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giovedì 3 settembre 2020

Lo stereotipo di un’assassina seriale

Approfittando della messa in onda di CSI su Italia 1, ho avuto l’occasione di rivisitare alcuni dei casi più importanti della serie, e con essi un’antagonista in particolare che è riuscita a mettere alle strette il team della scientifica come pochi prima, il killer delle miniature. Un omicida efferato, calcolatore e dalla precisione maniacale, quando venne svelato che si trattava in realtà di Natalie Davis (Jessica Collins) rimasi stupita, non perché fosse poco credibile che una donna potesse compiere delitti di quel genere ma più per quanto rare siano rappresentazioni simili nei media, e mi ha fatto pensare. Mi ha fatto pensare a quali altri assassini femminili dall’impronta tipicamente maschile riuscissi a ricordare, ed ecco che mi è saltata in mente Jo Gage (Martha Plimpton), da Law & Order: Criminal Intent.

Tipicamente quando si pensa ad un serial killer donna, si pensa agli Angeli della Morte, individui, quasi sempre in servizio nell’ambito medico, che uccidono pazienti in punto di morte nella convinzione di starli liberando dal fardello che la loro esistenza è diventata. Un altro esempio, forse ancora più comune, sono le Vedove Nere, donne che si sposano e uccidono i propri mariti, molto spesso grazie al veleno, per assicurarsi grosse somme di denaro via eredità o assicurazioni.
Nel mondo degli omicidi seriali ben il 51,9% dei delitti commessi da donne è riconducibile ad interessi economici (contro un mero 16,7% di quelli commessi da uomini), inoltre quasi l’80% delle serial killer arrestate tra il 20esimo e 21esimo secolo ha ucciso individui nella propria cerchia di amici o unità familiare, e il 72% conta almeno una vittima tra persone sotto la propria custodia, siano esse bambini, anziani o infermi. In verità gli studi riguardo alle motivazioni che portano a differenze tanto profonde tra uomo e donna in modus operandi, scelte delle vittime e incidenza nella popolazione sono pressoché nulli, e anzi si suppone che buona parte degli omicidi seriali commessi da donne non abbiano trovato un colpevole, causando uno sfalsamento dei dati a nostra disposizione.

Le teorie più comuni riguardo alle differenze sopra citate riconducono l’origine della divisione fino alle tribù primitive, e alla loro struttura gerarchica. Come descritto nello studio “Sex differences in Serial Killers, Evolutionary Behavioral Sciences”, gli uomini primitivi avevano una funzione di approvvigionamento dei beni attraverso la caccia, mentre le donne di conservazione e raccolta, che le può aver spinte, nell’evoluzione della specie, a considerare più spesso l’omicidio per necessità o per proteggere sé stesse e il loro nucleo familiare. Questo tipo di studi, sebbene interessanti e con potenziali fondi di verità, va sempre preso con le pinze, visto che simili comportamenti potrebbero venire spiegati con altrettanta facilità da motivazioni diverse, ambientali e non.
Il numero ridotto di stalker femminili, per esempio, potrebbe essere ricondotto alla mancanza di opportunità delle donne nel corso dei secoli di viaggiare da sole, mancanza che solo negli ultimi decenni sta vedendo dei cambiamenti. Allo stesso modo la preferenza di droghe e veleni può trovare giustificazione nella semplice inferiorità fisica del genere femminile rispetto a quello maschile. È meno probabile che una donna si senta abbastanza sicura di poter sopraffare fisicamente un avversario da arrischiarsi ad affrontarlo in modo violento. Tuttavia Natalie Davis, conosciuta come il killer delle miniature, e Jo Gage presentano caratteristiche più tipicamente maschili nel loro modus, tanto da apparire quasi come un’anomalia agli occhi degli spettatori, e trovo curioso che entrambe, così caratteristiche, siano state introdotte nel 2006. Il 2006 è stato un anno particolare per il mondo degli omicidi seriali negli Stati Uniti. Da una parte quello precedente è stato l’anno di maggiore presenza di serial killer dal 2000, con un attivo di ben 67 in contemporanea. Gli anni tra il 2000 e il 2010 vedono inoltre la più alta percentuale di killer donne negli USA, ben 8,6%, dagli anni ’60. Ma un evento, fra tutti, è quello che può aver più facilmente ispirato la nascita di questi due personaggi così fuori dalla norma: la cattura il 25 gennaio di quello stesso anno di Juana Barraza, La Mataviejitas (L’ammazzavecchiette).

