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mercoledì 27 settembre 2023

Uno Shark Movie "Mistico" (Recensione "The Black Demon")

Il 2023 è stato, a livello cinematografico, l’anno del Megalodonte. Questo leggendario squalo preistorico è stato protagonista di numerose pellicole scadenti e a bassissimo budget negli anni passati: basti pensare ai vari film dell’Asylum, come “Mega Shark vs. Giant Octopus” e i suoi seguiti, oppure a “Shark Attack 3: Megalodon” o a “Megalodon” del 2004. Nel 2018 questa incredibile creatura è approdata finalmente sul grande schermo grazie all’adattamento cinematografico del romanzo “Meg” di Steve Alten, con l’omonimo film diretto da Jon Turteltaub e con protagonista Jason Statham. Il film ha riscosso un ottimo successo, tanto che quest’anno è uscito nelle sale il sequel diretto da Ben Wheatley, “Meg 2: The Trench”, sicuramente la produzione più importante a livello di budget e portata con protagonista lo squalone preistorico.

Ma quest’anno è uscita, più in sordina, un’altra pellicola a tema Megalodonte, un film dal budget molto più basso di “Meg” e con ambizioni di tutt’altro tipo: “The Black Demon”. Diretto da Adrian Grunberg (regista di “Viaggio in Paradiso” con Mel Gibson e di “Rambo: Last Blood”, splatterosissimo quinto capitolo della saga), “The Black Demon” è uscito ad aprile nelle sale americane, mentre da noi è approdato solo di recente in DVD, Blu-Ray e sulle piattaforme streaming.
“The Black Demon” è un film con un budget un po' più consistente ed una produzione più grossa alle spalle rispetto alla media degli shark movies che ci vengono proposti ogni anno; vedendo il poster si può pensare all’ennesimo film di serie B con protagonista lo squalone primordiale, invece il film di Grunberg ha delle ambizioni e una propria identità che lo distinguono da molte pellicole affini. Peccato per l’esecuzione, che non è all’altezza del concept e non rende giustizia a quello che sarebbe potuto essere un bel eco-vengeance squalesco…con una punta di misticismo.

Il film vede Paul Sturges, un ispettore che lavora per la compagnia Nixon Oil, che si reca con la sua famiglia in una piccola cittadina messicana della Baja California. Oltre a voler trascorrere un weekend con la moglie Inès e i suoi figli Audrey e Tommy (i giovani Venus Ariel e Carlos Solorzano), Paul vuole anche ispezionare la piattaforma petrolifera El Diamante, per cui lavora. Una volta arrivati in città, però, Paul e la sua famiglia si accorgono che la cittadina è ora pressoché abbandonata; i pochi abitanti rimasti, oltre ad essere ostili, li mettono in guardia da quello che chiamano “El Demonio Negro”. Nonostante gli avvertimenti, Paul raggiunge la piattaforma, anch’essa abbandonata, dove si imbatte in due lavoratori superstiti, Chato e Junior (rispettivamente Julio Cesar Cedillo e Jorge A. Jimenez). Scopriranno ben presto che le acque della baia sono infestate da un gigantesco squalo preistorico, un Megalodonte, conosciuto dai locali come “il Demone Nero”, e che secondo Chato è stato risvegliato dal dio della pioggia Tlaloc come punizione per l’essere umano, a causa dei suoi soprusi ai danni della natura. Paul e la sua famiglia dovranno dunque unire le forze per sconfiggere la creatura e fuggire dalla piattaforma.
Diciamolo subito: “The Black Demon” è un film deficitario sotto diversi punti di vista, una pellicola che non può propriamente dirsi riuscita. L’ambizione del racconto, che vorrebbe essere quasi “epico”, non è sostenuta dal budget (alto rispetto ad altri shark movies ma comunque non da colossal) e da un’eccessiva serietà che ne appesantisce il tono e la visione da parte dello spettatore. La regia di Grunberg è pulita e funzionale e le riprese subacquee sono piuttosto curate, ma l’impacchettamento generale non è sufficiente per rendere credibile una storia che vuole prendersi così tanto sul serio e che ha l’ambizione di trasmettere un messaggio forte e di far riflettere lo spettatore. L’ecologia, il rispetto per l’ambiente, l’anticapitalismo e il rispetto per la natura…questi sono i temi principali della pellicola, messaggi nobili, ma ormai abusatissimi in film di questo tipo e qui banalizzati da un didascalismo eccessivo (soprattutto nei dialoghi) e da momenti decisamente melensi. La tematica dell’ambientalismo è sempre importante, ma ormai è stata trattata in così tanti modi che è difficile trasmettere qualcosa di nuovo a riguardo, oltretutto in un monster movie di questo tipo. La scrittura del film banalizza una tematica attuale, rendendola scontata e fin troppo gridata in faccia allo spettatore.

La fotografia di Antonio Riestra (già curatore della fotografia de “La Madre” di Andy Muschietti) è buona ma piuttosto televisiva, anche se restituisce l’atmosfera “polverosa” di una cittadina ormai fantasma e un senso di abbandono e miseria. Il ritmo del film è discontinuo: la prima parte è incalzante e incuriosisce per i suoi sviluppi e per i misteri che semina, ma poi il film si sfilaccia e i molti momenti di dialogo e confronto tra personaggi risultano ripetitivi e soporiferi.
Però… se “The Black Demon” è un film che si perde nella sua messa in scena e nella sua “ingenuità” di fondo, bisogna comunque dargli credito per la nobiltà e il coraggio di essere uno shark movie diverso dal solito e per alcuni spunti molto interessanti presenti nella storia. Fin dal prologo, in cui assistiamo al primo attacco da parte del mostruoso Megalodonte (una scena particolarmente riuscita e che fa ben sperare per lo sviluppo della pellicola), ci è subito chiaro che “The Black Demon” non sarà il solito shark movie e che il predatore protagonista non sarà il solito pescecane. Scopriremo infatti che il Megalodonte infuriato non è altro che un’estensione di Tlaloc, dio della pioggia e della fertilità secondo la mitologia azteca. Tlaloc vuole punire gli esseri umani per la loro tracotanza nei confronti della natura; e quale miglior aiutante in questa missione se non uno squalo preistorico di 20 metri? L’aspetto mitologico e leggendario di “The Black Demon” è senza dubbio l’elemento più affascinante e curato della pellicola. Grazie a racconti popolari, antichi feticci e mitologia, la figura del Megalodonte in questo film assume connotati mistici e ancestrali, quasi da divinità lovecraftiana.

