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mercoledì 20 luglio 2022

Segreti di Famiglia (Recensione "The Strange Thing About the Johnsons" di Ari Aster)

Nel mondo dell’horror il nascondere un segreto agli occhi estranei è una tematica che è stata affrontata in varie salse: basti pensare a tutte le storie dove una setta religiosa o la Chiesa stessa custodisca dei segreti esoterici o le storie dove il protagonista indaga sullo strano comportamento del vicino di casa. Anche il regista Ari Aster si è cimentato in questo topos narrativo con il suo primo lungometraggio "Hereditary", dove un’intera famiglia è costretta ad affrontare degli scheletri nell’armadio tenuti nascosti per molto tempo. Questo tema però era stato già trattato in parte dal regista all’interno di un cortometraggio di trenta minuti che lo vedeva debuttare alla regia, "The Strange Thing About the Johnsons" del 2011.
Presentato come lavoro di laurea all’AFI Conservatory, un’ala specializzata dell’American Film Institute, il film verrà poi proiettato nello stesso anno allo Slamdance Film Festival, un evento annuale dedicato alle produzioni indipendenti nonché palcoscenico per i nuovi talenti. Il corto in seguito verrà trapelato online ricevendo un successo immediato e dividendo subito il popolo del web a causa delle tematiche trattate.

L’idea alla base del corto era già stata discussa da Aster durante il suo primo anno all’AFI assieme ad alcuni suoi amici e compagni di corso, che in seguito lo aiuteranno nella realizzazione del film. Tra questi ricordiamo Paweł Pogorzelski, direttore della fotografia che aiuterà Aster anche in "Hereditary" e "Midsommar" e Brandon Greenhouse, che interpreta uno dei personaggi principali.
Protagonisti del corto sono i Johnson, una classica famiglia afroamericana medio-borghese che nasconde un terribile segreto: il capofamiglia, il poeta e scrittore Sidney Johnson (interpretato da Billy Mayo), è coinvolto in rapporto incestuoso con suo figlio Isaiah (interpretato da Brandon Greenhouse).

Fin da subito notiamo come la sceneggiatura e in particolare i personaggi siano scritti in modo da rendere incredibilmente reale una situazione ai limiti del grottesco. Isaiah si comporta come il tipico aguzzino, sempre pronto a mortificare e colpevolizzare il padre degli abusi che gli perpetra, in modo da trovare sia una giustificazione per le sue azioni, sia per tenerlo sempre vicino in modo che non possa sfuggire al loro rapporto malato.
Sidney, complice anche l’ottima performance di Billy Mayo, si trasforma dal padre amoroso e comprensivo dei primi minuti del film, in un uomo distrutto nell’animo e nella psiche, che si chiede che cosa possa aver sbagliato per finire in una situazione del genere e che è ormai talmente intimorito dal figlio da non riuscire neanche a confessare le violenze subite, se non mettendole su scritto nel suo romanzo autobiografico Cocoon Man. La sua depressione si aggraverà sempre più nel corso della pellicola fino a portarlo, dopo aver subito l’ennesima violenza dal figlio, a una fuga disperata alla fine della quale lo attenderà solo la morte.

Anche la madre Joan (interpretata da Angela Bullock) merita una menzione importante. Nonostante sappia del rapporto incestuoso infatti, la donna decide di mantenere il silenzio e tenere la faccenda all’oscuro, in parte per proteggere la reputazione della famiglia agli occhi del vicinato, in parte per mantenere un’apparente normalità nella casa. Ciò lo si nota in una scena del corto dove decide di alzare il volume della televisione per coprire le urla del marito mentre viene violentato dal figlio. Questa ricerca morbosa della normalità non porterà altro che a un’esplosione di violenza nel finale, dove la madre ucciderà il figlio per poi bruciare l’unica copia scritta di Cocoon Man, seppellendo così il terribile segreto una volta per tutte.
Da un punto di vista registico notiamo fin da subito l’abilità di Aster nel costruire la tensione e questo lo si nota soprattutto nella scena dove Isaiah cerca di entrare nel bagno poco prima di violentare il padre per l’ultima volta. Non c’è alcun accompagnamento musicale, fatta esclusione per l’audiolibro che Sidney sta ascoltando in cuffia. La telecamera all’inizio inquadra Isaiah che bussa con calma la porta, come se volesse solo parlargli, per poi limitarsi a inquadrare il pomello della porta che comincia a esser forzata da Isaiah, il cui tono di voce, prima calmo e rilassato, comincia ad alzarsi e diventare sempre più rabbioso mentre cerca di chiamare il padre. Solo a quel punto Sidney si toglierà le cuffie, accorgendosi troppo tardi di quello che sta per succedere di lì a pochi attimi.  La scena si conclude quindi con Isaiah che sfonda la porta e con la telecamera che si avvicina sempre più al volto urlante di Sidney, totalmente indifeso e ormai nelle grinfie del suo aguzzino.
"The Strange Thing About the Johnsons" è insomma un ottimo cortometraggio che consiglio per chi ha intenzione di approfondire la cinematografia di Ari Aster dopo aver visto "Hereditary" e "Midsommar".  

