Visualizzazione post con etichetta 1972. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1972. Mostra tutti i post

martedì 7 luglio 2020

La vendetta della Natura (Recensione "Frogs")

“Willard e i topi” (1971) fu un film che influenzò parecchi registi e sceneggiatori a realizzare dei prodotti con lo stesso argomento: l’eco-vengeance o eco-horror, un sottogenere curioso quanto ricco di titoli, ormai, caduti nel dimenticatoio. Anche se, ancor prima di “Willard e i topi” (1971), fu proprio Alfred Hitchcock col suo “Gli uccelli” (1963) a portare sul grande schermo questo sottogenere. Un film grandioso. Col successo di “Willard e i topi” (1971), George McCowan, che all’epoca aveva preso parte solo a prodotti prettamente televisivi, si è cimentato con la regia di “Frogs” (1972). 
Per quanto si possa pensare, il titolo “Frogs” è assolutamente fuorviante per lo spettatore, visto che non ci sono soltanto rane, ma bensì innumerevoli specie di animali tra cui anfibi, rettili e persino insetti (principalmente quelli letali, ovviamente). Diciamo che la scelta del titolo, anche se discutibile, è giustificabile ed è stato usato per generalizzare, probabilmente. 

La storia parla di un cinico anziano miliardario, ridotto in sedia a rotelle, che invita alla sua reggia, i suoi familiari per festeggiare il suo compleanno. Le cose peggioreranno quando la natura comincia a ribellarsi, visto che precedentemente il miliardario, odiando gli animali, ha inquinato la flora e la fauna circostante. 
Una sceneggiatura che manda una frecciatina, se non una vera e propria critica, all’inquinamento dell’uomo di posti paradisiaci. Lo sceneggiatore Robert Blees aveva scritto la sceneggiatura di un B-Movie di fantascienza “Lo scorpione nero” (1957), quindi è stato azzeccato come scelta per la sceneggiatura di questo film. Infatti, è da lodare la genialità per l’idea. Unica pecca: la caratterizzazione dei personaggi, che risultano essere tutti privi di carisma e bidimensionali. Tra l’altro, si può dire che non ci sia un vero e proprio protagonista se non il personaggio del fotografo, interpretato da Sam Elliott (nel 2019 riceverà la candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista nel film “A Star is Born” (2018) di Bradley Cooper) e il personaggio dell’attempato burbero interpretato da Ray Milland, al crepuscolo della sua rigogliosa carriera cinematografica. Purtroppo per Milland, non fu una bellissima esperienza girare questo film tanto da dichiarare in alcune interviste di odiarlo. Decise di abbandonare il set quando mancavano tre giorni alla fine delle riprese, così nei controcampi fu sostituito da una controfigura che completò il lavoro. Dopotutto, non si può biasimare il povero Milland, dato che in passato aveva lavorato con Alfred Hitchcock e in film entrati nella storia del cinema. C’è anche da dire che se non fosse stato per questo film, Sam Elliott non avrebbe mai avuto la parte del protagonista in “Il bagnino” (1976). Tra gli interpreti di “Frogs” (1972) c’è anche Joan Van Ark che reciterà successivamente in un film di serie B “The Last Dinosaur” (1977).

La regia di McCowan è alquanto particolare e a tratti hitchcockiana. Ricca di dettagli e inquadrature ricercate è, invece, la fotografia. Da segnalare un uso sapiente di obiettivi ultra-grandangolari su i primi piani dei personaggi nei momenti di tensione, anche se sono esigui ma ben inseriti nella pellicola. Non se ne risente della durata, visto che dura solo sugli 80 minuti circa, e cerca di coinvolgere quanto più possibile lo spettatore con il body count che aumenta ogni volta sempre più col passare del minutaggio, trasformando il film una sorta di slasher. Il caso volle che il direttore della fotografia, l’italiano Mario Tosi, successivamente collaborò con Brian De Palma per la direzione della fotografia di “Carrie - Lo sguardo di Satana” (1976). Già in questo film si denota una certa patinatura, tipica di Tosi. 
Per gli effetti speciali, in effetti, dubito si siano potuti permettere il lusso di utilizzare degli animatronic per tutti gli animali che si vedono nella pellicola, visto che tra l’altro è un film a basso budget. Siccome sono, decisamente, molto veritieri e per niente posticci. Si dice che hanno utilizzato ben 500 rane e 100 rospi, ovviamente non ammaestrati. Infatti, molti di questi fuggirono dal set. Per il resto, anche tutti gli altri animali che hanno usato per le scene d’attacco erano veri.

