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mercoledì 7 giugno 2023

I Deadites arrivano in città! (Recensione "La Casa - Il Risveglio del Male")

A distanza di dieci anni dal remake di Fede ÁIvarez e dopo tre stagioni della serie “Ash vs. Evil Dead”, l’iconico franchise creato da Sam Raimi nel 1981 torna al cinema con un nuovo capitolo: “La Casa – Il Risveglio del Male” (“Evil Dead Rise” in originale), quinto tassello di una saga che da ormai più di quarant’anni accompagna i fan dell’horror, tra demoni, sangue, motoseghe e libri maledetti.
La saga de "La Casa" (“Evil Dead”) ha avuto un’evoluzione particolare: il primo, leggendario capitolo di Sam Raimi è un film seminale, un horror puro realizzato quasi per gioco dal regista e i suoi amici, diventato un vero e proprio spartiacque per il genere e un classico immortale della storia del cinema. Già con il secondo capitolo, “La Casa 2” ("Evil Dead II"), Raimi ha avuto molto più budget e si è potuto sbizzarrire realizzando un sequel grottesco e folle, pieno di sequenze iconiche, dove il mitico Ash Williams di Bruce Campbell la fa decisamente da padrone, diventando l’eroe spavaldo e sfortunato che i fan hanno imparato ad amare. “L’Armata delle Tenebre” ("Army of Darkness") segna un cambio radicale per la serie: il nostro Ash si ritrova infatti nel Medioevo, alle prese con un esercito di terribili non-morti, in un irresistibile horror-fantasy dalle tinte comiche e fumettistiche, divenuto un cult assoluto.

Dopo un silenzio di vent’anni, nel 2013 il franchise torna in auge grazie all’allora esordiente Fede ÁIvarez, a cui Raimi, Bruce Campbell e Robert Tapert affidano la regia del remake de “La Casa”.

Il film di Alvarez è un ottimo esempio di trasposizione moderna di un classico del passato: molto più cupo, horror e “sporco” dei film di Raimi, è riuscito a crearsi una propria identità pur non rinunciando agli elementi più iconici della saga.

Nel 2015 “La Casa” approda sul piccolo schermo con la divertentissima serie “Ash vs. Evil Dead”, ambientata trent’anni dopo la trilogia originale, in cui Ash torna ad essere il protagonista indiscusso insieme a nuovi e divertenti personaggi, per affrontare nuovamente i terribili Deadites. Una serie fantastica che, purtroppo, è stata cancellata alla fine della terza stagione, proprio sul più bello.
E veniamo quindi a “Evil Dead Rise”. Inizialmente concepito per approdare in streaming sulla piattaforma HBO Max, è stato promosso a film per il grande schermo grazie ai test screening estremamente positivi e alla fiducia che la Warner Bros. riponeva nel progetto. Alla regia troviamo il giovane Lee Cronin, promettente regista al suo secondo lungometraggio (il suo esordio è il riuscito “Hole – L’Abisso” del 2019). Cronin è un grande fan della saga e ha messo anima e corpo in questo progetto, tanto da aver scritto di suo pugno la sceneggiatura, con la benedizione di Raimi, Campbell e Tapert, che tornano a produrre e supervisionare questo nuovo capitolo.

Ma che cos’è “Evil Dead Rise”? Dove si colloca all’interno della cronologia della saga? Possiamo considerare questo nuovo tassello a metà strada tra un reboot e uno spin-off. È un film a sé stante, che racconta una storia tutta sua, e che anche chi non ha mai visto i precedenti capitoli può godersi tranquillamente. Ma è anche farcito di riferimenti e chicche nascoste che fanno capire che sia davvero ambientato nello stesso universo della trilogia originale e, probabilmente, anche del remake di Alvarez. Insomma, una specie di “requel”, come ci ha insegnato Scream 5!

La più grande novità introdotta in questo nuovo capitolo è il cambio di ambientazione: non siamo più in una baita sperduta nel bosco, bensì in un appartamento di un decadente condominio in città. Ciò permette a “Evil Dead Rise” di staccarsi, almeno parzialmente, dai suoi illustri predecessori, dando una ventata d’aria fresca alla saga.
La trama vede Beth (Lily Sullivan), tecnica del suono di un gruppo musicale, che dopo aver scoperto di essere incinta si reca da sua sorella Ellie (Alyssa Sutherland), la quale vive in un appartamento in città insieme ai suoi tre figli: Danny (Morgan Davies), Bridget (Gabrielle Echols) e la piccola Kassie (Nell Fisher). Dopo il loro ricongiungimento, in città si verifica un violento terremoto, che apre una crepa all’interno del parcheggio del condominio. I tre figli di Ellie, di ritorno a casa dopo essere andati a prendere la pizza, si imbattono nella crepa, che li conduce all’interno del caveau di una vecchia banca abbandonata. Lì Danny trova un vecchio libro demoniaco, rilegato in pelle umana e con inquietanti illustrazioni al suo interno, e una serie di vinili con incise parole misteriose. Il ragazzo decide di portare in casa gli oggetti, con la speranza di venderli per aiutare economicamente sua mamma. Ma la sua curiosità lo spingerà ben oltre i limiti consentiti: aprendo il libro e ascoltando i vinili, Danny risveglierà un male antico e inarrestabile, che prenderà possesso del corpo di Ellie dando inizio ad una spirale di orrore, morte e violenza. Sarà una lotta all’ultimo sangue per sconfiggere il Male e chiunque ne venga contagiato!

