta la sua umanità gli (e ci) è già stata negata, senza che effettivamente abbiamo potuto averne la prova e che l'ombra silenziosa abbia potuto, per tutto il corso del film e nell'immediatamente precedente campo-controcampo in particolare (“Was the boogeyman?” è la domanda di Laurie, e si noti la mancanza dell pronome, a cui Loomis ripsonde “As a matter of fact [ennesima contraddizione, cosa c'entra l'Uomo Nero con i “fatti”], IT was”) proferire qualcosa se non in sua difesa quantomeno per il bambino dallo sguardo smarrito rivolto alla macchina da presa che era una volta. 
Senza contare l'emblematico momento in cui Loomis comincia a sparare su Michael, dopo che questi era rimasto smascherato per un attimo, il medico può fare fuoco solo quando egli ritorna a non essere una persona ma un mostro dietro i lineamenti e gli occhi imperscrutabili della maschera.

Dopo la sparizione del corpo Loomis si guarda in giro ma Michael non è lì per essere visto. Eppure il suo respiro è ovunque nella casa mostrata nella sua silenziosa estensione attraverso il montaggio di varie inquadrature sulle diverse stanze. 

ANALISI TEMATICA
Il medico voleva il male puro, privo di ogni forma e declinazione come non può essistere nella relatività chiaroscurale del mondo reale, e l'ha avuto, ma l'unico che sembra averlo compreso è proprio Rob Zombie con la sua versione dello psichiatra interpretata da Malcom McDowell: che Michael Myers sia un mostro è solo la più grande disumanizzazione e spersonalizzazione che sia mai stata concepita, e che si attua esclusivamente attraverso le parole di Donald Pleacence, il concept già discusso del killer e, soprattutto, l'uso della montaggio cinematografico che Carpenter impiega sapientemente da grande cineasta perfettamente conscio delle proprietà espressive del mezzo per far rivivere e trasfigurare la già ridotta a una shape persona che era Michael Myers. E non sarà la prima né l'ultima volta che il suo cinema ci insegnerà come l'uomo ha sempre trasfigurato ciò che non riesce a comprendere e come ha sempre usato la violenza per confrontarsi con esso.

E poiché non porrà mai fine a questa sua ignobile spinta bestiale Michael Myers, che preferiamo a questo punto definire come “pura violenza” piuttosto che “puro male” dal momento che esso non esiste se non nelle superstizioni degli uomini e nelle illusioni del montaggio, sarà libero di alzarsi, rigorosamente fuori campo (quale che sia l'opinione dei sequel), per continuare ad uccidere, allora e per sempre.
Illustrazione di Chiara Bonanni, edit di Robb P. Lestinci
"La morte è arrivata nella tua cittadina, sceriffo. Puoi ignorarla o puoi aiutarmi a fermarla"

Articolo di Robb P. Lestinci, Sergio Novelli, Andrea Gentili, Donato Martiello e Lorenzo Spagnoli
Traduzioni di Iris Alessi
Illustrazioni originali di Cristiano Baricelli e Chiara Bonanni