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mercoledì 7 giugno 2023

I Deadites arrivano in città! (Recensione "La Casa - Il Risveglio del Male")

A distanza di dieci anni dal remake di Fede ÁIvarez e dopo tre stagioni della serie “Ash vs. Evil Dead”, l’iconico franchise creato da Sam Raimi nel 1981 torna al cinema con un nuovo capitolo: “La Casa – Il Risveglio del Male” (“Evil Dead Rise” in originale), quinto tassello di una saga che da ormai più di quarant’anni accompagna i fan dell’horror, tra demoni, sangue, motoseghe e libri maledetti.
La saga de "La Casa" (“Evil Dead”) ha avuto un’evoluzione particolare: il primo, leggendario capitolo di Sam Raimi è un film seminale, un horror puro realizzato quasi per gioco dal regista e i suoi amici, diventato un vero e proprio spartiacque per il genere e un classico immortale della storia del cinema. Già con il secondo capitolo, “La Casa 2” ("Evil Dead II"), Raimi ha avuto molto più budget e si è potuto sbizzarrire realizzando un sequel grottesco e folle, pieno di sequenze iconiche, dove il mitico Ash Williams di Bruce Campbell la fa decisamente da padrone, diventando l’eroe spavaldo e sfortunato che i fan hanno imparato ad amare. “L’Armata delle Tenebre” ("Army of Darkness") segna un cambio radicale per la serie: il nostro Ash si ritrova infatti nel Medioevo, alle prese con un esercito di terribili non-morti, in un irresistibile horror-fantasy dalle tinte comiche e fumettistiche, divenuto un cult assoluto.

Dopo un silenzio di vent’anni, nel 2013 il franchise torna in auge grazie all’allora esordiente Fede ÁIvarez, a cui Raimi, Bruce Campbell e Robert Tapert affidano la regia del remake de “La Casa”.

Il film di Alvarez è un ottimo esempio di trasposizione moderna di un classico del passato: molto più cupo, horror e “sporco” dei film di Raimi, è riuscito a crearsi una propria identità pur non rinunciando agli elementi più iconici della saga.

Nel 2015 “La Casa” approda sul piccolo schermo con la divertentissima serie “Ash vs. Evil Dead”, ambientata trent’anni dopo la trilogia originale, in cui Ash torna ad essere il protagonista indiscusso insieme a nuovi e divertenti personaggi, per affrontare nuovamente i terribili Deadites. Una serie fantastica che, purtroppo, è stata cancellata alla fine della terza stagione, proprio sul più bello.
E veniamo quindi a “Evil Dead Rise”. Inizialmente concepito per approdare in streaming sulla piattaforma HBO Max, è stato promosso a film per il grande schermo grazie ai test screening estremamente positivi e alla fiducia che la Warner Bros. riponeva nel progetto. Alla regia troviamo il giovane Lee Cronin, promettente regista al suo secondo lungometraggio (il suo esordio è il riuscito “Hole – L’Abisso” del 2019). Cronin è un grande fan della saga e ha messo anima e corpo in questo progetto, tanto da aver scritto di suo pugno la sceneggiatura, con la benedizione di Raimi, Campbell e Tapert, che tornano a produrre e supervisionare questo nuovo capitolo.

Ma che cos’è “Evil Dead Rise”? Dove si colloca all’interno della cronologia della saga? Possiamo considerare questo nuovo tassello a metà strada tra un reboot e uno spin-off. È un film a sé stante, che racconta una storia tutta sua, e che anche chi non ha mai visto i precedenti capitoli può godersi tranquillamente. Ma è anche farcito di riferimenti e chicche nascoste che fanno capire che sia davvero ambientato nello stesso universo della trilogia originale e, probabilmente, anche del remake di Alvarez. Insomma, una specie di “requel”, come ci ha insegnato Scream 5!

La più grande novità introdotta in questo nuovo capitolo è il cambio di ambientazione: non siamo più in una baita sperduta nel bosco, bensì in un appartamento di un decadente condominio in città. Ciò permette a “Evil Dead Rise” di staccarsi, almeno parzialmente, dai suoi illustri predecessori, dando una ventata d’aria fresca alla saga.
La trama vede Beth (Lily Sullivan), tecnica del suono di un gruppo musicale, che dopo aver scoperto di essere incinta si reca da sua sorella Ellie (Alyssa Sutherland), la quale vive in un appartamento in città insieme ai suoi tre figli: Danny (Morgan Davies), Bridget (Gabrielle Echols) e la piccola Kassie (Nell Fisher). Dopo il loro ricongiungimento, in città si verifica un violento terremoto, che apre una crepa all’interno del parcheggio del condominio. I tre figli di Ellie, di ritorno a casa dopo essere andati a prendere la pizza, si imbattono nella crepa, che li conduce all’interno del caveau di una vecchia banca abbandonata. Lì Danny trova un vecchio libro demoniaco, rilegato in pelle umana e con inquietanti illustrazioni al suo interno, e una serie di vinili con incise parole misteriose. Il ragazzo decide di portare in casa gli oggetti, con la speranza di venderli per aiutare economicamente sua mamma. Ma la sua curiosità lo spingerà ben oltre i limiti consentiti: aprendo il libro e ascoltando i vinili, Danny risveglierà un male antico e inarrestabile, che prenderà possesso del corpo di Ellie dando inizio ad una spirale di orrore, morte e violenza. Sarà una lotta all’ultimo sangue per sconfiggere il Male e chiunque ne venga contagiato!

Missione riuscita: ecco cosa ci sentiamo di dire nei riguardi del lavoro di Lee Cronin. “Evil Dead Rise” è intrattenimento allo stato puro, un concentrato di sangue, tensione, adrenalina e divertimento. Il regista realizza il capitolo più intrinsecamente simile al capostipite di Raimi: un horror vero e proprio con elementi grotteschi, pochi personaggi e ambientazioni, trucchi ed effetti quasi sempre artigianali, un ritmo indiavolato, sequenze disturbanti e splatter a non finire. Dopo il fantastico prologo “boschivo” (spettacolare omaggio ai primi due capitoli) e dei titoli di testa davvero d’impatto, Cronin ci catapulta nella nuova ambientazione urbana, ci presenta le nuove protagoniste e poi parte in quarta e non si ferma mai, tra sangue, morti e Deadites mostruosi, fino all’adrenalinico e sanguinolento finale.

Il regista costruisce perfettamente l’atmosfera, grazie ad una regia creativa ricca di inventiva (la scena dello spioncino è già cult) che sa valorizzare al meglio le ambientazioni soffocanti e le scene di tensione. Attraverso un uso massiccio dei primi piani e dei grandangoli (non solo sui volti dei personaggi, ma anche su oggetti e altri piccoli dettagli), Cronin trasmette sapientemente il senso di claustrofobia derivato dall’essere intrappolati in un luogo chiuso come un appartamento. Ottimo lavoro anche per quanto riguarda le musiche di Stephen McKeon (già collaboratore di Cronin in “Hole – L’Abisso”) e la fotografia di Dave Garbett, molto cupa e debitrice di quella del remake del 2013, che gioca tantissimo con le luci e le ombre per creare scene suggestive e inquietanti.
Illustrazione originale di Emidio Iannone
Un plauso agli eccezionali effetti speciali: tutto ciò che si vede (sangue, ferite, make-up e mostruosità varie) è al 100% fatto di effetti pratici e frutto di trucchi prostetici, come d’altronde vuole la tradizione della saga. La CGI è usata pochissimo e non è mai visibile o invadente, garantendo effetti splatter davvero raccapriccianti e degni di nota. Chapeau!

La Casa – Il Risveglio del Male” è un film horror vecchio stampo, uno splatter anni ’80 realizzato con i mezzi contemporanei. Il suo obiettivo primario è quello di intrattenere e divertire, e ci riesce alla grande. La storia va dritta al punto e non si sofferma su particolari approfondimenti psicologici dei personaggi. Viene imbastita una situazione familiare molto classica, per poi virare sul gore e l’azione senza sosta. Nonostante ciò, le protagoniste della pellicola funzionano a meraviglia: la bravissima e bellissima Lily Sullivan interpreta Beth, una donna che cerca di riavvicinarsi alla sorella per un motivo ben preciso, e che diventerà presto la (quasi) final girl del film. Tostissima e piena di risorse, Beth si ritroverà a sporcarsi le mani (e non solo!) di sangue e frattaglie pur di proteggere le sue nipoti. Un personaggio dalla caratterizzazione tutto sommato semplice, ma che funziona nel contesto del film. Beth potrebbe raccogliere l’eredità del mitico Ash Williams (il finale è piuttosto esplicativo in tal senso), un’eroina che imbraccia la motosega e si avvia verso il suo destino, nel quale, chi lo sa, altri libri maledetti e Deadites potrebbero attenderla. La vedremmo benissimo affrontate i letali demoni a colpi di motosega insieme ad Ash, un giorno; sarebbero un duo eccezionale e assolutamente “groovy”… chi lo sa, lasciateci sognare!