A prima vista uno può chiedersi come facciano le tre ad essere collegate, Natalie uccideva metodicamente per vendetta e psicosi, sfruttando i metodi più disparati e arrivando a sfidare la polizia, Jo intendeva guadagnarsi l’attenzione del padre, emulando un serial killer da lui catturato anni prima, mentre Juana uccideva a mani nude donne anziane per derubarle. Ma non è la scelta delle loro vittime né il modo in cui le uccidono ad accomunarle, bensì il modo in cui sono state percepite durante le indagini da media e polizia. Per un lungo periodo di tempo tutti e tre i casi vennero considerati perpetrati da degli uomini.
La risoluzione del caso delle miniature, fino alla comparsa di un nuovo omicidio, venne ritenuta soddisfacente con la confessione di Ernie Bell, padre adottivo della ragazza che condivideva con lei la passione delle miniature, con le quali l’assassino riproduceva alla perfezione le scene del crimine.

Declan, mentore del detective Goren e padre di Jo, non prese mai in considerazione fino alla confessione della figlia la possibilità che una donna potesse essere capace di delitti così efferati e violenti. Entrambe, come Juana, sono state sottovalutate, scartate come ipotesi improbabili perché non facenti parte dello stereotipo di serial killer femminili. Le indagini sull’Ammazzavecchiette andarono avanti per mesi senza risultati, prima alla ricerca di uomini poi, costretti ad accettare l’idea che i testimoni avessero visto un individuo vestito da donna, alla ricerca di travestiti. Arrivarono ad arrestare tra i 38 e i 49 travestiti come sospettati prima di considerare altre ipotesi, ancora una volta inutilmente visto che nessuna delle loro impronte combaciava con quelle trovate sui luoghi dei delitti.

La definizione del killer, inizialmente ritenuto “brillante” e “calcolatore”, andò velocemente a sminuirsi man mano che diventava evidente non potesse trattarsi di un uomo, fino a venire diagnosticata come “patologica” e “pervertita”. Fu solo per un errore che la Barraza venne colta con le mani nel sacco mentre fuggiva dalla sua ultima scena del crimine, nonché l’unica per cui tutt’ora ammette la propria colpevolezza.
Avendo stabilito il perché questi due personaggi siano nati proprio in questo periodo e in questo anno, vorrei soffermarmi ancora un poco sulle loro caratteristiche, e sul perché in realtà rientrino piuttosto coerentemente nella norma degli assassini seriali femminili, nonostante paiano inusuali.

Da un lato Natalie, la madre le venne strappata via molto presto e il padre era incapace di dedicare alle due figlie le giuste attenzioni, covando risentimento nei confronti della sorella finì per spingerla giù dalla casa sull’albero causandone la morte, e assistendo al padre biologico che puliva il sangue della bimba con la candeggina per nascondere le tracce. Dopo questo, iniziò a passare da una famiglia affidataria all’altra finché non conobbe un po’ di amore dalla signora e signor Bell, amore destinato a non durare visto che alla morte della moglie, Ernie Bell rinunciò all’affidamento di tutti i figliastri, mettendola a confronto con l’ennesimo abbandono. Dall’altro Jo, figlia di un famoso profiler, nonché mentore del protagonista. Tra un padre che avrebbe di gran lunga preferito un figlio maschio, e una madre morta suicida quando la ragazza aveva solo sette anni, per riuscire ad ottenere almeno un briciolo di considerazione da Declan iniziò a sua volta ad interessarsi di serial killer e delitti, sviluppando una percezione distorta della realtà.

