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martedì 22 settembre 2020

Ora può colpire anche te (Retrospettiva di ''Alien 2 - Sulla Terra)

Siamo nel 1979 in Piazza Cavour, a Roma, il produttore e sceneggiatore Ciro Ippolito è appena uscito dal cinema Adriano dopo aver assistito insieme al suo montatore a una proiezione del leggendario Alien di Ridley Scott. I due rimangono molto colpiti dal film e ad Ippolito, notando un grande cartellone pubblicitario dello Zombi 2 di Lucio Fulci, viene un'idea che si concretizzerà in un vero e proprio cult. Così come il primo horror di Fulci sfruttava quello che era il titolo (per il mercato italiano) del Dawn of the Dead (1978) di George A. Romero per due film che, a conti fatti, non avevano nulla a che vedere l'uno con l'altro (nonostante ciò Fulci riceverà una lettera da parte di Romero e di Argento, che si era occupato della distribuzione internazionale del film, in cui verrà accusato di averne cavalcato l'onda del successo e alla quale risponderà con notevole vis polemica); Ippolito pensò bene di realizzare un seguito apocrifo del fantahorror di Scott. Proposta l'idea all'amico produttore Angiolo Stella, e una volta scoperto che la Fox non aveva ancora depositato i diritti di Alien, Ippolito riuscì a convincere i distributori del film di Fulci a concedere a lui e Stella un budget di 400' 000 000 delle vecchie lire.

A detta di Ippolito stesso, appena lasciati gli uffici dei finanziatori lui e Stella acquistarono due macchine e partirono per un viaggio di quindici giorni a Cannes dove spesero fino all'ultimo centesimo. Casualmente però Ippolito incappò in un servizio televisivo sulle grotte di Frasassi (Marche), che gli fece venire l'idea di risparmiare i costi della sua prossima fatica ambientando la storia sotto terra anziché nello spazio. Grazie alla scusa delle spese che una tale scenografia avrebbe richiesto, Ippolito e Stella riuscirono a rimediare qualche altro milione dai loro finanziatori e così avviarono la produzione. Per i primi sette giorni di riprese nelle grotte di Castellana (Puglia) il regista fu Biagio Proietti, che successivamente abbandonò il set per dei fraintedimenti con i produttori. 

 A questo punto Ippolito offrì la regia a Mario Bava, il quale però dovette rifiutare per altri impegni e invitò il produttore a girarlo lui stesso. Ippolito era titubante, principalmente perché non aveva idea di come realizzare l'alieno, e così Bava gli consigliò di farlo con la trippa come lui aveva già fatto per la creatura protagonista di Caltiki il mostro immortale (1959). A questo punto la torcia passò a Ippolito, che debutterà come regista con lo pseudonimo di Sam Cromwell. 

La realizzazione del film procedette non senza problemi: in un'occasione, ad esempio, la crew venne arrestata dalla digos perché denunciata dagli abitanti del palazzo del garage in cui giravano per risparmiare poiché, tra urla e sangue finto, si credeva avessero ammazzato qualcuno. Così nacque Alien 2 - Sulla Terra (1980). Il film racconta, in maniera molto confusionaria e frammentata, del rientro di due astronauti da una missione spaziale che portano con sè delle misteriose uova azzurre dalla forma di pietre contenenti dei feroci organismi alieni. Contemporaneamente la nostra protagonista, Thelma, viene intervistata da un'emittente televisiva circa la sua passione per la speleologia e scopriamo che la giovane ha dei poteri extrasensoriali quando si sente male in diretta per una minaccia incombente (un po' come la medium all'inizio di Profondo Rosso). 

Il film dunque si apre con una serie di filmati di repertorio tagliuzzati e rimontati tra loro, in totale disarmonia con le altre scene, per mostrarci il ritorno della capsula degli astronauti che però viene ritrovata vuota. Thelma e il suo gruppo di amici (tra i quali c'è un giovane Michele Soavi, prima di diventare il pupillo di Argento e iniziare la propria carriere di regista horror) decidono di dedicarsi all'esplorazione di una cavità sotterranea nel deserto. Per qualche motivo non meglio specificato le uova si sono sparse ovunque, anche intorno alla zona in cui si recano i nostri protagonisti (nonostante sia a 60 miglia dal punto di rientro della capsula), e dunque nelle profondità della terra i giovani esploratori verranno braccati da questi essere mostruosi. 