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giovedì 25 marzo 2021

Un miglioramento inaspettato (Recensione "Make It Until Morning" e "Make It Until Midnight")

Dopo aver nuovamente sfogliato il vasto catalogo di HODTV, piattaforma di streaming italiana di film e cortometraggi horror e thriller indipendenti, abbiamo scelto di proporvi due cortometraggi con soggetto gli ormai fin troppo comuni zombie: Make It Until Morning e il suo sequel Make It Until Midnight di Grant Berrios.

La trama di Make It Until Morning segue Casey, una ragazza che, a causa di un’epidemia zombie, perde la madre ed il fratello ed è costretta a rifugiarsi nella fattoria della nonna, luogo in cui, insieme ad altri sopravvissuti, dovrà sopravvivere fino alla mattina successiva in attesa dei soccorsi promessi.

La natura amatoriale del corto appare evidente fin da subito: l’inquadratura della fotocamera non è quasi mai ferma, causando un leggero mal di testa durante la visione e rendendo incomprensibile ciò che avviene sullo schermo durante le sequenze più movimentate. 

La recitazione degli attori risulta piuttosto mediocre, con espressioni di marco che non lasciano trasparire alcuna emozione e un line delivery la cui qualità varia al più dal pessimo al quasi accettabile. A ciò si aggiungono linee di dialogo e azioni dei personaggi prive di qualsivoglia logica persino per una pellicola amatoriale, che contribuiscono a rendere poco credibile la pellicola nel suo complesso.

Gli effetti pratici adoperati sono di buona qualità, anche se la possibilità di osservarli è notevolmente ridotta dalla scelta di determinate inquadrature, volte probabilmente a risparmiare sul budget. Non è possibile dire lo stesso degli effetti digitali, sfruttati esclusivamente per gli schizzi di sangue, i quali sono privi di qualsiasi forma di realismo e appaiono “incollati” allo schermo; fortunatamente il corto compensa questa mancanza con l’utilizzo piuttosto sporadico di tali effetti.

La colonna sonora, come è possibile aspettarsi, risulta piuttosto generica e l’utilizzo fattone all’interno della pellicola è pessimo: le musiche risultano spesso superflue o inadatte, sembrando in più di un’occasione un semplice riempitivo per le scene.

È evidente che gli svariati difetti di Make It Until Morning erano noti anche al regista, dato che il sequel, Make It Until Midnght, rilasciato due anni dopo la pubblicazione del primo capitolo, cerca di correggere tali problemi, producendo un’esperienza di visione complessivamente più piacevole.

La storia riprende dalla conclusione di Make It Until Morning, introducendo nuovi personaggi, tra cui un anonimo coprotagonista in possesso di una cura per l’infezione. Il corto cerca inoltre di dipingere un’ambientazione narrativamente più ampia, fornendo informazioni, seppur sporadiche, sullo stato del resto del mondo e lasciando indizi piuttosto vaghi sulle cause dell’infezione.

Le inquadrature appaiono più elaborate, liberando parzialmente questo sequel del look visibilmente amatoriale del suo predecessore con un utilizzo più studiato dell’illuminazione e del contrasto. A completamento di ciò, abbiamo inoltre una color palette più ampia che contribuisce a rendere la pellicola più gradevole all’occhio.
La recitazione dei personaggi appare inoltre leggermente migliorata, sebbene permanga il problema della presenza di dialoghi e azioni prive di senso logico, volti semplicemente a far evolvere la trama nella direzione desiderata.