Entrambe quindi hanno vissuto esperienze traumatiche e conosciuto relazioni abusive, elemento tipico di molti assassini seriali. 

Un altro elemento che le contraddistingue è la “territorialità” tipica femminile. Quella di Jo è più evidente, prendendo di mira inizialmente due donne non conosciute ma vicine di casa, senza spostarsi d’ambiente, di zona né di città, per poi indirizzarsi sulla detective Eames, partner del suo amico d’infanzia e mezzo perfetto per incastrare il padre degli omicidi. 
Per Natalie bisogna scavare un poco più a fondo, osservando ogni omicidio singolarmente. Per primo Izzy, il rockettaro, Natalie era la sua donna delle pulizie e la costante presenza di candeggina, legata al suo primo omicidio, ha spinto oltre il baratro la sua già fragile mente, portandola ad una crisi psicotica. Da lì si arriva al secondo omicidio, l’unico del quale non si conosce la motivazione ma anche l’unico di una donna anziana, che fa pensare avesse maturato una sorta di gusto nel prendere vite altrui (col 31,76%, il piacere è al primo posto tra le motivazioni che spingono un omicida seriale ad agire).
Poi Raymundo Suarez, per vendetta, l’uomo infatti flirtava frequentemente con la ragazza causandole disagio. E la vendetta fu ciò che la spinse ad uccidere da quel momento in poi, quando il suicidio del padre adottivo la portò a concentrare tutti i suoi sforzi su Grissom, l’uomo che glie lo aveva portato via.

Entrambe quindi presentano nella scelta delle vittime elementi di territorialità, individui vulnerabili e persone nel proprio circolo di amici o familiari. Ma un’ultima cosa le inserisce perfettamente nella statistica, la loro fine. Natalie finisce molto probabilmente per impiccarsi in cella, mentre Jo viene messa in coma farmacologico dopo essersi staccata a morsi la lingua, gesto che si potrebbe facilmente interpretare come un suicidio sociale per allontanarsi dal resto dell’umanità.
Se da un lato per gli omicidi normali è frequente il ricorso al suicidio, nei serial killer  solo il 6,2% commette tale atto, ma quelli che lo compiono hanno in comune la crescita in famiglie disfunzionali, la complessità dei delitti compiuti e la registrazione in qualche modo dei propri misfatti. Jo, che non ha mai mostrato interesse nell’immortalare le proprie azioni, ricade in due punti su tre, ma Natalie, con il bisogno compulsivo di ricostruire in ogni minimo dettaglio le proprie scene del crimine, rientra perfettamente nel profilo.

Ma perché allora, a parte rari casi come The Following e Criminal Minds, la rappresentazione sul grande e piccolo schermo continua a mitizzare le figure maschili, ridicolizzando invece con nomi svilenti quelle femminili? Che sia proprio la rappresentazione mediatica ad influenzare direttamente queste statistiche?

Se per una donna le prospettive di fama semplice e immediata sono scarse, e molto più probabili invece quelle di umiliazione pubblica, pare ovvio che sia scoraggiata al compimento di atti così contorti e depravati se non per necessità o compulsione. Gli uomini d’altro canto si vedono elevati a miti, per qualche motivo ammirati dai propri simili e amati dalle donne, con la potenzialità persino di vedersi dedicare documentari, film e serie tv spesso dai caratteri quasi elogiativi nei loro confronti.
È proprio intorno agli anni ’70 infatti, con le uscite di film come Psyco (1960) e La città che aveva paura (1976), che il numero di serial killer maschili in attivo passò da 197 (numero già estremamente alto rispetto ai 65 degli anni ’50) a 719.

