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mercoledì 20 luglio 2022

Segreti di Famiglia (Recensione "The Strange Thing About the Johnsons" di Ari Aster)

Nel mondo dell’horror il nascondere un segreto agli occhi estranei è una tematica che è stata affrontata in varie salse: basti pensare a tutte le storie dove una setta religiosa o la Chiesa stessa custodisca dei segreti esoterici o le storie dove il protagonista indaga sullo strano comportamento del vicino di casa. Anche il regista Ari Aster si è cimentato in questo topos narrativo con il suo primo lungometraggio "Hereditary", dove un’intera famiglia è costretta ad affrontare degli scheletri nell’armadio tenuti nascosti per molto tempo. Questo tema però era stato già trattato in parte dal regista all’interno di un cortometraggio di trenta minuti che lo vedeva debuttare alla regia, "The Strange Thing About the Johnsons" del 2011.
Presentato come lavoro di laurea all’AFI Conservatory, un’ala specializzata dell’American Film Institute, il film verrà poi proiettato nello stesso anno allo Slamdance Film Festival, un evento annuale dedicato alle produzioni indipendenti nonché palcoscenico per i nuovi talenti. Il corto in seguito verrà trapelato online ricevendo un successo immediato e dividendo subito il popolo del web a causa delle tematiche trattate.

L’idea alla base del corto era già stata discussa da Aster durante il suo primo anno all’AFI assieme ad alcuni suoi amici e compagni di corso, che in seguito lo aiuteranno nella realizzazione del film. Tra questi ricordiamo Paweł Pogorzelski, direttore della fotografia che aiuterà Aster anche in "Hereditary" e "Midsommar" e Brandon Greenhouse, che interpreta uno dei personaggi principali.
Protagonisti del corto sono i Johnson, una classica famiglia afroamericana medio-borghese che nasconde un terribile segreto: il capofamiglia, il poeta e scrittore Sidney Johnson (interpretato da Billy Mayo), è coinvolto in rapporto incestuoso con suo figlio Isaiah (interpretato da Brandon Greenhouse).

Fin da subito notiamo come la sceneggiatura e in particolare i personaggi siano scritti in modo da rendere incredibilmente reale una situazione ai limiti del grottesco. Isaiah si comporta come il tipico aguzzino, sempre pronto a mortificare e colpevolizzare il padre degli abusi che gli perpetra, in modo da trovare sia una giustificazione per le sue azioni, sia per tenerlo sempre vicino in modo che non possa sfuggire al loro rapporto malato.
Sidney, complice anche l’ottima performance di Billy Mayo, si trasforma dal padre amoroso e comprensivo dei primi minuti del film, in un uomo distrutto nell’animo e nella psiche, che si chiede che cosa possa aver sbagliato per finire in una situazione del genere e che è ormai talmente intimorito dal figlio da non riuscire neanche a confessare le violenze subite, se non mettendole su scritto nel suo romanzo autobiografico Cocoon Man. La sua depressione si aggraverà sempre più nel corso della pellicola fino a portarlo, dopo aver subito l’ennesima violenza dal figlio, a una fuga disperata alla fine della quale lo attenderà solo la morte.