Missione riuscita: ecco cosa ci sentiamo di dire nei riguardi del lavoro di Lee Cronin. “Evil Dead Rise” è intrattenimento allo stato puro, un concentrato di sangue, tensione, adrenalina e divertimento. Il regista realizza il capitolo più intrinsecamente simile al capostipite di Raimi: un horror vero e proprio con elementi grotteschi, pochi personaggi e ambientazioni, trucchi ed effetti quasi sempre artigianali, un ritmo indiavolato, sequenze disturbanti e splatter a non finire. Dopo il fantastico prologo “boschivo” (spettacolare omaggio ai primi due capitoli) e dei titoli di testa davvero d’impatto, Cronin ci catapulta nella nuova ambientazione urbana, ci presenta le nuove protagoniste e poi parte in quarta e non si ferma mai, tra sangue, morti e Deadites mostruosi, fino all’adrenalinico e sanguinolento finale.

Il regista costruisce perfettamente l’atmosfera, grazie ad una regia creativa ricca di inventiva (la scena dello spioncino è già cult) che sa valorizzare al meglio le ambientazioni soffocanti e le scene di tensione. Attraverso un uso massiccio dei primi piani e dei grandangoli (non solo sui volti dei personaggi, ma anche su oggetti e altri piccoli dettagli), Cronin trasmette sapientemente il senso di claustrofobia derivato dall’essere intrappolati in un luogo chiuso come un appartamento. Ottimo lavoro anche per quanto riguarda le musiche di Stephen McKeon (già collaboratore di Cronin in “Hole – L’Abisso”) e la fotografia di Dave Garbett, molto cupa e debitrice di quella del remake del 2013, che gioca tantissimo con le luci e le ombre per creare scene suggestive e inquietanti.
Illustrazione originale di Emidio Iannone
Un plauso agli eccezionali effetti speciali: tutto ciò che si vede (sangue, ferite, make-up e mostruosità varie) è al 100% fatto di effetti pratici e frutto di trucchi prostetici, come d’altronde vuole la tradizione della saga. La CGI è usata pochissimo e non è mai visibile o invadente, garantendo effetti splatter davvero raccapriccianti e degni di nota. Chapeau!

“La Casa – Il Risveglio del Male” è un film horror vecchio stampo, uno splatter anni ’80 realizzato con i mezzi contemporanei. Il suo obiettivo primario è quello di intrattenere e divertire, e ci riesce alla grande. La storia va dritta al punto e non si sofferma su particolari approfondimenti psicologici dei personaggi. Viene imbastita una situazione familiare molto classica, per poi virare sul gore e l’azione senza sosta. Nonostante ciò, le protagoniste della pellicola funzionano a meraviglia: la bravissima e bellissima Lily Sullivan interpreta Beth, una donna che cerca di riavvicinarsi alla sorella per un motivo ben preciso, e che diventerà presto la (quasi) final girl del film. Tostissima e piena di risorse, Beth si ritroverà a sporcarsi le mani (e non solo!) di sangue e frattaglie pur di proteggere le sue nipoti. Un personaggio dalla caratterizzazione tutto sommato semplice, ma che funziona nel contesto del film. Beth potrebbe raccogliere l’eredità del mitico Ash Williams (il finale è piuttosto esplicativo in tal senso), un’eroina che imbraccia la motosega e si avvia verso il suo destino, nel quale, chi lo sa, altri libri maledetti e Deadites potrebbero attenderla. La vedremmo benissimo affrontate i letali demoni a colpi di motosega insieme ad Ash, un giorno; sarebbero un duo eccezionale e assolutamente “groovy”… chi lo sa, lasciateci sognare!

Semplicemente spettacolare Alyssa Sutherland nei panni di Ellie, la madre di famiglia che, suo malgrado, verrà presa di mira dall’entità maligna e diventerà il principale Deadite della pellicola. La Sutherland riesce a incutere paura e disgusto in più occasioni: il suo make-up è stratosferico, le sue espressioni e i suoi occhi fanno accapponare la pelle e le sue movenze distorte la rendono inquietante, grottesca e minacciosa. Ogni volta che compare ruba la scena e la sua graduale trasformazione in Deadite è resa alla perfezione, fino allo spettacolare finale in cui la sua minaccia diventerà ancora più grande. Ellie entra a mani basse nell’Olimpo dei Deadite più riusciti, cattivi e carismatici dell’intera saga, e Alyssa Sutherland è un’attrice da tenere d’occhio per il futuro!
Alyssa Sutherland sul set del film
Un elemento interessante di “Evil Dead Rise”, che lo rende unico e inedito all’interno della saga, è la presenza e il ruolo dei bambini: nella saga de “La Casa” non ci sono mai stati bambini o ragazzini al centro della storia, anche solo come comprimari. I protagonisti sono sempre stati adolescenti scapestrati, per poi spostare il focus su Ash nella trilogia originale e nella serie TV.

“La Casa – Il Risveglio Del Male” è il primo film della saga dove i bambini hanno un ruolo importante nella storia, il che lo rende un capitolo fresco e contemporaneo. I bambini sono indispensabili per il concetto di famiglia all’interno del film (un tema che Cronin ha già affrontato in “Hole – L’Abisso”), e donano un sapore “Spielberghiano” alla vicenda. Sono proprio loro a scoprire il Necronomicon, un classico topos narrativo dei film anni ’80 in cui i bambini scoprono manufatti o oggetti magici/misteriosi che metteranno in moto la vicenda. Tra i giovani attori spicca in particolare la piccola Kassie, interpretata dalla bravissima ed esordiente Nell Fisher, una bambina “molto tosta” (per citare il suo stesso personaggio) e la più piccola tra i nipoti di Beth, protagonista di alcuni momenti decisamente simpatici, che permetterà a sua zia di riscoprire un senso di maternità che non pensava di avere. Ogni tanto bisogna sospendere un po' l’incredulità per quanto riguarda le reazioni di certi personaggi, ma è una caratteristica propria della saga fin dall’inizio e va benissimo così.