La povertà di budget si vede per tutto il film, per fare minutaggio è pieno di sequenze inutili ai fini della narrazione e sommariamente collegate tra loro che si protraggono all'infinito in una sequela di scene che fanno perdere alla storia un ritmo vero e proprio. Dalla prima all'ultima scena è accompagnato da una strana colonna sonora, gratuitamente energica e vivace, che non si sposa particolarmente con quella che dovrebbe essere l'atmosfera generale.

Le sequenze gore/splatter in cui assistiamo agli attacchi di questi bizzarri mostri rossi fatti di trippa (che dovrebbero ricordare vagamente i chestburster della saga di Alien) sono giusto un paio in tutto il film, e gli effetti di queste creature sull'organismo umano ricordano più quelli della cosa di Carpenter piuttosto che degli xenomorfi. L'intuizione più grande da parte di Ippolito, probabilmente, è stata proprio l'ambientazione sottorranea suggestiva e claustrofobica; tant'è che, quando nel 2005 uscirà The Descent di Neil Marshall, tenterà di querelare i produttori del film per delle somiglianze con la storia di Alien 2 (perdendo poi la causa). 

Una volta uscito nelle sale, il primo film di Ippolito verrà accolto da critiche prevalentemente negativamente eppure otterrà pian piano un certo successo di pubblico in tutto il mondo. La 20th Century Fox tenterà di boicottarlo invano, un po' per la questione dei diritti non ancora depositati un po' per l'abilità dei legali di Ippolito. Infine il colosso americano finirà per comprarne i diritti per la distribuzione statunitense per battere il ferro finché caldo e per occuparsi personalmente di farlo sparire in fretta dalla circolazione per cominciare la produzione del vero seguito di Alien, che sarebbe uscito solamente sei anni dopo.

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mercoledì 22 gennaio 2020

Fulci, il seviziatore del giallo (Recensione "Non si Sevizia un Paperino")

Lucio Fulci: un nome che ovviamente non suonerà nuovo alla maggior parte dei nostri lettori. Ci piace sempre ribadire come il maestro romano (che già abbiamo imparato a conoscere nella nostra recensione di "Quella Villa Accanto al Cimitero" ) sia sicuramente uno dei cineasti che più di altri ha dato al cinema horror italiano, ma anche internazionale. Avendo affrontato diverse branche del cinema di genere nostrano, Fulci è riuscito a prendere elementi distinti da ogni genere da lui affrontato, dando vita ad un horror sicuramente molto personale e diverso dai soliti connotati. 

Uno dei generi più cari al regista romano è senza ombra di dubbio il giallo, caricato di elementi profondamente horror, una caratteristica tipica di Fulci, che caratterizza anche film generalmente lontani dal cinema orrorifico (come lo spaghetti-western "Le Colt Cantarono la Morte e fu... Tempo di Massacro!" con Franco Nero), e uno degli esempio simbolo di questo suo stile è, senza dubbio, il celebre Non si Sevizia un Paperino del 1972.
Girato nel primo periodo del giallo/thriller all'italiana di argentiana memoria, Fulci non decide di realizzare un più semplice clone delle opere del concittadino Dario, ma una sua personale rivisitazione con alla base profonde differenze rispetto ai tre film di Argento usciti fino a quel momento, a partire dall'ambientazione.  Se in film come, ad esempio, L'uccello dalle piume di cristallo, si è deciso di utilizzare un'ambientazione totalmente cittadina, anche per far trasparire con forza lo spirito noir, in questa pellicola la città è praticamente assente.

Esattamente come farà Pupi Avati quattro anni dopo col suo capolavoro La Casa dalle Finestre che Ridono (qui la nostra recensione), il terrorista dei generi si addentra profondamente nelle sterminate valli della Basilicata, rendendole terreno fertile per i brutali omicidi intorno ai quali gira la storia principale del film: la piccola comunità di Accendura è terrorizzata dalle misteriose e improvvise morte di alcuni ragazzini. Una misteriosa donna, chiamata Maciara (Florinda Bolkan) per le terrificanti storie che girano su di lei, viene subito etichettata come la possibile responsabile, mentre sul caso iniziano ad indagare il giornalista Andrea Martelli (Tomas Milian) e la bella Patrizia (Barbara Bouchet).
Da un soggetto dello stesso Fulci, coadiuvato da Roberto Gianviti (già sceneggiatore delle due precedenti opere thriller del regista, ovvero Una sull'Altra e Una Lucertola Dalla Pelle di Donna) che successivamente, e sempre insieme al regista, ne stilerà anche la sceneggiatura, esce nelle sale il 29 Settembre 1972 col suggestivo titolo Non si Sevizia un Paperino, primo film prodotto dalla (allora) giovane Medusa Film.