Anche la madre Joan (interpretata da Angela Bullock) merita una menzione importante. Nonostante sappia del rapporto incestuoso infatti, la donna decide di mantenere il silenzio e tenere la faccenda all’oscuro, in parte per proteggere la reputazione della famiglia agli occhi del vicinato, in parte per mantenere un’apparente normalità nella casa. Ciò lo si nota in una scena del corto dove decide di alzare il volume della televisione per coprire le urla del marito mentre viene violentato dal figlio. Questa ricerca morbosa della normalità non porterà altro che a un’esplosione di violenza nel finale, dove la madre ucciderà il figlio per poi bruciare l’unica copia scritta di Cocoon Man, seppellendo così il terribile segreto una volta per tutte.
Da un punto di vista registico notiamo fin da subito l’abilità di Aster nel costruire la tensione e questo lo si nota soprattutto nella scena dove Isaiah cerca di entrare nel bagno poco prima di violentare il padre per l’ultima volta. Non c’è alcun accompagnamento musicale, fatta esclusione per l’audiolibro che Sidney sta ascoltando in cuffia. La telecamera all’inizio inquadra Isaiah che bussa con calma la porta, come se volesse solo parlargli, per poi limitarsi a inquadrare il pomello della porta che comincia a esser forzata da Isaiah, il cui tono di voce, prima calmo e rilassato, comincia ad alzarsi e diventare sempre più rabbioso mentre cerca di chiamare il padre. Solo a quel punto Sidney si toglierà le cuffie, accorgendosi troppo tardi di quello che sta per succedere di lì a pochi attimi.  La scena si conclude quindi con Isaiah che sfonda la porta e con la telecamera che si avvicina sempre più al volto urlante di Sidney, totalmente indifeso e ormai nelle grinfie del suo aguzzino.
"The Strange Thing About the Johnsons" è insomma un ottimo cortometraggio che consiglio per chi ha intenzione di approfondire la cinematografia di Ari Aster dopo aver visto "Hereditary" e "Midsommar".  

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giovedì 25 marzo 2021

Un miglioramento inaspettato (Recensione "Make It Until Morning" e "Make It Until Midnight")

Dopo aver nuovamente sfogliato il vasto catalogo di HODTV, piattaforma di streaming italiana di film e cortometraggi horror e thriller indipendenti, abbiamo scelto di proporvi due cortometraggi con soggetto gli ormai fin troppo comuni zombie: Make It Until Morning e il suo sequel Make It Until Midnight di Grant Berrios.

La trama di Make It Until Morning segue Casey, una ragazza che, a causa di un’epidemia zombie, perde la madre ed il fratello ed è costretta a rifugiarsi nella fattoria della nonna, luogo in cui, insieme ad altri sopravvissuti, dovrà sopravvivere fino alla mattina successiva in attesa dei soccorsi promessi.

La natura amatoriale del corto appare evidente fin da subito: l’inquadratura della fotocamera non è quasi mai ferma, causando un leggero mal di testa durante la visione e rendendo incomprensibile ciò che avviene sullo schermo durante le sequenze più movimentate. 

La recitazione degli attori risulta piuttosto mediocre, con espressioni di marco che non lasciano trasparire alcuna emozione e un line delivery la cui qualità varia al più dal pessimo al quasi accettabile. A ciò si aggiungono linee di dialogo e azioni dei personaggi prive di qualsivoglia logica persino per una pellicola amatoriale, che contribuiscono a rendere poco credibile la pellicola nel suo complesso.

Gli effetti pratici adoperati sono di buona qualità, anche se la possibilità di osservarli è notevolmente ridotta dalla scelta di determinate inquadrature, volte probabilmente a risparmiare sul budget. Non è possibile dire lo stesso degli effetti digitali, sfruttati esclusivamente per gli schizzi di sangue, i quali sono privi di qualsiasi forma di realismo e appaiono “incollati” allo schermo; fortunatamente il corto compensa questa mancanza con l’utilizzo piuttosto sporadico di tali effetti.

La colonna sonora, come è possibile aspettarsi, risulta piuttosto generica e l’utilizzo fattone all’interno della pellicola è pessimo: le musiche risultano spesso superflue o inadatte, sembrando in più di un’occasione un semplice riempitivo per le scene.

È evidente che gli svariati difetti di Make It Until Morning erano noti anche al regista, dato che il sequel, Make It Until Midnght, rilasciato due anni dopo la pubblicazione del primo capitolo, cerca di correggere tali problemi, producendo un’esperienza di visione complessivamente più piacevole.

La storia riprende dalla conclusione di Make It Until Morning, introducendo nuovi personaggi, tra cui un anonimo coprotagonista in possesso di una cura per l’infezione. Il corto cerca inoltre di dipingere un’ambientazione narrativamente più ampia, fornendo informazioni, seppur sporadiche, sullo stato del resto del mondo e lasciando indizi piuttosto vaghi sulle cause dell’infezione.