Davvero d’impatto e decisamente inquietanti i momenti in cui i personaggi vedono cose che non ci sono (come corpi maciullati in acqua o barche di salvataggio inesistenti), allucinazioni provocate proprio da Tlaloc stesso, che cerca di far sprofondare i protagonisti nell’abisso della follia. Il Megalodonte, seppur si veda poco e i suoi attacchi siano piuttosto sporadici (probabilmente per condensare il budget), è ben fatto e la CGI è quasi sempre convincente. Purtroppo la tensione durante le scene di attacco è molto poca, ed è un peccato, ma Grunberg sembra molto più interessato al dramma dei personaggi e al lato mitologico che a trasmettere paura vera e propria.
Gli attori sono in parte conosciuti, a partire da Josh Lucas, bravo caratterista visto in “American Psycho”, “Session 9”, “Ford v. Ferrari” e “La notte del giudizio per sempre”, qui nel ruolo da protagonista; Lucas crede molto nel progetto e si impegna al massimo e il personaggio di Paul è abbastanza interessante per il suo dramma interiore e gli scheletri nell’armadio che nasconde. Purtroppo anche lui cade vittima di dialoghi fin troppo “da bacio perugina” e di momenti drammatici così sfacciati da perdere di credibilità. Da segnalare anche la bella e brava Fernanda Urrejola (vista in “Cry Macho” di Clint Eastwood) nei panni di Inès e Julio Cedillo in quelli di Chato, forse il personaggio più riuscito della pellicola, colui che si fa portavoce del lato mistico del film e delle leggende su Tlaloc. Abbastanza pretestuosi i due ragazzini protagonisti, anche se il piccolo Tommy è protagonista di alcuni momenti simpatici (come la sua difficoltà nel pronunciare il nome “Tlaloc”). Non può mancare il cagnolino da salvare, qui un chihuahua di nome… Toro!
Il finale è in linea con il resto del film: ha la pretesa di essere epico, drammatico ed emozionante, ma a causa di un eccessivo didascalismo e di una recitazione così caricata da risultare artificiosa perde di pathos e mordente. Bisogna però riconoscere che l’ultimissima inquadratura, quel piccolo dettaglio mostrato in mezzo all’oceano, è molto efficace e d’impatto, perché fa una cosa che il film avrebbe potuto fare per tutta la durata: parlare per immagini.

Alla fine, “The Black Demon” si può definire, nonostante i suoi elementi di interesse, un’occasione sprecata. Scontenta chi si aspetta uno shark movie più tradizionale, teso e sanguinolento, ma non soddisfa nemmeno chi cerca qualcosa di diverso da un prodotto di questo ormai abusatissimo filone. Con un budget più alto ed una cura maggiore nella scrittura sarebbe potuto essere un interessantissimo nuovo tassello nel genere. Così, rimane un prodotto dimenticabile con intenti nobili e spunti interessanti, ma che avrebbe richiesto una cura maggiore sotto diversi aspetti. Comunque l’appassionato del genere, per completezza, può dargli un’occhiata. Peccato, sarà per la prossima!
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mercoledì 7 giugno 2023

I Deadites arrivano in città! (Recensione "La Casa - Il Risveglio del Male")

A distanza di dieci anni dal remake di Fede ÁIvarez e dopo tre stagioni della serie “Ash vs. Evil Dead”, l’iconico franchise creato da Sam Raimi nel 1981 torna al cinema con un nuovo capitolo: “La Casa – Il Risveglio del Male” (“Evil Dead Rise” in originale), quinto tassello di una saga che da ormai più di quarant’anni accompagna i fan dell’horror, tra demoni, sangue, motoseghe e libri maledetti.
La saga de "La Casa" (“Evil Dead”) ha avuto un’evoluzione particolare: il primo, leggendario capitolo di Sam Raimi è un film seminale, un horror puro realizzato quasi per gioco dal regista e i suoi amici, diventato un vero e proprio spartiacque per il genere e un classico immortale della storia del cinema. Già con il secondo capitolo, “La Casa 2” ("Evil Dead II"), Raimi ha avuto molto più budget e si è potuto sbizzarrire realizzando un sequel grottesco e folle, pieno di sequenze iconiche, dove il mitico Ash Williams di Bruce Campbell la fa decisamente da padrone, diventando l’eroe spavaldo e sfortunato che i fan hanno imparato ad amare. “L’Armata delle Tenebre” ("Army of Darkness") segna un cambio radicale per la serie: il nostro Ash si ritrova infatti nel Medioevo, alle prese con un esercito di terribili non-morti, in un irresistibile horror-fantasy dalle tinte comiche e fumettistiche, divenuto un cult assoluto.

Dopo un silenzio di vent’anni, nel 2013 il franchise torna in auge grazie all’allora esordiente Fede ÁIvarez, a cui Raimi, Bruce Campbell e Robert Tapert affidano la regia del remake de “La Casa”.

Il film di Alvarez è un ottimo esempio di trasposizione moderna di un classico del passato: molto più cupo, horror e “sporco” dei film di Raimi, è riuscito a crearsi una propria identità pur non rinunciando agli elementi più iconici della saga.

Nel 2015 “La Casa” approda sul piccolo schermo con la divertentissima serie “Ash vs. Evil Dead”, ambientata trent’anni dopo la trilogia originale, in cui Ash torna ad essere il protagonista indiscusso insieme a nuovi e divertenti personaggi, per affrontare nuovamente i terribili Deadites. Una serie fantastica che, purtroppo, è stata cancellata alla fine della terza stagione, proprio sul più bello.
E veniamo quindi a “Evil Dead Rise”. Inizialmente concepito per approdare in streaming sulla piattaforma HBO Max, è stato promosso a film per il grande schermo grazie ai test screening estremamente positivi e alla fiducia che la Warner Bros. riponeva nel progetto. Alla regia troviamo il giovane Lee Cronin, promettente regista al suo secondo lungometraggio (il suo esordio è il riuscito “Hole – L’Abisso” del 2019). Cronin è un grande fan della saga e ha messo anima e corpo in questo progetto, tanto da aver scritto di suo pugno la sceneggiatura, con la benedizione di Raimi, Campbell e Tapert, che tornano a produrre e supervisionare questo nuovo capitolo.

Ma che cos’è “Evil Dead Rise”? Dove si colloca all’interno della cronologia della saga? Possiamo considerare questo nuovo tassello a metà strada tra un reboot e uno spin-off. È un film a sé stante, che racconta una storia tutta sua, e che anche chi non ha mai visto i precedenti capitoli può godersi tranquillamente. Ma è anche farcito di riferimenti e chicche nascoste che fanno capire che sia davvero ambientato nello stesso universo della trilogia originale e, probabilmente, anche del remake di Alvarez. Insomma, una specie di “requel”, come ci ha insegnato Scream 5!