Dopo un'accoglienza entusiasta da parte del pubblico, il film inciampò subito nel grande ostacolo della censura. Il film, infatti, venne vietato ai minori di 18 anni per le scene di esplicita violenza e per l'elemento sessuale al centro delle tematiche del film tanto che, nel 1973, Lucio Fulci in persona venne chiamato in tribunale a causa della scena (bellissima per altro) in cui Barbara Bouchet si mostra nuda di fronte ad un bambino; ipocrisia d'altri tempi. Forse. Questo tipo di imprevisti non ha impedito al film di diventare, più col passare del tempo a dir la verità, uno dei principali cult del cinema thriller italiano.  Possiamo dire che questa pellicola è l'ennesima testimonianza dell'enorme talento e della grande confidenza con qui questo regista riusciva a mettere in scena le sue pellicole. Le scene più cruente, infatti, sono girate con l'occhio di un vero maestro del genere, con la particolarità, forse unica, di rifarsi persino al cinema neorealista, corrente che il regista conosceva bene.
Non abbiamo mai fatto spoiler nelle nostre recensioni, ma in questo caso non possiamo non citare la pazzesca scena del linciaggio dei genitori delle piccole vittime ai danni della Maciara. Il ritmo del montaggio, la potenza delle inquadrature, il realismo della violenza messa in scena, e l'idea, anticonvenzionale per l'epoca, di unire alle scena di un brutale omicidio le dolci note di "Quei giorni insieme a te" di Ornella Vanoni la rendono una delle sequenze più memorabili della storia del cinema nostrano.

Una scena forte, sia per come è realizzata, che per la tematica che affronta, dove il pregiudizio sul diverso diventa immediatamente accusa di qualcosa che, tuttavia, rimane infondato. E fa riflettere come questo omicidio sia il più cruento, il più brutale, quella che più va a toccare lo spettatore nel profondo, ed è l'unico commesso da quelli che in fin dei conti erano vittime di quella striscia di omicidi.
Parlando di aspetti più generali, il film mantiene una grande dose di tensione per gran parte della sua durata e si diverte a fuorviare lo spettatore su più binari, mandandolo quasi in confusione, senza sapere chi accusare, su chi puntare il dito. Propria per questa sua capacità, questa pellicola potrebbe essere tranquillamente presa come testimonianza concreta della potenza linguistica del montaggio, su come mostrare l'incontro fra due persone ed immediatamente dopo far vedere il cadavere di uno dei due riverso a terra sia innegabilmente in grado di spostare lo spettatore ad accusare l'altro "rimasto in vita".

Un capolavoro del genere che probabilmente soltanto uno come Fulci poteva essere in grado di mettere in scena con questa potenza non tanto visiva quanto tecnica, e che sperimenterà successivamente addentrandosi in un horror sempre più puro, sul quale sicuramente torneremo a parlare prossimamente.

Articolo di Andrea Gentili.

Potete acquistare il film su Amazon a questo link.

mercoledì 21 agosto 2019

La violenza ed il mistero (Recensione "Quella villa accanto al cimitero")