Le inquadrature appaiono più elaborate, liberando parzialmente questo sequel del look visibilmente amatoriale del suo predecessore con un utilizzo più studiato dell’illuminazione e del contrasto. A completamento di ciò, abbiamo inoltre una color palette più ampia che contribuisce a rendere la pellicola più gradevole all’occhio.
La recitazione dei personaggi appare inoltre leggermente migliorata, sebbene permanga il problema della presenza di dialoghi e azioni prive di senso logico, volti semplicemente a far evolvere la trama nella direzione desiderata.

È possibile notare un altro passo avanti nell’ambito degli effetti pratici, già più che accettabili nel primo corto, ma che ora appaiono abbondantemente passabili. Leggere migliorie sono state apportate anche agli effetti digitali, ancora una volta utilizzati esclusivamente per gli schizzi di sangue, il cui utilizzo è però ancora più sporadico, dato che si è ancora ben lontani dal realismo.

Oltre a ciò si nota una maggiore varietà di set, probabilmente dovuta ad un budget maggiore, il quale ha senza dubbio contribuito alle migliorie precedentemente evidenziate

La colonna sonora, sebbene sia ancora una volta piuttosto generica e facilmente dimenticabile, beneficia di un utilizzo più consono e studiato delle varie tracce, che stavolta, piuttosto che semplice riempitivo, arricchiscono le scene in cui sono presenti.

In conclusione, sebbene nel complesso Make It Until Morning e Make It Until Midnight possano risultare qualitativamente sotto la mediocrità, il notevole salto qualitativo tra i due è testimonianza di uno sforzo del regista per migliorare la sua opera, che può risultare di ispirazione per molti aspiranti registi o, nel peggiore dei casi, può almeno far scappare qualche risata.

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venerdì 19 febbraio 2021

Corto rosso o corto blu? (Recensione "Van" e "Ceux Qui Peuvent Mourir")

Nutro un profondo rispetto verso i cortometraggi indipendenti che, nonostante non siano privi di difetti, riescono a raccontare qualcosa di unico ed intrattenente. Questo è il caso di due corti dai colori praticamente opposti (uno con tonalità rosse e l'altro blu) che ho visto su HODTV, una piattaforma streaming che offre un ampio catalogo di thriller ed horror (molti targati Midnight Factory). Potete trovare lungometraggi, mediometraggi e cortometraggi, tutti diversi tra loro!


Il primo di questi corti si chiama Van, diretto da Domonic Smith nel 2016 e basato sulla breve storia “Waiting for you” di Richard Beckham.
Lo short movie, della durata di dieci minuti, parla di Laura (Linda Roser) che, di notte, si ritrova all’interno della sua macchina quando riceve una chiamata da una sua amica, Julia (Diana Riley), la quale supplica di andarla a prendere. Quando le manda l’indirizzo, però, troverà qualcos’altro ad aspettarla: un misterioso van rosso…

La prima cosa che colpisce in questo corto sono i colori: l’estetica del film infatti si concentra sul rosso e qualche sfumatura di verde, che sono presenti nelle luci degli abbaglianti, quelle delle strade e, ovviamente, l’intenso rosso del furgoncino. Non basta una buona estetica per considerare un prodotto sufficiente, ma in questo caso il corto ha dalla sua parte la recitazione delle protagoniste, che splende negli ultimi minuti, qualche ottima sequenza e in generale delle buone inquadrature.

Il finale potrebbe risultare prevedibile, essendo un tema rivisitato molte volte da persone e media diversi, però non mi è dispiaciuto. La breve scena con il ragazzo di Julia, Travis, era abbastanza inutile e messa lì solamente per usare uno jumpscare mal riuscito; fortunatamente, per il resto del corto non sono presenti questi meccanismi per incutere paura: Van, nella sua breve durata, riesce a creare tensione e suspense.