Fonti e dati statistici:
- “Sex differences in Serial Killers, Evolutionary Behavioral Sciences” di Marissa A Harrison, Susan M. Hughes e Adam Jordan Gott
- “Which Serial Killers commit suicide”, di David Lester e John White
- Radford University/FGCU Serial Killer Database 
- The Little Old Lady Killer: The Sensationalized Crimes of Mexico’s First Female Serial Killer” di Susana Vargas Cervantes

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domenica 16 febbraio 2020

Cadaveri in pasto agli alligatori - Gli omicidi che ispirarono "Eaten Alive"

Nel Folklore texano esiste una figura enigmatica, la cui esistenza è stata a lungo dibattuta, quella dell'omicida seriale Joe Ball attivo negli anni '30 e meglio noto come l'uomo alligatore. Oggi risulta molto difficile ricostruire precisamente i truculenti crimini di cui si sarebbe macchiato, questo perché nessuno degli investigatori che se ne occuparono è ancora in vita e le autorità locali non dispongono di alcun documento o referto in merito. Tutto ciò che rimane sono dei miseri articoli di giornale pubblicati al tempo, e nulla di più.
"Quel motel vicino alla palude" (Eaten Alive, USA, 1976), regia di Tobe Hooper
Eppure quella del macellaio di Elmendorf è una di quelle storie che tutti i Texani conoscono, una di quelle storie che sono state tramandate oralmente per anni con lo stesso pathos di un comune racconto di fantasmi. Un racconto di fantasmi che, grazie al lavoro fatto da Michael Hall per la rivista mensile ''Texas Monthly Magazine'', ora sappiamo basarsi su fatti tremendamente reali. Il giornalista nell'estate del 2002 ha portato avanti per tutto lo stato un'inchiesta volta a fare più chiarezza su dei fatti così nebulosi, lavorando sulle poche testimonianze pre-esistenti che aveva a disposizione e riuscendo infine a delineare un profilo più o meno credibile della vita e degli omicidi perpetrati da Ball.
Joseph D. Ball nacque nel Gennaio 1896 e secondo la tradizione sarebbe il diretto discendente di John Hart Crenshaw, il famoso schiavista dell'Illinois. Alla sua nascita lo stato del Texas era una vasta terra di frontiera, i cui acri erano messi a disposizione dei pionieri che vi avrebbero cercato di fare fortuna acquistandoli. Così fece Frank Ball nel 1885, trasferendosi con la moglie Elizabeth nella cittadina di Elmendorf (a sud-est di San Antonio) e aprendo una fabbrica per lavorare il cotone. In poco tempo Frank diventa un ricco uomo d'affari e un importante proprietario immobiliare della zona, tant'è che la sua agiatezza gli permette di dare una vita a una numerosa famiglia di otto figli. Joe, secondo degli otto, è un ragazzino timido e introverso che durante l'adolescenza coltiva un'insolita passione per le armi da fuoco e per esercitarsi a migliorare le proprie capacità di tiro. Quando gli Stati Uniti d'America dichiarano guerra alla Germania, il 6 Gennaio 1917, Joe si arruola e parte verso il fronte europeo. Del suo servizio militare nel vecchio continente non si sa nulla, se non che nel 1919 fece ritorno a Elmendorf arricchito di una radiazione dall'esercito statunitense. Ritornato alla sua quotidianità Joe fatica a reintegrarsi (dopo due anni passati in trincea) e abbandona l'attività di famiglia. Con l'avvento del proibizionismo, Ball si rende conto delle possibilità di guadagno date dal contrabbando di alcolici e si inizia a dedicare a questa attività.  Intorno agli anni '20 assume un giovane afroamericano, Clifton Wheeler, sul quale scaricherà la maggior parte delle fatica e del lavoro sporco che la loro occupazione determinava. A quanto pare Wheeler temeva il suo capo, soprattutto per gli atteggiamenti violenti che manifestava da ubriaco.
