lunedì 29 luglio 2019

Incubi al neon (Recensione "Der Nachtmahr")

Achim Bornhak, in arte AKIZ, è uno di quei registi di cui si sente poco parlare, ma di cui si parla sempre bene. Uno di quelli che considera ancora il cinema arte e non mero intrattenimento per le masse e, non a caso, un artista a tutto tondo. Le sue abilità si son fatte subito vive da quando il suo primo corto universitario, "Marianengraben" del 1995 ed il film della sua laurea, "John & Lucie" del 1996, vennero entrambi candidati all'Oscar.

Insomma, una cosa non da poco e che non accade a tutti i giovani registi che iniziano, spesso, troppo acerbi. Se non bastasse, nel 2008, David Lynch in persona mostrarono alcuni suoi lavori artistici all'Engine Collision Fest di Los Angeles.

Nonostante il successo della critica subito riscontrato ed il successo economico di "Schools Out" del 1997, AKIZ non è un regista prolifico, probabilmente proprio per la sua visione del cinema in quanto arte che va, quindi, maturata e ispirata. Nel 2014, però, dopo quattro anni di silenzio, il regista tedesco torna dietro la cinepresa per un film atipico, esattamente come il suo regista, un tripudio di scene oniriche, inquietudine, luci al neon e adolescenti ribelli: "Der Nachtmahr".
La pellicola vede come protagonista un'adolescente ribelle, Tina (Carolyn Genzkow), una ragazza della borghesia di Berlino che ama divertirsi con le sue amiche in rave party dove regnano sovrane droghe sintetiche, musica a palla e luci al neon come nemmeno in un film di Nicolas Winding Refn se ne vedono. Un giorno, però, la ragazza si ritroverà con una compagnia strana quanto inquietante: uno strano esserino biancastro simile ad un alieno collegato a lei in modo indissolubile. Se non bastasse, farà fatica a capire cosa sia solo un sogno e cosa sia la realtà dopo un macabro sogno di una ragazza investita da un'auto.

La sottile linea tra immaginazione e realtà é più impercettibile del solito tra continue scene di festa e più inquietanti sequenze d'interazione tra la ragazza ed il suo piccolo mostriciattolo personale. Nemmeno lo spettatore riesce a capire cosa sia davvero la realtà della scena, similmente a "The Slayer".
Fino alla fine non ci è dato sapere se la strana presenza esista davvero o sia solo una manifestazione delle paure e delle insicurezze della ragazza, la parte di lei che non riesce a liberarsi a causa dell'ambito sociale in cui vive, un lato che vorrebbe non dover pensare alle regole non scritte dei suoi coetanei, che vorrebbe mangiare senza paura di ingrassare e non pensare al giudizio.

Il piccolo mostro non è il Belial di "Basket Case", è una creatura connessa a Tina ad un livello, per assurdo, più profondo e non assume il ruolo di una figura negativa, è più simile ad un animale da compagnia che, se dovesse morire, trascinerebbe senza saperlo anche Tina con se. Ogni volta che il mostro si fa male, come quando si taglia la lingua, si ferisce anche la ragazza per una connessione misteriosa (o perché, magari, la ragazza proietta i danni autoinflitti sulla creaturina rifiutando il suo autolesionismo).
Tra mostri, luci colorate e il frastuono della musica che assorda i giovani strafatti di Berlino, la pellicola mostra un altro volto di quella gioventù bruciata, persa non tanto per volontà, ma tanto per istigazione sociale.

L'incubo da cui scappare non sono più i mostri, visti come unica ancora di salvezza, trasfigurazione del proprio io sepolto sotto chili di falsità, sotto maschere carine per l'accettazione, ma se stessi, la propria vita, completamente alla balia di eventi esterni.
Dopotutto, tutti sarebbero pronti a criticare una ragazza poco attraente, ma un mostro, beh, lui può permettersi di essere imperfetto, diverso.


Articolo di Robb P. Lestinci

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