Domonic Smith ha lavorato, oltre che su altri short, anche ad una web-serie antologica intitolata Terror Tales di cui ha diretto cinque episodi; qui trovate il canale dove vengono caricati gli episodi.

 

Il secondo corto, intitolato Ceux Qui Peuvent Mourir (Those Who Can Die) è stato diretto da Charlotte Cayeux nel 2017.
Zoé (Zoé Garcia) è una ragazza di quindici anni che viene mandata in un collegio assai particolare: le regole sono rigide e austere, e brutte cose accadono a chi ci si oppone; i ragazzi, d’altra parte, non fanno trapelare nessuna emozione. Marie (Lilas Richard) sembra una delle poche ad essere normale, infatti instaurerà un legame con la protagonista e progetteranno la fuga da quel posto, scoprendo il reale motivo per cui siano state mandati lì…

L'incipit e le ambientazioni ricordano molto Inner Land, ma lo sviluppo del corto prende una piega completamente diversa che sembra richiamare due pellicole di Yorgos Lanthimos: un misto tra i rigidi comportamenti dei personaggi di Dogtooth e l’elemento dispotico di The Lobster. I colori di Ceux Qui Peuvent Mourir sono freddi e pallidi, tendenti al blu, e regalano delle ottime inquadrature, come nella scena dello spioncino, quella con Marie che guarda Zoè prima ancora di conoscerla, e infine la ripresa in cui quest'ultima sale le scale. Le interpretazioni delle protagoniste non mi hanno fatto nè caldo nè freddo, essendo che i loro personaggi dovevano sembrare privi di ogni emozione.

Il finale era abbastanza buono, ma purtroppo la breve durata di questo corto non riesce a fare giustizia ai personaggi, alla storia, alle ambientazioni e al talento della regista: una storia così sarebbe stata ottimale in un lungometraggio, o perlomeno in una pellicola leggermente più lunga di 20 minuti scarsi. In generale, mi è piaciuto molto ed era fatto bene, ma non sarebbe guastato un’immersione più duratura all’interno di quel gelido edificio. 

Quando Charlotte Cayeux inizierà a dirigere lungometraggi (perché deve, questo corto in sé ha moltissime potenzialità), spero che riesca a portare sul grande schermo una trasposizione di Ceux Qui Peuvent Mourir come si deve. Per ora, ci dobbiamo accontentare dei suoi corti, i quali mi ispirano davvero molto.

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lunedì 7 settembre 2020

Brevi visioni di morte (Recensione "Inner Land" e "The Daughters of Virtue")

L’altro giorno, mentre facevo un giro su HODTV, mi sono imbattuto in due corti parecchio notevoli. Per chi non sapesse cosa sia HODTV, sostanzialmente è una piattaforma streaming che propone un'ampia gamma di titoli horror, thriller e mystery, di cui gran parte sono indipendenti. Tornando a noi, oggi volevo parlarvi di questi due cortometraggi, appunto, visto che mi hanno colpito entrambi in maniera diversa.

Il primo di questi due si chiama Inner Land, scritto e diretto da Vivian Papageorgiou; la storia parla di una giovane insegnante (interpretata da Andromachie Makridou) che va a lavorare in una strana scuola, dove la sua cognizione del tempo differisce da quello dell’edificio. Lentamente, gli insegnanti e gli alunni tenteranno di intrappolarla in quel piccolo mondo cadaverico. Ci riusciranno? Sta a voi guardare e scoprirlo.

Il corto, della durata di 18 minuti, riesce a raccontare un’interessante e coinvolgente storia su una mini-società, in cui ogni individuo sembra quasi la copia dell’altro, soprattutto da un punto di vista psicologico e comportamentale; insomma, dei zombie. Chiunque si opponga alle regole e alle aspettative di quella società, si ritroverà con due possibilità: integrarsi e diventare uno ‘zombie’ come loro, o diventare cibo per larve.