Una volta tramontato il proibizionismo, grazie all'esperienza di distillatore illegale di alcolici, Joe si rimette in gioco e acquista un piccolo terreno fuori città in cui costruisce il suo saloon:  il Sociable Inn. Oltre ai servizi che la sua taverna offriva con le camere da letto, il bar, il pianoforte e le lotte tra galli; sul retro Ball costruì un grande stagno, attorno a cui eresse un recinto di quasi 3 metri, e che riempì con cinque alligatori per attirare più clienti. La sua intuizione si dimostrò proficua e ogni sabato il saloon si riempiva di ubriaconi che il proprietario intratteneva gettando nel recinto cani, gatti, procioni e qualsiasi altro animale vivo riuscisse a procurarsi. Oltretutto Ball iniziò ad assumere varie giovani bariste, nessuna delle quali rimase sua dipendente per più di un breve periodo. Con più cameriere, prima che sparissero improvvisamente dal suo bar, Joe ebbe delle relazioni amorose: come con Dolores Goodwin, che sarebbe diventata sua moglie e che, a quanto pare, venne sfigurata con una bottiglia di vetro dal marito; o Minnie Gotthardt, che l'uomo confessò a Dolores di avere uccisa e sepolta in spiaggia (nonostante non venne preso sul serio); o Hazel Brown. Tra le altre cose nel Gennaio 1938 la moglie Dolores perse un braccio, secondo alcune testimonianze per un incidente d'auto, secondo altre a causa degli alligatori del saloon. In ogni caso, intorno all'Aprile dello stesso anno sia lei che la Brown sparirono in circostanze misteriose.
"Quel motel vicino alla palude" (Eaten Alive, USA, 1976), regia di Tobe Hooper
Nonostante la popolarità del suo locale, Joe Ball non godeva di grande considerazione presso la comunità del posto ed era considerato un uomo da cui tenersi alla larga. Si racconta anche di come scacciò violentemente un vicino che gli fece notare l'odore nauseabondo, di carcassa, che proveniva dallo stagno artificiale. Le famiglie delle ex bariste del Sociable Inn iniziarono a fare pressioni su Ball. Ciò attirò l'attenzione dell'ufficio dello sceriffo della Contea di Bexar, che iniziò a investigare sulle sparizioni del personale del saloon quando scomparvero altre donne nell'area. Un vecchio vicino di Ball confessò allo sceriffo di aver visto anni prima l'uomo fare a pezzi quello che sembrava un corpo umano per darlo in pasto ai suoi alligatori domestici. A questo punto, il 24 Settembre 1938, le tesimonianze ai danni del vecchio Joe erano fin troppe e così due agenti si presentarono al saloon dicendogli che lo avrebbero portato a San Antonio per interrogarlo. Il barista accettò di buon grado, ma chiese agli agenti la cortesia di attenderlo per chiudere il locale. Nel mentre Ball prese dal registro di cassa una calibro .45, la puntò prima ai due agenti e subito dopo a sè stesso (secondo alcuni alla testa, secondo altri al cuore) fece fuoco, e morì sul colpo. Le indagini sulle ambigue attività dell'allevatore di alligatori non potevano comunque interrompersi, e così gli agenti ripiegarono sul suo assistene Clifton Wheeler. Inizialmente l'uomo mentì durante l'interrogatorio, ma col passare del tempo cedette e condusse gli investigatori lungo le rive del fiume di San Antonio nel punto in cui aveva aiutato il capo a seppellire alcuni resti di Hazel Brown.
"Killer Crocodile" (Italia, 1989), regia di Fabrizio De Angelis
Oltretutto, il 14 Ottobre, gli indicò dove aveva seppellito con Joe il corpo di Minnie Gotthardt. Al Sociable Inn, venne trovato un quadernetto contenente le foto di molte altre donne: ciò preoccupo lo sceriffo che ipotizzò che l'oggetto potesse ricondurre gli investigatori a dozzine di altri omicidi sconosciuti, ma non porterà mai a nulla di concreto. La ex moglie Dolores (e un'altra sua dipendente scomparsa) vennero identificate e ritrovate vive e vegete, erano entrambe andate a rifarsi una vita in altre città. Clifton Wheeler venne condannato a due anni di prigione per avere aiutato Ball a occultare due corpi. Infine, le indagini condotte dalla polizia sullo stagno del saloon non trovarono alcuna traccia di resti umani al suo interno e gli alligatori vennero portati allo zoo di San Antonio. Così si concluse la vera storia dell'assassino di Elmendorf: un criminale di cui sono accertati solamente due omicidi, in merito al quale non si è mai fatta chiarezza sull'effettivo ruolo che i suoi amati alligatori giocarono nel far sparire alcune delle prove della sua colpevolezza.
Illustrazione originale di Cristiano Baricelli
Come già detto, però, la sua eredità nella cultura popolare statunitense sarà molto potente; tanto da ispirare, ad esempio, un episodio della serie Bones o il film di Tobe Hooper Quel motel vicino alla palude (1976), una delle prime opere del regista: un b-movie anni dalla produzione abbastanza travagliata, in cui appare un giovane Robert Englund.

