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mercoledì 31 gennaio 2024

"Bassifondi" di Trash Secco (Recensione)

 “Nei miei anni più giovani e vulnerabili mio padre mi diede un consiglio che non ho mai smesso di considerare. «Ogni volta che ti sentirai di criticare qualcuno», mi disse, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i tuoi stessi vantaggi».
(Incipit del romanzo Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald)1

Un topo, fermo a un nasone2, incomincia a scendere dei gradini di pietra. La macchina da presa su di lui, che precede il suo movimento nel seguire il piccolo rivolo d’acqua nato dalla fontanella. Con i suoi brevi e lesti passi accompagna l’occhio dello spettatore da una Roma che ben conosce verso un suo angolo buio e apparentemente nascosto. Allora flash allucinati appaiono sullo schermo. Iniziano a delinearsi pian piano i contorni di alcune lettere e, quasi fosse un’indicazione stradale, il titolo del film chiarisce finalmente dove il piccolo roditore ci ha condotti: Bassifondi.3
È significativo, in un’opera che ritrae Roma come un vero e proprio inferno dantesco, che a fare da Virgilio allo spettatore sia un topo, animale simbolo del marciume, del degrado e della povertà. Perché la vera Roma, che non è di certo l’idilliaco Paradiso che vivono i turisti, da sempre si nasconde dietro l’intoccabile maschera di una tradizione millenaria fatta di grandi storie e ineffabili bellezze.

L’artista romano Francesco Pividori, noto ai più sul web con lo pseudonimo Trash Secco, ha cercato con le sue opere di smascherare questo inganno, di demolire dall’interno questa rappresentazione stereotipata di Roma come città dei sogni, proponendone una diametralmente opposta, nella quale i riflettori vengono puntati sulle brutture e le contraddizioni che la abitano. Lo ha fatto con Nefasto: Er Mostro de Zona (2012)4, un mockumentary “illegale” nel quale viene mostrata la squallida vita delle borgate romane, tra abuso di sostanze e prostituzione; lo ha fatto poi con i videoclip musicali di artisti come Ketama126, all’interno dei quali tenta di abbattere il tabù della droga5; lo fa ora con il suo debutto alla regia cinematografica Bassifondi (2022) che, seppur presentato in anteprima nella sezione Freestyle della Festa del Cinema di Roma6, riscuotendo grande approvazione da parte di pubblico e critica, è purtroppo rimasto oscurato da altri titoli nella successiva fase di distribuzione nelle sale.

Da sinistra a destra: Gabriele Silli, Trash Secco e Romano Talevi
I bassifondi che Trash Secco mostra e racconta in questo suo film non hanno nulla a che fare con l’ormai stereotipata periferia a cui la cinematografia (e televisione) italiana, in una lunga tradizione che passa per il neorealismo e per Pasolini, ci ha abituati. Qui si è nel cuore pulsante della città ma in quella parte di essa estranea al continuo via vai di turisti e lavoratori che riempie le vie del centro. Un cono d’ombra in cui tutte quelle persone che si sono ritrovate a vivere in strada, costretti o per scelta, hanno deciso di rifugiarsi. Un ritirarsi che non significa però arrendersi, ma che corrisponde ad una forte presa di coscienza: in una società in cui a regnare sono l’egoismo e l’indifferenza, paradossalmente, non resta altro che isolarsi. Per ricominciare da capo, per provare a creare un’alternativa più giusta. Allora l’auto-isolamento non rimane a lungo un muto e disperato pianto, ma si trasforma presto in un urlo collettivo verso l’opprimente ingiustizia che regola il mondo.
L’ultimo film di Trash Secco si pone così il difficile obiettivo di raccontare una realtà diversa che, guidata da un sentimento comune di rifiuto nei confronti della società, il grande (e piccolo) schermo ha rifiutato di mostrare per troppo tempo.