È possibile notare un altro passo avanti nell’ambito degli effetti pratici, già più che accettabili nel primo corto, ma che ora appaiono abbondantemente passabili. Leggere migliorie sono state apportate anche agli effetti digitali, ancora una volta utilizzati esclusivamente per gli schizzi di sangue, il cui utilizzo è però ancora più sporadico, dato che si è ancora ben lontani dal realismo.

Oltre a ciò si nota una maggiore varietà di set, probabilmente dovuta ad un budget maggiore, il quale ha senza dubbio contribuito alle migliorie precedentemente evidenziate

La colonna sonora, sebbene sia ancora una volta piuttosto generica e facilmente dimenticabile, beneficia di un utilizzo più consono e studiato delle varie tracce, che stavolta, piuttosto che semplice riempitivo, arricchiscono le scene in cui sono presenti.

In conclusione, sebbene nel complesso Make It Until Morning e Make It Until Midnight possano risultare qualitativamente sotto la mediocrità, il notevole salto qualitativo tra i due è testimonianza di uno sforzo del regista per migliorare la sua opera, che può risultare di ispirazione per molti aspiranti registi o, nel peggiore dei casi, può almeno far scappare qualche risata.

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lunedì 1 marzo 2021

Orrori brevi (Recensione "AirB-N-Dead" e "Bloody Popcorn")

Continuando a spulciare il vasto catalogo offerto da HODTV, la prima piattaforma streaming on-demand italiana che esibisce principalmente produzioni indipendenti di stampo thriller/horror (oltre che alcuni titoli targati Midnight Factory), la scelta per la nostra proposta di oggi è ricaduta su altri due cortometraggi diversi tra loro ma legati da un tema comune, da un sottile filo rosso, ossia l'omaggiare un certo tipo di immaginario, un concetto estremamente astratto seppur vivido: quello del cinema dell'orrore nella sua accezione più semplice e diretta quando pensiamo ad esso e a cosa rappresenta.

Il primo è AirB-N-Dead, scritto e diretto da Wolf Turner, dalla durata di 6 minuti, uscito il 16 Febbraio del 2018. Racconta della giovane coppia di James e Rey, che si concede di passare una breve vacanza di un fine settimana per celebrare il loro fidanzamento ufficiale. Per farlo James affitta online uno squisito appartamento spazioso, luminoso, moderno nello stile ed abbondantemente arredato (tanto da far stupire la sua ragazza per esserselo potuto permettere). Estasiati dai comfort che l'alloggio offre i due sembrano ignorare un paio di elementi stridenti con l'ambiente circostante, una cornice contenente un'immagine del Bates Motel di ''Psycho'', ed una vecchia televisione a tubo catodico accompagnata da un lettore VHS e una discreta collezione di cassette. James, da buon fanatico del cinema horror vintage, è subito attratto da quello che ai suoi occhi appare come un tesoro, un film in videocassetta dalla locandina generica e dal titolo ancor più sommario di ''Slasher''. 

Ciò lo sprona a dare una sistemata alla vecchia TV, abbandonata lì chissà da quanto, per poterlo guardare e trascinare con sè la molto meno entusiasta Rey. Il vecchio elettrodomestico, nella sua apparente semplicità, emana però un'aura negativa ed inquietante che man mano invade tutta la casa. I due, distratti, continuano ad ignorare il bizzarro apparecchio per poi essere travolti dalla luce accecante che emana e sparire nel nulla. Tempo dopo, quando sul posto si reca una nuova coppia pronta a passare qualche giornata rilassante, verrà ritrovata la stessa VHS con James e Rey impressi nella copertina... 

Se la fatica di Turner non brilla né nella scrittura (specialmente dei dialoghi) né nella line delivery da parte degli interpreti, e non colpisce per la sua direzione fotografica; i meriti di questo lavoro, che gli hanno permesso di essere generalmente apprezzato e di vincere dei premi in alcuni concorsi, sono sicuramente il ritmo incessante dato da un montaggio serrato e da una regia ipercinetica à la Raimi oltre che un comparto sonoro suggestivo, che strizza l'occhio a tante vecchie glorie di genere. Infine quel che lo rende apprezzabile è soprattutto la sua autoironia di fondo, che sembrerebbe essere stata ereditata da un certo tipo di cinema Craveniano, senza dimenticare il lapalissiano riferimento al cinema di genere anni '80. 