Articolo di Lorenzo Spagnoli

venerdì 27 settembre 2019

Gustosa carne umana - Orrori perduti: "El alimento del miedo"

Luglio 1971, in uno sperduto paesino messicano, all’interno di un piccolo locale di gestione familiare, parenti e amici spensierati gustano dei deliziosi tamali preparati in casa con carne freschissima, un taglio particolare e assai ricercato, nonostante di difficile reperibilità. Una carne tenera e succulenta sazia le papille gustative di tutti i clienti. Per chi non lo sapesse, il tamale è un piatto di origine messicana a base di carne trita con peperoncino piccante e farina gialla, che viene cotto avvolto nel cartoccio del granoturco, un piatto, tutto sommato, abbastanza semplice, difficile da sbagliare: la cosa fondamentale per un ottimo tamale è solo un buon taglio di carne.

E, fidatevi, Trinidad, la cuoca, ne sapeva abbastanza di tagli di carne.

Il ristorante era, infatti, mantenuto da lei e dal marito Pablo, un uomo alcolizzato e violento che non esitava di abusare e recare violenza nei confronti di moglie e figli, usando come attenuante per le sue violente gesta l’alcol che, a litri scorreva, nel suo corpo quotidianamente. Non ebbe mai alcun ostacolo, nessuna resistenza, fino a quando, un giorno, Trinidad, oramai stanca di ciò che era costretta a subire come se fosse una routine non voluta e tanto meno necessaria, fece ciò che di più ragionevole le passò per la testa: prese una mazza, una di quelle di legno duro, di quelle che ti fanno saltare i denti con un colpo ben assestato, e massacrò il marito nel sonno colpendolo ripetutamente, ancora ed ancora, fin quando non fu certa che nessuna traccia di vita potesse risiedere in un quell’ammasso di carne sanguinante.
Il passo successivo fu altrettanto ragionevole e calcolato, dopotutto avrebbe dovuto disfarsi del cadavere senza che venisse ritrovato, e cosa meglio che prendere due piccioni con una fava? Staccando i brandelli di carne dal letto di cui il colore originale era oramai indistinguibile, lo trasportò nella cucina del ristorante e, con un affilato coltellaccio che era solita usare per tagliuzzare la carne, fece esattamente ciò che faceva normalmente ogni giorno per vivere. Le braccia dell’uomo vennero spezzettate, arricchite di peperoncino piccante e farina gialla e riposte in cartocci di granturco pronti per essere serviti a tutti i suoi affamati clienti. Il corpo dell’uomo restò in cucina, sarebbero durato abbastanza ad occhio e croce, mentre la testa, probabilmente fusa con il cuscino, venne lasciata nell’ultimo luogo in cui si era posata.
Oppure no.

Forse la donna, Trinidad, non era stanca del marito Pablo, pover’uomo, magari alzava sì il gomito qualche volta, ma era uno di quegli ubriaconi bonaccioni che trasmettono allegria a chiunque sia loro intorno. Forse era la donna la squilibrata e, vedendo il saldo del ristorante, chiaramente in fallimento, pensò che, a ragione, la carne più tenera è quella dei cuccioli e che, seppur non ci fossero molti vitelli nei paraggi, vi era una scuola elementare piena di cuccioli d’uomo che ci si perdono attorno. Chi mai si sarebbe accorto di star mangiando i propri figli dopotutto?
Eppure potrebbe non essere nemmeno questa la storia, forse questa storia non è mai esistita in primo luogo, dopotutto si tratta di una leggenda popolare, una di quelle che cambiando negli anni, ad ogni narrazione, arricchendosi di grotteschi dettagli o impoverendosi di ben congegnati colpi di scena che il narratore precedente aveva posizionato strategicamente sul finale.