“Frogs” venne distribuito nelle sale statunitensi riscuotendo, purtroppo, un pessimo successo e un flop al botteghino. Venne recepito in maniera piuttosto negativa e fredda anche dalla critica. Ma col passare degli anni, è stato leggermente rivalutato e ora ritenuto un film cult e, uno dei primi ad essere un vero e proprio eco-vengeance. In Italia, arrivò nello stesso 1972 ed ebbe un discreto successo, anche se tutt’oggi non lo ricorda praticamente più nessuno, sennò proprio la gente lo andò a vedere in sala all’epoca. 
Curioso che “Godzilla - Furia di Mostri” (1971), in America il film è conosciuto come “Godzilla vs. Hedorah” (lo abbiamo recensito qui), utilizzi alcuni inserti, o comunemente noti come stock footage, da “Frogs” nel montaggio, appunto, americano del film. Infatti, venne distribuito solo un mese dopo “Frogs” nelle sale cinematografiche statunitensi. 

In conclusione, è una pellicola che, personalmente, è riuscita ad intrattenermi. Naturalmente, non siate pretenziosi se avete intenzione di vedere questo film. Lo consiglio agli amanti del genere. 

ARTICOLO DI
LUIGI SANTOMAURO

mercoledì 22 gennaio 2020

Fulci, il seviziatore del giallo (Recensione "Non si Sevizia un Paperino")

Lucio Fulci: un nome che ovviamente non suonerà nuovo alla maggior parte dei nostri lettori. Ci piace sempre ribadire come il maestro romano (che già abbiamo imparato a conoscere nella nostra recensione di "Quella Villa Accanto al Cimitero" ) sia sicuramente uno dei cineasti che più di altri ha dato al cinema horror italiano, ma anche internazionale. Avendo affrontato diverse branche del cinema di genere nostrano, Fulci è riuscito a prendere elementi distinti da ogni genere da lui affrontato, dando vita ad un horror sicuramente molto personale e diverso dai soliti connotati. 

Uno dei generi più cari al regista romano è senza ombra di dubbio il giallo, caricato di elementi profondamente horror, una caratteristica tipica di Fulci, che caratterizza anche film generalmente lontani dal cinema orrorifico (come lo spaghetti-western "Le Colt Cantarono la Morte e fu... Tempo di Massacro!" con Franco Nero), e uno degli esempio simbolo di questo suo stile è, senza dubbio, il celebre Non si Sevizia un Paperino del 1972.
Girato nel primo periodo del giallo/thriller all'italiana di argentiana memoria, Fulci non decide di realizzare un più semplice clone delle opere del concittadino Dario, ma una sua personale rivisitazione con alla base profonde differenze rispetto ai tre film di Argento usciti fino a quel momento, a partire dall'ambientazione.  Se in film come, ad esempio, L'uccello dalle piume di cristallo, si è deciso di utilizzare un'ambientazione totalmente cittadina, anche per far trasparire con forza lo spirito noir, in questa pellicola la città è praticamente assente.

Esattamente come farà Pupi Avati quattro anni dopo col suo capolavoro La Casa dalle Finestre che Ridono (qui la nostra recensione), il terrorista dei generi si addentra profondamente nelle sterminate valli della Basilicata, rendendole terreno fertile per i brutali omicidi intorno ai quali gira la storia principale del film: la piccola comunità di Accendura è terrorizzata dalle misteriose e improvvise morte di alcuni ragazzini. Una misteriosa donna, chiamata Maciara (Florinda Bolkan) per le terrificanti storie che girano su di lei, viene subito etichettata come la possibile responsabile, mentre sul caso iniziano ad indagare il giornalista Andrea Martelli (Tomas Milian) e la bella Patrizia (Barbara Bouchet).
Da un soggetto dello stesso Fulci, coadiuvato da Roberto Gianviti (già sceneggiatore delle due precedenti opere thriller del regista, ovvero Una sull'Altra e Una Lucertola Dalla Pelle di Donna) che successivamente, e sempre insieme al regista, ne stilerà anche la sceneggiatura, esce nelle sale il 29 Settembre 1972 col suggestivo titolo Non si Sevizia un Paperino, primo film prodotto dalla (allora) giovane Medusa Film.