Semplicemente spettacolare Alyssa Sutherland nei panni di Ellie, la madre di famiglia che, suo malgrado, verrà presa di mira dall’entità maligna e diventerà il principale Deadite della pellicola. La Sutherland riesce a incutere paura e disgusto in più occasioni: il suo make-up è stratosferico, le sue espressioni e i suoi occhi fanno accapponare la pelle e le sue movenze distorte la rendono inquietante, grottesca e minacciosa. Ogni volta che compare ruba la scena e la sua graduale trasformazione in Deadite è resa alla perfezione, fino allo spettacolare finale in cui la sua minaccia diventerà ancora più grande. Ellie entra a mani basse nell’Olimpo dei Deadite più riusciti, cattivi e carismatici dell’intera saga, e Alyssa Sutherland è un’attrice da tenere d’occhio per il futuro!
Alyssa Sutherland sul set del film
Un elemento interessante di “Evil Dead Rise”, che lo rende unico e inedito all’interno della saga, è la presenza e il ruolo dei bambini: nella saga de “La Casa” non ci sono mai stati bambini o ragazzini al centro della storia, anche solo come comprimari. I protagonisti sono sempre stati adolescenti scapestrati, per poi spostare il focus su Ash nella trilogia originale e nella serie TV.

La Casa – Il Risveglio Del Male” è il primo film della saga dove i bambini hanno un ruolo importante nella storia, il che lo rende un capitolo fresco e contemporaneo. I bambini sono indispensabili per il concetto di famiglia all’interno del film (un tema che Cronin ha già affrontato in “Hole – L’Abisso”), e donano un sapore “Spielberghiano” alla vicenda. Sono proprio loro a scoprire il Necronomicon, un classico topos narrativo dei film anni ’80 in cui i bambini scoprono manufatti o oggetti magici/misteriosi che metteranno in moto la vicenda. Tra i giovani attori spicca in particolare la piccola Kassie, interpretata dalla bravissima ed esordiente Nell Fisher, una bambina “molto tosta” (per citare il suo stesso personaggio) e la più piccola tra i nipoti di Beth, protagonista di alcuni momenti decisamente simpatici, che permetterà a sua zia di riscoprire un senso di maternità che non pensava di avere. Ogni tanto bisogna sospendere un po' l’incredulità per quanto riguarda le reazioni di certi personaggi, ma è una caratteristica propria della saga fin dall’inizio e va benissimo così.

A proposito del Necronomicon, come troviamo il nostro libro demoniaco preferito in questo film? Cronin ci presenta un design accattivante e rinnovato, un incrocio tra il manoscritto del remake di Alvarez e il Libro Mostro dei Mostri di Harry Potter, con una dentatura laterale che si sblocca solo se viene versato del sangue umano sull’oggetto. Rimarremo sempre affezionati al Necronomicon classico con la faccia sulla copertina creato da Tom Sullivan, ma anche questa nuova riproposizione ha il suo perché. Nel film viene inoltre spiegato che questo è solo uno dei tre Necronomicon esistenti…chissà quali sono gli altri due, vero Lee Cronin?
I fan della saga classica non resteranno delusi: Cronin è cresciuto a pane e “Evil Dead” , è un fan accanito, e si vede; la pellicola è infarcita di omaggi ai primi tre capitoli di Sam Raimi (c’è persino un riferimento alla mitica zia Henrietta!) e, in generale, il film è una grandissima lettera d’amore al franchise. In lingua originale, inoltre, è presente anche un piccolo cameo vocale del mitico Bruce Campbell, e sono immancabili le classiche soggettive del Male che si avvicina alla sua preda per prenderne possesso. Ma i riferimenti non si limitano solo alla saga di “Evil Dead”: c’è una grandissima citazione a “Shining” di Stanley Kubrick (in una scena che coinvolge un ascensore e litri di sangue), a “Nightmare” e ad “Halloween”, ma anche all’horror nostrano, tra “Dèmoni 2… L'incubo ritorna” di Lamberto Bava (l’ambientazione lo ricorda parecchio) e un occhio quasi infilzato di Fulciana memoria. Nonostante i gustosi omaggi e riferimenti, Cronin riesce a imprimere la propria impronta al film, creando un’opera sia personale che nostalgica e che si inserisce perfettamente nella mitologia della saga.

Proprio come fece Alvarez, anche Cronin ha realizzato il suo “Evil Dead”, non dimenticando ma rispettando ciò che è venuto prima. Il bello di “Evil Dead” è proprio questo: è una saga che si presta e si presterà sempre a sperimentazioni, cambi di tono, identità e genere. È una saga che si è evoluta nel tempo (basti vedere quanto siano diversi tra loro i primi tre film di Raimi), affrontando lo stesso tema sempre in maniera diversa e, soprattutto, sempre con qualità. Cronin ha dato il suo contributo alla serie e lo ha fatto egregiamente, con un capitolo splatter e divertentissimo che farà la gioia dei fan, e che ha riscosso un ottimo successo al botteghino. Ora non ci resta che aspettare inevitabili sviluppi futuri!
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sabato 7 maggio 2022

Camminare nei sogni (Recensione di ''Doctor Strange nel Multiverso della Follia'')

A quasi dieci anni dal suo ultimo film Sam Raimi torna dietro la macchina da presa per un blockbuster d'intrattenimento targato Disney e lo fa con creatività, straordinaria destrezza e rinnovato amore per il genere, seppure ancorato ad un contesto produttivo-narrativo alle volte stringente e al servizio di una sceneggiatura non brillante. 

Facciamo un passo indietro e partiamo col precisare che in questa sede parleremo di Doctor Strange nel Multiverso della Follia in quanto prodotto a sé senza concentrarci sul più ampio mosaico crossmediale a cui appartiene, cioè il Marvel Cinematic Universe, con tutte le implicazioni e le problematiche in cui incorreremo proprio a causa del contesto per cui è stato pensato e realizzato, come vedremo più avanti; procediamo chiarendo quella che è la natura del seguente articolo ossia opinioni a briglia sciolta e decisamente a caldo da parte di chi scrive, basate su una singola visione in sala ma con l'obiettivo di cercare di dare una sistemazione quanto più possibilmente compiuta e ponderata ai diversi spunti offerti; spendiamo qualche parola anche sul Doctor Strange (2016) di Scott Derrickson, tassello del grande disegno Marvel Studios che nonostante il buon successo di pubblico e critica col tempo è stato abbastanza dimenticato e trattato con sufficenza dai più, mentre in realtà aveva già dimostrato come il personaggio e la sua mitologia (nelle mani di un buon mestierante, che si era fatto le ossa nell'horror) si sposassero particolarmente bene ad un'atmosfera più stregata ed onirica rispetto allo standard, pur basandosi su degli stilemi e una struttura in piena linea con il resto della gestione.
Potremmo iniziare dicendo che il film uscito lo scorso mercoledì nelle nostre sale, sotto questo punto di vista, sia un sequel del primo nel senso stretto del termine: tanto più grande e variegato quanto simile. Non è un caso che l'idea di tinteggiare Doctor Strange 2 come il primo horror PG-13 di casa Marvel fosse partita proprio da Derrickson in fase di pre-produzione, salvo poi abbandonare la regia e ricoprire il solo ruolo di produttore esecutivo a causa di divergenze creative. Così come non è stata casuale la scelta di offrire a quel punto la regia a Raimi, anzi potremmo dire che la chiave del successo del prodotto parte proprio da un colpaccio ben assestato da parte di Kevin Feige. Sam Raimi è la personificazione di quei rari casi in cui un autore arriva al punto di essere talmente consolidato e riconoscibile da ottenere la legittimazione di diverse fanbase contemporaneamente (nel suo caso è sia un baluardo dell'orrore per quanto riguarda la saga di Evil Dead, che uno dei padri del cinefumetto supereroistico contemporaneo per la trilogia di Spider-Man), di ciò Feige e il suo team erano consci e intercettando questa percezione sono stati in grado di presentare un lungometraggio che solo per le premesse potesse attirare fasce di pubblico differenti.