In realtà sappiamo la presunta verità su questa storia, ossia che la donna effettivamente uccise il marito e ne cucinò la testa, ma quale sia la sua veridicità non è in realtà ciò che c'interessa appurare in questa sede specifica, ciò che c’importa è quello che ha ispirato e che, similmente alla leggenda originale, resta avvolto in un alone di mistero: “El alimento del miedo” (“The Food of Fear”, “Il cibo della paura”), un film horror del 1993 diretto dal maestro dell’orrore messicano Juan López Moctezuma, uno dei cineasti preferiti del premio Oscar Guillermo Del Toro che lo annovera tra i suoi principali ispiratori dal punto di vista stilistico.
Cristina Ferrare in "Mary, Mary, Bloody Mary'
La pellicola, girata in America tra febbraio e marzo del 1993,  basata su una sceneggiatura di Jorge Victoria, ispirata alla leggenda di cui avete appena letto due variazioni, purché non attinga strettamente a nessuna di loro, risultando un’interpretazione più autoriale e originale del mito; dopotutto anche il suo “Mary, Mary, Bloody Mary” del 1974, nonostante il titolo, narra di un’artista che realizza di essere una vampira bisessuale di nome Mary (Cristina Ferrare) che semina il terrore in Messico in parallelo agli omicidi di suo padre (John Corradine), un vampiro mascherato impazzito per la fame: una storia ben lontana da quella del fantasma evocato allo specchio che siamo soliti immaginare.

La trama vedeva infatti, come protagonista, Petra (Isaura Espinosa), la moglie del proprietario di circo Don Ramón (Moctezuma stesso), responsabile della figlia dei vicini finiti in carcere per traffico di droga, Flea. Quest’ultima viene costretta da Petra a lavorare in casa e a cercare un lavoro nonostante abbia solo cinque anni, finendo per stringere amicizia con Pepito, un pagliaccio che si esibisce per strada. Tutto sfocia nell’orrido quando un satanista si avvicina al circo e inizia un rapporto amoroso con Petra, finendo per uccidere Flea che, in modo da occultarne l’omicidio per proteggere l’amante, viene servita in tamali dalla donna che avrebbe dovuto vegliare su di lei.
Juan López Moctezuma
Il film, nonostante fosse stato proiettato in diverse sale messicane, da quanto è noto, finì velocemente perso e, se non bastasse, non fu apprezzato dai pochi che ebbero l’opportunità di vederlo. Anche un altro progetto girato in parallelo del regista, morto nel 1995, un anno dopo le presunte proiezioni, è considerato ad oggi perso, “Yo el vampiro” (“I the vampire”, “Io il vampiro”), una miniserie di tre episodi su cui non si sa assolutamente nulla e che, probabilmente, non vide mai la fine delle riprese a causa del ricovero del regista in un istituto psichiatrico a causa dell’Alzheimer.

Sfortunatamente non pare esista alcuna copia dell’opera disponibile e sembra poco probabile che verrà mai rilasciato a causa della morte della quasi totalità del cast e della crew, con alcuni dei pochi ancora in vita lontani dai social network, anche se la Cineteca Nazionale Messicana ne conferma l’esistenza sul proprio portale online, lasciando speranza che una copia possa esser conservata nel loro archivio fisico.
Qualsiasi sia la realtà ed il fato del film, è improbabile che lo vedremo mai, così come è improbabile che, se in un ristorante ti venisse servita carne umana, tu potresti accorgertene,
Buon appetito.

Articolo di Robb P. Lestinci