Dopo un'accoglienza entusiasta da parte del pubblico, il film inciampò subito nel grande ostacolo della censura. Il film, infatti, venne vietato ai minori di 18 anni per le scene di esplicita violenza e per l'elemento sessuale al centro delle tematiche del film tanto che, nel 1973, Lucio Fulci in persona venne chiamato in tribunale a causa della scena (bellissima per altro) in cui Barbara Bouchet si mostra nuda di fronte ad un bambino; ipocrisia d'altri tempi. Forse. Questo tipo di imprevisti non ha impedito al film di diventare, più col passare del tempo a dir la verità, uno dei principali cult del cinema thriller italiano.  Possiamo dire che questa pellicola è l'ennesima testimonianza dell'enorme talento e della grande confidenza con qui questo regista riusciva a mettere in scena le sue pellicole. Le scene più cruente, infatti, sono girate con l'occhio di un vero maestro del genere, con la particolarità, forse unica, di rifarsi persino al cinema neorealista, corrente che il regista conosceva bene.
Non abbiamo mai fatto spoiler nelle nostre recensioni, ma in questo caso non possiamo non citare la pazzesca scena del linciaggio dei genitori delle piccole vittime ai danni della Maciara. Il ritmo del montaggio, la potenza delle inquadrature, il realismo della violenza messa in scena, e l'idea, anticonvenzionale per l'epoca, di unire alle scena di un brutale omicidio le dolci note di "Quei giorni insieme a te" di Ornella Vanoni la rendono una delle sequenze più memorabili della storia del cinema nostrano.

Una scena forte, sia per come è realizzata, che per la tematica che affronta, dove il pregiudizio sul diverso diventa immediatamente accusa di qualcosa che, tuttavia, rimane infondato. E fa riflettere come questo omicidio sia il più cruento, il più brutale, quella che più va a toccare lo spettatore nel profondo, ed è l'unico commesso da quelli che in fin dei conti erano vittime di quella striscia di omicidi.
Parlando di aspetti più generali, il film mantiene una grande dose di tensione per gran parte della sua durata e si diverte a fuorviare lo spettatore su più binari, mandandolo quasi in confusione, senza sapere chi accusare, su chi puntare il dito. Propria per questa sua capacità, questa pellicola potrebbe essere tranquillamente presa come testimonianza concreta della potenza linguistica del montaggio, su come mostrare l'incontro fra due persone ed immediatamente dopo far vedere il cadavere di uno dei due riverso a terra sia innegabilmente in grado di spostare lo spettatore ad accusare l'altro "rimasto in vita".

Un capolavoro del genere che probabilmente soltanto uno come Fulci poteva essere in grado di mettere in scena con questa potenza non tanto visiva quanto tecnica, e che sperimenterà successivamente addentrandosi in un horror sempre più puro, sul quale sicuramente torneremo a parlare prossimamente.

Articolo di Andrea Gentili.

Potete acquistare il film su Amazon a questo link.

mercoledì 16 ottobre 2019

Una tranquilla notte di morte e follia (Recensione "Death House")

Il genere slasher è, certamente, uno dei più apprezzati ed amati del panorama horror, basti pensare che quest'anno, la nota serie antologica "American Horror Story", si è aggiornata per adattarsi a questo sottogenere, capace di imporre una nuova generazione di icone orrorifiche, segnando il passaggio dall'horror classico dei mostri Universal e della Hammer, composto dalle creature tipiche della letteratura, a quello moderno, dove le creature delle tenebre cedono il posto a "spauracchi" più vicini ai veri orrori della nostra realtà, assassini spietati e dai metodi sanguinosi che uccidono senza una vera motivazioni, mostri umani e verosimili che ci fanno paura in quanto noi stessi potremmo, chissà, ritrovarci vittima di un vero maniaco con una maschera da hockey ed un machete, dopotutto, la cronaca nera, c'insegna che nessuno è più al sicuro. Gli spettatori di "Halloween" di Carpenter rivedono in Michael Myers le loro paure attuali, vivide, non astratti ricordi d'incubi d'infanzia che potrebbe suscitare un ennesimo conte Dracula o un poco animalesco uomo lupo, riconoscono in lui una figura inedita, che ispirerà il genere con numerosi imitatori, più o meno riusciti, e segnerà indelebilmente la terza grande era del cinema horror.

