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sabato 29 aprile 2023

Tromeo & Juliet - Il primo folle film di James Gunn

“Shakespeare didn’t have that in mind when he wrote Romeo and Juliet.”
(Lloyd Kaufman)

"Fuck. I can't believe Murray was a fag"
(Benny Que)
1966, in una famiglia di origini irlandesi nel Missouri nasce James Francis Gunn Jr., futuro regista, che fin da giovane sviluppa una forte passione per il mondo fumettistico e cinematografico.
1974, a New York, Lloyd Kaufman e Michael Herz fondano la casa di produzione e distribuzione indipendente Troma, specializzata in cinema erotico, horror e splatter a basso costo.

Quattro anni dopo, mentre la Troma cominciava a produrre le sue pellicole, pur senza grossi successi, James Gunn, a solo 12 anni, influenzato da "Venerdì 13" e "La notte dei morti viventi", iniziò a girare film di zombie su 8mm assieme ai suoi fratelli, tra cui il futuro collaboratore fisso Sean Gunn, nei boschi vicino dove vivevano[1]. Kaufman e Hertz riusciranno a farsi conoscere dal grande pubblico con il loro primo grande successo nel 1985, con "The Toxic Avenger", mentre Gunn frequentava ancora la Saint Louis University dopo essersi diplomato alla Jesuit St. Louis University High School. 1992, dopo una visita alla tomba di Shakespeare[2], Lloyd Kaufman, Andy Deemer e Phil Rivo, due dipendenti della Troma, scrivono la sceneggiatura per una parodia di Romeo e Giulietta con Toxic Avenger come personaggio di supporto, interamente in versi e dal titolo di "Tromeo and Juliet", rifiutata unanimamente da tutto il resto dello staff e da Michael Herz stesso. Poco dopo, James Gunn, ancora inesperto e senza reali esperienze alle spalle, si presenta alla Troma proponendosi come sceneggiatore, ruolo che otterrà. “Ciò che ha catturato la mia attenzione" commentò poi Kaufman anni dopo "fu che vomitò sul palco, che fosse un performance actor che ha vomitato sul palco. Non so se abbia vomitato perché fosse nervoso o magari perché pensava fosse divertente o forse perché aveva studiato tutto il lavoro di Terence Malick. Ma in ogni caso, qualsiasi cosa sia stata, è stata come quando in 'The Producers' Zero Mostel vede il suo Hitler e dice 'sei il mio Hitler!', James Gunn era il nostro" (“What caught my attention was he vomited onstage, that he was a performance actor who vomited onstage, I didn’t know whether he vomited because he was nervous or because it felt it was entertaining or because perhaps he had studied all the work of Terence Malick. But whatever it was, it was sort of like that moment in ‘The Producers’ when Zero Mostel sees his Hitler and says ‘you’re my Hitler!’ James Gunn was ours.”)[3].
James Gunn e Lloyd Kaufman
Nel 1994, James Gunn, assieme alla sua band alternative/goth rock The Icons fondata nel 1989, incide "Walking Naked", pezzo che, assieme a "Sunday" composto sempre da loro qualche anno prima, troverà spazio nel futuro "Tromeo & Juliet" che, un anno dopo, Gunn rispolvererà, riscrivendolo in una chiave molto più marcia e oscena, rimuovendo anche Toxie dal cast, che verrà però continuamente citato e omaggiato anche nell'opera finale. L'idea di Gunn vedeva Tromeo come uno spacciatore di crack e Juliet come una stripper e una prostituta, oltre a presentare alcuni dei temi scabrosi della versione finale in una chiave molto più esplicita e gratuita. Kaufman stesso rifiutò tale versione, ma decise comunque di partire da questa come fondamento per il film. Modificata da lui e Gunn, lo script sarà pronto a divenire realtà nell'estate del '95, con un budget di $350,000, uno dei film più costosi che la Troma abbia mai prodotto. Lo schema in versi inizialmente desiderato da Kaufman viene scartato in favore di più battute e comicità, mantenendo alcuni passaggi dell'opera shakespeariana originale che, recitati nel contesto trasgressivo e sporco del film, danno un senso di surrealismo ancora maggiore e risultano momenti di un'elevata comicità. Nonostante sia il co-regista del film (è comune per molti registi iniziare come tali o come assistenti registi, basti pensare), non viene creditato come tale nei titoli di testa e di coda, figurando solo come sceneggiatore.

"Volevo che [Tromeo e Juliet] sviluppassero una relazione molto intensa e in effetti l'hanno fatto. Ma hanno deciso che in realtà non avrebbero dovuto avere rapporti off-screen fino a dopo il film. Non ricordo se l'hanno effettivamente fatto, ma questo ha dato alle loro scene sullo schermo una formidabile tensione sessuale ed è stato qualcosa a cui un pervertito malato di sesso come me non avrebbe mai pensato in un milione di anni." ("I wanted them to develop a very intense relationship and indeed they did. But they decided that they shouldn't actually have off-screen intercourse until after the movie. I don't remember whether they ever did but this gave their on-screen scenes together terrific sexual tension and was something a sex-crazed pervert like me would never have thought of in a zillion years")[4].
La pellicola, ambientata nei bassifondi della Manhattan di inizio anno '90, si apre con una narrazione del cantante e bassista Lemmy Kilmister, che accettò il ruolo gratuitamente in quanto definì la Troma il "rock'n'roll del cinema"[5], prima di presentarci i nostri trasgressivi e improbabili protagonisti: la storia ruota attorno a due famiglie, i ricchi Capulet e i poveri e disgraziati Que, legati da un'antica faida dovuta all'industria pornografica nella quale un tempo, i due patriarchi delle famiglie, erano soci, e in particolare si focalizza sulla storia d'amore tra Juliet Capulet (Jane Jensen) e Tromeo Que (Will Keenan), la prima una vegetariana con una relazione di stampo solo sessuale con la sua cuoca e abusata dal padre; il secondo un teppista scavezzacollo che passa il tempo con il suo saggio cugino Benny (Stephen Blackehart, che continuerà a lavorare con Gunn negli anni, inclusi i suoi cinecomics più recenti, e ispirato al personaggio di Benvolio) e il suo folle amico Murray Martini (Valentine Miele, ispirato al personaggio di Mercuzio dell'opera originale), credente nel vero amore, ma molto sfortunato con le ragazze. Il loro amore sarà il catalizzatore per un'escalation di depravazione sessuale, violenza, grottesche trasformazioni e atroci morti.