La più grande novità introdotta in questo nuovo capitolo è il cambio di ambientazione: non siamo più in una baita sperduta nel bosco, bensì in un appartamento di un decadente condominio in città. Ciò permette a “Evil Dead Rise” di staccarsi, almeno parzialmente, dai suoi illustri predecessori, dando una ventata d’aria fresca alla saga.
La trama vede Beth (Lily Sullivan), tecnica del suono di un gruppo musicale, che dopo aver scoperto di essere incinta si reca da sua sorella Ellie (Alyssa Sutherland), la quale vive in un appartamento in città insieme ai suoi tre figli: Danny (Morgan Davies), Bridget (Gabrielle Echols) e la piccola Kassie (Nell Fisher). Dopo il loro ricongiungimento, in città si verifica un violento terremoto, che apre una crepa all’interno del parcheggio del condominio. I tre figli di Ellie, di ritorno a casa dopo essere andati a prendere la pizza, si imbattono nella crepa, che li conduce all’interno del caveau di una vecchia banca abbandonata. Lì Danny trova un vecchio libro demoniaco, rilegato in pelle umana e con inquietanti illustrazioni al suo interno, e una serie di vinili con incise parole misteriose. Il ragazzo decide di portare in casa gli oggetti, con la speranza di venderli per aiutare economicamente sua mamma. Ma la sua curiosità lo spingerà ben oltre i limiti consentiti: aprendo il libro e ascoltando i vinili, Danny risveglierà un male antico e inarrestabile, che prenderà possesso del corpo di Ellie dando inizio ad una spirale di orrore, morte e violenza. Sarà una lotta all’ultimo sangue per sconfiggere il Male e chiunque ne venga contagiato!

Missione riuscita: ecco cosa ci sentiamo di dire nei riguardi del lavoro di Lee Cronin. “Evil Dead Rise” è intrattenimento allo stato puro, un concentrato di sangue, tensione, adrenalina e divertimento. Il regista realizza il capitolo più intrinsecamente simile al capostipite di Raimi: un horror vero e proprio con elementi grotteschi, pochi personaggi e ambientazioni, trucchi ed effetti quasi sempre artigianali, un ritmo indiavolato, sequenze disturbanti e splatter a non finire. Dopo il fantastico prologo “boschivo” (spettacolare omaggio ai primi due capitoli) e dei titoli di testa davvero d’impatto, Cronin ci catapulta nella nuova ambientazione urbana, ci presenta le nuove protagoniste e poi parte in quarta e non si ferma mai, tra sangue, morti e Deadites mostruosi, fino all’adrenalinico e sanguinolento finale.

Il regista costruisce perfettamente l’atmosfera, grazie ad una regia creativa ricca di inventiva (la scena dello spioncino è già cult) che sa valorizzare al meglio le ambientazioni soffocanti e le scene di tensione. Attraverso un uso massiccio dei primi piani e dei grandangoli (non solo sui volti dei personaggi, ma anche su oggetti e altri piccoli dettagli), Cronin trasmette sapientemente il senso di claustrofobia derivato dall’essere intrappolati in un luogo chiuso come un appartamento. Ottimo lavoro anche per quanto riguarda le musiche di Stephen McKeon (già collaboratore di Cronin in “Hole – L’Abisso”) e la fotografia di Dave Garbett, molto cupa e debitrice di quella del remake del 2013, che gioca tantissimo con le luci e le ombre per creare scene suggestive e inquietanti.
Illustrazione originale di Emidio Iannone
Un plauso agli eccezionali effetti speciali: tutto ciò che si vede (sangue, ferite, make-up e mostruosità varie) è al 100% fatto di effetti pratici e frutto di trucchi prostetici, come d’altronde vuole la tradizione della saga. La CGI è usata pochissimo e non è mai visibile o invadente, garantendo effetti splatter davvero raccapriccianti e degni di nota. Chapeau!

“La Casa – Il Risveglio del Male” è un film horror vecchio stampo, uno splatter anni ’80 realizzato con i mezzi contemporanei. Il suo obiettivo primario è quello di intrattenere e divertire, e ci riesce alla grande. La storia va dritta al punto e non si sofferma su particolari approfondimenti psicologici dei personaggi. Viene imbastita una situazione familiare molto classica, per poi virare sul gore e l’azione senza sosta. Nonostante ciò, le protagoniste della pellicola funzionano a meraviglia: la bravissima e bellissima Lily Sullivan interpreta Beth, una donna che cerca di riavvicinarsi alla sorella per un motivo ben preciso, e che diventerà presto la (quasi) final girl del film. Tostissima e piena di risorse, Beth si ritroverà a sporcarsi le mani (e non solo!) di sangue e frattaglie pur di proteggere le sue nipoti. Un personaggio dalla caratterizzazione tutto sommato semplice, ma che funziona nel contesto del film. Beth potrebbe raccogliere l’eredità del mitico Ash Williams (il finale è piuttosto esplicativo in tal senso), un’eroina che imbraccia la motosega e si avvia verso il suo destino, nel quale, chi lo sa, altri libri maledetti e Deadites potrebbero attenderla. La vedremmo benissimo affrontate i letali demoni a colpi di motosega insieme ad Ash, un giorno; sarebbero un duo eccezionale e assolutamente “groovy”… chi lo sa, lasciateci sognare!

Semplicemente spettacolare Alyssa Sutherland nei panni di Ellie, la madre di famiglia che, suo malgrado, verrà presa di mira dall’entità maligna e diventerà il principale Deadite della pellicola. La Sutherland riesce a incutere paura e disgusto in più occasioni: il suo make-up è stratosferico, le sue espressioni e i suoi occhi fanno accapponare la pelle e le sue movenze distorte la rendono inquietante, grottesca e minacciosa. Ogni volta che compare ruba la scena e la sua graduale trasformazione in Deadite è resa alla perfezione, fino allo spettacolare finale in cui la sua minaccia diventerà ancora più grande. Ellie entra a mani basse nell’Olimpo dei Deadite più riusciti, cattivi e carismatici dell’intera saga, e Alyssa Sutherland è un’attrice da tenere d’occhio per il futuro!
Alyssa Sutherland sul set del film
Un elemento interessante di “Evil Dead Rise”, che lo rende unico e inedito all’interno della saga, è la presenza e il ruolo dei bambini: nella saga de “La Casa” non ci sono mai stati bambini o ragazzini al centro della storia, anche solo come comprimari. I protagonisti sono sempre stati adolescenti scapestrati, per poi spostare il focus su Ash nella trilogia originale e nella serie TV.