Questo film quindi è un'opera autoriale? Sam Raimi allo stato puro? No e sì. Togliamo immediatamente il dubbio ai tanti appassionati, come il sottoscritto, che all'annuncio erano dubbiosi circa le possibilità espressive di un regista di questo calibro nel MCU. Sotto il profilo tecnico e stilistico è ineccepibile, indubbiamente quanto di meglio ci è stato presentato fino ad ora. 
È difficile crederci ma effettivamente i produttori Disney non hanno messo bocca né sulla realizzazione di tale spettacolo visivo né hanno tentato di imbrigliare la strabordante personalità artistica di un Raimi carico più che mai, che corre continuamente sul filo del rasoio del visto censura talvolta scivolando e tagliandosi di fronte agli occhi attoniti degli spettatori che mai si sarebbero aspettati certi risvolti nel confortevole universo condiviso imparato a conoscere. Mutilazioni, possessioni demoniache, cadaveri che tornano alla vita, trafitture e jumpscare forniscono una ventata d'aria fresca in un filone che va sempre più ad assestarsi sulla riproposizione facile e sicura di ciò che il pubblico di riferimento esige. Così come risultano curati e galvanizzanti il montaggio, la fotografia, gli effetti visivi e speciali e la colonna sonora ad opera di un Danny Elfman in stato di grazia (degna di nota una sequenza in particolare, in cui il regista e il compositore lavorano a stretto contatto regalandoci un momento memorabile).

È chiaro che talvolta il confine tra l'autocitazionismo e il manierismo sia molto labile ma complessivamente i diversi marchi di fabbrica del regista finiscono per risultare come eccellenti esercizi di stile sapientemente pensati e costruiti, non accomunabili a operazioni commerciali di spicciolo fanservice nostalgico, come il recente Spider-Man: No Way Home (2021).
Il personaggio di Stephen Strange dimostra nuovamente quanto sia efficace e versatile, il mondo di streghe e stregoni di Kamar Taj viene trattato con i guanti da un Raimi che non ha mai nascosto di apprezzare questo tipo di narrativa popolare e anche stavolta non cela un approccio genuinamente divertito. Largamente promossa anche la rediviva Wanda Maximoff, che diventa un personaggio chiave dall'impatto e dalla presenza scenica come mai prima d'ora. 

Il controaltare di un cinema di intrattenimento più unico che raro di questi tempi, talmente potente che sarebbe in grado di parlare solamente per immagini, purtroppo però è una sceneggiatura non disastrosa ma nemmeno pienamente convincente per mano di Michael Waldron. L'incedere degli eventi risulta frammentato, a tratti sommario e superficiale, altalenante, abbastanza frettoloso tanto che per qualcuno potrà apparire anticlimatico. Ciò che manca, probabilmente, è qualche momento di distensione che permetta ai personaggi di respirare e che favoreggi il pieno coinvolgimento emotivo di chi guarda. La parte centrale in particolar modo uccide momentaneamente il ritmo, mettendo in luce la difficile coesistenza di necessità differenti quali la gestione del singolo film e l'appagamento della specifica audience di riferimento. I tanto attesi ''Illuminati'', oltre ad essere la parte meno interessante a livello tecnico (palese frutto di reshoot imposti dalla produzione a riprese terminate ad un Raimi discretamente disinteressato), sono pressoché inutili ai fini della narrazione. 
Altro grande problema è quel che rappresenta Doctor Strange nel Multiverso della Follia per la macrotrama Marvel: questa storia risulterà di difficile comprensione per coloro che non hanno guardato la miniserie Disney+ WandaVision (2021), essendo profondamente collegata ad essa. Raimi prova in più di un'occasione a rendere il retroterra di ciò che accade accessibile a chiunque, ma non ci riesce mai del tutto dato il complesso meccanismo narrativo ormai collaudato da tempo, il che risulta fuorviante. Per molte persone sicuramente questa impostazione non sarà di difficile digestione ma, sempre a detta di chi scrive, è un presupposto tremendamente sbagliato su cui imbastire un racconto arzigogolato a sua volta.

Insomma per concludere, l'ultima fatica di Sam Raimi nonchè il ventottesimo capitolo del Marvel Cinematic Universe è uno spettacolo appagante, girato con intelligenza e notevole padronanza del mezzo. Un prodotto di grande intrattenimento molto divertente, fantasioso e mai stancante che però si trascina appresso qualche elemento problematico. Un film sbilanciato e quasi anarchico, come il titolo promette, che potrebbe catturare molti spettatori e lasciarne perplessi altrettanti.

ARTICOLO DI


sabato 18 aprile 2020

Il libro dei morti

Era il 1981 quando un allora ventiduenne Sam Raimi debuttava nel mondo del cinema con "The Evil Dead", un film che lasciò un segno profondo nella storia del genere horror di stampo splatter e che diede inizio a una trilogia memorabile nonostante le difficoltà prima di produzione e poi di distribuzione, tra censure e rallentamenti(basti pensare che il film arrivò in Italia dopo tre anni dalla sua uscita con il titolo di "La Casa").

IL REGISTA
Prima di analizzare un film di tale portata però, dobbiamo conoscere la mente che lo ha realizzato. Quarto di cinque figli, Sam Raimi coltiva fin da piccolo la sua passione per il cinema ed è proprio grazie a questa passione che incontrerà tra i banchi di scuola del liceo uno dei suoi amici e collaboratori più stretti, l’attore Bruce Campbell. Nel 1975, quando suo padre gli comprò una cinepresa, cominciò a dedicarsi alla regia e, assieme all’amico Campbell, realizzò nel giro di appena tre anni circa una cinquantina di cortometraggi in formato super 8mm, nei quali venivano coinvolti anche i fratelli di Raimi e alcuni amici.

Durante i primi mesi alla Michigan State University, i due amici conobbero Robert Tapert, futuro produttore esecutivo della trilogia, che li portò a una scelta decisiva: realizzare un corto da presentare a possibili investitori per finanziare i film successivi.

WITHIN THE WOODS
Fu così che nacque "Whitin the Woods", il corto che pose le basi per la storia di "The Evil Dead", considerato dagli amanti della trilogia come una sorta di prologo. L’idea per il corto nacque mentre Raimi preparava un compito di letteratura che prevedeva lo studio di un libro dei morti egiziano, che in seguito avrebbe ispirato, assieme alle opere di Lovecraft, il Necronomicon che compare nella trilogia. La storia segue a grandi linee quella del primo film sebbene ci siano dei cambiamenti come il numero e i nomi dei protagonisti e l’oggetto che evoca le forze del male, ovvero un coltello appartenuto a uno stregone indiano la cui tomba viene profanata da Campbell. A causa del budget di appena 1.600 dollari, il copione fu riscritto più volte da Raimi fino ad essere ridotto a circa dieci pagine e molte delle scene, che poi sarebbero state riprese nel film, non furono provate ma improvvisate dal cast, come la scena in cui Campbell si stacca una mano a morsi o l’inquietante e iconico “join us...” dei demoni, pronunciato sempre da Campbell nel corto.

Gli effetti speciali, nonostante la cura di Tom Sullivan, che lavorò anche al primo film della trilogia, erano rozzi e causarono alcuni problemi a Bruce Campbell, che soffrì di irritazione cutanea per le maschere in lattice.
Il corto venne proiettato in un cinema locale nel 1978 accanto a "The Rocky Horror Picture Show" e fu ben apprezzato dalla critica, consentendo a Raimi di raccogliere i fondi necessari per produrre "The Evil Dead"

Nel corso degli anni, il corto, nonostante la sua importanza nella creazione del film, è stato distribuito tra i fan della trilogia tramite bootleg di VHS e DVD e Raimi non ha mai reclamato il diritto d’autore su di esso. L’unica volta in cui si tentò di realizzare una release ufficiale fu nel 2002, quando la casa di distribuzione Anchor Bay si apprestava a realizzare un’edizione speciale di "The Evil Dead". Il corto, restaurato, doveva figurare tra i contenuti extra del DVD ma la release non andò in porto a causa della musica contenuta al suo interno, che faceva parte della colonna sonora di Death Wish (titolo italiano Il giustiziere della notte) del 1974.

PRE-PRODUZIONE
Per finanziare e produrre "The Evil Dead", allora chiamato “Book of Dead”, però, gli incassi del corto non erano sufficienti, e Campbell e Raimi furono costretti a chiedere aiuto a tutte le loro conoscenze: ciò portò al coinvolgimento del già citato produttore ed amico Robert Tapert e di Phil Gillis, l’avvocato di un amico di Raimi, che offrì preziosi consigli in ambito legale.