Il film venne rilasciato anche in numerosi festival in giro per il globo, tra cui il Festival di Cannes (a cui la Troma partecipa abitualmente fuori competizione), Fantasporto, Mar del Plata Film Festival, Oldenburg Film Festival, Stockholm International Film Festival e anche al Fantafestival romano nel 1997, per la sua diciassettesima edizione, locato al cinema Quirinale e a Palazzo delle Esposizioni, con Lloyd Kaufman e Brian Yuzna ospiti, dove "Tromeo & Juliet" vinse il premio di miglior film dell'anno, battendo titoli quali "Mimic" di Del Toro e "Crash" di Cronenberg. Il titolo ricevette prevalentemente un'ottima accoglienza da parte di pubblico e critica, visto come un'esilarante ed irriverente parodia, descritto però come "il nadir degli adattamenti di Shakespeare" dal critico Daniel Rosenthal ("the nadir of screen Shakespeare...[it] takes every major character and incident from Romeo and Juliet and systematically drains them of humanity in a tedious, appallingly acted feast of mutilation and softcore sex.")[6], che si unisce al coro di coloro che, invece, non riescono a reggere gli eccessi della Troma.
Benché sia un prodotto dalla forte carica disgustosa, con tabù come l'incesto o la violenza fisica, scandito dalle profanità commesse e dette dai personaggi, “Tromeo & Juliet” non risulta mai genuinamente schifoso o troppo oltraggioso, riuscendo a mantenere il giusto equilibrio tra crudeltà e comicità, non prendendosi mai (o a lungo) troppo sul serio, ma mantenendo un ritmo prevalentemente svelto e con ottime tempistiche comiche, senza mai rompere il patto narrativo con lo spettatore (che, a dirla tutta, capisce presto di potersi aspettare di tutto) e senza sacrificare la narrazione. La violenza è sì esplicita (uno stuntman ha anche rischiato realmente la vita per una scena, a causa di problemi con la finta finestra dalla quale si sarebbe dovuto lanciare), ma è filtrata dalle reazioni esagerate e dalle dinamiche improbabili del film, risultando divertente, in un'esasperazione della slapstick comedy di cui la Troma è maestra; le sequenze erotiche anche sono molto insistenti e, in certi momenti, quasi pornografiche per quanto gratuite possano sembrare, ma, nuovamente, non risultano stomachevoli grazie ad un buon pacing ed alla loro contestualizzazione nell'opera in generale.

La recitazione sopra le righe del cast, ma carismatica e forse funzionale proprio per le sue imperfezioni, conferisce un'ulteriore livello di surrealismo ad un'opera che, d'altro canto, non teme di trattare alcuni temi sociali e politici, tra cui una critica ecologica al sistema di macellazione della carne industriale, e a mostrare una regia lucida e capace di donare alcune inquadrature iconiche, con ottime costruzioni della scena, mostrando i primi passi del futuro Gunn, trainato dal veterano Kaufman, in un sodalizio che porterà i due a collaborare nuovamente nel 1997 per la serie tv "The Tromaville Cafè".
Lloyd Kaufman e alcuni membri del cast, tra cui Sean Gunn
James Gunn stesso ha un cameo in una delle scene più violente del film: un personaggio perde un braccio dopo essere stato investito e finisce per essere decapitato, causando un incidente ad una famigliola felice, di cui padre è proprio un giovanissimo Gunn. Tale scena verrà inoltre riusata in molte opere della Troma future, tra cui il quarto Toxic Avenger. Sean Gunn anche ha un ruolo, più sostanziale, come l'avverso, viscido e incestuoso Sammy Capulet, un personaggio grottesco e il primo bizzarro figuro a cui l'attore darà volto in un film del fratello. Anche il montaggio risulta funzionale (curato da Todd Field, acclamato regista del recente "Tár"), mantenendo un ottimo pacing aumentando la scorrevolezza. La colonna sonora rock già citata si sposa perfettamente con l'atmosfera e le scene mostrate, antipasto per la cura di questo lato nei film futuri di Gunn, nonostante questo sia il solo film di cui è regista per cui abbia effettivamente composto in prima persona, nonostante in film come la duologia di "Scooby-Doo" porti comunque avanti la sua carriera da musicista, dando un assaggio delle sue inclinazioni e dei suoi gusti, che risultano già più che chiari. Gli effetti pratici sono di bassa lega, eccezion fatta per alcune scene come quella del piercing al capezzolo, ma d'intrattenimento proprio per questo. Il sangue a raffica, le mutilazioni e le brutali morti (che si protraggono spesso per un po' prima che i personaggi possano spirare, ma senza essere mai fortemente drammatiche) faranno felici qualsiasi fanno dello splatter in un perverso tripudio di esagerazioni.

Il pathos traspare in poche scene, prevalentemente nel climax finale, ma riuscendo ad essere d'impatto, specialmente nelle dinamiche della relazione tra Tromeo e Juliet che per alcune scene ha un sapore dolce e romantico, nonostante il tutto sia continuamente smorzato dalla forte vena comica che, a differenza di ciò che si potrebbe pensare per un film qualsiasi, è a favore della struttura dell'opera, permettendogli di non sbilanciarsi mai nel becero e nel gratuito, nonostante de facto lo faccia dal primo secondo, dimostrando nuovamente come non sia importante ciò che si narra o si mostra, ma come lo si fa. L'aspetto più orrorifico del film (escludendo il gore di cui abbonda) viene a galla prevalentemente nelle sequenze oniriche che, dopo una benvenuta apparizione dell'iconico mostro pene (Penis Monster, trademark della Troma), abbiamo una disgustosa sequenza, senza alcuna battuta che ne minimizzi l'impatto, in cui Tromeo divora dei popcorn dal ventre di Juliet, prima che dei reali ratti escano fuori, aumentando l'orrore della disperata ragazza. Al suo risveglio, ciò che le da il bentornato in veglia è il  suo disgustoso e abusivo padre, Cappy Capulet (William Beckwith), un altro personaggio con cui è impossibile empatizzare e che riesce a trasmettere un reale senso di orrore da divenire quasi una forza del male per cui si fa il tifo contro, stomacati dai suoi modi, ambigui, violenti e deplorevoli, ma che lasciano molto all'immaginazione dello spettatore circa il quanto in là effettivamente si spingano, riuscendo nel turbare con efficacia.
"Tromeo & Juliet" entrerà nella storia come uno dei più grandi successi della Troma, un vero e proprio cult della commedia horror ed uno degli adattamenti più improbabili della storia del cinema, fuori dagli schemi per tutta la sua durata. La carriera di Gunn dopo questo suo debutto sarà in ascesa e, l'esperienza raccolta sul set, porterà il regista a realizzare il suo primo film girato da solo alcuni anni dopo: "Slither".
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NOTE

[1] Jarrett Medlin, A Conversation With Director James Gunn, 12 agosto 2015, St. Louis Magazine

[2] Contenuti speciali "Tromeo & Juliet", Disco 2, edizione Digitmovies

[4] Lloyd Kaufman, Make Your OwnDamn Movie, p.180

[5] Contenuti speciali "Tromeo & Juliet", Disco 2, edizione Digitmovies

domenica 1 marzo 2020

Qual è il tuo film horror preferito?