Probabilmente metterei Inner Land in alto nella lista dei miei corti preferiti. Tutto era eccellente, dalla location ai colori, dalle inquadrature alla colonna sonora, dalla performance degli attori, inclusi i bambini/studenti, alla trama accattivante che, secondo dal mio punto di vista, critica un po’ la società nostrana. Questi elementi riescono a creare un’atmosfera davvero affascinante e poetica, cosa che mi ha fatto innamorare di quest’opera.

Il secondo corto di cui parlerò è chiamato The Daughters of Virtue, scritto e diretto da Michael Escobedo. Probabilmente qualcuno di voi lo ha già visto poiché nel 2019 è stato pubblicato sul famoso canale youtube ALTER, ricevendo parecchie visualizzazioni che, al momento, ammontano a 550 mila.

Negli anni Ottanta, una casalinga di nome Alice (interpretata da Sylvia Panacione) invita a casa sua un gruppo di preghiera composto da sole donne. Ma, durante l’incontro vengono a galla segreti e scandali che porteranno ad una folle convinzione da parte della leader del gruppo, Betty (Maria Olsen), riguardo Alice.

Il corto, dalla durata di 12 minuti, ha un forte elemento retrò che richiama le pellicole uscite negli anni in cui è ambientato, in maniera non banale; ciò è stato reso possibile e credibile, grazie ad un comparto audio e sonoro fenomenale, alla bravura delle attrici e della fotografia del film. Quest’ultimo punto in particolare, l’ha tramutato da buon prodotto a una piccola perla: ho adorato le inquadrature e l’utilizzo della luminosità che assume un verde vivace, presente durante tutto il corso dei dodici minuti, dando carattere alle scene. Il risultato è qualcosa di semplicemente memorabile ed iconico.

Quale di questi due corti vi ha intrigato di più? Li conoscevate o non ne avete mai sentito parlare prima d’ora? Ad ogni modo, io ve li consiglio entrambi, sono due piccoli capolavori da non perdere assolutamente e, come anticipato, potete trovarli entrambi su HODTV, assieme a centinaia di altri titoli. Per iscrivervi basterà cliccare qui e, se non siete sicuri, vi è comunque una prova gratuita!

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mercoledì 29 luglio 2020

L'Italia che fa paura - Una donna nel buio (Recensione "Malum Æterni")

Notte, buio, luna piena. Un’auto attraversa le tortuose strade di un paesino di montagna. Un incontro rompe il silenzio di quel luogo, cambiando per sempre il destino di Luca. 

Malum Æterni è il primo cortometraggio horror del regista italiano Luigi Scarpa. Il film trae ispirazione dalle leggende del Cilento, più precisamente nel borgo di Gioi, che negli anni hanno contribuito nel dare alla località un certo fascino misterioso. Nel 2007, il regista lavora nel settore audiovisivo in seguito agli studi di cinema, teatro e televisione nell’università statale di Milano. Dopo essere entrato nel settore musicale come DJ e aver diretto un documentario, nel 2019 scrive e dirige il suo primo corto cinematografico, appunto, Malum Æterni.
Dopo una breve sequenza in pieno giorno, che si apre con una interessante ripresa da un drone, si passa ad uno scenario notturno che vede una macchina camminare in piena campagna. Il  nostro guidatore, Luca (Riccardo Marotta), fa la conoscenza di una misteriosa donna chiamata Lia (Rita Russo), tipa di poche parole che si fa dare un passaggio.

