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venerdì 2 agosto 2019

Lo strano caso del capolavoro e del film perduto - Orrori Perduti: "La Testa di Giano" di Murnau

Quando si pensa ai padri dell'horror non si può non pensare immediatamente a Friedrich Wilhelm Murnau che, nel 1922, girò il suo inquietante e solenne "Nosferatu", adattamento non ufficiale del "Dracula" di Bram Stoker, destinato ad imprimersi nell'immaginario collettivo da quasi un secolo a questa parte, riplasmando il mito del vampiro e pinendosi come pietra miliare del cinema horror in generale. Pochi sanno, però, che due anni prima il regista si approcciò ad un altro dei grandi capolavori della narrativa orrorifica, "Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde" con la pellicola muta "Der Januskopf" ("La testa di Giano") del 1920, rinarrazione del classico letterario a cura del regista tedesco, in chiave non più pseudo scientifica, bensì assolutamente sovrannaturale.
La storia vede il dr. Warren (Conrad Veldt, noto per i capolavori espressionisti "Il gabinetto del dottor Caligari" e "L'uomo che ride") iniziare a sviluppare un'inquietante ossessione per un busto rappresentate, da un lato, il dio romano Giano (divinità bifronte degli inizi e capace di vedere sia nel passato che nel futuro) e, dall'altro, un demone mostruoso. Presto, questa peculiare fascinazione porterà ad un riscontro inaspettato ed orribile, con lo sdoppiamento dello stesso Warren e la nascita del crudele mister O'Connor che trasformerà il suo amore per la bella Jane (Margarete Schlegel) in qualcosa di terribile,  abbandonandosi ad atti di violenza per le strade londinesi mentre forze oscure impediscono  al suo lato razionale e "umano" di liberarsi della sua maledizione. Come avrete notato, i nomi furono tutti cambiati e ciò fu fatto al solo scopo di dover pagare i diritti, similmente a come il conte Dracula diventerà il conte Orlock qualche anno dopo. Anche la trama, scritta da Hans Janowitz (autore anche de "Il gabinetto del dottor Caligari"), si discosta decisamente da quella originale, mantenendone intatta quasi solo la tematica principale della dualità di un uomo che si manifesta tramite una mutazione fisica quanto mentale, più che seguendone gli eventi fedelmente e rigorosamente. 

Da quanto rivelato dal commento del copione da parte della critica francese Lotte H. Eisner, la pellicola era lunga 2300 metri e le vicende erano divise in 6 atti. Hans Janowitz, a quanto pare, optò per un distacco dagli stilemi dell'espressionismo tedesco, allontanandosi da una narrazione incentrata sulla psicologia e scegliendo un approccio più salubre e formale, lasciando anche a Veldt una notevole libertà che comportò l'improvvisazione di molte sue scene in mancanza di indicazioni precise.  Se i nomi di Verdt, Janowitz e Murnau non bastassero, la fotografia venne curata da Karl Freud, direttore della fotografia di "Il golem" e "Metropolis" e regista de "La mummia" del 1932, e l'icona del genere Bela Lugosi (l'indimenticabile Dracula della Universal, protagonista della canzone "Bela Lugosi's Dead" dei Bauhaus) recitò in un ruolo minore, ossia nei panni del maggiordomo dello stesso dottor Warren. Il film parrebbe anche essere stato il primo esempio dell'uso di cineprese mobili per la realizzazione di una pellicola in quanto, in una nota di produzione sopravvissuta, si può leggere di come la camera segua il dr. Warren salire le scale in una scena.
Sfortunatamente il film, della durata supposta si 107 minuti da FilmAffinity seppur senza alcuna fonte a sostegno di tale stima, non é sopravvissuto agli anni e ne rimangono solo poche e rare foto, reperibili online, e si presume che anche la sceneggiatura esista ancora nei meandri di qualche collezione privata o, magari, anche nel web in attesa di esser scovata. 

La ragione di tale nefasta fine é semplice: se i cambiamenti apportati avevano fregato il pubblico tedesco e gran parte di quello europeo, non familiare con il romanzo originale, nel Regno Unito fu chiaro il plagio della proprietà di Robert Louis Stevenson e venne, dunque, ordinata la distruzione di ogni copia della pellicola dai detentori dei diritti. Ad aggiungere benzina sul fuoco, sembrerebbe, almeno da quanto trapelato, che il film ricevette critiche positive e ben migliori rispetto al "Dr. Jekyll e Mr. Hyde" americano di John S. Robertson dello stesso anno (ora di pubblico dominio), venendo definito dalla critica svedese come "più artistico".
Un altro film perduto che, probabilmente, mai vedremo, ma chissà se, in qualche soffitta polverosa non si nasconda in attesa di esser ritrovato e riscoperto, donando nuovi incubi ed una una nuova versione di una storia a noi tutti familiare.