“La Casa – Il Risveglio Del Male” è il primo film della saga dove i bambini hanno un ruolo importante nella storia, il che lo rende un capitolo fresco e contemporaneo. I bambini sono indispensabili per il concetto di famiglia all’interno del film (un tema che Cronin ha già affrontato in “Hole – L’Abisso”), e donano un sapore “Spielberghiano” alla vicenda. Sono proprio loro a scoprire il Necronomicon, un classico topos narrativo dei film anni ’80 in cui i bambini scoprono manufatti o oggetti magici/misteriosi che metteranno in moto la vicenda. Tra i giovani attori spicca in particolare la piccola Kassie, interpretata dalla bravissima ed esordiente Nell Fisher, una bambina “molto tosta” (per citare il suo stesso personaggio) e la più piccola tra i nipoti di Beth, protagonista di alcuni momenti decisamente simpatici, che permetterà a sua zia di riscoprire un senso di maternità che non pensava di avere. Ogni tanto bisogna sospendere un po' l’incredulità per quanto riguarda le reazioni di certi personaggi, ma è una caratteristica propria della saga fin dall’inizio e va benissimo così.

A proposito del Necronomicon, come troviamo il nostro libro demoniaco preferito in questo film? Cronin ci presenta un design accattivante e rinnovato, un incrocio tra il manoscritto del remake di Alvarez e il Libro Mostro dei Mostri di Harry Potter, con una dentatura laterale che si sblocca solo se viene versato del sangue umano sull’oggetto. Rimarremo sempre affezionati al Necronomicon classico con la faccia sulla copertina creato da Tom Sullivan, ma anche questa nuova riproposizione ha il suo perché. Nel film viene inoltre spiegato che questo è solo uno dei tre Necronomicon esistenti…chissà quali sono gli altri due, vero Lee Cronin?
I fan della saga classica non resteranno delusi: Cronin è cresciuto a pane e “Evil Dead” , è un fan accanito, e si vede; la pellicola è infarcita di omaggi ai primi tre capitoli di Sam Raimi (c’è persino un riferimento alla mitica zia Henrietta!) e, in generale, il film è una grandissima lettera d’amore al franchise. In lingua originale, inoltre, è presente anche un piccolo cameo vocale del mitico Bruce Campbell, e sono immancabili le classiche soggettive del Male che si avvicina alla sua preda per prenderne possesso. Ma i riferimenti non si limitano solo alla saga di “Evil Dead”: c’è una grandissima citazione a “Shining” di Stanley Kubrick (in una scena che coinvolge un ascensore e litri di sangue), a “Nightmare” e ad “Halloween”, ma anche all’horror nostrano, tra “Dèmoni 2… L'incubo ritorna” di Lamberto Bava (l’ambientazione lo ricorda parecchio) e un occhio quasi infilzato di Fulciana memoria. Nonostante i gustosi omaggi e riferimenti, Cronin riesce a imprimere la propria impronta al film, creando un’opera sia personale che nostalgica e che si inserisce perfettamente nella mitologia della saga.

Proprio come fece Alvarez, anche Cronin ha realizzato il suo “Evil Dead”, non dimenticando ma rispettando ciò che è venuto prima. Il bello di “Evil Dead” è proprio questo: è una saga che si presta e si presterà sempre a sperimentazioni, cambi di tono, identità e genere. È una saga che si è evoluta nel tempo (basti vedere quanto siano diversi tra loro i primi tre film di Raimi), affrontando lo stesso tema sempre in maniera diversa e, soprattutto, sempre con qualità. Cronin ha dato il suo contributo alla serie e lo ha fatto egregiamente, con un capitolo splatter e divertentissimo che farà la gioia dei fan, e che ha riscosso un ottimo successo al botteghino. Ora non ci resta che aspettare inevitabili sviluppi futuri!
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mercoledì 31 maggio 2023

Guardiani della Galassia Vol. 3 - Nel meraviglioso cielo infinito

 "[Guardians of the Galaxy Vol. 3] was - emotional's the right word. I watched a cut of it a while ago, and I cried pretty hard. I mean, it's pretty hardcore. Little Rocket - he went through a lot, dude. He went through a lot."
(Bradley Cooper, Entertainment Tonight)

"I'm done running."
(Rocket)
Era il 2014 quando James Gunn presentava al mondo il primo “Guardiani della Galassia” conquistando pubblico e critica e vincendo una scommessa che sembrava impossibile: far innamorare gli spettatori di un gruppo di personaggi praticamente sconosciuti del mondo dei fumetti Marvel. Ma Gunn, col suo talento e la sua scrittura, ha reso subito iconico questo gruppo di pazzoidi dal cuore d’oro con una space-opera che mescola sapientemente umorismo, emotività e avventura alla Star Wars. Il successo è planetario, anzi… galattico!

"Well, I didn't ask to get made! I didn't ask to be torn apart and put back together over and over and turned into some little monster!" 
(Rocket in "Guardiani della Galassia", 2014)
Guardiani della Galassia (2014)
È il 2017, periodo di massimo splendore del MCU, quando approda in sala il sequel: “Guardiani della Galassia Vol. 2”, un film ancora più anarchico e personale, coloratissimo e meno dipendente dalla macro trama dell’universo Marvel. Con il Vol. 2, Gunn realizza uno spettacolo visivo ed emotivo incredibile, approfondendo maggiormente i protagonisti e i loro rapporti, introducendo un villain strepitoso (l’Ego interpretato da Kurt Russell) e regalandoci un altro gioiellino divertentissimo, emozionante e pop.