La prima idea di Bassifondi è nata fra noi due (Francesco Pividori e il fratello ndr), una sera. Una Peroni di troppo, giravamo tra i senza tetto di Ponte Sisto. Io avevo 15 anni e lui 20. Litigavamo, ubriachi, e lui disse: pensa se facessero un film su due barboni. Così ho cominciato a scrivere la storia, che mi sono portato dietro per tanti anni.7

Nasce così, dal semplice desiderio di raccontare il rapporto col fratello, l’idea embrionale di un film dalla forte carica politica e sociale come Bassifondi, e non è un caso che la sceneggiatura finale, che sviluppa il soggetto di Trash Secco e Greta Scicchitano, sia firmata da due fratelli: Damiano e Fabio D’Innocenzo (La terra dell’abbastanza, Favolacce, America Latina).

Attraverso la loro penna Francesco Pividori e suo fratello si re-incarnano nei corpi dei protagonisti Romeo e Callisto (rispettivamente interpretati da Gabriele Silli e Romano Talevi), due senzatetto che vivono sulle sponde del Tevere ai piedi dell’isola Tiberina.
Come due “perfetti” fratelli (anche se fratelli non sono) sono agli antipodi, sia nelle loro conformazioni fisiche sia nei loro modi di fare. Romeo alto, snello e piuttosto taciturno, Callisto basso, tozzo e che non smette mai di parlare, spesso a sproposito. Callisto ormai non ha nulla da perdere ed è spinto da un rancoroso odio nei confronti della società, Romeo è invece desideroso di recuperare quel qualcosa (o quel qualcuno) che la vita in strada gli ha portato fin troppo lontano.

Un po’ alla Paterson di Jim Jarmusch il film mostra e rimostra le monotone giornate dei due clochard costretti a risalire ogni mattina le scalinate che conducono alla Roma “di sopra” e ad affrontare la massa indifferente di gente che affolla le sue strade all’urlo di “spiccetto, spiccetto!”, nella speranza di racimolare quel poco che basta per un misero quadratino di pizza bianca o per una pasticca che concili il loro sonno.

L’asciutta ed essenziale scrittura dei fratelli D’Innocenzo riesce a costruire sapientemente, a partire dalle parole e dai gesti quotidiani e ripetitivi di una vita in convivenza, l’imperfetta sintonia che lega questi due senzatetto talmente diversi tra loro che, messi assieme, non possono non ricordare una classica coppia di comici alla Stanlio e Ollio o, meglio, alla Franco e Ciccio.8

Eppure di comico nel film c’è ben poco. Viene utilizzato, a partire dalla sceneggiatura, ogni possibile strumento per impedire, il più a lungo possibile, l’immedesimazione o almeno un certo avvicinamento emotivo e patetico con i personaggi. Lo spettatore si ritrova a sentirsi quasi in colpa di provare una certa ripugnanza nei confronti di Romeo e Callisto, ma è esattamente ciò che Trash Secco ha voluto suscitare. Perché quell’istinto di distogliere lo sguardo è, in fondo, il germoglio dell’indifferenza e l’unico modo per contrastarla oggi sembra essere attraverso l’arte: costringere lo spettatore a fare i conti col mondo in cui vive, risvegliarlo dal torpore indotto dalle fantasmatiche illusioni che lo circondano, sbattendogli in faccia tutto lo schifo in cui è invischiato.
Così la scenografia e la regia arrivano a dividere nettamente in due Roma, una divisione in cui, come in Parasite di Bong Joon-Ho, le differenze a livello architettonico-spaziale delle varie ambientazioni sono funzionali ad evidenziare una profonda crepa sociale.

La fotografia illumina gli ambienti, prevalentemente esterni, in cui si muovono i protagonisti di colori smorti, spenti, acidi. Quasi come una scia tossica che, proveniente dal degrado della Roma “di sotto”, segue costantemente i due senzatetto, ovunque essi vadano.

A sua volta la scrittura è brutalmente cruda e realistica, specie nei dialoghi. Callisto in particolare utilizza un volgare vocabolario “di strada” impregnato di omofobia e misoginia che, oltre a rappresentare un’assoluta novità sul grande schermo, soprattutto oggi dove la libertà dell’artista si ritrova ingabbiata all’interno dei paletti imposti dal politicamente corretto e da una censura sempre più pressante, finisce per distanziare ancor di più lo spettatore.

Addirittura gli zoom in avanti che portano ai primissimi piani sul volto rigato dalle lacrime di Romeo, in un procedimento speculare a quello che Kubrick in Barry Lyndon ha utilizzato per rendere un certo effetto di straniamento, lasciano lo spettatore assolutamente impassibile. Perché l’occhio di quest’ultimo, pur seguendo per tutta la durata della pellicola solo ed esclusivamente i due clochard, è quello alieno e giudicante del passante.