A proposito del Necronomicon, come troviamo il nostro libro demoniaco preferito in questo film? Cronin ci presenta un design accattivante e rinnovato, un incrocio tra il manoscritto del remake di Alvarez e il Libro Mostro dei Mostri di Harry Potter, con una dentatura laterale che si sblocca solo se viene versato del sangue umano sull’oggetto. Rimarremo sempre affezionati al Necronomicon classico con la faccia sulla copertina creato da Tom Sullivan, ma anche questa nuova riproposizione ha il suo perché. Nel film viene inoltre spiegato che questo è solo uno dei tre Necronomicon esistenti…chissà quali sono gli altri due, vero Lee Cronin?
I fan della saga classica non resteranno delusi: Cronin è cresciuto a pane e “Evil Dead” , è un fan accanito, e si vede; la pellicola è infarcita di omaggi ai primi tre capitoli di Sam Raimi (c’è persino un riferimento alla mitica zia Henrietta!) e, in generale, il film è una grandissima lettera d’amore al franchise. In lingua originale, inoltre, è presente anche un piccolo cameo vocale del mitico Bruce Campbell, e sono immancabili le classiche soggettive del Male che si avvicina alla sua preda per prenderne possesso. Ma i riferimenti non si limitano solo alla saga di “Evil Dead”: c’è una grandissima citazione a “Shining” di Stanley Kubrick (in una scena che coinvolge un ascensore e litri di sangue), a “Nightmare” e ad “Halloween”, ma anche all’horror nostrano, tra “Dèmoni 2… L'incubo ritorna” di Lamberto Bava (l’ambientazione lo ricorda parecchio) e un occhio quasi infilzato di Fulciana memoria. Nonostante i gustosi omaggi e riferimenti, Cronin riesce a imprimere la propria impronta al film, creando un’opera sia personale che nostalgica e che si inserisce perfettamente nella mitologia della saga.

Proprio come fece Alvarez, anche Cronin ha realizzato il suo “Evil Dead”, non dimenticando ma rispettando ciò che è venuto prima. Il bello di “Evil Dead” è proprio questo: è una saga che si presta e si presterà sempre a sperimentazioni, cambi di tono, identità e genere. È una saga che si è evoluta nel tempo (basti vedere quanto siano diversi tra loro i primi tre film di Raimi), affrontando lo stesso tema sempre in maniera diversa e, soprattutto, sempre con qualità. Cronin ha dato il suo contributo alla serie e lo ha fatto egregiamente, con un capitolo splatter e divertentissimo che farà la gioia dei fan, e che ha riscosso un ottimo successo al botteghino. Ora non ci resta che aspettare inevitabili sviluppi futuri!
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LETTURE CONSIGLIATE

ARTICOLO DI
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sabato 7 maggio 2022

Camminare nei sogni (Recensione di ''Doctor Strange nel Multiverso della Follia'')

A quasi dieci anni dal suo ultimo film Sam Raimi torna dietro la macchina da presa per un blockbuster d'intrattenimento targato Disney e lo fa con creatività, straordinaria destrezza e rinnovato amore per il genere, seppure ancorato ad un contesto produttivo-narrativo alle volte stringente e al servizio di una sceneggiatura non brillante. 

Facciamo un passo indietro e partiamo col precisare che in questa sede parleremo di Doctor Strange nel Multiverso della Follia in quanto prodotto a sé senza concentrarci sul più ampio mosaico crossmediale a cui appartiene, cioè il Marvel Cinematic Universe, con tutte le implicazioni e le problematiche in cui incorreremo proprio a causa del contesto per cui è stato pensato e realizzato, come vedremo più avanti; procediamo chiarendo quella che è la natura del seguente articolo ossia opinioni a briglia sciolta e decisamente a caldo da parte di chi scrive, basate su una singola visione in sala ma con l'obiettivo di cercare di dare una sistemazione quanto più possibilmente compiuta e ponderata ai diversi spunti offerti; spendiamo qualche parola anche sul Doctor Strange (2016) di Scott Derrickson, tassello del grande disegno Marvel Studios che nonostante il buon successo di pubblico e critica col tempo è stato abbastanza dimenticato e trattato con sufficenza dai più, mentre in realtà aveva già dimostrato come il personaggio e la sua mitologia (nelle mani di un buon mestierante, che si era fatto le ossa nell'horror) si sposassero particolarmente bene ad un'atmosfera più stregata ed onirica rispetto allo standard, pur basandosi su degli stilemi e una struttura in piena linea con il resto della gestione.
Potremmo iniziare dicendo che il film uscito lo scorso mercoledì nelle nostre sale, sotto questo punto di vista, sia un sequel del primo nel senso stretto del termine: tanto più grande e variegato quanto simile. Non è un caso che l'idea di tinteggiare Doctor Strange 2 come il primo horror PG-13 di casa Marvel fosse partita proprio da Derrickson in fase di pre-produzione, salvo poi abbandonare la regia e ricoprire il solo ruolo di produttore esecutivo a causa di divergenze creative. Così come non è stata casuale la scelta di offrire a quel punto la regia a Raimi, anzi potremmo dire che la chiave del successo del prodotto parte proprio da un colpaccio ben assestato da parte di Kevin Feige. Sam Raimi è la personificazione di quei rari casi in cui un autore arriva al punto di essere talmente consolidato e riconoscibile da ottenere la legittimazione di diverse fanbase contemporaneamente (nel suo caso è sia un baluardo dell'orrore per quanto riguarda la saga di Evil Dead, che uno dei padri del cinefumetto supereroistico contemporaneo per la trilogia di Spider-Man), di ciò Feige e il suo team erano consci e intercettando questa percezione sono stati in grado di presentare un lungometraggio che solo per le premesse potesse attirare fasce di pubblico differenti.