Adesso passiamo al corto serbo/russo Bloody Popcorn, scritto da Dmitriy Viter e girato da Miroslav Lakobrija, della durata di 4 minuti e uscito il 31 Ottobre 2018. Al contrario del primo, questo è molto poco interessante e la sua realizzazione è palesemente amatoriale.

La sinossi: Sei mai stato solo al cinema a mezzanotte, a mangiare i popcorn? Non farlo mai! è esplicativa di tutto quel che succede al suo interno, cioè niente di particolarmente sconvolgente, oltretutto totalmente privo di qualsivoglia forma di dialogo e di contestualizzazione. Ci mostra un uomo seduto in quello che dovrebbe essere un cinema, anche se a onor del vero sembrerebbe più una sala conferenze, mentre mangia soddisfatto dei semplici popcorn come se fossero ambrosia e guarda, su quello che è un pessimo green screen, quelle che saranno le prossime scene del cortometraggio stesso (?). 

Nel frattempo la sala si popola e al suo fianco siede un'affascinante ragazza bionda con un cappello nero abbastanza kitsch, che inizia a guardare bramosamente i popcorn. Scambiando gli sguardi della giovane per attenzioni rivolte nei suoi confronti, l'uomo le si fa più vicino ma ecco che improvvisamente viene assalito da tutti gli altri spettatori (ragazza bionda compresa) per poi essere sbranato vivo in quella che sembra essere una sequenza uscita da un film di Romero (però con molti, tristi, schizzi di sangue in computer grafica). 

Non c'è nient'altro da aggiungere, questo è quanto. Ha senso consigliare la visione di questo secondo corto solo se siete alla ricerca di qualcosa di totalmente randomico, strampalato, ai limiti del trash. Se invece lo stessimo guardando dalla prospettiva sbagliata? Se ci fosse qualcosa di più che non riusciamo ad afferrare? Secondo chi scrive non può essere altro che un potenziale meme virale ancora da scoprire o il futuro del cinema indipendente, senza vie di mezzo. Lasciamo la sentenza a voi lettori.

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venerdì 11 ottobre 2019

Il tragico orrore del Joker (Recensione "Injustice for All")

Abbiamo parlato giusto settimana scorsa del film “Joker” di Toad Phillips, ancora sulle bocche di tutti, a metà tra un film da proibire ed un capolavoro da elogiare ed oggi già torniamo sull’argomento, ma cambiamo pellicola, cambiamo audience e genere di produzione, non più un grande budget, bensì una produzione indipendente, non autorizzata (come tengono a far sapere anche loro stessi nel video Youtube del corto che tratteremo), ma di grande qualità, capace di narrare una storia legata al clown principe del crimine contorta e disturbante, che miscela al dramma grossi dosi di body horror: "Injustice for All” di Danny Mooney del 2016. 
Nel manicomio criminale di Arkham, Lex Luthor (Donavan Darius), scortato dalla dottoressa Crane (Katya Pylova), interroga Harley Quinn (Erika Hoveland), oramai sfregiata al punto da essere irriconoscibile, comunicandogli della morte del Joker (Chris Newman) per mando di Superman e chiedendogli dove lo psicopatico abbia reperito la bomba nucleare che ha gettato su Metropolis, ricevendo, invece, una perturbante storia sulle origini del clown principe del crimine… 