“Non bisogna mai copulare. Sesso = morte.
Mai bere o drogarsi (perché è peccato, peccato per estensione della regola numero uno).
Non devi mai, in qualunque circostanza, dire "torno subito", perché non si torna più.”

È il 1995 quando Wes Craven, uno dei più grandi rivoluzionari del genere horror, regista di capolavori del calibro di "A Nightmare on Elm Street" e "Le Colline Hanno gli Occhi", si appresta, nuovamente, a rivoluzionare il mondo del cinema horror, accettando l’incarico di dirigere il primo capitolo di quella che sarebbe diventata una delle saghe cinematografiche più famose di sempre. La pellicola, decostruendo il genere horror ed descrivendone i meccanismi di base, si configurava come un magistrale esempio di metahorror e avrebbe influenzato moltissimi film successivi, aprendo così le porte ad una nuova era del cinema horror. Stiamo parlando, naturalmente, di “Scream”.
PRE-PRODUZIONE E PRODUZIONE
La sceneggiatura del film, ai tempi ancora denominato “Scary Movie”, fu scritta da un allora inesperto Kevin Williamson, che nel giro di tre giorni fu in grado non solo di produrre uno script completo, ma anche di elaborare delle bozze per i due sequel del film. Nel giugno del 1995 la sceneggiatura fu messa in vendita e la Miramax la acquistò per 400.000 dollari, stipulando, inoltre, un contratto con Williamson per due sequel diretti e un terzo non collegato. La produzione del film fu affidata alla Dimension Films, allora sussidiaria della Miramax, e Bob Weinstein, fondatore della Dimension Films e cofondatore della Miramax, inizio le ricerche per un regista adatto a dirigere la pellicola; una delle prime scelte fu Wes Craven, il quale si era mostrato interessato al film prima che la sceneggiatura fosse acquistata, ma il regista era allora impegnato con le riprese per un remake di “Haunting – Presenze” (“The Haunting”) e si trovò costretto a rifiutare, più volte, l’offerta di Weinstein. Gli eventi che portarono Craven a cambiare idea furono principalmente due: il fallimento della produzione del remake e il coinvolgimento di Drew Barrymore (Casey Becker) in “Scary Movie”.
Bob Weinstein e il fratello Harvey avrebbero voluto filmare la pellicola a Vancouver, ma Craven pretese che le riprese avessero luogo esclusivamente negli Stati Uniti, con lo scopo di rendere il film “veramente americano”. Ne risultò un litigio che per poco non costò a Craven il posto di regista, ma fortunatamente i fratelli Weinstein cedettero alla sua richiesta. Questo fu solo il primo di vari problemi riscontrati durante le riprese del film, tra i quali possiamo annoverare la disputa con il consiglio scolastico della Santa Rosa High School, dove sono state filmate le scene della scuola superiore di Woodsboro, oppure il licenziamento di Mark Irwin, il direttore della fotografia, a causa di errori di messa a fuoco e di stabilizzazione dell’immagine delle scene finali del film.

Gli effetti speciali ed il design del killer furono affidati alla KNB Effects. La compagnia, su richiesta di Craven elaborò varie versioni della maschera dell’assassino, che però non furono reputate soddisfacenti dal regista; quando la produttrice Marianne Maddalena trovò quella che sarebbe diventata poi la maschera di Ghostface, Craven ne fece realizzare una versione modificata per aggirare le leggi sul copyright, ma dopo esserne rimasto insoddisfatto decise di acquistare i diritti della machera originale dalla compagnia Fun World. Inizialmente il design non convinse Bob Weinstein, il quale reputava la maschera non spaventosa, ma, grazie all’aiuto del montatore Patrick Lussier, Craven riuscì a produrre una prima versione della scena di apertura del film, che spinse Weinstein a cambiare idea.
Courtney Cox, Wes Craven e Neve Campbell
Craven, per giunta, come premesso, già al tempo era considerato un maestro dell'orrore, ed aveva una visione e dei criteri molto precisi in base a cui accettare le produzioni che gli venivano offerte. Infatti già nel 1994 aveva sperimentato il meta-horror con il film "Nightmare- Nuovo incubo". Dopo "Nightmare 6- La fine" (1991) che fu pubblicizzato come l'ultima apparizione di Freddy sul grande schermo e che si rivelò essere una grande delusione (nonostante dei buoni incassi), tanto da essere affossato dalla critica; Robert Shaye della New Line Cinema si ingegnò per rifarsi e produrre un vero ultimo capitolo degno di tale nome.

Shaye dopo poco realizzò che l'unico modo per riportare in auge Freddy Krueger era quello di tornare a lavorare con colui che lo aveva creato, e così contattò Craven. Il creatore dell'uomo nero non era affatto contento della direzione che i sequel del suo primo film avevano preso, e così decise di lasciarseli completamente alle spalle e creare una storia diversa che andasse a giocare con tutta la mitologia da lui creata per portare qualcosa di nuovo nel franchise. Non a caso, aveva già tentato questo approccio con la prima sceneggiatura che aveva scritto per "Nightmare 3 - I guerrieri del sogno" (1987, da noi trattato qui), che però fu bocciata dalla New Line.

NEW NIGHTMARE
Anche il personaggio di Freddy venne riadattato a questo nuovo contesto più dark e sedimentato nel mondo reale: venne raffigurato come Craven lo aveva concepito, un mostro maligno, mettendo da parte la verve che assunse col tempo. A questo punto, il regista decide di richiamare per la sua prossima fatica tutto il team che aveva originariamente lavorato con lui: tornarono Heather Langenkamp, Robert Englund, John Saxon e Wes pensò anche di richiamare Johnny Depp, ormai diventato una grande star, ma poi lasciò perdere pensando che avrebbe rifiutato (successivamente, Depp sostenne che se fosse stato chiamato vi avrebbe partecipato ben volentieri).