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lunedì 29 luglio 2019

Incubi al neon (Recensione "Der Nachtmahr")

Achim Bornhak, in arte AKIZ, è uno di quei registi di cui si sente poco parlare, ma di cui si parla sempre bene. Uno di quelli che considera ancora il cinema arte e non mero intrattenimento per le masse e, non a caso, un artista a tutto tondo. Le sue abilità si son fatte subito vive da quando il suo primo corto universitario, "Marianengraben" del 1995, e il film della sua laurea, "John & Lucie" del 1996, vennero entrambi candidati all'Oscar.

Insomma, una cosa non da poco e che non accade a tutti i giovani registi che iniziano, spesso, troppo acerbi. Se non bastasse, nel 2008, David Lynch in persona mostrò alcuni suoi lavori artistici all'Engine Collision Fest di Los Angeles.

Nonostante il successo della critica subito riscontrato e il successo economico di "Schools Out" del 1997, AKIZ non è un regista prolifico, probabilmente proprio per la sua visione del cinema in quanto arte che va, quindi, maturata e ispirata. Nel 2014, però, dopo quattro anni di silenzio, il regista tedesco torna dietro la cinepresa per un film atipico, esattamente come il suo regista, un tripudio di scene oniriche, inquietudine, luci al neon e adolescenti ribelli: "Der Nachtmahr".
La pellicola vede come protagonista un'adolescente ribelle, Tina (Carolyn Genzkow), una ragazza della borghesia di Berlino che ama divertirsi con le sue amiche in rave party dove regnano sovrane droghe sintetiche, musica a palla e luci al neon come nemmeno in un film di Nicolas Winding Refn se ne vedono. Un giorno, però, la ragazza si ritroverà con una compagnia strana quanto inquietante: uno strano esserino biancastro simile a un alieno collegato a lei in modo indissolubile. Se non bastasse, farà fatica a capire cosa sia solo un sogno e cosa sia la realtà dopo un macabro sogno di una ragazza investita da un'auto.

La sottile linea tra immaginazione e realtà è più impercettibile del solito tra continue scene di festa e più inquietanti sequenze d'interazione tra la ragazza e il suo piccolo mostriciattolo personale. Nemmeno lo spettatore riesce a capire cosa sia davvero la realtà della scena, similmente a "The Slayer".
Fino alla fine non ci è dato sapere se la strana presenza esista davvero o sia solo una manifestazione delle paure e delle insicurezze della ragazza, la parte di lei che non riesce a liberarsi a causa dell'ambito sociale in cui vive, un lato che vorrebbe non dover pensare alle regole non scritte dei suoi coetanei, che vorrebbe mangiare senza paura di ingrassare e non pensare al giudizio.

Il piccolo mostro non è il Belial di "Basket Case", è una creatura connessa a Tina a un livello, per assurdo, più profondo e non assume il ruolo di una figura negativa, è più simile a un animale da compagnia che, se dovesse morire, trascinerebbe senza saperlo anche Tina con sé. Ogni volta che il mostro si fa male, come quando si taglia la lingua, si ferisce anche la ragazza per una connessione misteriosa (o perché, magari, la ragazza proietta i danni autoinflitti sulla creaturina rifiutando il suo autolesionismo).
Tra mostri, luci colorate e il frastuono della musica che assorda i giovani strafatti di Berlino, la pellicola mostra un altro volto di quella gioventù bruciata, persa non tanto per volontà, ma tanto per istigazione sociale.

L'incubo da cui scappare non sono più i mostri, visti come unica ancora di salvezza, trasfigurazione del proprio io sepolto sotto chili di falsità, sotto maschere carine per l'accettazione, ma sé stessi, la propria vita, completamente in balia di eventi esterni.
Dopotutto, tutti sarebbero pronti a criticare una ragazza poco attraente, ma un mostro, beh, lui può permettersi di essere imperfetto, diverso.


Articolo di Robb P. Lestinci