Una versione del personaggio completamente inedita, assolutamente atipica e inquietante, drammatica e terrificante, un Joker condannato ad essere un mostro sin dalla nascita, vittima di una terribile malattia genetica che lo porterà a patire atroci sofferenze sia fisiche che sociali, emarginandolo al punto da rompere la sua mente, così come le piaghe gli aprono la pelle, rendendolo il folle criminale che tutti noi conosciamo. Questo Joker, infatti, è nato con una patologia, l’Ittiosi Arlecchino, che solitamente uccide i feti prima ancora che nascano, ma tale fortuna non è toccata al Joker, costretto in un corpo costantemente dolorante a subire le spaccature della sua stessa pelle senza una lozione adatta (che prende il posto del classico colorito o trucco bianco sul viso), incapace di sbattere le palpebre o, soprattutto, di chiudere le labbra, dando la parvenza di un perenne, sofferto, involontario, sorriso. Interessante anche come, nel corto, lo vediamo con i capelli verdi quasi solo per una casualità, in quanto indossa parrucche diverse in base al giorno, dei colori più disparati, tra cui il viola, altro colore iconico del criminale. Il vestiario, invece, resta più o meno lo stesso, seppure più incentrato verso un elegante classico, quasi antiquato, e meno clownesco.
Il punto di partenza dell’opera è, ovviamente, “Injustice”, presentandoci una rinarrazione degli eventi mostrati come prologo del videogame, ossia la strage di Metropolis per mano di Joker e la sua successiva uccisione da parte di Superman in persona, seppure, rapidamente, il cortometraggio ci si distacchi presentandoci, oltre al nostro Joker, una Harley Quinn quasi opposta a quella che siamo abituati a conoscere, una Harley Quinn tragica e grottesca, seppur caratterialmente praticamente invariata, distanziandosi nettamente anche da ciò che vediamo nel videogioco per donare una nuova luce ad un personaggio che sta perdendo la sua stessa identità dietro ad un marketing sfrenato e senza, quasi, rispetto.
Questa Harley Quinn, infatti, è una donna sulla soglia dei quaranta, ex psichiatra del joker, presumibilmente collega della dottoressa Crane (versione al femminile dello Spaventapasseri, si presume, nonostante, nel corto, non presenti alcun carattere del suo alterego da supercriminale e resti solo un simpatico omaggio), amante amata proprio del clown che, per patire le sue stesse sofferenze, per non farlo sentire solo, si deturperà orribilmente il volto, squartandosi le guance, esportandosi pezzi di pelle e dando poi fuoco al tutto, a seguito del rifiuto degli Star Labs di modificare il suo corredo genetico per generare una forzata Ittiosi Arlecchino.
Sia per il Joker che per Harley Quinn, il compartimento makeup svolge un lavoro perfetto, quasi impeccabile, ricreando due versioni estremamente più verosimili a livello di origini, ma molto più grottesche, delle due icone della criminalità di Gotham.  Anche la colonna sonora, molto da giallo o horror d'epoca, unita ad una funzionale e cupa fotografia, aiuta la pellicola a reggersi sui suoi piedi ed ad aumentare il senso di disagio che il film cerca di regalare ai suoi spettatori.

Alcune scene sono letteralmente immerse nel nero, nell'oscurità, mentre una luce quasi innaturale fa emergere i tratti dei personaggi mettendoli in risalto, creando una scena dai tratti quasi onirici, dalla forte ispirazione fumettistica. Molto d'impatto anche la sequenza dei titoli di coda capace quasi d'ipnotizzare lo spettatore fino alla fine di essi con una trovata semplice quanto ben realizzata e, anche in questo caso, macabra.
Meno convincente, ahimè, il costume donato a Catwoman (Jamie Bernadette), seppur molto fedele a quanto visto in “Injustice”, che compare in una breve sequenza, venendo avvertita dal Joker di ciò che farà dopo che, quest’ultimo, ha erroneamente ucciso una ragazza entrando nell’appartamento sbagliato in una scena, effettivamente, comica.
 
Proprio riguardo questa scena, interessante come il Joker uccida le sue vittime: le blocchi, forzi un sorriso con le dita e strappi loro le lingue a morsi, causando, a loro, un sorriso perenne e, a se stesso, le tipiche labbra rosse che, come tutto in questo corto, risultano anche più emblematiche e raccapriccianti, qualcosa che si vedrebbe tranquillamente in un qualche film horror. 

Insomma se “Joker” di Phillips non ha saziato la vostra voglia di clown principe del crimine e avete lo stomaco per una narrazione a tinte orripilanti visivamente e dark della nemesi del Cavaliere Oscuro, questo corto è sicuramente qualcosa che potrebbe risultare gradita, una vera e propria perla perduta tra le decine di fanmovies di poco conto di Batman.

Articolo di Robb P. Lestinci

sabato 7 settembre 2019

My own Flesh (Interview with Robert Morgan ITA/ENG)

Siamo riusciti anche questo weekend a portarvi una nuova intervista, questa volta al maestro della claymation britannico Robert Morgan, ironicamente già citato da Dave Jackson nell'elenco dei suoi film consigliati.

