giovedì 3 settembre 2020

Lo stereotipo di un’assassina seriale

Approfittando della messa in onda di CSI su Italia 1, ho avuto l’occasione di rivisitare alcuni dei casi più importanti della serie, e con essi un’antagonista in particolare che è riuscita a mettere alle strette il team della scientifica come pochi prima, il killer delle miniature. Un omicida efferato, calcolatore e dalla precisione maniacale, quando venne svelato che si trattava in realtà di Natalie Davis (Jessica Collins) rimasi stupita, non perché fosse poco credibile che una donna potesse compiere delitti di quel genere ma più per quanto rare siano rappresentazioni simili nei media, e mi ha fatto pensare. Mi ha fatto pensare a quali altri assassini femminili dall’impronta tipicamente maschile riuscissi a ricordare, ed ecco che mi è saltata in mente Jo Gage (Martha Plimpton), da Law & Order: Criminal Intent.

Tipicamente quando si pensa ad un serial killer donna, si pensa agli Angeli della Morte, individui, quasi sempre in servizio nell’ambito medico, che uccidono pazienti in punto di morte nella convinzione di starli liberando dal fardello che la loro esistenza è diventata. Un altro esempio, forse ancora più comune, sono le Vedove Nere, donne che si sposano e uccidono i propri mariti, molto spesso grazie al veleno, per assicurarsi grosse somme di denaro via eredità o assicurazioni.

Nel mondo degli omicidi seriali ben il 51,9% dei delitti commessi da donne è riconducibile ad interessi economici (contro un mero 16,7% di quelli commessi da uomini), inoltre quasi l’80% delle serial killer arrestate tra il 20esimo e 21esimo secolo ha ucciso individui nella propria cerchia di amici o unità familiare, e il 72% conta almeno una vittima tra persone sotto la propria custodia, siano esse bambini, anziani o infermi. In verità gli studi riguardo alle motivazioni che portano a differenze tanto profonde tra uomo e donna in modus operandi, scelte delle vittime e incidenza nella popolazione sono pressoché nulli, e anzi si suppone che buona parte degli omicidi seriali commessi da donne non abbiano trovato un colpevole, causando uno sfalsamento dei dati a nostra disposizione.

Le teorie più comuni riguardo alle differenze sopra citate riconducono l’origine della divisione fino alle tribù primitive, e alla loro struttura gerarchica. Come descritto nello studio “Sex differences in Serial Killers, Evolutionary Behavioral Sciences”, gli uomini primitivi avevano una funzione di approvvigionamento dei beni attraverso la caccia, mentre le donne di conservazione e raccolta, che le può aver spinte, nell’evoluzione della specie, a considerare più spesso l’omicidio per necessità o per proteggere sé stesse e il loro nucleo familiare. Questo tipo di studi, sebbene interessanti e con potenziali fondi di verità, va sempre preso con le pinze, visto che simili comportamenti potrebbero venire spiegati con altrettanta facilità da motivazioni diverse, ambientali e non.

Il numero ridotto di stalker femminili, per esempio, potrebbe essere ricondotto alla mancanza di opportunità delle donne nel corso dei secoli di viaggiare da sole, mancanza che solo negli ultimi decenni sta vedendo dei cambiamenti. Allo stesso modo la preferenza di droghe e veleni può trovare giustificazione nella semplice inferiorità fisica del genere femminile rispetto a quello maschile. È meno probabile che una donna si senta abbastanza sicura di poter sopraffare fisicamente un avversario da arrischiarsi ad affrontarlo in modo violento. Tuttavia Natalie Davis, conosciuta come il killer delle miniature, e Jo Gage presentano caratteristiche più tipicamente maschili nel loro modus, tanto da apparire quasi come un’anomalia agli occhi degli spettatori, e trovo curioso che entrambe, così caratteristiche, siano state introdotte nel 2006. Il 2006 è stato un anno particolare per il mondo degli omicidi seriali negli Stati Uniti. Da una parte quello precedente è stato l’anno di maggiore presenza di serial killer dal 2000, con un attivo di ben 67 in contemporanea. Gli anni tra il 2000 e il 2010 vedono inoltre la più alta percentuale di killer donne negli USA, ben 8,6%, dagli anni ’60. Ma un evento, fra tutti, è quello che può aver più facilmente ispirato la nascita di questi due personaggi così fuori dalla norma: la cattura il 25 gennaio di quello stesso anno di Juana Barraza, La Mataviejitas (L’ammazzavecchiette).