Inizialmente le riprese si sarebbero dovute svolgere nella città natale di Raimi, Royal Oak, ma in seguito si optò per Morristown, collocata nel Tennessee, unico stato a non mostrarsi avverso al progetto. Il team di produzione fu costretto a risiedere in una piccola baita lontana dalla città e, come è facile immaginare, le condizioni non erano delle migliori: date le dimensioni ridotte dell’abitacolo, i membri della crew erano costretti a dormire in gran numero nella stessa stanza, era difficile ottenere assistenza sanitaria a causa della distanza dalla città e, come prevedibile, sorsero svariati litigi che rischiarono di compromettere in maniera definitiva il progetto.

PRODUZIONE
Illustrazione originale di Cristiano Baricelli
Le riprese furono altrettanto difficili: gli attori subirono più volte infortuni a causa dei mezzi limitati a disposizione, come lenti a contatto troppo spesse che causarono irritazioni oculari, la maschera che strappò le ciglia di Betsy Baker (Linda) nel processo di rimozione o le molteplici occasioni in cui gli attori vennero involontariamente pugnalati. Altro grande problema fu il freddo gelido che sopraggiungeva durante la notte, che negli ultimi giorni di riprese costrinse il team a bruciare quasi tutti i mobili della casa.

Raimi sfruttò lo stress nato da questi imprevisti, talvolta anche intenzionalmente incrementando la sofferenza provata dagli attori (emblematico è l’episodio che lo vede punzecchiare con un ramoscello una ferita riportata da Campbell durante le riprese), per rendere il comportamento dei personaggi del film più realistico; secondo il regista, infatti, il dolore e l’infelicità provati si traducevano perfettamente in un ottimo film horror.

DISTRIBUZIONE
La prima cut del film durava 117 minuti e comprendeva molte scene in cui i personaggi lamentavano di non aver potuto salvare le vittime, ma, poiché la pellicola fu reputata troppo deprimente e cupa, le scene vennero rimosse e la durata del film ridotta a 85 minuti. A causa della scarsa qualità dell’audio molti dei suoni dovettero essere nuovamente registrati in studio, come le urla di Campbell e il suono della carne mutilata, ottenuto pugnalando carcasse di polli.

"The Evil Dead" apparve dal nulla in qualche cinema degli Stati Uniti nel 1981 e si ripropose l’anno dopo nella parte meno abbiente e chic del festival di Cannes grazie agli sforzi del produttore e pubblicitario Irvin Shapiro, che era stato convinto dalla creatività con cui il giovane Raimi lo aveva confezionato. La maggior parte delle poche persone che in quell’occasione assistettero alle proiezioni rimase disgustata, e si aggregò alla cerchia dei detrattori che invitavano a boicottarlo sin dai primi e limitati screening statunitensi (gli stessi che lo avrebbero portato ad essere inserito nelle liste di proscrizione dei cosiddetti video nasties, cioè film scandalosi di cui molte organizzazioni criticavano la distribuzione tanto da richiederne la censura più totale). La maggior parte a eccezione del celebre scrittore Stephen King, che rimase talmente estasiato dalla visione da definirlo ‘’il più ferocemente originale film horror dell’anno’’; un epiteto che, prontamente riportato su tutte le successive locandine e confezioni delle VHS, garantì letteralmente una seconda vita alla pellicola e la aiutò a diffondersi per poi diventare un film di culto. Oggi risulta abbastanza difficile parlare di "The Evil Dead" senza farsi influenzare dall’immensa eredità culturale che si trascina appresso.

IL PROTAGONISTA
Ormai sono pochi a non conoscere Ash Williams, el Jefe, lo sterminatore di demoni annunciato dalla profezia armato di frasi a effetto, motosega e bastone di tuono. Eppure la particolarità di questo piccolo b-movie girato nel corso di più di un anno con un budget, un cast e un’equipe rimediati è proprio quella di essere molto diverso dai suoi successori che lo consacreranno e lo renderanno ancor più immortale. Non è una commedia nera bensì un horror apparentemente canonico dall’ambientazione molto classica, in cui lo spettatore non viene risparmiato da improvvise esplosioni splatter pirotecniche o da momenti incredibilmente disturbanti. Non è la storia di un osso duro che massacra non-morti, ma quella di un protagonista (che in questo primo film viene addirittura chiamato Ashley, nome ambigenere) timido e impacciato, che trova difficoltà a difendersi dai suoi mostruosi aggressori e spesso rimane impietrito anziché contrattaccare.
Il primo impatto per qualcuno che non lo conosce, alla luce della popolarità dei futuri componenti della saga, può essere spiazzante. Dunque in cosa risiede la forza di un film realizzato con così pochi mezzi, e che si rifà ad un immaginario sfruttato al massimo nel mondo dell’horror? Tanto per cominciare nell’applicazione pratica del detto il meno è di più; furono impiegate diverse controfigure, i fake shemp, a sostituire gli attori una volta che erano state portate a termine le riprese principali. Raimi e co. avranno pure avuto un budget modesto, e un ambiente lavorativo alquanto disagiante (quando la crew si recò per la prima volta alla baita, la trovò ridotta in condizioni disastrose: i pavimenti erano ricoperti di detriti ed escrementi di animali, dunque dovettero persino ristrutturarla) ma si impegnarono per rendere ogni minuto di girato al meglio, tant’è che anche per le scene più brevi vennero eseguiti decine, se non centinaia, di take diversi. Oltretutto è affascinante l’occhio con cui Raimi ci immerge in questo mondo: una prospettiva generalmente intima, limitata (ad esempio inquadrando la scena da sotto dei vecchi scalini, o dall’angolo di uno stanzino) che contemporaneamente va alla ricerca di una visione più globale, impegnandosi a raccogliere più dettagli ed elementi possibili per permetterci di ricostruire perfettamente il settting e calarci a pieno in esso.

TRAMA E ANALISI
Come si fa a non conoscere la storia de "La Casa"? È il classico racconto dell’orrore di un gruppo di studenti universitari che si ritira in cerca di un po’ di quiete in un luogo isolato, le fitte foreste del Tennessee, per poi rimanere intrappolato in un terribile incubo. Non appena Ashley, Cheryl, Scotty, Linda e Shelly (tutti personaggi interpretati da attori giovanissimi, alcuni dei quali vennero reclutati semplicemente perché amici del regista o dei produttori, con scarsa esperienza alle spalle e convinti che questo horror come tanti non sarebbe stato visto da nessuno) raggiungono la cabina iniziano a percepire da subito la strana aura che la circonda. L’atmosfera di tranquillità e di allegria iniziale di cui godono i ragazzi viene minata da una sensazione di pericolo, di timore, che si instaura nello spettatore a causa di alcuni momenti ambigui: come il ponte pericolante, o i passanti che continuano a salutare in modo macchinoso e innaturale la mitica Oldsmobile 88 del ‘73, tanto cara al regista.  Questa bipolarità tonale opprimente viene sottolineata dalla fotografia sporca e polverosa, di cui si occupò Tim Philo, sempre alla ricerca della penombra degli anfratti del minaccioso chalet che accoglie le sue vittime con il lieve ma incessante battere suscitato dal vento della panca in legno della veranda.
Non solo nel primo atto, ma in tutto il corso del film sarà forte la componente horror ambientale dal gusto un po’ gotico: ricordiamo le meravigliose scene ambientate nel buio pesto del bosco nebbioso, con la luna alta nel cielo che si tinge di nero. Tutto questo porta i personaggi, e noi che ci caliamo nei loro panni, a sentirsi terribilmente osservati dal disteso nulla che li circonda. Quando una botola sul pavimento dello chalet si spalanca da sé attira l’attenzione dei ragazzi che esplorano lo scantinato sottostante e tra le tante cianfrusaglie trovano uno strano libro, un raccapricciante pugnale sacrificale e un registratore (e un poster logoro de ‘’Le colline hanno gli occhi’’, film del 1977 di Wes Craven!).