Annunciandovi una futura recensione del suo "Bobby Yeah" (visibile qui), non aggiungo spazio e lascio  spazio all'intervista in doppia lingua italiano/inglese:

Q: Iniziamo con una domanda semplice, come hai iniziato a girare corti animati?
A: Al college studiavo arte e volevo addentrarmi nel mondo del filmmaking. Non c'erano attrezzature o gruppi per creare film nel college quindi l'unico modo per far muovere immagini era costruire gli oggetti e filmarli, quindi ho fatto dei semplici pupazzetti e ho girato il mio primo cortometraggio con una videocamera VHS. Dopodiché sono andato a studiare animazione all'università, e ho fatto altri film.
Q: Let's start with a simple question, how did you start making animated short films?
A: I studied art at college and wanted to get into filmmaking. There was no facilities to make films or work with teams at thew college, so the obvious step towards moving images was to just make objects and film them, so I made some basic puppets and shot my first short film with a VHS camcorder. From there I went to study animation at university, and made more films.
Q: Qual ê la difficoltà più grande che si incontra facendo questi corti?
A: La cosa più difficile è probabilmente la stessa animazione - può essere molto stressante, specialmente se un pupazzo  cade sopra a qualcosa proprio mentre stai girando. Ma in realtà non è così difficile. Il problema più grande sono i soldi e la qualità della vita in quel periodo, perché non ci sono davvero soldi in questi film.
Q: What's the most difficult part of making these shorts?
A: The most difficult thing is probably the animation itself - it can be very annoying, especially if a puppet falls over or something during a shot. But really it's not that difficult. The bigger problem is money and how to actually live while making them, because there's not really any money in these films.
Q: In passato abbiamo parlato del Chainsaw Maid di Takena Nagao, che ha avuto due sequel da Lee Hardcastle. Se potessi avere a disposizione la cameriera killer di zombie, che storia creeresti?
A: Credo di averlo visto parzialmente, ma non nella sua interezza. Conosco Lee ed il suo lavoro, quindi posso immaginare come siano i suoi sequel (ride). Ma motoseghe e cameriere non sono proprio ricorrenti nei miei film. Probabilmente finirei per fare un film su uno strano ibrido insetto-cane o qualcosa del genere.
Q: In the past we talked about Takena Nagao's Chainsaw Maid, which had two sequels from Lee Hardcastle. If you could take charge of the zombie-killer maid, what story would you tell?
A: I think I might have seen that at some point but I don't think I've see it all. I know Lee and his work, so I can imagine what his sequels are like (laughs). But chainsaws and maids don't really show up in my films. I'd probably just make a film about a weird half insect / half dog or something instead.
Q: Domanda scontata, ma dovuta: quali sono i tuoi film horror preferiti?
A: L'inquilino del terzo piano, Strade Perdute, Non aprite quella porta, Operazione diabolica e probabilmente moltissimi altri.
Q: Obvious question but due: what are your favourite horror films?
A: The Tenant, Lost Highway, The Texas ChainSaw Massacre, Seconds, probably millions of others.
Q: I tuoi corti si focalizzano su temi come il grottesco e l'orrido, quali sono le maggiori ispirazioni della tua estetica?
A: La mia stessa carne, che è mutata e cambiata durante la mia adolescenza, avevo un'acne orrenda! E poi i dipinti di Francis Bacon, gli horror degli anni '80, le bambole di Hand Bellmee, e un'infinità di altre cose.
Q: Your shorts focus on the grotesque and the horrible, which are the major inspirations of your aesthetic?
A: My own flesh, which changed and mutated during my teenage years because I had horrendous acne! And then Francis Bacon paintings, 80s horror films, Hand Bellmer dolls, and a million other things.
Q: Da dove viene il design del protagonista di Bobby Yeah?
A: È semplice, mi piacciono i conigli. Ma mentre lo stavo scolpendo, mi sono accorta che le orecchie sembravano più orecchie o escrescenze, quindi gli ho dato delle normali orecchie da umano e ho trasformato quelle da coniglio in escrescenze. Poi ho provato diversi corpi per lui, ma ho trovato questo vecchio giocattolo morbido che sembrava perfetto, quindi gli ho dato questa sorta di corpo da giocattolo da bambino e ho visto che funzionava.
Q: Where does the design of the protagonist of ''Bobby Yeah'' come from?
A: I just like rabbits. But then when I was sculpting him, I realised the ears looked more like horns, or growths, so I gave him normal human ears and made the rabbit ears into growths instead. Then I tried out different bodies for him but found this old soft toy that looked great, so I gave him this sort of toy baby body and it just worked.
Q: Domanda stupida, ma... potresti spiegare il significato di Bobby Yeah? Da dove viene fuori la storia?
A: Non riesco a spiegare benissimo il significato di Bobby Yeah perché è abbastanza misterioso. Non c'è un significato preciso - può averne diversi a seconda di chi lo guarda, quindi preferisco che decida il pubblico quale dargli.
Q: Silly question, but... could you explain the meaning of Bobby Yeah? How did the story come out?
A: I can't really explain the meaning of Bobby Yeah because it's quite mysterious. There's no definite fixed meaning - it can mean many things to different people, so I'd rather let the audience decide.
Q: Qual é stata la parte più difficile di Bobby Yeah?
A: La classificazione del colore - ho usato una casa di post-produzione e hanno fatto davvero un lavoro schifoso, quindi ho dovuto litigare per riavere indietro i miei soldi, e poi l'ho fatto da solo e basta. È stato noioso e stressante, ma il lavoro risultava migliore, quindi ne è valsa la pena.
Q: Which was the most difficult part of Bobby Yeah?
A: Color grading the film - I used a post production house and they did a really poor jib, so I had to fight to get my money ba Italyck, and then I just did it myself. That was annoying. But I did a better job so its ok.
Q: Qualche progetto per il futuro?
A: Un film più lungo. Ma non posso parlare troppo del futuro perché sono superstizioso!
Q: Some projects for the future?
A: A longer film. But I cannot really talk about future projects because I'm superstitious like that!