Malum Aeterni è girato ottimamente, con alcune inquadrature interessanti, ma non per questopquesto di pecche: alcune ricorrono ripetitivamente e forzatamente di visuali dall’alto, nonostante tutte ben eseguite, mentre altre appaiono troppo scure a causa della scarsa luminosità, nonostante quest'ultimo fattore potrebbe esser giustificato ai fini dell'atmosfera. Proprio su questa non vi è davvero nulla di negativo da dire, vi è un'eccellente costruzione della tensione ed un buon plot device per giustificare le azioni di Luca senza forzarlo in alcun modo. In generale lodevole il lavoro del direttore della fotografia Vittorio Maggioni, specialmente per le luci nella sequenza in auto. Rosalba Ruggiero e Anna Pagano svolgono un buon lavoro col makeup, nonostante possa apparire, ad un'attenta analisi, leggermente amatoriale rispetto al resto. 
Dietro le quinte del cortometraggio
Passando ai personaggi, sia Luca che la donna misteriosa, sono stati bravi nell’interpretare i propri ruoli, nonostante fossero limitati dalle pochine battute, specie da parte di Lia. Riccardo Marotta riesce comunque a rendere il personaggio simpatico allo spettatore con i suoi modi, i suoi gesti e le microespressioni assai realistiche, qualcosa che, in effetti, si vede di rado in certi cortometraggi di genere. Peccato che, però, per qualche attimo, entrambi gli interpreti sembrino perdere la concentrazione nella scena finale con alcune movenze un po' artificiali che sarebbero potute essere evitate.

Impossibile non sprecare due parole sulla colonna sonora originale di Lorenzo Pisanello, in piena linea con quelle della tradizione horror, italiana e non, della decade in cui ha luogo il film. Probabilmente senza di essa la pellicola perderebbe gran parte del suo fascino e ne risentirebbe pesantemente il clima di tensione permea l'opera.
Il regista Luigi Scarpa sul set
Il finale è abbastanza benfatto, ma poteva essere gestito molto meglio. Non è il caso di rivelare troppo, ma appare un po’ frettoloso, mentre la ripresa su Lia è fin troppo dilungata. La scena con le bambine era davvero carina, peccato solo per la transizione troppo netta mentre avviene quel ‘fatto’ (nessuno spoiler).

Di per sé la storia non è male, ma forse troppo basilare: è qualcosa che si vede abbastanza spesso in short-movies come questo, con l’unica eccezione che a differenza di altre produzioni, l’opera di Luigi Scarpa vanta di ottime riprese e di degni attori che potrebbero far chiudere un occhio su questo fronte.
In breve, Malum Æterni è un buon prodotto che, nonostante qualche pecca, è girato in modo intelligente e professionale. La recitazione è davvero ottima e la storia, nonostante sia un po’ anonima, intrattiene e appare interessante. Il finale può apparire raffazzonato e leggermente casuale, ma, tutto sommato, si tratta di un corto di buona fattura, ancor di più se contestualizzato nel suo panorama, che non può che render curiosi di vedere le future opere di questo promettente regista.

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Potete visitare il sito web del regista per scoprire di più su Malum Æterni.

martedì 30 giugno 2020

Un estremo sacrificio d’amore (Recensione "He Took His Skin Off For Me")

Nel mondo dell’arte le trasformazioni che l’amore scatena nell’individuo sono stati rappresentati in vari modi. Di solito questi mutamenti sono sempre stati visti sotto chiave positiva, anche se non mancano le opere dove l’amore può portare alla distruzione stessa dell’innamorato (chi non ricorda la follia che colpisce Orlando nell’opera di Ariosto o alla Ballata dell’amore cieco di De Andrè?). Nel film che tratteremo oggi vedremo come un regista emergente ha interpretato questo lato distruttivo dell’amore raccontandoci una storia surreale e a tinte horror. 

Presentato nel 2014 come lavoro di laurea alla London Film School, He Took His Skin Off For Me è un cortometraggio di Ben Aston tratto dal racconto omonimo della scrittrice Maria Hummer.
La storia è quella di un uomo che decide di esaudire per amore un’assurda richiesta della fidanzata: privarsi della sua pelle e trasformarsi così in un morto vivente sanguinante. Da questo momento comincia per la coppia una vita ricca di disagi: la ragazza è costretta a lavarsi e a pulire continuamente la casa dalle macchie di sangue lasciate dal suo ragazzo, deve mantenere i riscaldamenti della casa accesi (con conseguente aumento delle bollette) per tenerlo al caldo e il nostro uomo scarnificato non riesce più a trovare clienti a lavoro a causa del suo aspetto. All’inizio del corto sembra la coppia sia felice nonostante le difficoltà ma con il prosieguo della storia noteremo come si stia delineando una relazione abusiva, dove la donna sovrasta completamente sul nostro uomo scarnificato.