Non c’è pathos, non c’è drammaticità. C’è solo indifferenza.
In questo processo di straniamento gioca un ruolo fondamentale anche il simbolismo filosofico e religioso che permea tutto il film: frequentemente appaiono sullo schermo icone religiose, animali, esplicite citazioni artistiche, ma nulla viene spiegato, non c’è apparentemente alcun legame logico tra le sequenze che ritraggono i momenti di vita di Romeo e Callisto e tali simboli. Trash Secco non ha voluto imporre un messaggio né tantomeno offrire una “giusta” chiave di lettura al suo film, ma ha consegnato nelle mani degli spettatori tutti gli strumenti utili per dare un senso alle immagini viste. Ora sta solo a loro trovare le risposte alle proprie domande. Perché Bassifondi, pur essendo narrativamente “classico” e lineare, sembra nascondere costantemente qualcosa, una risposta (o una domanda) che continua a sfuggire, ma che lascia dietro di sé il bisogno di essere inseguita.

Tutto ciò che il film ha silenziosamente costruito, inquadratura dopo inquadratura, culmina nel suo poetico finale onirico. Romeo si ammala gravemente ma Callisto non può far nulla per salvare il compagno e, disperato per un’amicizia o forse un amore ormai finito, si tuffa nelle contaminate acque del Tevere, sangue di Roma sporco dei peccati di chi la abita. Inizia a nuotare sempre più in profondità, sempre più lontano dal mondo che conosce, verso un luogo nuovo. Arrivato sul letto del fiume, al centro di un perfetto cerchio di luci al neon, si ricongiunge con il suo caro amico. Callisto accoglie il corpo spento del compagno tra le sue braccia, in un’identica posa della Pietà di Michelangelo. Un pianto sommesso e soffocato, o forse l’accettazione stoica del dolore? Un invito a rifugiarsi nel ricordo e in sé stessi, o forse nella speranza che qualcosa lì fuori possa finalmente cambiare?

Ancora una volta, lontana e impassibile, la macchina da presa non dà risposte. I titoli di coda scorrono inesorabili sullo schermo nero lasciando dietro di sé un senso di vuoto, portato dalla consapevolezza che esistono un’infinità di importanti domande che magari, accecati o distratti, non ci siamo mai posti.
Ma trovare una risposta è fortunatamente spesso più semplice di porsi la giusta domanda.

Bassifondi rappresenta un invito a mettersi e a mettere in discussione, a ricercare quella giusta distanza critica tra noi e il mondo, ad interrogarsi su ciò che ogni giorno diamo per scontato. Per evadere dalla rassicurante cecità della società. Per non rimanere più indifferenti.
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NOTE
1 Traduzione di Tommaso Pincio dall’edizione de Il Grande Gatsby, Scott F. Fitzgerald, Minimum Fax, 2011.
2 Tipica fontanella pubblica d’acqua potabile di Roma, diventata uno dei simboli della città.
4 La bieca censura di Youtube colpisce il film “Nefasto Er mostro de zona” di Trash Secco, L'Antikulturale, La Meteora, via Internet Wayback Machine, 10/5/2018.
5 Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura dell’articolo scritto da Francesco Pividori in risposta alle polemiche nate attorno al suo video musicale Rehab diretto per Ketama126. Il rap italiano ha un problema di droga?, Giacomo Stefanini, Vice, 15/10/2019.
6 Bassifondi, due amici e la vita ai margini di Roma, Giorgio Gossetti, Ansa.it, 9/6/2023.