Intervista ad opera di Robb P. Lestinci, traduzione di Iris Alessi

sabato 31 agosto 2019

Nella mente dello psicopatico (Intervista a Miguel Ángel Martín)

Miguel Ángel Martín è certamente uno dei nomi più discussi del fumetto underground europeo, nonché il più censurato, grazie alle sue opere completamente senza filtri e fuori dagli schemi come "Total Overfuck", "Brian the Brain" ed il più recente "Cannibal Holocaust 2" scritto da Ruggero Deodato in persona, tutti pubblicati in Italia dalla NPE.

Eppure, lo "psicopatico spagnolo", molto cordialmente, è stato disposto a rispondere ad alcune nostre domande ed a fornirci il suo cortometraggio "Snuff 2000" di cui leggerete prossimamente la recensione.
Senza ulteriori giri di parole, eccovi l'intervista completa:


Q: Ciao! Grazie mille per aver accettato l'intervista!

Non so se ricordi, ma ci siamo incontrati più volte in fiera, l'ultima delle quali a Lucca 2018, ergo è doppiamente un piacere ospitarti sul sito! 
A: Ciao Robb! È un vero piacere fare l'intervista, mi piace il tuo sito, complimenti!!
Q: Iniziamo con la prima domanda: 
Quali pensi siano stati i fumetti più segnanti degli ultimi 50 anni? Quelli che consiglieresti a chiunque, insomma.
A: Non credo di poter fare una valutazione perché non leggo molti fumetti. A dire il vero non ne sono mai stato un vorace lettore. Sono stato, e ancora lo sono, lettore di romanzi, ma i fumetti sono sempre stati per me una lettura in più, mai la principale. Nonostante ciò, ecco alcuni autori che sono stati per me un grande punto di riferimento come disegnatore:
Disney, Floyd Gottfredson (faccio anche i complimenti ai disegnatori italiani della Disney, che ho scoperto solo recentemente su "Don Miki"), George Herriman, Benito Jacovitti (per me un vero artista come Herriman, non un semplice disegnatore) Will Eisner, Moebius. Altri autori che non mi hanno influenzato ma che comunque mi piacciono molto sono: Robert Crumb, Charles Burns, Suehiro Maruo, Mattioli, Maicol&Mirco ed il giovanissimo David Genchi. Inoltre, adoro il genere "dark weird fantasy" che ho scoperto grazie a Michele Nitri (editore di U.D.W.F.G.) in quanto fumetto allo stato puro. Pochi testi, ma narrazione e personaggi liberi.
Q: I tuoi fumetti sono molto forti, sia a livello visivo che di temi trattati: quali sono state le più aspre critiche che hai ricevuto per questo?
A: La peggiore di tutte è stata, senza dubbio, il famoso sequestro del 1995 da parte della procura di Cremona.
Ogni volta che mi chiedono di parlare di censura lo dico sempre: sono molto grato, e ringrazio ancora, la Procura per tutta la pubblicità gratis che mi ha fatto! (ride).