Privatosi della pelle, che rappresenta la libertà individuale e l’identità di un individuo, il protagonista è ormai completamente dipendente dalla sua fidanzata che non solo si prende cura di lui, ma è anche l’unica che lo comprende e lo accetta a causa del suo nuovo aspetto. Tuttavia nel corso del corto la comprensione e le cure della ragazza diventeranno sempre più fredde e noncuranti, portando così il nostro uomo scarnificato a una lenta distruzione del sentimento d’amore che provava per lei e alla consapevolezza che il suo sacrificio non ha portato a nulla se non a tante sofferenze per lui. A rendere ancora più tragica la sua situazione è la totale incapacità ad abbandonare questo circolo vizioso di sofferenza a causa dell’affetto sincero che prova per la donna. A un certo punto del corto infatti, lo vedremo toccare con malinconia la pelle che ha riposto con cura nell’armadio e pensare per un attimo di rindossarla e tornare alla sua vita di prima, ma uno sguardo verso la sua ragazza gli farà subito, seppur a malincuore, cambiare idea.
Sappiamo bene però che a un certo punto la sofferenza accumulata nel tempo sia destinata a scoppiare e questa esplosione si verifica nell’ultima scena del corto. Il nostro uomo scarnificato osserva con dolcezza la sua ragazza mentre dorme accanto a lui, comincia ad accarezzarla fino a quando non raggiunge il fianco e, come aveva fatto all’inizio del corto su se stesso, comincia a tirarle la pelle. Con questo momento tragico termina il film, che non ci lascia presagire il meglio per la ragazza, che si ritroverà vittima della sua stessa trappola.   

Ciò che rende il corto particolare, nonché meritevole di essere visto, è proprio il nostro uomo scarnificato, reso il più realistico possibile tramite uno straordinario lavoro di make up. Gli effetti speciali, supervisionati da Jen Cardno, sono stati realizzati infatti da un team di studenti di Colin Arthur (conosciuto per aver curato gli effetti ne La Storia Infinita), che si è offerto di aiutare Aston nella realizzazione del corto. Non c’è alcun uso CGI o modifiche di post-produzione nel film ma solo tanta cura e ben otto ore di trucco a cui l’attore Sebastian Armesto si sottoponeva ogni giorno. 
Un lavoro quasi maniacale degli effetti speciali porta ovviamente alcune limitazioni dal punto di vista narrativo: per evitare infatti qualsiasi effetto comico causato dalle protesi facciali di Armesto, il corto è privo di dialoghi e la storia è affidata a un narratore onnisciente, interpretato da Anna Maguire, che recita parti del racconto della Hummer.

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Il corto è reperibile sul canale Vimeo del regista e sul canale Future Shorts su YouTube.

lunedì 15 giugno 2020

Una grande abbuffata verso l’abisso (Recensione "Next Floor")

Può una semplice cena trasformarsi in un spettacolo grottesco, dove a trionfare è l’ingordigia pura mescolata alla più spinta opulenza? Questa domanda trova risposta in un corto del 2008 che, anni dopo, ispirerà Il Buco, film horror spagnolo prodotto da Netflix che nei mesi scorsi aveva fatto abbastanza parlare di sé.

Vincitore del premio “Miglior cortometraggio” durante la 47e Semaine Internationale de la critique di Cannes, Next Floor è un film diretto da Denis Villeneuve, regista canadese che si è fatto conoscere nel mondo del cinema con Arrival e Blade Runner 2049.
Nel corto veniamo catapultati in una fredda e lugubre sala da pranzo, dove un gruppo di undici nobili sta consumando un lauto pasto a base di carne mentre vengono allettati dalla musica di un gruppo da camera  e serviti continuamente dai camerieri. I nobili mangiano qualsiasi cosa viene servita loro fino a quando il pavimento della stanza non cede per il peso, facendo precipitare il gruppo di commensali al piano successivo dell’edificio. A questo punto il maitre D’, l’unico personaggio che parlerà in tutto il corto, porta l’intero gruppo di servitori al piano di sotto e il banchetto può così continuare. La ripetizione delle azioni dei personaggi e delle scene nel corso del corto non può che far pensare a L’Angelo Sterminatore di Luis Buñuel, film di stampo surrealista dove, nel raccontare una semplice cena, il regista spagnolo descrive la caduta della classe borghese.