A prima vista uno può chiedersi come facciano le tre ad essere collegate, Natalie uccideva metodicamente per vendetta e psicosi, sfruttando i metodi più disparati e arrivando a sfidare la polizia, Jo intendeva guadagnarsi l’attenzione del padre, emulando un serial killer da lui catturato anni prima, mentre Juana uccideva a mani nude donne anziane per derubarle. Ma non è la scelta delle loro vittime né il modo in cui le uccidono ad accomunarle, bensì il modo in cui sono state percepite durante le indagini da media e polizia. Per un lungo periodo di tempo tutti e tre i casi vennero considerati perpetrati da degli uomini.

La risoluzione del caso delle miniature, fino alla comparsa di un nuovo omicidio, venne ritenuta soddisfacente con la confessione di Ernie Bell, padre adottivo della ragazza che condivideva con lei la passione delle miniature, con le quali l’assassino riproduceva alla perfezione le scene del crimine.

Declan, mentore del detective Goren e padre di Jo, non prese mai in considerazione fino alla confessione della figlia la possibilità che una donna potesse essere capace di delitti così efferati e violenti. Entrambe, come Juana, sono state sottovalutate, scartate come ipotesi improbabili perché non facenti parte dello stereotipo di serial killer femminili. Le indagini sull’Ammazzavecchiette andarono avanti per mesi senza risultati, prima alla ricerca di uomini poi, costretti ad accettare l’idea che i testimoni avessero visto un individuo vestito da donna, alla ricerca di travestiti. Arrivarono ad arrestare tra i 38 e i 49 travestiti come sospettati prima di considerare altre ipotesi, ancora una volta inutilmente visto che nessuna delle loro impronte combaciava con quelle trovate sui luoghi dei delitti.

La definizione del killer, inizialmente ritenuto “brillante” e “calcolatore”, andò velocemente a sminuirsi man mano che diventava evidente non potesse trattarsi di un uomo, fino a venire diagnosticata come “patologica” e “pervertita”. Fu solo per un errore che la Barraza venne colta con le mani nel sacco mentre fuggiva dalla sua ultima scena del crimine, nonché l’unica per cui tutt’ora ammette la propria colpevolezza. Avendo stabilito il perché questi due personaggi siano nati proprio in questo periodo e in questo anno, vorrei soffermarmi ancora un poco sulle loro caratteristiche, e sul perché in realtà rientrino piuttosto coerentemente nella norma degli assassini seriali femminili, nonostante paiano inusuali.

Da un lato Natalie, la madre le venne strappata via molto presto e il padre era incapace di dedicare alle due figlie le giuste attenzioni, covando risentimento nei confronti della sorella finì per spingerla giù dalla casa sull’albero causandone la morte, e assistendo al padre biologico che puliva il sangue della bimba con la candeggina per nascondere le tracce. Dopo questo, iniziò a passare da una famiglia affidataria all’altra finché non conobbe un po’ di amore dalla signora e signor Bell, amore destinato a non durare visto che alla morte della moglie, Ernie Bell rinunciò all’affidamento di tutti i figliastri, mettendola a confronto con l’ennesimo abbandono. Dall’altro Jo, figlia di un famoso profiler, nonché mentore del protagonista. Tra un padre che avrebbe di gran lunga preferito un figlio maschio, e una madre morta suicida quando la ragazza aveva solo sette anni, per riuscire ad ottenere almeno un briciolo di considerazione da Declan iniziò a sua volta ad interessarsi di serial killer e delitti, sviluppando una percezione distorta della realtà.
Entrambe quindi hanno vissuto esperienze traumatiche e conosciuto relazioni abusive, elemento tipico di molti assassini seriali.
Un altro elemento che le contraddistingue è la “territorialità” tipica femminile. Quella di Jo è più evidente, prendendo di mira inizialmente due donne non conosciute ma vicine di casa, senza spostarsi d’ambiente, di zona né di città, per poi indirizzarsi sulla detective Eames, partner del suo amico d’infanzia e mezzo perfetto per incastrare il padre degli omicidi. 