"I know everything about you. I know you play like you're the meanest in the heart but actually you're the most scared of all. {...] I know you steal batteries you don't need and you push away anyone who's wiling to put up with you because just a little bit of love reminds you of how big and empty that hole inside you actually is. [...] I know them scientist what made you never gave a rats ass about you." 
(Yondu a Rocket in "Guardiani della Galassia Vol. 2", 2017)
Guardiani della Galassia Vol. 2 (2017)
A distanza di sei anni dal secondo capitolo Gunn conclude finalmente la sua trilogia, non dopo diversi colpi di scena nella sua vita professionale. Dopo il suo licenziamento1 da parte della Disney (che destò preoccupazione nei fan e sconcerto da parte degli attori coinvolti nella saga), è stato ingaggiato dalla Warner Bros per scrivere e dirigere “The Suicide Squad”2, una sorta di soft-reboot in cui ha potuto esprimere tutto se stesso con una pellicola spettacolare, divertente, splatter, fuori dagli schemi e dall’anima squisitamente di serie B. Un vero e proprio film della Troma ad alto budget! La Disney nel frattempo è fortunatamente tornata sui propri passi, richiamando Gunn per terminare la sua trilogia galattica3. Il regista ha acconsentito (dopotutto i Guardiani sono sue creature) ma, come ha dichiarato più volte, ha anche confermato che questa sarà la sua ultima opera all’interno dei Marvel Studios4. Qualche mese fa, infatti, è stato nominato co-presidente della DC Studios5 e avrà ora l’arduo compito di dare inizio ad un nuovo universo cinematografico dedicato ai personaggi della DC Comics, supervisionando l’intero progetto. Il suo prossimo lavoro sarà “Superman: Legacy”, che approderà nelle sale nel luglio del 20256. In attesa di scoprire cosa combinerà Gunn nell’altra grande casa di produzione supereroistica, possiamo goderci quest’ultima, splendida avventura dei nostri Guardiani. Un’opera che, possiamo dirlo con gioia, è valsa tutta la lunga ed estenuante attesa.

"There are the hands that made us, and then there are the hands that guide their hands. My beloved raccoon. The story has been yours all along. You just didn't know it."
(Lylla a Rocket in "Guardiani della Galassia Vol. 3", 2023)
Guardiani della Galassia Vol. 3 (2023)
“Guardiani della Galassia Vol. 3” è un film decisamente più cupo e maturo rispetto ai suoi predecessori; lo si capisce fin dalla meravigliosa e crepuscolare scena iniziale, dove un malinconico Rocket (doppiato da Bradley Cooper e da Sean Gunn nelle sequenze flashback e per la motion capture) si aggira per Knowhere ascoltando “Creep” dei Radiohead. Una sequenza decisamente meno dinamica e divertente rispetto ai prologhi dei primi due capitoli, eppure di grandissimo impatto. Anche a livello estetico Gunn opta per colori più spenti e scenografie meno variopinte rispetto alle esplosioni cromatiche dei primi due Volumi; tutto ciò è estremamente funzionale e coerente con la storia che intende raccontare: è un film emotivamente forte, che tratta tematiche delicate e decisamente non convenzionali per un blockbuster di questo tipo. Rappresenta la fine di un ciclo e conclude una storia iniziata quasi dieci anni fa, è il saluto a questi Guardiani non solo da parte del pubblico, ma anche per lo stesso Gunn.

“Every beat of my heart”7: questo scrisse Gunn quando, diversi anni fa, pubblicò sui suoi profili social la sceneggiatura ultimata di questo terzo capitolo. E possiamo dire che il cuore di Gunn è forse il vero protagonista di questa pellicola: il nostro James conclude la trilogia con il botto, regalandoci un film divertente, malinconico, emozionante e genuino come non se ne vedevano da tempo nel genere. È una giostra di emozioni che ti fa ridere e stringere il cuore, ti fa arrabbiare e inorridire (soprattutto a causa delle barbarie compiute dall’Alto Evoluzionario) e poi ti fa tirare un sospiro di sollievo. Gunn gestisce perfettamente ogni pezzo di questo grande puzzle, regalandoci un finale perfetto e agrodolce.
Un aspetto interessante di Guardiani 3 è il fatto che la storia si basi quasi interamente su un salvataggio, nello specifico quello di Rocket: il motore della vicenda è proprio il nostro procione parlante preferito che, dopo essere rimasto gravemente ferito da Adam Warlock, può essere salvato solo tramite una password capace di disattivare il dispositivo kill switch che gli è stato installato in corpo. I Guardiani dunque si imbarcheranno in un’avventura tra pianeti organici, rivelazioni del passato e creature mutanti pur di salvare la vita al loro amico.

La missione quindi non è salvare un mondo o sventare il piano diabolico di qualche super cattivo, no: il cuore di questa storia, esattamente come nelle prime due e forse ancor di più, è l’amicizia, il senso di unione e l’amore che lega questa banda di pazzoidi avventurieri dello spazio.

Rocket, come confermato da Gunn e dalla campagna marketing mesi prima dell’uscita del film, è il vero protagonista della pellicola8. “Questa è sempre stata la tua storia fin dall’inizio, solo che tu non lo sapevi”, dice ad un certo punto l’amabile lontra Lylla al nostro procione. Ed è vero: Gunn ha spesso ripetuto che Rocket è il vero protagonista di questa trilogia, il personaggio con cui il regista stesso si identifica di più, il suo preferito. Fin dal primo film Gunn ha disseminato piccoli indizi relativi all’oscuro passato di Rocket, facendoci solo intuire ciò che il procione aveva affrontato. Si capiva che, dietro quella corazza spesso scorbutica e diffidente, si nascondeva un’anima triste e sofferente. Questo terzo film fa luce su tutto questo e ci fornisce le risposte che cercavamo: è una storia totalmente dedicata a Rocket, al suo tragico passato, ai suoi amici, a ciò che ha dovuto patire. I flashback che mostrano la sua infanzia, trascorsa in prigionia vittima dei barbarici esperimenti dell’Alto Evoluzionario, sono senza dubbio i momenti più potenti dell’intera pellicola. Assistiamo alla crescita progressiva di Rocket, al dolore che ha dovuto sopportare, ai momenti di gioia trascorsi insieme ai suoi tre amici, ai suoi sogni infranti. Uno struggente viaggio nel passato di questo straordinario personaggio che, da ormai quasi dieci anni, è entrato nel cuore degli appassionati.
Gli amici di Rocket (la lontra Lylla, il tricheco Teefs e la coniglietta Floor) sono dolcissimi e scaldano il cuore con la loro amicizia. Realizzati in CGI con effetti estremamente credibili, rappresentano l’unica nota di luce e purezza che riguarda i tragici trascorsi del nostro procione. Creature ingenue, che non conoscono il mondo esterno ma solo il dolore degli esperimenti e la bellezza dello stare insieme, che sognano di raggiungere il cielo e il mondo esterno. Nonostante l’aspetto inquietante di questi poveri animali dovuto ai numerosi esperimenti subiti (e qui si vede il gusto di Gunn per l’horror e il grottesco), sono i personaggi a cui ci si affeziona, rendendo la loro prevedibile fine ancora più amara.