Sfogliando le pagine del libro e ascoltando la registrazione scoprono il suo macabro contenuto: questo testo si chiama Naturom Demonto (solo successivamente assumerà il più celebre nome di Necronomicon-ex mortis) ed è uno scritto sumero rilegato in pelle umana, e inchiostrato col sangue, che tratta di magia nera e di incantesimi per resuscitare i demoni. A questo punto la voce registrata dell’archeologo responsabile del suo ritrovamento recita i criptici passaggi e risveglia qualcosa che era vivo, ma assopito, nella foresta permettendogli di entrare in contatto con il nostro mondo possedendo i viventi: il demone kandariano. Da questo momento, lo spirito malvagio inizierà a tormentare i giovani nelle maniere più terribili e reclamerà le loro anime una dopo l’altra... o quasi. Quella del primo lungometraggio di Raimi, Campbell e Tapert è una storia che si veste di vari cliché del genere ma, nonostante fossero già motivi ripetuti al tempo, è riuscito nel compito di farli propri e reinventarli diventando l’archetipo che è oggi.
Il punto forte della pellicola è senza dubbio il modo innovativo ed incredibilmente semplice con cui il regista mette in scena la prospettiva in prima persona del demone che, un po’ alla maniera spielbergiana, corre furibondo tra i boschi, abbattendo alberi e sfondando porte senza mai rivelarsi. La crudele entità e le sue manifestazioni fisiche, i deadite, tortureranno il nostro protagonista nei modi più folli e sadici portandolo sull’orlo di un crollo nervoso in più di un’occasione (va citata la meravigliosa scena ambientata nella cantina, in cui un Ashley terrorizzato viene accolto da litri di sangue che grondano dai tubi e dalle prese elettriche, e da proiettori e giradischi che si azionano da soli coronando con luci sgargianti e musiche gioiose una delle sequenze dell’orrore meglio riuscite di tutto il film).

LA SCENA DEI RAMI
Tra le scene più iconiche e scioccanti del capolavoro di Sam Raimi c’è sicuramente quella dell’attacco/stupro a Cheryl Williams, interpretata da Ellen Sandweiss, ad opera dei rami posseduti dall’entità. Una scena che rimane impressa nella mente dello spettatore, tanto semplice quanto inaspettata, nonché tra le più amate e geniali sequenze mai concepite nel cinema horror. La sorella di Ash, avendo percepito la presenza di qualcuno fuori dalla baita, esce per controllare.
È notte fonda, la luna è piena e la nebbia aleggia nell’aria come un fantasma. Si sente l’ululato di un lupo, l’atmosfera è tetra e sinistra. Cheryl si addentra nel fitto e lugubre bosco, indossa solo una vestaglia bianca. È come se qualcosa la stesse chiamando, come se fosse inconsciamente ipnotizzata da un’entità che l’ha spinta ad uscire allo scoperto per farle del male. La ragazza è spaventata, sa che là fuori c’è qualcuno. “Vi ho sentito! Vi ho sentito nella cantina!”, esclama Cheryl. L’unica risposta che ottiene sono dei fragorosi rumori di alberi spezzati e inquietanti lamenti provenire dall’oscurità del bosco. Qualcosa si sta avvicinando; non sappiamo cosa sia, ne percepiamo solo il minaccioso incedere suggerito dall’uso della soggettiva, una tecnica che Raimi renderà molto personale e riconoscibile. L’entità stradica gli alberi al suo passaggio, Cheryl urla di terrore. È sempre più vicina, qualunque cosa sia. La musica si alza, la ragazza sgrana gli occhi e si guarda attorno. Di nuovo silenzio, poi ancora soggettiva. Sta arrivando. Il male si manifesta, inaspettatamente, sottoforma di semplici rami di alberi; rami che cominciano ad animarsi e a prendere vita, posseduti da qualcosa di soprannaturale.
I rampicanti si avvinghiano a Cheryl come un serpente con la preda: prima le gambe, poi le braccia, le mani e infine il collo. Cheryl grida, è terrorizzata, ma le sue urla si perdono nell’immensità del bosco. La ragazza cerca un contatto che possa darle un minimo di protezione; si aggrappa ad un fusto, lo stringe con forza e lo usa come appiglio. Poi, i rami cominciano a strapparle la vestaglia bianca, in preda ad un’innaturale eccitazione. Il bianco, simbolo della purezza e dell’innocenza, strappato via dal corpo di una giovane fanciulla indifesa. L’indumento viene squarciato e trascinato via da questo maniaco invisibile.
Cheryl rimane con le gambe scoperte e la pelle nuda esposta. I rami la graffiano come artigli di strega, ferendola con violenza. Il sangue comincia a scorrere. Poi le si avvinghiano alle caviglie, strattonandola e facendole perdere la stretta dal fusto. Cheryl, con un tonfo, cade a terra sdraiata sulle umide foglie autunnali. È sola, inerme, spaventata. L’entità ha preso il pieno possesso del suo corpo, può fare di lei ciò che vuole. I rampicanti le si avvinghiano addosso, la loro forza è micidiale. Cheryl cerca di lottare e di strapparseli da dosso, invano. Poi, un ramo lungo e sottile striscia verso la sua gamba destra come un pitone alla ricerca della preda. Le si avvinghia sulla coscia tenendola ben salda, in modo che non possa dimenarsi. Anche le mani di Cheryl sono strette tra di loro e incapaci di compiere qualsiasi movimento. Le braccia le vengono allargate con violenza e distese sul terreno. È in una posizione quasi cristologica, simile a quella di Gesù nel momento in cui è stato crocifisso. Un ramo si avvolge al seno nudo della ragazza, altri due le avanzano sulle cosce. Poi, con orrore, Cheryl alza la testa e osserva davanti a sé, con gli occhi sgranati e increduli: i rami cominciano ad allargarle le gambe, sempre di più, sempre di più.
Ormai, sia Cheryl che lo spettatore hanno capito cosa accadrà, la tensione è sempre più palpabile. La macchina da presa percorre le gambe di Cheryl fino a inquadrarla per intero, con le gambe ormai spalancate. Come un fulmine, uno spesso ramo le si conficca negli organi genitali e Raimi mette in scena quella che è, a tutti gli effetti, una vera e propria violenza carnale. La natura che prende possesso di un corpo femminile e che domina l’essere umano. Cheryl è scioccata, le sue urla miste a gemiti sono terrificanti e mettono a disagio lo spettatore. La nebbia è onnipresente come una sorta di Provvidenza oscura incapace di intervenire. Poi, finalmente, Cheryl usa tutta la forza che ha in corpo e riesce a liberarsi dalla stretta dei rami; comincia a scappare verso lo chalet, in cerca di aiuto e inseguita dall’entità. Ovviamente, non sa ancora che il male le si è insinuato nel corpo e nell’anima, come se, tramite questa violenza, i rami avessero piantato in lei il seme del demonio.
È una scena importante in quanto si tratta del primo, vero contatto tra uno dei protagonisti e l’entità demoniaca che si aggira per i boschi. È il momento in cui la presenza colpisce per la prima volta rivelando la sua natura soprannaturale e palesandosi agli occhi della povera Cheryl, vittima impotente di questo attacco, sottoforma di rami senzienti. È una sequenza spiazzante per vari motivi: fin dall’inizio del film, Raimi lascia intendere che qualcosa si aggiri per i boschi grazie all’innovativa tecnica sopracitata della soggettiva. Questa “Forza” (come la definisce Bruce Campbell) non si mostrerà mai per quello che è realmente, ma si manifesta prendendo possesso dei corpi umani; i rami sono dunque la prima, vera manifestazione tangibile dell’entità. Inoltre, nessuno, prima d’ora, aveva mai realizzato una sequenza di violenza carnale così atipica ed estrema, in grado di sconvolgere per la sua rozzezza ed imprevedibilità. La natura che domina l’essere umano (e non il contrario, come radicato nella società moderna) e che addirittura lo viola a livello sessuale. Non a caso, fu una scena che, all’uscita del film, fece molto scalpore e che scioccò gran parte del pubblico, soprattutto quello femminile. Lo stesso Sam Raimi ha ammesso che è il momento del film che ha fatto etichettare lui e il suo team come dei “folli” e che ha spinto diverse persone ad abbandonare la sala.
È una scena che Raimi riprenderà, in maniera più dinamica ed edulcorata, nel suo "La Casa 2" e che verrà rielaborata anche da Fede Alvarez nell’ottimo remake del 2013. A differenza dei suoi due seguiti, molto più umoristici e cartooneschi, il primo "La Casa" è un horror sporco, cupo e cattivo, e questa scena ne è forse l’esempio per eccellenza. Questa sequenza venne in mente a Robert Tapert, storico produttore della saga e amico di Raimi, che venne ispirato da una scena del Macbeth di Shakespeare. La scena in questione è quella in cui i soldati di Macduff e del figlio di Duncan si mimetizzano con i rami tagliati dalla foresta di Birnam, per far credere a Macbeth che il bosco abbia preso vista e si stia scagliando contro di lui, come profetizzato dalle streghe. È una scena che Raimi e Tapert avevano già inserito, in maniera più semplice ed embrionale, nel corto “Within the Woods”. La scena del film è dunque una versione più strutturata, estesa e curata di quella del corto.
È una sequenza realizzata con tecniche semplici e artigianali (come d’altronde tutto il film), eppure, ancora oggi, è estremamente potente e in grado di far provare allo spettatore un senso di disagio e tensione molto forti. I rami che si avvinghiano al corpo di Cheryl vennero ripresi a marcia indietro e la pellicola venne poi riavvolta in fase di montaggio per dare l’effetto di rampicanti vivi e in grado di muoversi; alcuni, invece, furono mossi grazie a dei fili. Uno degli aspetti più incisivi del film è il reparto sonoro, curatissimo e onnipresente in tutta la pellicola: da quella sorta di ronzio spettrale emesso dall’entità durante le sue marce notturne, agli alberi che si spezzano durante il passaggio della presenza fino alla colonna sonora vera e propria composta da Joseph LoDuca, "Evil Dead" è un concentrato di suoni e rumori terrificanti, e questa scena non fa eccezione. Raimi si inventò alcuni trucchetti sonori per rendere la scena più incisiva: ad esempio, quando i rami colpiscono con violenza Cheryl, quelli che si sentono in sottofondo sono rumori di frusta. Per Ellen Sandweiss questa scena fu particolarmente faticosa e stressante, in quanto i rami la graffiarono veramente, cosa che non dovrebbe stupire visto il modo in cui vennero trattati gli attori di cui abbiamo precedentemente discusso, e fu costretta a girare all’aperto, in mezzo al bosco, vestita con abiti leggeri nonostante il freddo.