Per Natalie bisogna scavare un poco più a fondo, osservando ogni omicidio singolarmente. Per primo Izzy, il rockettaro, Natalie era la sua donna delle pulizie e la costante presenza di candeggina, legata al suo primo omicidio, ha spinto oltre il baratro la sua già fragile mente, portandola ad una crisi psicotica. Da lì si arriva al secondo omicidio, l’unico del quale non si conosce la motivazione ma anche l’unico di una donna anziana, che fa pensare avesse maturato una sorta di gusto nel prendere vite altrui (col 31,76%, il piacere è al primo posto tra le motivazioni che spingono un omicida seriale ad agire). Poi Raymundo Suarez, per vendetta, l’uomo infatti flirtava frequentemente con la ragazza causandole disagio. E la vendetta fu ciò che la spinse ad uccidere da quel momento in poi, quando il suicidio del padre adottivo la portò a concentrare tutti i suoi sforzi su Grissom, l’uomo che glie lo aveva portato via.

Entrambe quindi presentano nella scelta delle vittime elementi di territorialità, individui vulnerabili e persone nel proprio circolo di amici o familiari. Ma un’ultima cosa le inserisce perfettamente nella statistica, la loro fine. Natalie finisce molto probabilmente per impiccarsi in cella, mentre Jo viene messa in coma farmacologico dopo essersi staccata a morsi la lingua, gesto che si potrebbe facilmente interpretare come un suicidio sociale per allontanarsi dal resto dell’umanità.

Se da un lato per gli omicidi normali è frequente il ricorso al suicidio, nei serial killer  solo il 6,2% commette tale atto, ma quelli che lo compiono hanno in comune la crescita in famiglie disfunzionali, la complessità dei delitti compiuti e la registrazione in qualche modo dei propri misfatti. Jo, che non ha mai mostrato interesse nell’immortalare le proprie azioni, ricade in due punti su tre, ma Natalie, con il bisogno compulsivo di ricostruire in ogni minimo dettaglio le proprie scene del crimine, rientra perfettamente nel profilo.

Ma perché allora, a parte rari casi come The Following e Criminal Minds, la rappresentazione sul grande e piccolo schermo continua a mitizzare le figure maschili, ridicolizzando invece con nomi svilenti quelle femminili? Che sia proprio la rappresentazione mediatica ad influenzare direttamente queste statistiche?

Se per una donna le prospettive di fama semplice e immediata sono scarse, e molto più probabili invece quelle di umiliazione pubblica, pare ovvio che sia scoraggiata al compimento di atti così contorti e depravati se non per necessità o compulsione. Gli uomini d’altro canto si vedono elevati a miti, per qualche motivo ammirati dai propri simili e amati dalle donne, con la potenzialità persino di vedersi dedicare documentari, film e serie tv spesso dai caratteri quasi elogiativi nei loro confronti.
È proprio intorno agli anni ’70 infatti, con le uscite di film come Psyco (1960) e La città che aveva paura (1976), che il numero di serial killer maschili in attivo passò da 197 (numero già estremamente alto rispetto ai 65 degli anni ’50) a 719.

Fonti e dati statistici:
- “Sex differences in Serial Killers, Evolutionary Behavioral Sciences” di Marissa A Harrison, Susan M. Hughes e Adam Jordan Gott
- “Which Serial Killers commit suicide”, di David Lester e John White
- Radford University/FGCU Serial Killer Database 
- The Little Old Lady Killer: The Sensationalized Crimes of Mexico’s First Female Serial Killer” di Susana Vargas Cervantes

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