Tuttavia, mentre nel film spagnolo la critica era improntata soprattutto contro la società spagnola e il regime franchista instauratosi all’epoca, in Next Floor viene criticato il feroce consumismo che fa parte della nostra società, un consumismo che distrugge la natura e che è talmente insito in noi che non riusciamo neanche a godere appieno dei prodotti che acquistiamo. Questo lo notiamo dai piatti serviti nel corso del corto, che diventeranno sempre più bizzarri fino a quando vedremo degli animali a rischio d’estinzione sulla tavola, e da come mangiano velocemente i commensali, arrivando quasi a non masticare i pezzi di carne. Quello che sembrava una semplice cena si trasforma quindi in una grottesca abbuffata dove l’unico obiettivo è tenere la bocca sempre piena di cibo, quasi per mantenere uno status o un certo tipo d’immagine davanti agli altri.
E le somiglianze con L’Angelo Sterminatore non finiscono qui. Infatti, come nel film spagnolo, i lavoratori, rappresentati dai camerieri, a un certo punto decidono di abbandonare la classe borghese smettendo di produrre per loro. Dopo l’ennesima caduta dei commensali, il maitre D’ decide di portare il gruppo di servitori al prossimo piano, lasciando il gruppo di nobili da solo, circondato dallo sporco delle macerie e gli avanzi del pranzo. All’inizio i nobili non capiscono il perché di questo cambio improvviso dello “status quo”, rimangono fermi e immobili nell’attesa vana del ritorno dei camerieri, qualcuno di loro comincia perfino a spaventarsi. Poi però uno comincia a mangiare un pezzetto di carne rimasto nel piatto, un altro lo imita, un altro ancora, non avendo niente, decide di rubare dal piatto del vicino.

Da una grottesca abbuffata passiamo quindi a una ridicola lotta per la sopravvivenza dove i personaggi cercano di preservare quello status un tempo sicuro e garantito. Ma questa lotta non porterà alcun esito positivo per nessuno di loro. Il pavimento infatti cede per l’ultima volta, facendo precipitare il gruppo di nobili in una caduta senza fine verso il vuoto, mentre i camerieri guardano stupiti il buco formato dal tavolo e la luce del lampadario, l’unico mobile che scendeva piano dopo piano assieme al tavolo, diventare sempre più fioca nell’oscurità. Solo il Maitre D’ resterà impassibile e guarderà con occhi fissi lo spettatore mentre la telecamera si avvicina sempre più su di lui, come se volesse dirci qualcosa su ciò che abbiamo appena visto.
La caduta della società per mano del consumismo viene visto quindi come un processo di autodistruzione inevitabile. Gli stessi consumatori vengono visti da Villeneuve come dei veri e propri morti viventi che devono arrivare al trapasso effettivo e ciò lo si nota quando i commensali sono ricoperti di polvere, ricordando i fantasmi di una classe sociale che già non c’è più.  

Oltre al messaggio di fondo, un altro punto di forza del corto è la cura del lato tecnico, in particolare la scelta delle inquadrature delle varie pietanze: a un certo punto vi sembrerà di guardare sullo schermo delle vere e proprie nature morte, delle nature morte talmente opulente che comincerete a provare fastidio e disgusto per il loro eccesso. Perciò, se volete assistere a un’elegante caduta verso l’abisso, vi consiglio di recuperare questo corto, che potete tranquillamente vedere sul canale ufficiale del Centre-Phi di Montreal su Youtube.
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