Così nasce "Wes Craven's New Nightmare" che racconta del concretizzarsi del male che Krueger rappresenta nel nostro mondo e della sua caccia a tutti coloro che lavorarono al primo "A Nightmare on Elm Street"; e che descrive il mondo del cinema horror, specialmente di questa saga, da una prospettiva esterna e contemporaneamente interna alla stessa. Una storia ambiziosa in cui realtà e finzione vanno a mescolarsi più volte, in cui Craven sfrutta il mezzo del film dell'orrore e del personaggio di Krueger per creare quella che lui stesso definisce come una storia millenaria nella civiltà umana: una sorta di "Hansel e Gretel" che strizza l'occhio ai tòpos del genere horror e alle varie dinamiche hollywoodiane sotto cui è nato. Questo settimo film uscì in occasione del 10° anniversario della saga e venne generalmente ben accolto dalla critica (soprattutto per lo standard delle recensioni dei film horror), ma purtroppo non riuscì a trionfare al box office tanto da essere il capitolo con meno incassi tra tutti. Eppure, ad oggi, è dignitosamente sopravvissuto al passare del tempo ed è stato largamente riscoperto grazie all'home-video tant'è che da molti (e da Englund stesso) è considerato il migliore dei film di Freddy Krueger, e uno dei capolavori di Wes Craven.

LA MASCHERA E L'URLO
Confronto tra la maschera di Ghostface, la sua versione prima dell'acquisizione dei diritti, una mummia peruviana e "L'urlo" di Munch
Sia il titolo definitivo dell’opera che il costume scelto dall’assassino per dare sfogo alle sue manie perverse sono un chiaro omaggio ad uno dei dipinti espressionisti piú famosi in tutto il mondo: “L’Urlo” di Edvard Munch (titolo originale: “L’Urlo della Natura”), il quale realizzò il dipinto nel 1893, forse ispirato dagli ospiti di un manicomio, dove sua sorella lavorava, affetti dal disturbo di depersonalizzazione, una sensazione di distorsione dell’ambiente e della concezione della propria persona, icona universale dell’ansia dell’uomo moderno. È stato anche dibbattuto se Munch si sia ispirato alle mummie peruviane presenti nel Museo fiorentino di Zoologia e Storia Naturale de La Specola, ma, ad oggi, non sussistono prove definitive a sostegno di tale teoria.

Attualmente esposto alla National Gallery & Munch Museum di Oslo, in Norvegia, del dipinto esistono varie versioni: uno studio preparatorio in pastello, la versione piú famosa in olio e tempere, le successive  litografie, due modelli su cartone (di cui uno è attualmente al XXIII posto della lista dei dipinti venduti piú costosi) e un’inchiostrazione. Bersaglio di due clamorosi furti, nel 1994 e nel 2004, il dipinto ispirò la costumista Brigitte Sleiertin, operaia della compagnia di costumi Fun World, per la creazione di un abito per Halloween: il “Fantasma Occhi di Arachide”, successivamente scoperto dalla produttrice Marianne Maddalena durante un’incursione in una casa abbandonata alla ricerca dei luoghi per girare il film. Accantonato il disegno originale, dopo una lunga trattativa per i diritti, Occhi di Arachide diverrà l’icona dell’identitá assassina assunta da diversi personaggi durante la saga: Ghostface, l’incarnazione della nemesi della protagonista della serie, Sidney. La tunica nera trasforma l’assassino in un’ombra micidiale, conferendogli la modalitá stealth (trad.:invisibile) per le sue scorribande notturne, mentre, il volto bianco deformato, concedendo il massimo contrasto, anticipa l’espressione di paura delle sue vittime, sia nelle urla che nel pianto, ricordando il valore apotropaico di ogni maschera nella sua cultura che culmina, qui, nel suo climax atroce e frenetico. 

IL CAST
Dal punto di vista del casting, "Scream" rappresenta un punto di svolta nella storia del genere cinematografico a cui appartiene. Se prima si sceglievano, anche obbligatoriamente, attori sconosciuti anche per i ruoli importanti, a cause della diffidenza delle grandi star per l'horror, qui si punta ad avere tra le proprie fila volti conosciuti al grande pubblico, primo fra tutti quello di Drew Berrymore, scelta inizialmente per interpretare il ruolo della protagonista Sidney Prescott, salvo poi venire “declassata” al ruolo minore di Casey Becker, la prima vittima nell'incipit della pellicola, oltre che Courteney Cox, famosa all'epoca per la serie TV "Friends" o Henry Winkler, divenuto un'icona grazie al suo ruolo di Fonzie nella celebre sitcom "Happy Days".  Girato in otto settimane, tra l'Aprile ed il Giugno del 1996, "Scream" vede la luce nelle sale statunitensi il 20 Dicembre del 1996, piazzandosi secondo al botteghino.

ANALISI
Mentre è in casa da sola, la giovane Casey Becker riceve delle minacciose telefonate da un misterioso individuo, il quale successivamente la uccide brutalmente insieme al suo fidanzato. Dal giorno dopo, alcuni compagni di classe della ragazza, fra cui la giovane Sidney Prescott (Neve Campbell), vengono ugualmente perseguitati telefonicamente dal maniaco, rischiando di fare la stessa fine della povera Casey...
Sebbene da questa sinossi non sembri scaturire alcun elemento strettamente originale (visti anche i numerosi percorsi già abbondantemente battuti dal pluriennale genere slasher), al suo interno il film ha un elemento che, con ogni probabilità, non era mai stato affrontato in nessuna pellicola di questa tipologia o per lo meno non in una maniera così impegnata. Stiamo parlando dell'aspetto metacinematografico, il vero motore cardine delle vicende del film, sicuramente l'elemento che offre i maggiori spunti di riflessione nella fragile mente dello spettatore. Il serial killer, infatti, si dimostra essere un enorme appassionato del cinema horror al quale "Scream" stesso appartiene, e le domande che pone alle sue malcapitate vittime riguardano esattamente questa tematica seguendo la celebre domanda “What's your favourite scary movie?”. In questo modo il film riesce ad analizzare sé stesso, affrontando tutti i cliché tipici del genere, presenti ovviamente anche qui in vena pseudo-ironica e finendo per giocare con lo spettatore immedesimandolo in maniera estremamente intima con i personaggi in scena. Geniale, da questo punto di vista, la scena in cui di Sidney è in chiamata con l'assassino, lamentandosi della stupidità nelle scelte dei personaggi dei film horror quando questi vengono inseguiti dal pazzo di turno, salvo poi compiere le medesime scelte quando il serial killer irrompe nella sua abitazione, quasi a voler testimoniare che queste situazioni nei film slasher succedono non per un motivo ben preciso, ma perché frutto di un'alchimia ormai collaudata nelle centinaia di pellicole appartenenti a questo filone.