CREW E TECNICA
Tuttavia, l’intero cast ricorda con estremo piacere l’esperienza sul set. "La Casa" è anche e soprattutto questo: la sua realizzazione è una vera e propria epopea diventata simbolo della volontà, della fantasia e della capacità di realizzare con pochissimi mezzi a disposizione e condizioni di riprese estreme un capolavoro divenuto leggendario. Quel geniaccio di Sam Raimi ha creato un caposaldo divenuto d’ispirazione per tutte le generazioni future, che ha spianato la strada ad una serie infinita di imitazioni e omaggi da parte di cineasti che, motivati da questo film, si sono messi in gioco realizzando opere a bassissimo budget ma ricche di inventiva.

La scena dei rami è solo una delle tante invenzioni di questo straordinario regista, capace di affermarsi come autore poliedrico, fantasioso, folle e visionario. Non a caso, è anche una delle scene preferite di sua maestà Bruce Campbell in persona. Groovy!
Da sottolineare anche il comparto degli effetti speciali ed il make-up, ad opera di Tom Sullivan, che risultano abbastanza dozzinali; questo però è giustificabile per le grandi limitazioni con cui l’artista era costretto a convivere e lavorare. Anche la romance che viene creata tra Ashley e Linda, nell’economia del film, risulta abbastanza irrilevante e sarà decisamente più esplorata nei sequel (una storia d’amore che oltretutto non viene incentivata dalle loro mediocri capacità attoriali).

La parte finale è sicuramente la migliore del film, quella più ansiogena ed emozionante. Qui sia il Campbell che il Raimi ventenne, al tempo ancora lontani da essere i signori rispettivamente dei b-movie e del cinema fantastico, hanno i loro guizzi migliori e insieme danno vita a delle sequenze al cardiopalma in cui emerge finalmente lo stile ipercinetico distintivo di Sam Raimi che valorizza le incredibili reazioni di Bruce Campbell, che cerca di sopravvivere alle deliranti angherie dei suoi aguzzini in un climax di terrore e di violenza esagerata. Probabilmente, quello che ha reso così influente "The Evil Dead" è soprattutto lo speranzoso messaggio che rappresenta nel settore: un lavoro realizzato da delle persone qualunque, prive di qualsiasi tipo di esperienza professionale, che sono state in grado di produrre un film con meno di 400’000$ e di fargliene incassare molti di più, rendendolo anche leggendaria fonte di ispirazione per i cineasti a venire.

DISTRUBUZIONE E CENSURA
Illustrazione originale di Chiara Bonanni
Il successo del film fu immediato specialmente in due paesi emblematici per comprenderne sia l'impatto che l'eredità: Inghilterra ed Italia. Nel primo, all'alba dell'arcinoto, e già menzionato, Video Recordings Act 1984 del Parlamento riguardo la controversia dei Video Nasties, film rimossi per decenni dagli scaffali britannici, venne rimosso quasi un intero minuto di "The Evil Dead" dalla British Board of Film Classification prima che l'opera potesse essere proiettata nei cinema del paese, rigorosamente, con un divieto di 18 anni all'ingresso, procedura tutt'ora applicata ai film di genere nell'isola britannica. Come ricorda nel 2008 Tom Sullivan in una mailindirizzata al critico J. C. Macek III, però, il rischio era decisamente maggiore ed il regista e l'effettista riuscirono a terminare la promozione della pellicola giusto in tempo: "Sentimmo della controversia dei Video Nasty e che vi era stato un raid di polizia armata in un negozio di noleggio della linea Mom and Pop per rimuovere "The Evil Dead" dal territorio inglese. Whew! Fortunatamente siamo scappati vivi eppure l'Inghilterra ebbe il sopravvento!"

Va ricordato che, anche il sequel, di cui parleremo presto, ricevette un trattamento simile, venendo vietato ai minori sia in UK che in USA, ma non Italia dove viene vietato solo ai minori di 13 anni non accompagnati.

I SEQUEL APOCRIFI
Proprio nel panorama dell'uscita di questa pellicola, a causa del successo immenso delle due opere di Sam Raimi sul territorio italiano, il produttore Joe D'Amato, già noto per aver girato "Zombie 5" e "Zombie 6" prima che il 3 ed il 4 fossero addirittura in cantiere, decise che era ora che un terzo capitolo della saga avesse la luce, lucrando sul successo del franchise de "La Casa", producendone un secondo sequel apocrifo, spacciato, come consono, come ufficiale. Umberto Lenzi diresse, dunque, quel disastro che fu "La Casa 3" nel 1988, non avendo, probabilmente, nemmeno ben chiaro a che film si stesse rifacendo e sembrando riprendere più "Poltergeist" e la bistrattata saga "House" che il film di cui si spacciava seguito. Il film, in seguito rilasciato come "Ghosthouse", fu un tale insuccesso di pubblico e critica che, invece di ricorrere a pseudonimi come solito, sia il regista che il produttore si dissociarono costringendo la rimozione dei loro nomi dai crediti dell'opera.
Ci volle solo un anno, ed una distribuzione della pellicola con il titolo di "The Hitcher 2", per far sì che D'Amato e Lenzi tornassero a mungere la mucca di "The Evil Dead" con un "La Casa 4" che, oramai, nemmeno più tentava di ricordare il film da cui traeva il titolo. Tra David Hasselhoff, Leslie Cumming (che, a parte aver lavorato in "Zombie 5" non prese mai parte a nessun'altra produzione per il resto della sua vita) ed ad un'oramai adulta Linda Blair, nuovamente posseduta da demoni come ne "L'esorcista" che la rese un'icona del genere, il film spostò il suo focus su un hotel in un'isola sperduta, ricordando, molto, molto, lontanamente, le atmosfere dell'immenso "Shining" di Kubrick, soddisfacendo a sufficienza D'Amato che, a questo giro, seppur con lo pseudonimo di John Hancock, non si dissociò del tutto dalla produzione.
Se tutta l'operasse non risultasse ridicola a sufficienza, nel 1990, ergo solo un dopo anno dall'ennesimo sequel apocrifo, D'Amato, unito al team creativo dietro il "miglior peggior film di sempre" "Troll 2", ossia Rossella Druidi e Claudio Fragasso, firmò "La Casa 5", distribuito anche come "House 5", nella speranza di accalappiare ignari ed ingenui fan di entrambe le serie. Quest'ultimo franchise, inoltre, venne collegato in Italia al franchise di Sam Raimi quando "House II: The Second Story" venne rilasciato come "La Casa 6" (e successivamente ridisttibuito come "La casa di Helen"). Inutile dire che anche un "La Casa 7" ebbe luce, solo nella nostra penisola, come adattamento di "The Horror Show" con tanto di sottotitolo "Evil Dead 7" e, se non fosse abbastanza confusionario in questo modo, ridistribuito come "La Casa III".
L'impatto del film fu però tale da generare un vero e proprio filone di film, slegati da sequel apocrifi di dubbio gusto, come "Splatters - Gli schizzacervelli" di Peter Jackson che, apertamente, si risolve a "The Evil Dead" come un punto di partenza, riconoscendone l'impatto decisivo nell'affermazione del genere splatter nel mercato mainstream dell'horror. Anche l'ambientazione di una baita sperduta nei boschi divenne un caposaldo dell'horror da quel momento, riutilizzato in film come "Cabin Fever", "Lake Nowhere" o "Tucker and Dale vs. Evil" e, venendo addirittura scelto come location di "Una casa nel bosco", un'opera metacinematografica che si fa beffa di ogni cliché del genere. Anche elementi stessi dell'opera vennero ripresi in altre produzioni, a partire dal concetto stesso di deadite, di pugnale kandariano e di deadite in "Jason va all'Inferno" dove proprio il killer titolare torna in vita come quest'ultimo. Il libro di matrice lovecraftiana, con lo stesso design di quello che sfoggia nell'opera di Raimi, farà poi capolino anche in "Pumpkinhead 2: Blood Wings", ed in numerose altre produzioni horror, divenendo l'interpretazione per antonomasia del fittizio libro dell'arabo pazzo Abdul Alhazred che faceva da collante dei vari racconti di H. P. Lovecraft e degli autori che lo seguirono.