Q: "Total Overfuck" é assolutamente malato e folle, quali sono state le tue maggiori ispirazioni?
A: Le tre influenze principali sono state, sicuramente, la tecnologia, la scienza e la pornografia. Per quanto riguarda, nello specifico, "Psychopathia Sexualis" l'ispirazione primaria viene dagli WhiteHouse, band inglese power electronics. Quasi tutti i titoli, infatti, sono presi da dei loro brani. L' edizione inglese, inoltre, è stata editata dello stesso William Bennett con la prefazione dello scrittore Peter Sotos, due membri del gruppo insieme a Philip Best. C'è, poi, un altro brano che mi è stato di grande ispirazione, un pezzo del musicista elettronico italiano Maurizio Bianchi intitolato "Neuro Habitat" (dal quale ho preso il titolo per il mio fumetto omonimo).
Q: Di recente per la NPE hai pubblicato "Cannibal Holocaust 2" di Ruggero Deodato: come é stato lavorare al fianco di un maestro del cinema come lui?
A: È stata una bellissima esperienza! Far lavorare insieme il "cannibale italiano" e "lo psicopatico spagnolo" è stata una bella idea di Nicola Pesce. Nicola mi ha spedito la sceneggiatura di Cannibal Holocaust 2 ed io l'ho illustrato liberamente. La mia idea era quella di farlo sembrare uno story board, dando più importanza all'azione e alla violenza piuttosto che all'ambientazione. Non volevo che il lavoro sembrasse una rappresentazione grafica della giungla in stile National Geographic (ride).
Poi, incontrare Ruggero di persona e firmare insieme copie del libro a Lucca a stato un vero onore e piacere per me.
Q: Partendo proprio da Deodato: qual é il tuo rapporto con il cinema horror?
A: "Cannibal Holocaust" è uno dei miei film preferiti, insieme a "Salò o le 120 giornate di Sodoma".
A parer mio sono i due film più violenti e trasgressivi della storia. Sono entrambi film referenziali e influenti senza essere propriamente né horror né fantasy, ma fanno comunque sembrare "Arancia Meccanica" un cartoon (ride). Comunque, il cinema horror è sicuramente il mio genere cinematografico preferito, da Roger Corman a Eli Roth, passando per Jacques Turner, Mario Bava, i film della Hammer, John Carpenter, Craven, Romero, Fulci o Jess Franco... E naturalmente David Cronenberg che insieme a Sam Peckinpah (il mio regista preferito di tutti i tempi) è stato per me un vero punto di riferimento artistico. Inoltre, non sono un grande ammiratore di Kubrick. Ha girato dei bellissimi film, però, secondo me, non è un vero e proprio artista, ma un regista che ama gli esercizi di stile, più interessato alla forma che alla sostanza . Come diceva Charles Bukowski: "Quando scompare lo spirito, appare la forma".

Q: Se potessi traslare in fumetto un qualsiasi personaggio o universo della cinematografia dell'orrore quale sarebbe e come lo renderesti?
A: Non lo farei affatto, perché ho già i miei personaggi, che siano in fumetto o su pellicola,  come, ad esempio, in Snuff 2000 (mediometraggio diretto da Borja Crespo e scritto dallo stesso Martin del 2002 ndr).
Q: Hai qualche altro progetto in cantiere? Puoi dirci qualcosa?
A: Certo, sti disegnando adesso la mia nuova graphic novel "Saphari", mentre il mio editore spagnolo pubblicherà a breve "El Tarot de Miguel Ángel Martín", con prefazione del geniale Fernando Arrabal (Membro del gruppo "Pánico" insieme al disegnatore Topor e a Jodorowsky).

Q: Ultima domanda, quali pensi siano le più grandi difficoltà per un fumettista in questi anni? Che consigli daresti per superarle?
A: Il mercato, il mondo, tutto è cambiato tantissimo. Quando ho cominciato a pubblicare fumetti l'ho fatto sulle riviste spagnole di quei tempi, come Zona 84, Totem, Makoki, El Víbora. Quasi tutta la mia produzione è stato pubblicata così, su commissione. Oggi non ci sono riviste, quindi i metodi per pubblicare i propri lavori professionalmente (e venendo, quindi pagati) sono molto diversi. Credo che questa domanda debba essere fatta ai disegnatori più giovani.
Q: Grazie mille per la disponibilità!
A: Grazie a te per il tuo interesse!

Intervista ad opera di Robb P. Lestinci, trascrizione di Andrea Gentili