In un'intervista a Bloody Disgusting, Wes Craven affermò: "Nulla in Shakespeare era reale, eppure ha avuto un impatto enorme. È durato per secoli, quindi ha a che fare con una realtà di fondo che si percepisce quando c'è qualcosa di umano, di verosimile, che riconosci. E questo è il caso anche in "Scream". Penso che ciò che Kevin Williamson abbia realizzato, e che forse ho migliorato un po ', sia stato realizzare [un film] divertente, una specie di commedia sulla cultura [pop] e su ciò che la circonda, è autoreferenziale, per questo [allo spettatore] piace Randy. Sembra sia una persona reale. E certamente lo stesso vale per il personaggio di Neve Campbell. È una specie di persona reale e puoi immedesimarti molto di più in un personaggio del genere se lo percepisci come reale. Quindi penso che anche nel contesto del film, si riferisca chiaramente a se stessa come un personaggio del genere [horror], sai? (ride) [...] Personalmente, non mi piace vedere la maggior parte dei film dell'orrore perché di solito si tratta di un massacro di personaggi bidimensionali. E non mi interessa proprio vedere questo. Ma se quella persona si comporta come farei io penso: "Oh mio Dio, lo farei anche io!" È come pensare: "Non andare fuori". Avevamo un personaggio in Scream 3, un afroamericano, che a un certo punto disse: “Qui è dove tutti i personaggi neri vengono uccisi! (ride) Sono fuori di qui!" E lascia il film, per davvero. Non lo vedi mai più (ride)."

INFLUENZE CULTURALI
Anche da questo punto di vista non è casuale la presenza della “telefonata” come veicolo principale per gli omicidi del killer. Il telefono, forse per l'essere, in un certo senso, uno strumento inquietante di per sé, a causa della sua capacità di conversare senza riuscire a vedere il volto dell'interlocutore, è sempre stato presente in numerosi film horror, a partire dallo stesso Hitchcock in "Il Delitto Perfetto" o da Fulci.
Tutte queste sfaccettature trovano un equilibrio perfetto grazie alla sapiente regia di Craven, vero mastro del genere, che riesca a dettare i ritmi in maniere sublime, con le scene di omicidio che rimangono fra la migliori mai concepite per un film di questo tipo, in cui il regista raggiunge, probabilmente un apice che era riuscito a prendersi poche volte in carriera. Il film ha per giunta rimesso in luce sia l'horror in generale che il sottogenere slasher, che dalla seconda metà degli anni 80 non aveva più riscosso lo scalpore della cosidetta "Golden Age". Infatti, con l'uscita di "Scream" nel 1996, le cose erano destinate a cambiare: l'horror e lo slasher erano tornati al centro dell'attenzione dopo un buio periodo, grazie anche all'uscita di un'altra importante pellicola del 1997, ossia "I Know What You Did Last Summer".

Come si può immaginare, diverse opere presero spunto da "Scream", basti pensare a "Halloween: H20" (addirittura ambientato nella stessa Woodsboro) e "Final Destination", ma anche a film più recenti come "You're Next", uscito nel 2011 o "The Final Girls", slasher del 2015 che ne riprende la matrice metacinematografica come "Found Footage 3D" farà con il genere dei mockumentary. Insomma, "Scream" non è stata solo una ventata d'aria fresca e una novità per questo sottogenere, ma è stato soprattutto una rinascita per il cinema dell'orrore.

LA SCUOLA DEGLI ORRORI 
“Scream” di non va però assolutamente pensato come primo nel suo genere, così come non si deve ritenere Wes Craven un iniziatore di quello che può esser considerato il metacinema horror. Nel 1987, infatti, nelle sale americane debuttò una piccola pellicola slasher caduta rapidamente nel dimenticatoio, al punto tale da essere una di quei classici filmetti che si trovano su Youtube gratus a bassissima qualità senza che nessuno osi imporre un qualsivoglia reclamo per copyright. L'opera in questione “La scuola degli orrori” (“Return to Horror High”) del 1987, diretto da Bill Froehlich.
Le pellicola gira attorno ad una crew cinematografica impegnata a girare un film su un vero massacro che ebbe luogo alla Crippen High School nel 1982. Tutte le vicende del film vengono, a loro volta, narrate da Arthur (Richard Brestoff), un ex professore ed uno membro del cast del film, di cui era consulente, ritrovato nella scuola a seguito di quello che appare come un secondo, sanguinolento, massacro. 

Il film, in comune con “Scream”, non presenta solo il suo autocommentarsi ed il suo svelare quelli che sono gli archetipi del genere, ma la figura del killer ideata da Craven ricorda decisamente molto quello di questa pellicola: un assassino con un abito nero con cappuccio ed una maschera bianca con dei tratti somatici neri. Che Craven si sia ispirato, insomma, è indubbio, ma nella storia del cinema non importa tanto quale film abbia per primo un'idea, bensì quello che riesce ad adattare essa al meglio e, a livello tecnicamente, le riprese e la mano di Craven pongono il suo lavoro una spanna sopra il suo predecessore, permettendogli con successo di veicolare al grande pubblico l'idea che “Ritorno alla scuola degli orrori” non riuscì a fare anni prima.

IL FUTURO DELLA SAGA
Nel 1997, proprio 10 anni dopo il film di Forehlich, esce invece il secondo capitolo del nuovo franchise metacinematografico di “Scream”, intitolato semplicemente "Scream 2". Ambientato nella cittadina di Windsor dove viene proiettato il film "Squartati", ispirato al libro della giornalista Gale Weathers e basato sulle tragedia accaduta a Woodsboro (teatro del primo film) l'anno prima, questo secondo capitolo inizia con il brutale assassinio di due studenti avvenuto proprio mentre assistono al film, in una sala gremita di persone mascherate come Ghostface. Pur non riuscendo a bissare lo stellare successo del primo, questo sequel ha ottenuto un buon riscontro da parte del pubblico e della critica il che si è tradotto in ottimi incassi che sono riusciti ad ammortizzare i costi per la sua produzione. Come nel capitolo precedente, anche questo segue le regolette affinché possa entrare di diritto nel range degli slasher movies. La prima, fondamentale norma da seguire, è la castità dato che la promiscuità sessuale sembra attirare la falce della Nera Signora come una calamita. La seconda è aumentare il numero dei morti ammazzati, preferibilmente tramite uccisioni elaborati e avere l'accortezza di spargere sangue finto a litri; pur se in questa saga, anche a detta di Craven, gli omicidi non sono mai efferati, si riesce lo stesso ad avere un buon numero di cadaveri squartati entro la fine del film. La terza, inaugurata con "Halloween", è che non bisogna illudersi che il serial killer sia morto. Di "Scream 2" colpisce non tanto velata critica al dictat della società odierna, ovvero l'instancabile e affannosa ricerca di quei cinque minuti di celebrità anelati dalla gente comune che cerca in tutti i modi di emergere da una vita grama e anonima partecipando a reality e talk show di ogni tipo (la giornalista Gale Weathers era disposta a fare perfino un patto con il Diavolo pur di ottenere lo scoop che le avrebbe permesso di “sfondare”): se analizziamo gli omicidi di Ghostface in questo contesto, esso rappresenta la tanto agognata notorietà che stritola, mastica e sputa chi non è in grado di gestirla.
Dato che "Scream 2" ebbe riscosso un buon incasso, I produttori decisero di spremere ancora l'iconico killer dalla maschera a forma di fantasma e così incaricarono  lo scrittore Ehren Krueger – noto al grande pubblico per aver sceneggiato l'avvincente thriller Arlington Road- di scriverne la sceneggiatura. Prima di accettare di dirigere il film, Wes Craven  si assicurò pure di avere il controllo totale della sua creatura, ipotecando la regia di altri futuri sequel per evitare il fioccare di successivi capitoli spuri come accaduto con "Nightmare".