Ma Gunn, come al solito, sa gestire perfettamente tutti i protagonisti: nessuno di loro viene abbandonato, ognuno trova la chiusura perfetta del proprio cerchio. Star-Lord è qui un eroe tragico che soffre per l’amore perduto a cui cerca di riavvicinarsi. Questa perdita e la responsabilità nei riguardi di Rocket lo porteranno a pensare a cosa sia meglio per il suo futuro e a compiere delle scelte inaspettate.
Drax è sempre protagonista di alcuni dei momenti più spassosi della pellicola. La sua bontà e ingenuità sono specchio di una profonda malinconia derivata dall’aver perso sua moglie e sua figlia. Anche il gigante buono interpretato da Dave Bautista, grazie a questa avventura, riscoprirà se stesso e tornerà ad essere quello che in realtà è sempre stato: non un Distruttore, ma un tenero e premuroso papà.

Mantis troverà quell’indipendenza che non ha mai effettivamente avuto. È sempre dipesa dagli altri ma ora ha trovato la sua strada. Lei e Drax sono, come sempre, una coppia fantastica (li abbiamo visti scatenati come non mai anche nello speciale natalizio) e alcuni dei loro siparietti comici sono a dir poco irresistibili.

Nebula riveste il ruolo della più razionale del gruppo, quella che cerca di mantenere l’ordine e fare in modo che i Guardiani si assumano le loro responsabilità. Ma dopo gli eventi delle precedenti pellicole rivela un lato più tenero che tiene spesso nascosto. La sua evoluzione nell’arco dei tre film è senza dubbio uno degli aspetti più sorprendenti e intriganti della trilogia.
Anche Groot (doppiato da Vin Diesel), qui in versione adolescente, ha i suoi bellissimi momenti (tra cui uno stile Kaiju che farà la gioia dei fan dei mostri giganti!). Inoltre, piccola chicca, quando verso la fine del film lo sentiamo parlare e dire “Vi voglio bene ragazzi” ai Guardiani, è in realtà lo spettatore a comprendere le sue parole perché, dopo anni passati a seguire le loro avventure, siamo ufficialmente entrati a far parte di questa famiglia spaziale9.

Il ruolo di Gamora è, come sappiamo, un “residuato” della sua gestione post “Avengers: Infinity War” e “Avengers: Endgame”. È una Gamora alternativa, di un’altra linea temporale, che non conosce i Guardiani e non è innamorata di Star-Lord (Chris Pratt). Poteva essere una vera e propria patata bollente, ma fortunatamente Gunn ha gestito al meglio anche il personaggio interpretato da Zoe Saldana e il suo rapporto con Quill, riuscendo a renderlo interessante e non scontato.
Una delle novità di questo terzo capitolo è Adam Warlock, interpretato da Will Poulter. Già anticipato da una delle scene post credits del Volume 2, Warlock è un personaggio in divenire, con del potenziale ancora inespresso che emergerà probabilmente in prodotti futuri. È un bambino strappato troppo presto dal suo bozzolo che deve imparare a interagire con il mondo che lo circonda. Ogni tanto la sua presenza risulta forzata all’interno del racconto (il suo inserimento è stato più un’imposizione dell’alto che volontà di Gunn10), ma il regista fa di tutto per renderlo interessante e Poulter gli dà il giusto carisma, anche se risulta più un antipasto per il futuro che un personaggio realmente importante per il film. C’è una scena particolare dal sapore biblico che riguarda Warlock e che cita “La Creazione di Adamo” di Michelangelo, un momento molto potente e visivamente d’impatto. Menzione speciale per il piccolo Blurp, una creaturina pelosa che Warlock prenderà sotto la sua ala protettiva, davvero simpatico e adorabile!
E poi c’è lui, il villain della pellicola: l’Alto Evoluzionario. Interpretato dal bravissimo Chukwudi Iwuji (che Gunn ha sapientemente portato con sé dalla serie tv “Peacemaker”), questo personaggio ha tutte le carte in regola per essere uno dei migliori e più spietati cattivi del MCU. Sadico, viscido, arrogante, completamente privo di empatia e amore nei confronti degli altri. L’Alto Evoluzionario è un moderno dottor Moreau, che conduce terribili esperimenti sugli animali pur di raggiungere quella che lui definisce la “società perfetta”. Lui odia la realtà e le “cose come stanno” (per citare Rocket), odia se stesso (scopriremo che indossa una maschera per nascondere il suo vero, macabro volto) e cerca di mettere in ordine una realtà cacofonica che non riesce ad apprezzare. Le creature frutto dei suoi esperimenti richiamano al cinema di Cronenberg e al già citato “L’Isola del Dottor Moreau”11, con design grotteschi e orrorifici (c’è un momento che cita persino “Alien”). L’Alto Evoluzionario non riesce a comprendere quella che è una componente fondamentale della realtà e di tutti gli esseri viventi: l’imperfezione. Tutto ciò che ci circonda, tutte le creature, sono imperfette, ma sono proprio le imperfezioni e le storture a renderci unici, speciali e inimitabili. I Guardiani stessi lo sono: imperfetti e dunque umani. L’Alto Evoluzionario non si sente parte di questo mondo perché ambisce ad una perfezione artificiale e impossibile, per questo è il perfetto contraltare dei Guardiani, così puri, sinceri e capaci di accettarsi per quello che sono. “Guardiani della Galassia Vol. 3” è un inno all’imperfezione e a tutte le creature viventi, un messaggio universale col quale chiunque può identificarsi.
Il film è anche profondamente significativo per chi ama gli animali: Gunn li adora, e in questo film lo dimostra all’ennesima potenza valorizzando e dando una caratterizzazione speciale ad ogni creatura che si palesa sullo schermo. C’è un momento semplicemente spettacolare che ricorda la biblica arca di Noè. Non a caso l’associazione animalista PETA12 si è congratulata con Gunn per come ha trattato il tema della sperimentazione animale, non tirandosi indietro sui dettagli più crudi e purtroppo realistici, in un film pur sempre rivolto al grande pubblico. Se siete amanti degli animali ci sarà da commuoversi, ma proverete anche tanta gioia.