Questo film quindi è un'opera autoriale? Sam Raimi allo stato puro? No e sì. Togliamo immediatamente il dubbio ai tanti appassionati, come il sottoscritto, che all'annuncio erano dubbiosi circa le possibilità espressive di un regista di questo calibro nel MCU. Sotto il profilo tecnico e stilistico è ineccepibile, indubbiamente quanto di meglio ci è stato presentato fino ad ora. 
È difficile crederci ma effettivamente i produttori Disney non hanno messo bocca né sulla realizzazione di tale spettacolo visivo né hanno tentato di imbrigliare la strabordante personalità artistica di un Raimi carico più che mai, che corre continuamente sul filo del rasoio del visto censura talvolta scivolando e tagliandosi di fronte agli occhi attoniti degli spettatori che mai si sarebbero aspettati certi risvolti nel confortevole universo condiviso imparato a conoscere. Mutilazioni, possessioni demoniache, cadaveri che tornano alla vita, trafitture e jumpscare forniscono una ventata d'aria fresca in un filone che va sempre più ad assestarsi sulla riproposizione facile e sicura di ciò che il pubblico di riferimento esige. Così come risultano curati e galvanizzanti il montaggio, la fotografia, gli effetti visivi e speciali e la colonna sonora ad opera di un Danny Elfman in stato di grazia (degna di nota una sequenza in particolare, in cui il regista e il compositore lavorano a stretto contatto regalandoci un momento memorabile).

È chiaro che talvolta il confine tra l'autocitazionismo e il manierismo sia molto labile ma complessivamente i diversi marchi di fabbrica del regista finiscono per risultare come eccellenti esercizi di stile sapientemente pensati e costruiti, non accomunabili a operazioni commerciali di spicciolo fanservice nostalgico, come il recente Spider-Man: No Way Home (2021).
Il personaggio di Stephen Strange dimostra nuovamente quanto sia efficace e versatile, il mondo di streghe e stregoni di Kamar Taj viene trattato con i guanti da un Raimi che non ha mai nascosto di apprezzare questo tipo di narrativa popolare e anche stavolta non cela un approccio genuinamente divertito. Largamente promossa anche la rediviva Wanda Maximoff, che diventa un personaggio chiave dall'impatto e dalla presenza scenica come mai prima d'ora. 

Il controaltare di un cinema di intrattenimento più unico che raro di questi tempi, talmente potente che sarebbe in grado di parlare solamente per immagini, purtroppo però è una sceneggiatura non disastrosa ma nemmeno pienamente convincente per mano di Michael Waldron. L'incedere degli eventi risulta frammentato, a tratti sommario e superficiale, altalenante, abbastanza frettoloso tanto che per qualcuno potrà apparire anticlimatico. Ciò che manca, probabilmente, è qualche momento di distensione che permetta ai personaggi di respirare e che favoreggi il pieno coinvolgimento emotivo di chi guarda. La parte centrale in particolar modo uccide momentaneamente il ritmo, mettendo in luce la difficile coesistenza di necessità differenti quali la gestione del singolo film e l'appagamento della specifica audience di riferimento. I tanto attesi ''Illuminati'', oltre ad essere la parte meno interessante a livello tecnico (palese frutto di reshoot imposti dalla produzione a riprese terminate ad un Raimi discretamente disinteressato), sono pressoché inutili ai fini della narrazione. 
Altro grande problema è quel che rappresenta Doctor Strange nel Multiverso della Follia per la macrotrama Marvel: questa storia risulterà di difficile comprensione per coloro che non hanno guardato la miniserie Disney+ WandaVision (2021), essendo profondamente collegata ad essa. Raimi prova in più di un'occasione a rendere il retroterra di ciò che accade accessibile a chiunque, ma non ci riesce mai del tutto dato il complesso meccanismo narrativo ormai collaudato da tempo, il che risulta fuorviante. Per molte persone sicuramente questa impostazione non sarà di difficile digestione ma, sempre a detta di chi scrive, è un presupposto tremendamente sbagliato su cui imbastire un racconto arzigogolato a sua volta.

Insomma per concludere, l'ultima fatica di Sam Raimi nonchè il ventottesimo capitolo del Marvel Cinematic Universe è uno spettacolo appagante, girato con intelligenza e notevole padronanza del mezzo. Un prodotto di grande intrattenimento molto divertente, fantasioso e mai stancante che però si trascina appresso qualche elemento problematico. Un film sbilanciato e quasi anarchico, come il titolo promette, che potrebbe catturare molti spettatori e lasciarne perplessi altrettanti.

ARTICOLO DI


venerdì 9 aprile 2021

In Name Only - I sequel apocrifi come strategia di marketing

INTRODUZIONE

Sin dalle origini del cinema, la pratica dei sequel cinematografici ha sempre trovato ampio spazio nelle grandi produzioni, riprendendo, d’altronde, una tradizione già profondamente radicata in secoli e secoli di letteratura. Che si parli di celluloide o di carta stampata, ciò che porta i produttori (o gli editori) ad intraprendere la strada del seguito è, ovviamente, l’eventuale popolarità che l’opera in questione è riuscita a guadagnarsi, conferendole di conseguenza il titolo di “opera prima” di un progetto seriale più ampio ed in grado di garantire un (quasi) sicuro successo fra gli spettatori/lettori.


Nel caso del cinema, al centro del processo di “sequelizzazione” vi è senza dubbio il rapporto diretto fra produzione e pubblico, un rapporto dalla natura profondamente collaborativa e per certi versi persino interattiva. È per rispondere alle esigenze di chi guarda che i detentori dei diritti di una certa pellicola decidono di realizzarne il seguito (o i seguiti), sfruttando quella sorta di “necessità seriale” che avvolge il pubblico dopo la visione, una necessità ovviamente eventuale e dettata dal feedback in funzione dell’attaccamento per certi versi affettuoso che il pubblico arriva a provare per i personaggi, per gli eventi, per le ambientazioni, per le musiche, per tutto ciò che va a formare profondamente l’identità dell’opera stessa.