"Scream 3" si preparò a far urlare intere generazioni di spettatori nel 2000, ma non ottenne il successo sperato. Sydney si trova in una casa sperduta, in montagna, in compagnia del padre e di un cane,  mentre i superstiti del lungometraggio precedente si ritrovano sul set di un film ispirato alla loro agghiacciante vicenda. E questo è il vero colpo di genio dell'eclettica mente di Craven: quel gioco a incastri che porterà Sydney nella sua vecchia casa ricostruita sul set della fittizia Woodsboro. Il suo sguardo di stupore, mischiato ad una paura che nasce dalle viscere, fa sembrare il suo personaggio una persona reale. Con "Scream 3" si affacciano nel mondo della cinematografia dell'orrore le nuove regole da seguire alla lettera per poter confezionare sequel su sequel su sequel. Il caposaldo è che il killer è un essere soprannaturale e, come tale, immortale. Non credete di farla franca solo perchè lo avete annaffiato con una dose generosa di Napalm: egli ritornerà e vi riserverà un trattamento anche peggiore.
Le regole dello slasher verranno nuovamente aggiornate nel 2011 non più dall'ormai defunto Randy della trilogia originale, bensì da Charlie Walker e Robbie Mercer che le adattano al mondo dei remake e dei reboot per “Scream 4”, sequel che si concentra su una nuova generazione di protagonisti, pur mantenendo in primo piano quelli che hanno dato vita agli avvenimenti dei primi tre capitoli del franchise di Craven. Ghostface e Sidney si apprestano a fronteggiare un nuovo mondo, nuove tipologie di omicidi e di ambienti sociali, rimischiando le carte in tavola per un'ultima volta, nonostante il successo sia economico che di critica che riscosse il film, rialzando l’asticella abbassatasi bruscamente al terzo film uscito un decennio prima.

L'eredità di “Scream”, non si era però ancora prosciugata ed il franchise cinematografico ha trovato rapidamente posto nella serialità televisiva, un media in scalata e che, naturalmente, non poteva esser esonerato ad una nuova incarnazione della saga slasher più al passo coi tempi che Hollywood abbia mai visto. Nuovi personaggi, nuove regole, un nuovo killer con tanto di nuova maschera. Sfortunatamente, però, gli eventi di Emma e dei suoi killer delle due stagioni che vanno a comporre la serie di MTV non troveranno mai risoluzione a causa di un reboot, sempre televisivo, che rivede la maschera tradizionale in volto, nuovamente, ad un nuovo assassino, catapultato agli sgoccioli del secondo decennio del 2010, a oltre due decenni dall'inizio della saga. 
Rivitalizzato da un funzionale e ben recepito sequel "requel" nel 2022 ("Scream", diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett e dal titolo omonimo all'originale del '96), che vede non solo un ritorno alla vecchia continuità, essendo un sequel diretto del quarto capitolo che omaggia e richiama esplicitamente gli eventi delle pellicole precedenti e, in particolare, dell'originale, ma anche un nuovo roster di protagonisti (prima tra tutti Melissa Barrera nel ruolo di Sam Carpenter, tormentata dalle visioni di suo padre, il killer originale Billy Loomis, nuovamente col volto di Skeet Ulrich, e pronta a difendere sua sorella), assassini (nuovamente con indosso l'iconica maschera di Ghostface classica) e vittime affiancato da alcune vecchie facce, e di cui si è discusso in una live, il franchise è tornato con successo nelle sale cinematografiche. Con l'annuncio di un sesto capitolo, che vedrà il ritorno della fan-favourite Kirby (Hayden Panettiere) direttamente dalla quarta pellicola, potremmo confermare la terza regola di Randy che enunciò nel teaser del terzo film: il killer non è mai davvero morto.

What's your favourite scary movie?
Articolo di Andrea Gentili, Sergio Novelli, Robb P. Lestinci, Aaron Rizla, Lorenzo Spagnoli, Diana Jennifer Labate e Thanasis Gaetano Riela, animazione finale di Aaron Rizla

venerdì 24 gennaio 2020

THEY'RE UNDER THE GROUND! (Recensione “Tremors”)

“Niente di nuovo sotto il sole. Ma sotto terra…”
Siamo nei primi anni '80, l'età dell'oro per quanto riguarda l'horror e la fantascienza, un periodo che ci ha regalato immortali cult cinematografici e personaggi entrati nell'immaginario collettivo. Pochi anni prima, nel 1975, un giovane Steven Spielberg aveva terrorizzato gli spettatori di tutto il mondo con il suo capolavoro “Lo Squalo”, pietra miliare del cinema di genere, un film epocale che ha insinuato nelle persone la paura del mare, dell'ignoto e di ciò che si nasconde nelle profondità abissali. Ammettetelo: anche voi, almeno una volta, durante un tranquillo bagno al largo, non avete potuto fare a meno di pensare al terrificante motivetto musicale creato da John Williams per “Jaws”, provando un brivido dietro la schiena. Ebbene, il film di cui parliamo oggi presenta alcune affinità con “Lo Squalo”, a partire dal poster e dall’idea di base: se lo squalo è l’imperatore degli abissi, un luogo oscuro ed estraneo all’uomo, le bestie della pellicola in questione sono dominatrici incontrastate delle viscere terrestri, creature pronte a sbucare da un momento all’altro dal terreno per inghiottire l’incauta preda. Cosa succederebbe se ci fosse qualcosa nascosto proprio sotto i nostri piedi, qualcosa che ci impedisce di camminare tranquillamente costringendoci a trovare un rifugio? Questa è la domanda che si sono posti S.S. Wilson e Brent Maddock, i due sceneggiatori di “Tremors”, cult fantascientifico degli anni '90 di cui parleremo oggi. “Tremors” è un film unico, un vero gioiello entrato nel cuore di milioni di appassionati, capostipite di una saga che non accenna a fermarsi (il settimo capitolo uscirà quest’anno) e che ha generato persino una miniserie televisiva composta da 13 episodi. Senza dubbio uno dei franchise b-movie/sci-fi più amati di sempre (i sequel sono tutti divertenti e ben fatti), ma il primo capitolo è un vero e proprio classico inarrivabile che ha fatto l’infanzia di molti. Proprio pochi giorni fa la pellicola ha compiuto 30 anni dalla sua uscita nelle sale, dunque quale momento migliore per omaggiare e rispolverare questo cult intramontabile?