PRE-PRODUZIONE DEL SEQUEL
Lasciandoci alle spalle queste farneticazioni su opere derivate e sequel dal dubbio gusto, sia etico che non, giungiamo, finalmente, a trattare dei reali seguiti dell'opera di Raimi inevitabilmente menzionati, seppur solo brevemente, precedentemente. Già dalle riprese di "The Evil Dead" e ancor di più dopo il grande successo recepito, infatti, Raimi prese subito in considerazione l’idea di realizzarne un seguito nel quale il nostro Ash veniva inghiottito da un tunnel spazio-temporale ritrovandosi catapultato nel Medioevo; un’idea, questa, che Raimi decide di accantonare per un futuro non eccessivamente prossimo, preferendo dedicarsi ad altri progetti originali. Nel 1985 esce "Crimewave", la sua seconda opera come regista, una commedia-noir prodotta dai Fratelli Coen, che si rivelerà un completo flop al botteghino statunitense. Questo deludente risultato porterà il regista di Royal Oak a dedicarsi completamente ad un progetto quasi esente da rischi, ovvero al suo tanto agognato "Evil Dead II".

Dino de Laurentiis si dichiara interessato al progetto su consiglio di Stephen King, che  come sappiamo aveva tanto aveva apprezzato il primo capitolo, non riuscendosi a procurare (o non volendosi procurare) la somma richiesta da Raimi. L’idea del film in costume ambientato nel Medioevo dovette quindi essere accantonata in favore di un più semplice seguito diretto del primo film, ambientato nella medesima location di sei anni prima. 

LA CASA 2
Per la scrittura di soggetto e sceneggiatura, il regista si appoggiò ad il suo vecchio amico Scott Spiegel, col quale aveva collaborato in gioventù per la produzione di alcuni cortometraggi di carattere comico. Sarà proprio questo, di conseguenza, lo spirito con il quale il secondo capitolo de "La Casa" viene messo in scena, ovvero quello di una vera e propria horror-comedy, senza tuttavia abbandonare le atmosfere lugubri e splatter del precedente capitolo.

L'incipit del film è sicuramente particolare, ripercorrendo in chiave sintetica gli avvenimenti del primo film cambiandone tuttavia il risvolto finale. Da questo punto di vista "Evil Dead II" è, difatti, un seguito non convenzionale, che cambia completamente gli episodi finali del primo capitolo, offrendo allo spettatore un sequel che si svolge in un altro binario temporale. Possiamo quindi dire che questo espediente potenzia in maniera netta il totale cambio di tono che Raimi vuole dare a questo capitolo, in quanto si va a separare dal precedente anche all’interno della diegesi stessa del film. Tutti gli espedienti comici che si trovano all’interno del film, come ad esempio la scena in cui Ash lotta contro la propria mano, sono frutto di precedenti progetti dello stesso Spiegel, già messi in scena nei suoi cortometraggi degli anni '70 e ‘80, come ad esempio The Attack of the Helping Hand, al quale si ispira la sequenza sopra citata.
Grazie anche al budget estremamente superiore rispetto a quello offerta regista per il primo "The Evil Dead", gli effetti speciali ovviamente pratici di Hyde, Aupperle e Belohovek risultano estremamente convincenti e si fondono bene con l'atmosfera cupa e surreale che si viene a creare nel film durante la sua intera durata. La pellicola rappresenta anche una svolta, una maturazione tecnica di Raimi, che qui adotta uno stile di regia molto meno acerbo di quel adottato per la sua opera prima del 1981, notando una maggior consapevolezza dietro la macchina da presa.

Nonostante una distribuzione non eccelsa, essendo il film distribuito in soltanto 300 sale degli Stati Uniti, la pellicola riscuote un bel successo al box office, gettando le basi per un eventuale terzo capitolo.  
È il 1993 e sono passati sei anni dall’uscita de "La Casa II". Raimi, nel frattempo, aveva diretto "Darkman", uscito nel 1990 e che si era rivelato un ottimo successo al botteghino contribuendo a lanciare ulteriormente la carriera del giovane regista statunitense che, grazie ai fondi ottenuti, riesce a farsi produrre il secondo seguito di "The Evil Dead", in modo da rispettare, finalmente, quella che doveva essere l'idea originale del secondo episodio, ovvero l’ambientazione medievale.

Un terzo capitolo era prevedibile anche grazie al finale di "Evil Dead II", dove il nostro protagonista veniva catapultato nel 1300 aprendo di conseguenza le porte ad una storia interamente ambientata in quel periodo storico, e dando così vita a Army of Darkness, titolo ben più suggestivo di quello che sarebbe stato un banale "Evil Dead III". Esattamente come era venuto tra il primo ed il secondo film, gli avvenimenti finali del precedente vengono leggermente cambiati e riassunti durante i minuti iniziali.

L'ARMATA DELLE TENEBRE
La sceneggiatura del film venne avviata già durante la preproduzione e la conseguente produzione di "Darkman", dove il regista decise di contattare nuovamente Scott Spiegel, il quale però si trovava già impegnato nella lavorazione de "La Recluta" di Clint Eastwood. Raimi, di conseguenza, decise di affidarsi a suo fratello maggiore Ivan, già co-sceneggiatore dello stesso "Darkman", che contribuì a questa evoluzione definitivamente comica della serie, a partire anche dalla caratterizzazione di un Ash sempre meno ingenuo ma bensì antieroe puro, dotato quindi di una personalità e di un carisma assolutamente sopra le righe, rifacendosi ai protagonisti dei film action figli della Nuova Hollywood, come ad esempio lo Snake Plissken di "1997: Fuga da New York" di Carpenter, una caratteristica, questa, che già si era avuta in parte in "La Casa II", puntando ulteriormente sulle “battute ad effetto” che contribuiranno a portare la pellicola nella sua attuale dimensione di cult assoluto e alla completa ribalta di Bruce Campbell come caratterista.

Sfruttando la ambientazione inedita de L’Armata delle Tenebre, Raimi decide, inoltre, di omaggiare in maniera particolarmente esplicita numerosi film classici del panorama fantastico/fantascientifico hollywoodiano, come ad esempio Il Settimo Viaggio di Simbad, Gli Argonauti e Conan il Barbaro, omaggiando il maestro Harryhausen anche nell’utilizzo degli effetti speciali, in particolar modo nelle scene che utilizzano il metodo Introvision.
Sebbene Dino De Laurentiis avesse dato praticamente carta bianca al regista durante la lavorazione, in postproduzione la Universal non si rivelò soddisfatta del finale pessimistico che il film aveva in origine, nel quale Ash si risvegliava in un futuro post-apocalittico, avendo “dormito troppo” a causa di un errato dosaggio della pozione in grado di riportarlo nel presente.  Alla base di questa decisione vi era, probabilmente, il pessimo rapporto fra il produttore italiano e la casa di produzione americana, nato per una diatriba sui diritti del personaggio di Hannibal Lecter, che la Universal voleva acquistare per intero per un possibile seguito de Il Silenzio degli Innocenti. Tuttavia, questo susseguirsi di eventi contribuirono a rafforzare la mitologia interna della saga nel corso degli anni, tanto che lo stesso Raimi arrivò a dichiarare di apprezzare la presenza di due finali per lo stesso film, tanto da affermare come questo fatto fosse come “…avere due universi paralleli nei quali in uno Bruce è fottuto, mentre nell’altro è un eroe fuori di testa!”.