Ovviamente ci sono casi in cui questa “necessità seriale” viene innestata strategicamente nel fruitore, con l’inserimento dei cosiddetti finali aperti, soprattutto attraverso la pratica del cliffhanger, in grado di spalancare le porte ai possibili film successivi, operazione per certi versi attuata “alla cieca”, figlia della speranza nel riscontro positivo del pubblico, in modo da non andare incontro alla cancellazione dei progetti futuri già opportunamente programmati.


Tuttavia, il feedback positivo per una determinata pellicola può portare anche ad un “corto circuito” del rodato meccanismo di serializzazione delle opere. Ci sono casi, infatti, in cui una casa di produzione totalmente esterna al processo produttivo di una determinata opera prima o di un franchise, decida di realizzare un film che apparentemente va a ricollegarvisi pur non avendo, in fin dei conti, nessun elemento narrativo da spartirvi. È il fenomeno dei sequel apocrifi, già appartenente da tempo al mondo della letteratura, e presente nel territorio della settima arte in una doppia veste: ci sono i sequel apocrifi che nascono come tali, che chiameremo “apocrifi originari” e quelli che lo diventano soltanto successivamente a furbe operazioni di retitolazione in seguito alla distribuzione del film nei mercati stranieri, che chiameremo “apocrifi derivativi”.


In questo lavoro approfondiremo l’aspetto marcatamente strategico di entrambi i casi, analizzandoli come operazioni di marketing, soffermandosi in particolar modo sui numerosi esempi del cinema di genere italiano, oltre che sulle molte operazioni di importazione nel nostro paese di pellicole di altre nazioni opportunamente retitolate in modo da renderle passabili come  sequel.

1.  IL FASCINO ITALIANO PER IL “NON-UFFICIALE”

1.1  I seguiti apocrifi negli horror della Penisola

È indubbio come l’Italia sia stato il territorio all’interno del quale, più di ogni altro, la tradizione del sequel apocrifo ha trovato ampia strada, in particolar modo durante il periodo di massimo splendore del proprio cinema di genere, fra la fine degli anni ‘60 e la fine degli ’80. Il motivo di questa strana proliferazione è sicuramente l’estrema leggerezza con la quale le norme sul diritto d’autore venivano applicate nel territorio italiano, un aspetto che ha portato numerose case di produzione, come la Filmirage di Joe D’Amato, ad approfittare del successo di alcune delle più popolari pellicole (o saghe) statunitensi del periodo, concentrandosi in particolar modo sul prolifico genere horror. Uno dei casi più clamorosi (e sicuramente più popolari) e che in un certo senso contribuirà ad una sorta di propagazione di questo fenomeno è Zombi 2, diretto da Lucio Fulci (qui al suo debutto nel genere che poi lo renderà famoso in tutto il mondo) e distribuito nel 1979 dalla Variety Film di Ugo Tucci.


Il film si pone, difatti, come il seguito diretto del celebre Zombi (Dawn of the Dead, 1978) di George A. Romero arrivato in sala appena 10 mesi prima, senza tuttavia collegarvisi narrativamente. È quindi indubbio che il “2” posto dopo il titolo, elemento che già di per sé definisce un film in quanto seguito, fosse una trovata di marketing per certi versi estremamente ingannevole, ma che contribuì alla costruzione di un’ampia cerchia di interessa intorno alla pellicola oltre che al suo conseguente grande successo, che la porterà ad incassare 1,5 miliardi di lire, a fronte di un budget di 400 milioni.


Per infondere ancora più profondamente l’idea che il film in questione si trattasse di un vero e proprio sequel, i distributori andarono ovviamente ad agire in quello che, negli anni ’70 più di oggi, era uno degli strumenti pubblicitari tra i più fondamentali: la locandina. Nella parte alta del manifesto di Zombi 2, è possibile leggere la tagline che recita: “…quando i morti usciranno dalla tomba, i vivi saranno il loro sangue…”, un’espressione che indubbiamente ricorda, per assonanza, la frase che accompagnava i manifesti italiani di Zombi di Romero, una questione che portò quest’ultimo ad accusare Fulci di plagio.


Un caso simile (che, come il precedente, rappresenta quindi un esempio di apocrifo originario)  è quello che si verifica l’anno dopo con Alien 2 – Sulla terra, fanta-horror diretto da Ciro Ippolito che, ovviamente, si pone come sequel diretto di Alien (1979) di Ridley Scott. La frase che accompagna la locandina e il trailer “...ora può colpire anche te!” suggerisce, grazie al soggetto sottinteso, la sua (falsa) natura prosecutrice, facendo credere allo spettatore che la creatura presente nel film sia la medesima del film di Scott, cosa che naturalmente non corrisponde al vero, un esempio che resterà comunque circoscritto ad una pellicola unica.

1.1.1  Il caso: i numerosi falsi seguiti de La casa

Diverso è l’eclatante caso degli unofficial sequels de La casa (Evil Dead, 1981) e La casa 2 (Evil Dead II, 1987) di Sam Raimi, che si presenteranno in Italia nel doppio ruolo (caso probabilmente unico) di apocrifo originario e apocrifo derivativo. Dopo il grande consenso di pubblico de La casa 2, Aristide Massaccesi (in arte Joe D’Amato) e Achille Manzotti producono Ghosthouse, diretto dal grossetano Umberto Lenzi, che verrà distribuito in Italia col titolo La casa 3 (1988), il primo “falso seguito” di una serie più ampia che proseguirà nei due anni successivi con La casa 4 (Fabrizio Laurenti, 1988) e La casa 5 (Claudio Fragasso, 1990). Dal punto di vista pubblicitario, si può notare come nei manifesti di questi ultimi primeggi l’immagine di una lugubre abitazione, riprendendo quello stile che già caratterizzava le locandine dei due film originali.