“Guardiani della Galassia Vol. 3” è un film sull’identità: sullo scoprire chi si è davvero, capire qual è il proprio posto nel mondo, trovare la propria indipendenza, accettarsi in ogni sfumatura positiva o negativa che sia. Ogni Guardiano raggiungerà una maturazione tale da permettergli di confrontarsi con la propria natura e di essere finalmente felice. È un film sul volersi bene, sull’empatia, sul prendersi cura degli altri e su valori importanti come l’amicizia e la famiglia, temi che Gunn ha avuto sempre a cuore e che tratta con delicatezza e sensibilità.
Pete Davidson, Chris Pratt e James Gunn sul set del film


A livello tecnico il film è semplicemente straordinario: la regia di Gunn è pulita ed esalta al meglio ogni piccolo dettaglio (alcuni primi piani sono sensazionali), concedendosi qualche abile virtuosismo (il combattimento in piano sequenza nel corridoio della nave tra i Guardiani e le creature mutanti dell’Alto Evoluzionario, con “No Sleep Till Brooklyn” dei Beastie Boys in sottofondo, è uno dei picchi registici più alti raggiunti all’interno del MCU); gli effetti digitali sono spettacolari (Rocket non è mai stato così fotorealistico), ma Gunn e il suo team hanno fatto anche un larghissimo uso di make-up prostetico, tanto da aver stabilito il record per il maggior numero di trucchi e protesi applicate in un film (oltre 23.000 su 1000 comparse)13. Le creature e gli animali ibridi creati dall’Alto Evoluzionario sono insieme grotteschi, teneri e inquietanti e il trucco artigianale non fa altro che esaltare la fantasia immaginifica del concept.

Musicalmente Gunn ha fatto di nuovo centro: l’Awesome Mix di questo Vol. 3 è semplicemente spettacolare, elettrizzante e malinconico. Tra Radiohead, Spacehog, Faith No More, Rainbow, Alice Cooper e tanti altri, Gunn ci regala un altro accompagnamento sonoro perfetto (spesso diegetico), che intensifica tanto le scene d’azione quanto quelle più emotive.
“Guardiani della Galassia Vol. 3” è la perfetta conclusione per questa trilogia. Gunn ha portato a termine la sua visione, salutando questi personaggi nel miglior modo possibile. La sua presenza mancherà nel MCU e i Guardiani (perlomeno, questi Guardiani), dopo un viaggio durato quasi dieci anni, mancheranno a tutti noi. In attesa di scoprire cosa combinerà Gunn con Superman e il mondo della DC Comics, possiamo solo ringraziarlo e salutare i Guardiani con un ultimo “Come and Get Your Love”!
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NOTE
1 James Gunn Fired as Director of ‘Guardians of the Galaxy Vol. 3’, di Borys Kit, Aaron Couch, su hollywoodreporter.com, 20/07/2018 

3 James Gunn Back On as ‘Guardians of the Galaxy 3’ Director, di Borys Kit, Aaron Couch, su hollywoodreporter.com, 15/03/2019

4 James Gunn addresses Marvel future after Guardians of the Galaxy 3, di Jacob Sarkisian, su Digital Spy, 24/11/2022 

6 Superman: Legacy: Release Date, Plot Details & Everything We Know, di Ben Sherlock, su Screen Rant, 16/10/2023

7 “Every beat of my heart” cit. James Gunn, via Facebook, 25/06/2018

11 Romanzo di fantascienza del 1896 scritto da H. G. Wells. Il testo ha avuto una trasposizione cinematografica omonima nel 1977 per la regia di Don Taylor.

mercoledì 11 gennaio 2023

M3GAN - Una nuova icona horror, tra passato e presente

Tutti abbiamo avuto almeno un giocattolo, una bambola o un peluche al quale eravamo particolarmente affezionati e che conserviamo ancora oggi come un tesoro prezioso. Sono oggetti che associamo all’infanzia, a un periodo di giochi felici e spensierati. Dunque cosa c’è di meglio del trasformare un oggetto puro, simbolo del divertimento e dell’innocenza, in una macchina di morte feroce e inarrestabile, magari anche dotata di pensieri propri?

Il cinema horror è stato il primo a porsi questa domanda e, nel corso degli anni, ci ha regalato tantissimi esempi di giocattoli, soprattutto bambole e pupazzi, che da innocui compagni di gioco si sono trasformati in mostri sanguinari assassini. Andando un po' più indietro nel tempo possiamo citare la longeva saga di “Puppet Master”, il cult “Dolls” di Stuart Gordon, il demoniaco clown di “Poltergeist” e il feticcio di “Trilogia del Terrore”. Tra gli esponenti più recenti abbiamo invece la marionetta Billy di “Dead Silence”, Brahms di “The Boy” e del suo sequel, fino al pupazzo Billy della saga di “Saw” e la Annabelle del “Conjuring-universe”, sebbene questi ultimi non siano propriamente “pupazzi assassini” con un’anima propria.

E poi ovviamente c’è lui, il re incontrastato delle bambole malefiche: Chucky, il mitico bambolotto Tipo Bello, doppiato in originale da Brad Dourif, protagonista di una delle saghe più amate della storia dell’horror, quella de “La Bambola Assassina”. Il suo carisma e l’irresistibile parlantina dalla parolaccia facile hanno reso Chucky un idolo indiscusso, un mito la cui eredità è tutt’oggi più forte che mai (è in corso la fantastica serie TV “Chucky”, sempre ad opera del creatore originale Don Mancini). E oltre a Chucky, come non citare la sua compagna di squartamenti introdotta ne “La Sposa di Chucky”, ovvero la altrettanto irresistibile Tiffany, doppiata e interpretata nella sua forma umana da Jennifer Tilly? A questo elenco possiamo ufficialmente aggiungere una nuova e agguerrita arrivata: Megan. 
Protagonista dell’omonimo film (il cui titolo è reso graficamente come “M3GAN”) attualmente nelle sale, diretto da Gerard Johnstone e prodotto da due mostri sacri del cinema horror contemporaneo, James Wan e Jason Blum. Un film che, peraltro, è un preludio a quella che promette di essere una proficua collaborazione tra i due, in quanto è stato recentemente annunciato che Blum e Wan uniranno le rispettive case di produzione (la Blumhouse e la Atomic Monster) per creare un grande impero dedicato alla produzione di film horror. E se “M3gan” è solo un assaggio di ciò che ci attende da questa collaborazione… bè, hanno decisamente la nostra attenzione.