Eppure, pensare a "Halloween" come un vero capostipite è commettere un errore, o meglio, sì, fu il primo film del genere a riscuotere un successo tale, ma non fu certo il primo a spostare il proprio focus su un serial killer umano spostandosi dal thriller ed entrando nei meccanismi dell'horror, basti pensare a "Psycho" di Alfred Hitchcock, che fece questo quasi 20 anni prima, o ai vari gialli italiani che già stavano tastando il terreno, in continuo bilico tra thriller e horror per atmosfere, scene e temi. Ma, in questi film, a differenza del capolavoro di Carpenter, il fulco narrativo centrale s'identificava con l'indagine degli omicidi, più un contorno che altro, più legati a quella narrativa poliziesca, del mistero. Questo macroraggruppamento viene, solitamente, definito "protoslasher" e, proprio il film che tratteremo oggi, ne fa parte, pur distinguendosi dal resto per la sua estrema vicinanza allo slasher effettivo, quasi a contestare la legittimità della "corona" da sempre detenuta da "Halloween": il film in questione altri non è che l'inquietante "Death House" ("Silent Night, Deadly Night") del 1972, per la regia di Theodore Gershuny e la produzione di un giovane Lloyd Kaufman, fondatore della "Troma".
1950, Wilfred Butler muore arso vivo per quello che appare come un incidente. 20 anni dopo, suo nipote Jeffrey decide di vendere la vecchia casa dell'uomo mandando in città il suo avvocato Carter per il pagamento da parte degli abitanti più prominenti della cittadina, decisi ad acquistare la proprietà. Ben presto, peró, un segreto vecchio due decadi che riguarda tutta la comunità riemergerà portando con sè molte vite...

Come abbiamo già parlato precedentemente, il film, si presenta come all'avanguardia nella trasposizione del tema trattato per i suoi tempi e come un pezzo di storia fondamentale per la comprensione dell'evoluzione del genere slasher, ma, nonostante tutto ció, non bisogna tralasciare alcune sue pecche chiaramente visibili. In primo luogo, se parliamo di difetti in piena vista, abbiamo una rudimentale fotografia, così scura da rendere di difficile comprensione le scene che ci vengono mostrate e che può creare non pochi fastidi, nonostante sia, certamente, colpa dei mezzi ristretti di una produzione quasi del tutto indipendente e non una scelta voluta, a differenza della brillante idea adottata per i flashback ambientati nel 1950 dove, con una tinta seppia, forti contrasti e makeup, si va a ricreare l'atmosfera di un vecchio film espressionista tedesco.
Un altro elemento che appesantisce l'opera è la narrazione di Diane Adams (Mary Woronov) che, spesso e volentieri, non va a braccetto col girato e, in certe occasioni, appare inutile: mostrare è sempre meglio che raccontare nel media cinematografico e, rinarrare ció che si è già visto o che si vedrà, è un mero rallentamento del ritmo della pellicola. Ammenochè farlo non sia qualcuno come Quentin Tarantino, che sia chiaro. Questi "voiceovers", in asincronia col filmato, inoltre, confondono ancora di più la trama, già abbastanza ingarbugliata di suo, anche a causa di una scrittura molto basilare, a tratti televisiva, quasi ingenua.

D'altro canto, la pellicola, acquisisce ancora di più valore quando si va a vedere che, oltre ad un giovane John Corradine, in essa figurano molti ex componenti dei "Warhol superstars", personalità artistiche promosse da Andy Warhol in persona tra il 1960 ed il 1970: Mary Woronov, Ondine, Candy Darling, Kristen Steen, Tally Brown, Lewis Love, il regista Jack Smith e l'artista Susan Rothenberg.
In conclusione, non il miglior film del suo genere, ma comunque una piccola gemma perduta di grosso valore se vista nel suo insieme e, comunque, godibile, forse ora più di prima a causa della maggior flessibilità che siamo abituati a concedere a lungometraggi di genere di quel periodo, quasi perdonando la loro scarsità di mezzi ed apprezzandone lo sforzo, in un'analisi più del loro spirito che della loro forma: se preso sotto questi termini, infatti, "Death House", diviene una narrazione interessante e, a tratti, accattivante, con alcuni momenti effettivamente ben realizzati nonostante il suo sviluppo zoppicante.

La pellicola è stata, inoltre, da poco distribuita per la prima volta in italiano dalla Home Movies, sotto la collana "Opium Visions" da cui, in futuro, attingeremo nuovamente per altre recensioni che vi consigliamo di non lasciarvi scappare.
Cover per l'edizione della collana "Opium Visions"
Articolo di Robb P. Lestinci

Nota: se l'edizione dovesse risultare esaurita su Amazon potete rivolgervi direttamente a Home Movies su Facebook