IL REMAKE E LA SERIE TV
Per esattamente vent’anni non si sono più trasposizioni filmiche della saga, escludendo quelle apocrife, ovviamente, sino al 2013, quando il regista uruguagio Fede Alvarez viene scelto per essere messo dietro la macchina da presa del remake/reboot "Evil Dead", tornando ad un’atmosfera horror pura, in linea con le esigenze del periodo. A differenza di altre operazioni di rifacimento di classici dell’orrore avute nel corso di questi anni, quali Halloween the Beginning di Rob Zombie o The Texas Chainsaw Massacre  di Marcus Nispel, il film in questione non cancella totalmente gli avvenimenti del film originale, ponendosi come una sorta di sequel del film originale, un espediente già affrontato da Matthijs van Heijningen per il suo La Cosa del 2011, il quale narra gli episodi avvenuto in precedenza al capolavoro di Carpenter del 1982, e quindi collegandosi nettamente alla sua opera originaria.
Tuttavia, per tornare alla timeline “ufficiale” della saga, bisognerà aspettare sino al 2015, anno in cui viene prodotta la serie tv "Ash vs. Evil Dead", ambientata trent’anni dopo il primo film e che segna il ritorno di Bruce Campbell nel ruolo di Ash Williams, che tuttavia verrà cancellata nel 2018, dopo tre stagioni dagli ascolti altalenanti.

I FUMETTI
A seguito della serie cinematografica diretta da Raimi che vede come protagonista Ash Williams, giunsero finalmente in Italia anche i primi fumetti dedicati all'opera. Protagonista di tali fumetti sarà sempre il nostro prode eroe armato di motosega, seppur gli avvenimenti inerenti al terzo capitolo verranno bellamente ignorati riprendendo il discorso lasciato in sospeso con "Evil Dead 2". La serie a fumetti è scritta da Frank Hannah e disegnata da Barnabay Bagenda e Oscar Bazulda, e vedrà come protagonista principale Annie, personaggio presente per l'appunto nel secondo film. Ella, a contrario di ciò che il finale della pellicola ci dà a intendere, sfuggirà alla morte grazie ad un incantesimo, riuscendo a ricongiungersi con Ash in un'altra dimensione (che però non coinciderà con quella in cui si trova il protagonista maschile). Parlando del fumetto in sé, i disegni, oltre ad essere ben fatti, sono davvero ottimi sotto ogni punto di vista. Facili da capire, non confusionari, ogni azione descritta è messa in risalto dai colori. Per quanto riguarda i dialoghi, sono anch'essi ben impostati, chiari, e soprattutto non eccessivi onde evitare di mandare il lettore in confusione.
Prendendo visione del primo volume di "Evil Dead" si riuscirebbe in modo chiaro e diretto, a vivere la stessa emozione che si potrebbe provare durante la visione delle pellicole stesse, magari optando per un modo diverso e per evadere dal classico. Senza dimenticare che ovviamente, per riuscire ad entrare completamente nel mondo di questa saga, recuperare anche i film è sicuramente necessario.

I VIDEOGIOCHI
Se vogliamo invece parlare di un adattamento in forma di videogioco, gli sviluppatori non si sono fatti mancare nemmeno questo. Nel lontano (ma nemmeno così tanto) 2005, venne infatti rilasciato "Evil Dead: Regeneration", un gioco per PlayStation 2, Xbox e Windows basato per l'appunto sulla saga "La Casa". Questo viene ambientato dopo la fine del secondo film, ed inizia con un flashback del protagonista che questa volta si ritroverà rinchiuso in un manicomio. "Regeneration" è indubbiamente un picchiaduro a scorrimento. La struttura degli stage è lineare e rende difficile perdersi. Ogni tanto ci si imbatte in un potenziamento e si trovano nuove armi che Ash può usare in coppia, in modo indipendente o combinato.
Quando si affronta un nemico, lo si può sconfiggere utilizzando una serie di combo per poi finirlo con una vera e propria “fatality” (un classico per questo genere di videogiochi). Queste combo sono una quindicina in tutto e dipendono principalmente dal tipo di arma equipaggiata. L'utilizzo delle armi è talvolta obbligato, nel senso che ognuna di esse è necessaria per poter compiere una determinata azione come ad esempio sfondare un muro, tirare a sé una rampa di legno e così via.

Il personaggio di Ash è inoltre molto ben realizzato e vanta un gran numero di animazioni. Insomma, chi ha amato la saga di Sam Raimi e chi apprezza i videogiochi ben fatti troverà in questo titolo un prodotto decisamente valido, divertente e coinvolgente. Come unico difetto, il gioco potrebbe però avere l'eccessiva facilità. La grafica è abbastanza fluida e gli ambienti, pur essendo lo stereotipo del classico film horror sono poco diversificati e troppo spogli a volte. I fan dei film ritroveranno le stesse atmosfere cupe, lo stesso protagonista e le stesse immagini cruente (per non dire decisamente splatter) che hanno amato nelle pellicole. Ovviamente, per chi è nuovo alla serie, è consigabile sempre prendere prima visione delle pellicole stesse per poi dedicarsi all'approfondimento di questa bellissima saga.

FREDDY VS JASON VS ASH
Tornando nuovamente al discorso fumettistico, emblematiche sono le due miniserie che vedono Ash scontrarsi con Freddy Krueger e Jason Voorhees, serie che rafforza le connessioni già mostrate in "Jason va all'Inferno" dove, per chi non fosse familiare, o per chi, invece, ne fosse completamente all'oscuro, fa capolino anche il killer di Elm Street Freddy Krueger in persona. Il fumetto si pone come sequel diretto del crossover cinematografico "Freddy vs Jason" e come adattamento, molto libero e rivisto per il linguaggio fumettistico, del film mai realizzato in cui i due killer per antonomasia dello slasher si sarebbero scontrati con Ash Williams, progetto abortito sin dalla nascita, come conferma lo stesso Robert Englund, a causa di alcuni disguidi artistici legati alla ferrea volontà di Sam Raimi di avere Ash come vincitore indiscusso dello scontro, desiderio che cozzava con i piani della New Line che già aveva sacrificato il suo personaggio più di successo, Freddy, nella pellicola precedente e che voleva avere in questa una sua ribalta. La lettura dell'opera cartacea, oramai vera e propria opera di culto, che si pone come perfetto epilogo dei tre franchise trattati, con il ritorno di personaggi storici come Tommy Jarvis della saga di "Venerdì 13" e di Nancy Thompson di "A Nightmare on Eml Street", è comunque assolutamente consigliata, sia per la scorrevolezza nella lettura che per l'ottimo apparato grafico che accompagna abilmente le emblematiche scene che non potranno non emozionare i fan delle tre serie.

IL FUTURO DELLA SAGA
Negli anni, ovviamente, vi furono decine e decine di altre trasposizioni fumettistiche e videoludiche (ultima delle quali un ben recepito titolo multiplayer nel 2022), delle qualità più disparate, così come centinaia di pezzi da collezione e di merchandise, tra t-shirt, figures, statue e gadget, ma tutto ciò è qualcosa che risulta scontato se si guarda a quanto "The Evil Dead" abbia rivoluzionato per sempre il cinema horror e quanto, ancora adesso, a quasi 40 anni di distanza, sia ancora così amato, con tanto di un nuovo capitolo, apparentemente un reboot, dal titolo di "The Evil Dead: Legacy" in uscita nel 2022.
Animazione originale di Aaron Rizla
In conclusione, per chi non ne volesse sapere ancora di più su "The Evil Dead", consigliamo la visione del documentario "The Untold Saga of The Evil Dead", diretto da Gary Hertz, che racconta della creazione del film e contiene le interviste ad alcuni membri del cast, ai registi Edgar Wright e Eli Roth, e al truccatore ed effettista Greg Nicotero.

Articolo di Lorenzo Spagnoli, Andrea Gentili, Riccardo Farina, Robb P. Lestinci, Maria Teresa, Sergio Novelli e Sharon
Illustrazioni originali di Cristiano Baricelli, Chiara Bonanni e Aaron Rizla