Quando si parla di generi cinematografici, specialmente nell'ambiente filmico italiano, è prassi trovare un regista particolare, che, grazie al suo talento straordinario, è in grado di rappresentare a pieno quel determinato genere. Il western ha Sergio Leone, il thriller ha Dario Argento, il drammatico ha Pierpaolo Pasolini, la commedia ha Mario Monicelli, e l'horror ha, sicuramente, Lucio Fulci. Il maestro romano, che conta all'attivo ben 53 pellicole, è assolutamente, ancora oggi, un punto di riferimento nel panorama horror internazionale.
Definito da lui stesso “terrorista dei generi” per il suo modo totalmente naturale di uscire dai costrutti tipici del genere, Fulci ha trovato nel cinema orrorifico la sua “casa”, un cinema che gli consentiva di esprimere al meglio le sue idee ed i suoi stilemi. Che Fulci avesse un debole per il macabro lo testimoniano anche alcune particolari scelte inserite in diversi suoi film antecedenti alla sua fase “horror”, come ad esempio nel thriller “Non si sevizia un paperino” o nello spaghetti western “Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro”.
Tuttavia, il regista romano ha sicuramente raggiunto il massimo della sua espressività con la cosiddetta “Trilogia della morte” della quale fanno parte “Paura nella città dei morti viventi”, il capolavoro “...E tu vivrai nel terrore! L'aldilà” e “Quella villa accanto al cimitero”, il film che adesso prenderemo in considerazione.
Tratto da un soggetto di Elisa Livia Briganti, già sceneggiatrice insieme al marito Dardano Sacchetti di “Zombi 2”, il film racconta la storia del dottor Norman Boyle (Paolo Malco) un giovane ricercatore che viene mandato nell'immaginaria cittadina di New Whitby, per proseguire le ricerche di un suo collega, il professor Peterson, suicidatosi in cause misteriose. Arrivato nella precedente e sinistra abitazione di Peterson, che in origine apparteneva ad un certo dottor Freudstein, con il figlio Bob (Giovanni Frezza) e la moglie Lucy (Katherine MacColl, presenza fissa in tutti e tre gli episodi della trilogia), assiste a degli strani avvenimenti, che si fanno man mano sempre più chiari ed inquietanti. Cosa aveva scoperto di così sconvolgente Peterson, tanto da portarlo al suo tragico gesto?
Già nei primi cinque minuti Fulci mette in chiaro quello che sarà il tono generale della pellicola: una giovane coppia si addentra di notte nella villa in questione, venendo, nel giro di poco, brutalmente uccisi da un individuo misterioso. Fulci non si contiene minimamente, mostrandoci fin da subito la morte dei due ragazzi senza stacchi, senza quella gradualità del “far intuire inizialmente e mostrare solo successivamente” tipica del genere. Il gore è immediato, tanto che il ragazzo entra in scena con delle forbici piantate nel petto ed il volto totalmente sfigurato, mentre la sua fidanzata viene uccisa con una coltellata che le trapassa il cranio.
Tuttavia, il maestro non rifiuta totalmente una connessione con gli stilemi classici del genere. La casa “infestata” costruita nei pressi di un cimitero, la cantina fatiscente e covo di inquietanti misteri, le voci acusmatiche che provengono da chissà dove, il bambino che diventa personaggio chiave della vicenda grazie a delle capacità particolari che gli adulti non hanno, tutti elementi non nuovi agli amanti dell' cinema dell'orrore.
Quest'ultimo aspetto è sicuramente uno dei più interessanti della pellicola, fornendole un'ulteriore dimensione, sempre più distaccata dalla realtà. Bob, infatti, riesce a raggiungere una connessione extrasensoriale con con la piccola Mae, una misteriosa bambina che sembra essere a conoscenza dei terribili segreti della villa, un personaggio che si rivelerà fondamentale nel corso della storia. Sul lato tecnico, Fulci rimane sul suo stile classico, che abbiamo imparato a conoscere nelle sue pellicole precedenti, con inquadrature molto strette ed invadenti soggettive sugli occhi dei protagonisti, che donano un'aria estremamente claustrofobica al film. Un'altra sua particolarità registica è l'utilizzo del “dettaglio” in una maniera molto vicina a quella teorizzata da Ejzenstejn col “cine-pugno”, grazie al focus su elementi estremamente forti e ripugnanti, con lo scopo di sconvolgere ulteriormente lo spettatore.
Visivamente il regista si avvale della tipica fotografia a bassa saturazione, sporca e fredda del suo cinema, intenta a mettere in risalto le atmosfere polverose e sudice dell'abitazione, non lasciando mai spazio a colori accesi in un cromatismo dominato da grigi e marroni.
Ma la scelta più geniale è stata, senza dubbio, quella del personaggio del dottor Freudstein, nome che si ricollega al profondo odio che Fulci aveva nei confronti della figura di Freud e della sua psicanalisi, fornendo al film un'ulteriore chiave di lettura, ma anche al personaggio di Frankenstein, un paragone che, una volta scoperto l'orribile segreto che questi porta con sé, raggiungerà lo spettatore in maniera quasi automatica.
Tutti elementi, questi, che rendono “Quella villa accanto al cimitero” uno dei film più personali di Fulci, forse il più intimista della trilogia, ovviamente bistrattato da quella critica ottusa che il regista si trovava in continuazione fra i piedi, troppo sangue e violenza dicevano.
Ma fortunatamente lo spettatore italiano aveva un debole per il sangue.
Articolo di Andrea Gentili, revisione di Sergio Novelli

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