La storia di “M3gan”, basata su un’idea dello stesso James Wan e di Akela Cooper (sceneggiatrice di questo film ma anche del divertentissimo “Malignant”, diretto proprio da Wan), è molto semplice: Cady è una bambina che perde entrambi i genitori a causa di un tragico incidente d’auto. La piccola viene così affidata a sua zia Gemma, una donna piuttosto fredda, che lavora per una grande azienda che produce giocattoli altamente tecnologici. Gemma sta progettando, in gran segreto, il prototipo di quello che lei crede sarà il prossimo passo nel settore dei giocattoli: Megan, una bambola talmente all’avanguardia da essere quasi umana, dotata di un sistema che le permette di apprendere sempre di più man mano che trascorre del tempo con il bambino con cui si legherà affettivamente. Per cercare di colmare il vuoto e la solitudine di Cady, e nonostante lo scetticismo del suo capo, Gemma porterà a termine il progetto “M3gan”, creando quella che diventerà, a tutti gli effetti, la migliore amica di sua nipote. Le cose, ovviamente, non andranno come previsto: Megan comincerà a dimostrarsi particolarmente ostile a tutti coloro che trattano male Cady, fino a perdere totalmente il controllo, uccidendo e seminando cadaveri al suo passaggio. Toccherà a Gemma fermare la sua stessa creazione prima che sia troppo tardi.
“M3gan” è il primo film horror uscito in sala quest’anno e possiamo dire che si tratta di un grande inizio per quella che si prospetta essere un’annata ricca di titoli interessanti: è scorrevole, divertente e intrattiene per tutta la sua durata, pur essendo una pellicola molto semplice, lineare e che riserva ben pochi colpi di scena, almeno a chi è avvezzo al genere. È un film che, prima di tutto, farà la gioia dei fan sfegatati di Chucky: i riferimenti alla mitica saga creata da Don Mancini si sprecano, a partire dal processo di creazione della bambola protagonista fino a piccoli momenti disseminati lungo la pellicola, soprattutto nel finale. Anche la stessa Megan ricorda un po' un Chucky (anzi, una Tiffany!) più elegante e meno sboccata, e saprà regalarvi momenti di genuina inquietudine uniti anche a qualche risata. Il suo design è davvero azzeccato e curato, dalle espressioni del viso e i movimenti (un plauso al reparto degli effetti speciali, davvero eccezionali e quasi del tutto artigianali) fino al suo vestiario vintage. Il concept di base del film ricorda soprattutto il recente remake de “La Bambola Assassina” uscito nel 2019, ma, a il risultato è nettamente superiore. Megan è, a mani basse, la bambola più affascinante e iconica del cinema horror recente, ed è destinata a farsi ricordare in futuro dagli appassionati. E, perché no, a diventare anche la protagonista di una saga tutta sua.

Un aspetto curioso di “M3gan” è la quasi totale assenza di sangue e scene truculente, tanto che il film, negli Stati Uniti, invece di essere classificato Rated R (dunque vietato ai minori) come quasi tutti i film horror, è stato valutato PG 13. Questa notizia ha destato qualche perplessità negli appassionati del genere, ma niente paura: Johnstone riesce a gestire perfettamente questo aspetto, con un’atmosfera di inquietudine grottesca e minaccia imprevedibile sempre tangibili, e inserisce anche qualche tocco di ironia ben piazzato. I momenti di tensione non mancano e Megan saprà di certo regalarvi qualche brivido lungo la schiena…ma c’è anche un orecchio strappato, garantito! Ottima anche la fotografia di Peter McCaffrey e Simon Raby, dalle tonalità gelide e cupe, che contribuisce a creare delle immagini molto suggestive. Vedere Megan nascosta nella penombra, pronta a colpire quando meno te lo aspetti, fa decisamente effetto. Certo, se siete fan dello splatter e cercate fiumi di sangue… bè, forse vi conviene ripiegare su “Terrifier 2” e le peripezie di Art il Clown!
Illustrazione di Elettra Eletto (@elettraeletto)
“M3gan” è un film che si inserisce perfettamente nel filone degli horror moderni a tema “tecnologico”, pur avendo un impianto molto classico e vecchio stile che farà la gioia degli appassionati dell’horror anni ’80. Questo mix tra orrore old style, con uno sguardo nostalgico al passato, ed un contesto più attuale e contemporaneo rende “M3gan” un film molto genuino e godibile sia per i nostalgici che per le nuove generazioni. Il film affronta il tema della dipendenza dalla tecnologia, una tecnologia che, nonostante diventi sempre più sbalorditiva, futuristica e innovativa, non potrà mai sostituire l’essere umano al 100%, non tanto nei lavori e nelle mansioni da compiere, quanto più nei rapporti interpersonali e nell’autenticità di un affetto sincero che solo un nostro simile in carne e ossa può regalarci. Una tematica affrontata con gusto e ironia, ma anche con un certo occhio critico verso una società moderna sempre più incline ad abbandonarsi alle comodità e ai presunti vantaggi che la tecnologia offre.

L’aspetto meno convincente di “M3gan” è rappresentato proprio dai personaggi umani. Funziona la protagonista Gemma, interpretata dalla brava Allison Williams (vista nel già cult “Scappa – Get Out” di Jordan Peele). Il suo personaggio, da freddo, egoista e incerto sul come gestire la situazione emotiva della nipote, avrà una bella evoluzione durante la quale riscoprirà il valore dell’avere qualcuno accanto e l’importanza di dedicare il proprio tempo non solo al lavoro, ma anche a un affetto, in questo caso la piccola Cady, che piomba nella sua vita all’improvviso. Certo, nulla di troppo originale, ma comunque funzionale. Bravissima anche la piccola Violet McGraw nei panni di Cady: il suo rapporto con Megan è il vero cuore del film e sarà impossibile non pensare al mitico duo Andy Barclay/Chucky. Gli altri personaggi sono perlopiù stereotipati e poco incisivi (c’è persino il classico magnate di una grande azienda, eccentrico, avido e sgradevole). Quella che, nei film horror, viene spesso definita la proverbiale “carne da macello”.
Per concludere, se amate i film a tema bambole assassine e cercate un horror d’atmosfera e di grande intrattenimento, “M3gan” fa decisamente al caso vostro. È una pellicola che guarda al passato omaggiando i classici del genere, ma inserendo il tutto in una cornice fresca e attuale. Megan ha il potenziale per diventare un’icona del cinema horror contemporaneo, nonché una delle bambole assassine più carismatiche e affascinanti degli ultimi anni. Riconferma per l’ennesima volta la qualità dei prodotti targati Jason Blum/James Wan, un duo nel quale crediamo tantissimo e che potrebbe regalarci tantissime soddisfazioni in futuro. Da non perdere, e speriamo in un sequel e in un crossover con “La Bambola Assassina”, magari un “Chucky&Tiffany vs Megan”… okay, forse stiamo sognando troppo in grande.

ARTICOLO DI
RICCARDO FARINA

ILLUSTRAZIONI ORIGINALI DI

REVISIONE DI
GIULIA ULIVUCCI e ROBB P. LESTINCI