La storia vede protagonisti Val McKee ed Earl Basset (interpretati rispettivamente da Kevin Bacon e Fred Ward), due operai che svolgono piccoli lavori manuali a Perfection, cittadina sperduta del Nevada, in cui risiedono insieme ai loro amici. I due sono stanchi del loro mestiere e di vivere nel bel mezzo del nulla, tanto che decidono di partire una volta per tutte verso la città di Bixby, per cercare fortuna e dare una svolta alla propria vita. Ma proprio quando i due si mettono in viaggio, a Perfection cominciano a verificarsi terribili omicidi e mattanze ai danni di persone e bestiame. Val ed Earl cercano di fare luce sul mistero per scoprire il responsabile di questi orribili massacri, che rivelerà ben presto la sua natura assolutamente fuori dal comune: giganteschi vermi carnivori sotterranei sono comparsi nella valle di Perfection e divorano tutto quello che capiti loro a tiro; non si sa quale sia la loro origine, ma sono affamati, giganteschi e molto intelligenti. Aiutati dai loro amici, tra cui la sismologa Rhonda e gli agguerriti coniugi Burt ed Heather Gummer, Val ed Earl cercheranno di sconfiggere questa minaccia, facendo affidamento sull’astuzia e il lavoro di squadra. Ma non sarà affatto facile e qualcuno finirà nella pancia dei giganteschi vermoni.
L’idea alla base di “Tremors”, come già accennato, venne in mente ai due sceneggiatori S.S. Wilson e Brent Maddock nei primi anni ’80, mentre realizzavano video istruttivi sulla sicurezza per conto della Marina degli Stati Uniti. Un giorno, durante delle riprese in mezzo al deserto, i due si arrampicarono su un grosso masso e immaginarono che, sotto la sabbia desertica, ci fosse qualcosa in agguato che li costringeva a restare sulla roccia. Da questa semplice idea nacque il soggetto dell’allora intitolato “Land Sharks”, soggetto che i due proposero all’amico e futuro regista del progetto Ron Underwood, il quale realizzava video e documentari per il National Geographic. Underwood era esperto di zoologia e contribuì a creare e sviluppare la morfologia di questi “squali di terra”. L’idea piacque molto agli studios e la sceneggiatura originale, intitolata “Beneath Perfection”, venne completata nel 1988. Underwood, allora esordiente in campo cinematografico, fu incaricato di occuparsi della regia, con la supervisione di Wilson e Maddock. Questo è solo il preludio della nascita di un film destinato a diventare leggendario.

Sono tanti gli elementi che rendono “Tremors” un film straordinario: in primis, il suo essere un film alla base molto semplice, che si diverte ad omaggiare i classici monster movie fantascientifici degli anni ’50, da “Assalto alla Terra” (in originale “Them!”) di Gordon Douglas a “Tarantola” di Jack Arnold. Gli stilemi del genere ci sono tutti: una cittadina sperduta in mezzo al deserto, personaggi qualunque destinati a diventare eroi per caso, una storia d’amore e, soprattutto, orribili mostri giganti provenienti da chissà dove. Ron Underwood e il suo team sono riusciti ad amalgamare perfettamente tutti questi tòpoi narrativi e a creare una formula genuina e divertente, che rende questa pellicola un cocktail di generi unico e irresistibile. È un’opera che mescola di tutto: horror, commedia, fantascienza, western, avventura, azione e romanticismo. 
Tutti generi che gli sceneggiatori e il regista padroneggiano con gusto, originalità e maestria, proponendo dialoghi e scene rimaste nella storia. Altrettanto indimenticabili sono i protagonisti di questa folle avventura: Kevin Bacon e Fred Ward sono una coppia adorabile, due “cowboy” rudi, volgari e scavezzacollo, i cui battibecchi amichevoli regalano allo spettatore momenti di grande divertimento degni del miglior buddy movie. Sono personaggi qualunque, dei “bambinoni” con grandi ambizioni, ma che grazie a questa avventura riscoprono se stessi e il valore delle piccole cose che compongono la loro vita quotidiana e il posto in cui abitano. L’alchimia e la bravura dei due attori hanno contribuito alla riuscita di questi due buffi personaggi: Fred Ward, grande attore caratterista già apparso ne “I Guerrieri della Palude Silenziosa” e “Il mio nome è Remo Williams”, e che tornerà anche nel sequel “Tremors 2: Aftershocks”, offre un’interpretazione divertente di quello che dovrebbe essere il “saggio” tra i due, in quanto è il più anziano e spesso dà consigli all’amico Val, ovviamente sempre conditi da insulti e parolacce. Kevin Bacon, qui giovanissimo ma già divenuto celebre per film come “Footlose”, regala una delle performance più riuscite e amate della sua filmografia; Val è un vero “cowboy moderno”, scapestrato, rude ma dal cuore tenero, che farebbe qualsiasi cosa per salvare i suoi amici e le persone che ama. Bacon, inizialmente, era riluttante nell’interpretare questo ruolo e ha ammesso più volte che l’idea di essere il protagonista di un film con enormi vermi sotterranei che mangiano le persone non lo entusiasmava affatto, tanto che accettò il ruolo solo per necessità economiche. Ma quando si rese conto dell’effettivo valore del film e del grande successo che ottenne tra il pubblico e gli appassionati (più in home video che al cinema), Bacon rivalutò completamente la pellicola, tanto che ha ribadito più volte che Val è l’unico personaggio della sua carriera che gli piacerebbe reinterpretare a distanza di anni; un sogno che, per la gioia dei fan, si era quasi concretizzato quando venne annunciata una nuova serie TV su “Tremors” con protagonista proprio Kevin Bacon, ambientata 25 anni dopo il film originale; non avrebbe preso in considerazione i seguiti e ci avrebbe presentato un Val ormai anziano e alcolizzato nuovamente alle prese con i Graboid. Il progetto sembrava pronto a vedere la luce, con Bacon entusiasta, un ottimo regista al timone (il Vincenzo Natali di “Cube” e “Splice”) ed un primo episodio già girato e pronto per essere trasmesso (online si trova anche il trailer ufficiale), ma sfortunatamente SyFy, la casa di produzione che si stava occupando del progetto, ha cancellato la serie ancor prima che il pilota venisse reso pubblico, con grande dispiacere di Bacon e dei fan.
Anche i personaggi di contorno si guadagnano un posto speciale nel cuore dello spettatore, dall’impavida sismologa Rhonda (interesse amoroso di Val) all’agguerrita Heather. Da segnalare nel cast la presenza della piccola Ariana Richards, che tre anni più tardi si ritroverà braccata dai Velociraptor insieme al fratellino nella cucina di un certo parco a tema su un’isola sperduta del Pacifico…