Un modo, questo, per creare un senso di continuità immediato e visivo con le due pellicole di Raimi, così come l’utilizzo del font, leggermente più spesso nei tre seguiti italiani, ma indubbiamente simile, con la lettera “C” ben più grande delle altre (tranne nel caso de La casa 5). Possiamo dire che fenomeno de La casa in Italia sia stato estremamente significativo, portando le imprese di distribuzione locali ad effettuare massicce operazioni di retitolazione di pellicole horror statunitensi di genere. Il caso vuole che nel 1986 Sean S. Cunningham, già regista dell’horror cult Venerdì 13 (Friday the 13th, 1980), inizi a produrre una serie di pellicole horror comedy intitolata proprio House, un’occasione che Roberto Cimpanelli, già distributore italiano dei due Evil Dead, non si lascia sfuggire e, potendo puntare su una certa “coerenza traduttiva” rispetto al titolo originale, decide di ricollegare (indirettamente) le pellicole della serie ad entrambi i film di Raimi. Di conseguenza, il capitolo iniziale House (1986) diretto da Steve Miner, giunge nel nostro paese col titolo Chi è sepolto in quella casa?, e già dalla locandina si possono notare i chiari rimandi al manifesto italiano del cult del 1981, con l’utilizzo del medesimo font e della “C” a forma di falce, un elemento     onnipresente nei poster di gran parte dei moltissimi horror che raggiungeranno il nostro paese col termine “casa” nel titolo.

Difatti, sebbene la pellicola di Miner non sia considerata, in rapporto ai film di Raimi, né un sequel clandestino né, ovviamente, un sequel ufficiale, il manifesto italiano tende proprio a voler suggerire il contrario. Oltre al già citato utilizzo del font e della “C” maiuscola, la presenza del copy “Nessuno c’era più tornato da allora…È ancora viva. E vi aspetta.” indica un certo senso di continuità con un qualcosa che già era accaduto in passato (da allora…) e che lo spettatore conosce bene, identificando quel “qualcosa” indubbiamente con gli eventi de La casa, tant’è che la prima parte del titolo (“Chi è sepolto in quella…”) risulta in secondo piano rispetto alla parola “casa”, ben più grande e “attraente”. Questo esempio, pur non presentando il classico numero posto dopo il titolo (aspetto che più di tutti caratterizza il fenomeno dei sequel apocrifi) può essere considerato come “apocrifo derivativo” (un elemento che approfondiremo nel paragrafo successivo), sebbene il collegamento con la saga originale di Raimi mantenga un’evidente implicitezza. È poi ulteriormente incredibile quello che lo stesso Cimpanelli, che già aveva distribuito House II (Ethan Wiley, 1987) col titolo La casa di Helen, deciderà di fare col terzo film della saga di Cunningham, The Horror Show (1989) di James Isaac.


Il film, difatti, raggiungerà le sale italiane con l’assurdo titolo La casa 7, tentando quindi di ricollegarsi a quella sfilza di falsi seguiti prodotti dalla coppia Massaccesi-Manzotti che, per altro, si erano già assicurati i 
diritti sia per La casa 6 che, appunto, per La casa 7, un episodio che porterà i due produttori ad entrare in causa col distributore romano. La scelta di questo titolo per il film di Isaac appare indubbiamente confusionaria, considerando la totale assenza di un La casa 6, ma tuttavia ci suggerisce (grazie all’oggettività del titolo) una testimonianza in questo senso esplicita del rapporto viscerale che gli altri due capitoli della serie di House avevano avuto, promozionalmente, con la serie di Evil Dead, perlomeno in Italia. Inoltre, andando ad analizzare anche in questo caso la locandina italiana, è impossibile non notare la sua estrema somiglianza

con quella utilizzata per La casa del 1981. L’immagine scelta, ovvero quella di una lugubre mansione circondata dalla nebbia [identica, per altro, al celebre Bates Motel, teatro degli eventi di Psycho (1960) di Alfred Hitchcock], è praticamente la stessa di quella presente nel manifesto del film di Raimi, “ribaltata” di 180 gradi e, di conseguenza, specchiata.

 Sopra all’immagine la tagline recita “L’ultimo capitolo, il più spaventoso…” prevedendo una conclusione definitiva sia per la “serie” che per questo tipo di operazioni; una cosa che, in effetti, si verificherà realmente. Comunque sia, aver voluto mantenere La casa 7 come titolo definitivo per The Horror Show tralasciando gli eventuali aspetti legali frutto di quella chiamata in causa citata sopra, che probabilmente rappresentavano la principale motivazione di questa scelta) poteva apparire come una soluzione accettabile in funzione della titolazione italiana dei due capitoli precedenti (House e House II) che, come abbiamo visto, facevano intuire una certa (subdola) loro appartenenza alla saga de La casa. Non è quindi un caso che proprio La casa di Helen (House II) sia convenzionalmente conosciuto anche con il titolo, non ufficiale, di La casa 6, riuscendo di conseguenza a chiudere il cerchio. Due casi, questi, che testimoniano la natura convergente della serie in questione riguardo al rapporto fra apocrifi originari e apocrifi derivativi, che (grazie alla numerazione) arrivano a far parte della stessa “filiera” di unofficial sequels.

1.2  Gli apocrifi derivativi: alcuni esempi

Analizzando i casi dell’arrivo in Italia dei tre capitoli della serie House (in particolar modo del terzo), abbiamo introdotto degli esempi concreti di “apocrifi derivativi”, ovvero quei film che, successivamente alla loro retitolazione in ambito distributivo, vengono fatti passare come seguiti di film o franchise già esistenti.