Come non citare il personaggio divenuto icona assoluta del franchise, mito indiscusso per i fan e protagonista assoluto della saga dal terzo capitolo in poi? Esatto, ovviamente parliamo del baffuto Burt Gummer, il temerario e paranoico patito di armi interpretato dal grande Michael Gross. Burt è un personaggio irresistibile e carismatico: è protagonista, insieme alla moglie, di una delle scene più spettacolari del primo film, dove i due annientano letteralmente un Graboid con pistole e fucili all’interno della loro casa; è ossessionato dall’idea di un eventuale terzo conflitto mondiale, il che lo porta a prendere dannatamente sul serio qualunque cosa gli succeda e ad essere sempre vigile come un vero guerriero. La caccia ai Graboid diventerà la sua ossessione, nel corso della saga svilupperà un vero e proprio rapporto di amore/odio con i vermoni e l’averlo elevato a protagonista assoluto nei vari sequel è senza dubbio una delle migliori scelte che il franchise potesse compiere; il carisma di questo folle personaggio è dovuto soprattutto al suo interprete, il leggendario Michael Gross, che da assoluto e dichiarato pacifista ha plasmato a suo piacimento un personaggio eccentrico e guerrafondaio. Gross è legatissimo a Burt, si diverte come un matto a interpretarlo e non sembra perdere un briciolo di quella grinta e di quella passione che ha sempre donato al personaggio, tanto che tornerà quest’anno per l’imminente “Tremors: Island Fury” (dove, a quanto pare, il nostro cacciatore di mostri preferito sfoggerà una foltissima barba bianca, non vediamo l’ora di scoprire il perchè).

Ma parliamo di loro, le vere star di questa pellicola e dell’intera saga: i Graboid. Questi mostri sono senza dubbio tra le creature più originali e iconiche mai concepite nel panorama del cinema horror e fantascientifico, capaci di terrorizzare ma al contempo affascinare grazie al loro design particolare e unico. Ma che cosa sono queste creature? Da dove provengono? I Graboid (nome dato nel primo film da Walter Chang, il simpatico proprietario dell’emporio “Chang’s Market” interpretato dal grande Victor Wong) sono giganteschi vermoni carnivori sotterranei, vagamente ispirati alla leggenda criptozoologica dell’Allghoi Khoroi, grosso verme che, secondo alcuni, si aggirerebbe tra le dune del deserto del Gobi. Nel primo film non viene spiegato quale sia la loro origine (i personaggi ipotizzano che possano essere frutto di un esperimento segreto progettato dagli americani come arma contro i russi, mentre Earl è convinto che vengano dallo spazio).
Nel secondo film si scoprono essere risalenti al Precambriano, un periodo che coincide con la nascita del nostro pianeta, dunque sono esseri preistorici antichissimi, molto più dei dinosauri. Sono privi di occhi e dunque ciechi, ma molto sensibili ai rumori, infatti il loro metodo di caccia consiste nell’inseguire e agguantare qualsiasi cosa provochi la minima vibrazione in superficie. Il loro muso è simile ad un grosso becco e sono dotati di tre mandibole inferiori che rendono l’apertura della bocca simile ad un fiore. Emanano un odore nauseabondo e lungo la schiena sono dotati di lunghi spuntoni che usano come propulsori per spostarsi velocemente sottoterra. Per agguantare le prede si servono di tre lunghe lingue serpentine provviste di bocca, indipendenti l’una dall’altra e simili a tentacoli, con le quali afferrano le incaute vittime e le trascinano sottoterra fino al loro gozzo. Inoltre sono esseri estremamente intelligenti, capaci di tendere imboscate e organizzare trappole per mettere in difficoltà le prede; hanno un’ottima memoria, il che gli consente di imparare in fretta e riconoscere i vari “trucchetti” e stratagemmi adoperati dai protagonisti. Queste immonde creature, che ricordano vagamenti gli enormi vermi delle sabbie di “Dune”, sono state progettate dal team dello Studio ADI di Alec Gillis e Tom Woodruff Jr. (responsabili della creazione degli Xenomorfi in “Alien 3” e “Alien: La Clonazione”, ma anche di altre pellicole di genere come “Pumpkinhead”, “La Cosa” del 2011, “The Predator” e molti altri), che hanno dato vita a bestie sotterranee incredibili, vive, viscide e mastodontiche, il tutto ricorrendo esclusivamente ad effetti artigianali e animatronics. Ancora oggi, i Graboid del primo “Tremors” appaiono incredibilmente realistici e intimidatori, qualcosa che la computer grafica più recente non sarà mai in grado di replicare. I nostri vermoni, come i fan ben sapranno, subiranno diverse mutazioni nel corso della saga, diventando prima Shriekers e poi Ass-Blaster, creature se possibile ancora più pericolose che metteranno a dura prova i protagonisti dei numerosi sequel. Ma questa è un’altra storia, una storia che, forse, vi racconteremo in futuro.

“Tremors” è dunque un cult immortale, un mito assoluto, un film unico che si è ritagliato un posto speciale nel panorama horror/fantascientifico, stregando tutti i fan di mostri e bestiacce varie. Siccome quest’anno i Graboid spengono 30 candeline, non c’è occasione migliore per rispararsi questo piccolo capolavoro in compagnia di amici, armati di pizza e birra. E perché no, una maratona dell’intera saga potrebbe essere un’ottima idea per un passatempo leggero e divertente. Ora non ci rimane che attendere il settimo capitolo per vedere quale nuova minaccia dovrà affrontare il nostro Burt. Graboid acquatici, forse? Graboid spaziali? Chi lo sa. Nel frattempo, vi consigliamo di fare il meno rumore possibile…

Articolo di Riccardo Farina

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