Difatti, la consolidata abitudine dei produttori italiani di sfruttare il successo di opere terze realizzandone seguiti fasulli, non stupisce la massiccia presenza di questo tipo di operazioni anche nell’ambito esclusivamente distributivo. Uno dei casi più spudorati (oltre che probabilmente uno dei primissimi esempi) è indubbiamente quello di Silent Running (Douglas Trumbull, 1972), pellicola di fantascienza uscita nelle nostre sale col titolo 2002: La seconda odissea, tentando un’improbabile ricongiunzione col capolavoro di Kubrick 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey, 1968) uscito quattro anni prima, e ancora ben presente nell’immaginario dello spettatore italiano. Il film di Trumbull, per altro già effettista proprio del film di Kubrick (caratteristica che spesso veniva rimarcata negli inserti giornalistici che annunciavano la pellicola nelle sale, viene riadattato non soltanto dal punto di vista del titolo, ma anche dal punto di vista della sceneggiatura originale. Grazie al doppiaggio, difatti, alcune battute del film vengono trasformate in modo da giustificare il titolo ricollegandosi, di conseguenza, agli avvenimenti del film del 1968, citando il celebre monolito e rinominando il computer di bordo della nave HAL 9000, esattamente come l’inquietante antagonista di 2001, per altro doppiato dal medesimo doppiatore, Gianfranco Bellini. Nella locandina italiana di Silent Running si può inoltre notare come il font utilizzato per il titolo sia lo stesso di quello che è possibile vedere sul manifesto del film di Kubrick, una modalità che, come abbiamo già visto nel precedente paragrafo, è la prassi per questo tipo di operazioni. Particolare è anche il caso dei primi due film di Bruce Lee giunti nel nostro paese, Tang shan da xiong (Lo Wei, 1971) e Jing wu men (Lo Wei, 1972), retitolati rispettivamente Il furore della Cina colpisce ancora e Dalla Cina con furore. Come si può evincere da questi due titoli, i due film, sebbene non fossero legati da nessun filo narrativo, vengono distribuiti come uno il seguito dell’altro, ignorando, inoltre, il loro originale anno di distribuzione. Il furore della Cina colpisce ancora, che di fatto era uscito in madrepatria un anno prima rispetto a Dalla Cina con furore, viene fatto passare come il secondo capitolo della cosiddetta saga di Chen ribaltando, di conseguenza, la situazione. Questo evento, per certi versi unico, non sembrò tuttavia intaccare il successo delle due pellicole, distribuite entrambe in Italia nel 1973 a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, guadagnandosi, grazie alle 640 milioni di lire incassate complessivamente, due posti tra i cento migliori incassi del biennio 72-73. Un grande successo (dovuto anche alla crescente moda dei film di arti marziali che in quel periodo stavano spopolando nelle sale di tutta Italia) che porta la Titanus di Goffredo Lombardo (già distributrice dei due episodi appena citati) a portare in sala altre due pellicole con protagonista lo stesso Bruce Lee, Meng long guo jiang 

(uscito in madrepatria nel 1972 e, tra l’altro, unica opera di Bruce Lee come regista), che per il mercato italiano diventa L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente, e Game of Death (Robert Clouse, 1978) uscito cinque anni dopo la morte dell’attore e girato con materiali di repertorio, che viene diffuso nelle sale col titolo L’ultimo combattimento di Chen. Entrambi i film, difatti, vengono presentati come seguiti diretti de Il furore della Cina colpisce ancora pur non avendo nulla a che vedervi, utilizzando come espediente il nome del protagonista, che viene modificato in Chen, esattamente come i due personaggi interpretati da Bruce Lee nelle pellicole del 1971 e del 1972. Una tattica, questa della Titanus, sicuramente fruttuosa che contribuirà al raggiungimento dei due film di due posti nella top 100 degli incassi del 1974 e del 1978.

1.2.1  Il caso: quando King Kong (non) incontra Godzilla

Sin dalle sue origini col primo film del 1954, la saga dedicata al celebre dinosauro radioattivo della casa giapponese Toho (una delle più longeve dell’intero panorama cinematografico, con ben 33 film all’attivo) è stata territorio di ampie modifiche sul fronte delle distribuzioni internazionali.


In Italia, salvo qualche rara eccezione, i film di Godzilla sono sempre andati incontro a titolazioni che poco avevano a che vedere col loro titolo originale, spesso inserendovi nomi di personaggi appartenenti ad altre saghe cinematografiche completamente estranee a quella della gigantesca creatura nipponica. Andando ad analizzare i box-office relativi al periodo in cui il franchise è sbarcato nelle nostre sale (ovvero nel ventennio che va dal 1955 al 1975), nessun episodio è presente fra i primi cento titoli, in favore di altre pellicole di genere che in quegli anni erano in grado di aggiudicarsi una grande fetta di pubblico, quali il peplum e lo spaghetti- western. Una sorte che, oltre che alla saga di Godzilla, sembra intaccare tutte le produzioni a tema “mostri giganti” che giungono in sala fino ai primi anni ’80. L’unica eccezione del caso è quella che riguarda il King Kong di John Gullermin che nel 1976, anno della sua uscita in Italia e nel resto del mondo, raggiunge addirittura la vetta della classifica al botteghino nazionale. Questo dato ci testimonia quindi un aspetto fondamentale per quanto concerne gli aspetti che stiamo per affrontare. Il personaggio di King Kong, probabilmente a causa della forte popolarità che il personaggio si era guadagnato a partire dal capostipite uscito nel 1933, era entrato nell’immaginario collettivo ormai da tre decenni, un aspetto che porterà le case distributrici (tra cui anche la già citata Titanus) ad inserire il nome del gigantesco gorilla in titoli di film che nulla avevano di che spartirvi, se non il genere, e tra questi, alcuni esempi riguardano proprio pellicole appartenenti all’ampio universo cinematografico di Godzilla. Tralasciando il celebre King Kong vs Godzilla (Kingu Kongu tai Gojira, Ishiro Honda, 1962) che da noi diventa Il trionfo di King Kong (titolo che, in fin dei conti, si rivela essere un clamoroso spoiler e unica volta (per adesso) in cui entrambe le creature compaiono contemporaneamente sul grande schermo, uno degli episodi più celebri della saga, Kaiju soshingeki (Ishiro Honda, 1968), raggiunge il nostro paese col fuorviante titolo Gli eredi di King Kong sebbene, nemmeno a dirlo, il mostro della Universal non sia presente in nessuna sequenza, né tantomeno venga nominato, differentemente da quello che la locandina italiana suggerisce, presentandoci un anonimo (ed enorme) gorilla intento a distruggere una città durante un attacco militare. 


L’utilizzo di scene cliché del genere a cui il film pubblicizzato appartiene è sicuramente una delle principali caratteristiche delle locandine italiane di questo periodo, che molto raramente (specialmente in questo genere di film) offrivano una rappresentazione fedele delle sequenze che effettivamente apparivano su schermo (compito che veniva subordinato alle fotobuste, manifesti che venivano consegnati nei cinema con lo scopo di pubblicizzare i film in programmazione), una strategia di marketing per certi versi ingannevole, ma rodata e funzionale. Una sorte similare è

quella alla quale va incontro l’ultima pellicola del periodo d’oro della saga dedicata al mostro Toho, Mekagojira no gyakushū (Ishiro Honda, 1975) che per il mercato italiano diventa Distruggete Kong! La Terra è in pericolo, con una modalità, sotto certi aspetti, diversa. La creatura antagonista del film, il dinosauro marino Titanosaurus, viene ribattezzato dal doppiaggio italiano TitanoKong, per poter di conseguenza giustificare un titolo pensato per depistare a tutti gli effetti lo spettatore italiano. In questo caso, la scelta di voler inserire il nome di Kong nel titolo è dovuta all’uscita del già citato King Kong di Gullermin, prevista proprio per quel periodo (Distruggete Kong![...], difatti arriva nella sale italiane proprio nel 1976). 

Anche in questo caso le due locandine pubblicitarie realizzate per il nostro mercato, mostrano il consueto gorilla mosso da “istinti distruttivi”, presentandovi tuttavia, dal punto di vista dell’aspetto, una sorta di ibridazione rettilea. La pelle composta sia da folto pelo che da scaglie squamose, sembra quasi un tentativo di ricongiunzione con la vera creatura antagonista del film, aspetto che, ovviamente, non annulla la natura ingannevole dell’operazione, incentivata dalla scritta “Kong” dalle dimensioni ben più grandi delle altre. 

CONCLUSIONI – Quel (nulla) che resta del sequel apocrifo

La complessiva aura di assurdità che circonda il mondo dei sequel apocrifi è probabilmente ciò che rende questo fenomeno estremamente affascinante. Risulta incredibile allo spettatore contemporaneo poter credere all’eventuale esistenza di strategie di marketing così fuorvianti e spudorate. Tuttavia, negli anni a cavallo fra i ’60 e gli ’80 queste operazioni erano, per molte case di distribuzione, una vera e propria prassi.


Cosa è cambiato quindi? Perché al giorno d’oggi è così difficile (o per meglio dire impossibile) assistere alla realizzazione di false sequelizzazioni di questo tipo? Probabilmentela questione è da far ricadere su un ulteriore inasprimento delle norme sul diritto d’autore, fattore che ha contribuito a favorire la scomparsa del fenomeno dei sequel apocrifi (sebbene sopravviva ancora una pratica per certi versi a lui “cugina”, quella dei cosiddetti mockbusters), anche se, per certi versi, un’ulteriore motivazione potrebbe essere riconducibile al cambiamento dello spettatore stesso, che gradualmente è riuscito a comprendere l’aspetto ingannevole del fenomeno, cessando di accontentarsi della mera apparenza del film in quanto seguito, preferendovi, sul fronte opposto, un vero e proprio ritorno dei caratteri della pellicola originale, dei medesimi personaggi e delle medesime situazioni, un traguardo indubbiamente raggiungibile soltanto col seguito ufficiale. Ciò che è ha fatto proliferare gli unoffical sequels è stato, difatti, proprio la “sete seriale” del pubblico di massa, una sete che ormai, nel cinema contemporaneo, è saziata dalle case di produzione detentrici dei diritti dell’opera in questione, in grado di sfornare quantità incredibili di seguiti ufficiali, aumentando l’offerta. L’apocrifo, di conseguenza,

non serve più. Inoltre, dal punto di vista etico non possiamo non considerare la natura truffaldina delle operazioni di serializzazione non ufficiale. A prescindere dalla qualità della pellicola, questo depistaggio premeditato di cui tanto abbiamo parlato nei paragrafi precedenti non può in nessun modo scindersi dal suo carattere profondamente scorretto. Certo, ciò che colpisce è proprio quella tranquillità con cui un Roberto Cimpinelli riusciva a portare in sala Martians Go Home (David Odell, 1990) col titolo di Balle Spaziali 2 – La vendetta, con tanto di locandina raffigurante i personaggi del celebre film di Mel Brooks, completamente assenti nella pellicola originale, tuttavia, volendo utilizzare un luogo comune, stiamo parlando di un periodo profondamente diverso, periodo nel quale si poteva sorvolare riguardo alla sfrontata uscita di un Terminator 2 (Bruno Mattei, 1989) in nome di quella proliferazione che tanto giovava agli esercenti delle sale cinematografiche oltre che all’intero settore cinematografico italiano.


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