ARTICOLO DI
REVISIONE DI
COPERTINA DI

mercoledì 10 maggio 2023

Super - In principio c'era un eroe mascherato, armato di chiave inglese

 “Shut up, crime!”
(Frank/Crimson Bolt)

But it’s really about the guy and not the costume.”
(James Gunn)
Super è il primo film supereroistico che vede alla regia James Gunn, segnando un lungo filone di prodotti firmati da Gunn incentrati sugli eroi di grandi testate come Marvel e DC. Questo, in verità, non è stato il primo film a tema a cui Gunn lavorava: senza contare i film casalinghi girati insieme ai fratelli, nel 2000 Gunn aveva affiancato il regista Craig Mazin nella produzione di “The Specials”, film che segue dei supereroi di bassa lega, in cui Gunn interpretava Minuteman, oltre ad aver scritto, in meno di 3 settimane, la sceneggiatura. Super è il secondo film che vede James Gunn nel ruolo solista di regista, dopo l’esperienza del 2006 con “Slither”, ed è il film che sancisce legami molto stretti con attori che torneranno in numerosi, se non tutti, i prodotti di Gunn.

Gunn inizia a lavorare alla sceneggiatura di Super nel 2002 ma solo nel 2009 può dare il via alle riprese, durate 24 giorni a mala pena, tra il 9 dicembre 2009 e il 24 gennaio 2010, tra Shreveport, Louisiana, e Los Angeles (comprese location esistenti come la fumetteria ComicSmash); i tempi ristretti e la paga al minimo sindacale per tutti permisero di dirottare i soldi disponibili su altri versanti, tra cui gli effetti pratici e il montaggio.

Sebbene la sceneggiatura fosse pronta dal 2002, questa era stata sempre rifiutata per la troppa violenza, fino a quando la This Is That Production, la HanWay Films e la Ambush Entertainment decisero di produrla; all’inizio Gunn aveva in mente per il protagonista della sua opera Frank l’attore John C. Reilly, ma Jenna Fisher, ex moglie di Gunn e interprete di Pam nella serie tv “The Office”, propose il collega Rainn Wilson (Dwight in “The Office”), il quale inviò a sua volta la sceneggiatura ad Elliot Page, co-star nel film del 2007 “Juno”.
Frank Darbo (Rainn Wilson) è l’emblema dell’uomo mediocre americano, un cuoco in una tavola calda, sposato con Sarah (Liv Tyler), una cameriera che in passato ha avuto problemi con la droga; la vita di Frank è composta da solo due momenti di felicità, il suo matrimonio e la volta in cui ha “aiutato” un poliziotto a catturare un fuggitivo. Questa monotona vita tuttavia viene sconvolta quando Sarah scompare, andando a vivere con Jacques/Jock (Kevin Bacon), a cui Frank aveva anche offerto una colazione nella propria casa. Frank si dispera e cerca in ogni modo di salvare Sarah da Jacques, proprietario di uno strip club, pensando che la moglie sia stata rapita; mentre Frank si affligge a casa, riceve una visione divina che gli cambierà per sempre la vita: sotto l’influenza del supereroe cristiano Holy Avenger1 (Nathan Fillion, che interpreta un bizzarro supereroe che combatte i vizi e i peccati dei giovani, sconfiggendo sempre Demonswill, interpretato da James Gunn stesso), Frank osserva il soffitto della sua casa lacerarsi e viene avvinghiato dai tentacoli che popolavano un certo video erotico che stava guardando poco prima. Oltre ad avvinghiarlo, i tentacoli aprono il cranio di Frank fino ad esporre il suo cervello, mentre la voce di Dio (Rob Zombie) gli rivela il suo vero ruolo, combattere le forze del male2.

Sentendosi ora investito di potere da Dio3 (tanto da scrivere sul muro di casa “Some of His children are chosen4), Frank si dirige in fumetteria per capire come funzionano i supereroi: Libby (Elliot Page) lavora in fumetteria e consiglia Frank cercando di avvicinarlo al mondo dei supereroi senza poteri. Dopo aver creato un costume5, incorporando la maschera rossa vista nella “profezia” e dandosi il nome di Crimson Bolt, Frank si dedica alla lotta al crimine, con risultati alterni e nemici fra i più diversi, passando da spacciatori, borseggiatori e pedofili a persone che commettono piccole ingiustizie quotidiane. Il momento in cui la psiche di Frank si mostra appieno nella sua confusione è quando, mentre è in fila al cinema, un uomo ruba il posto agli altri facendo finta di parlare con un’amica: la rabbia di Frank è così forte da spingerlo ad abbandonare la coda, indossare goffamente il costume da vigilante in macchina e impartire la propria lezione di giustizia sui due “criminali”, a colpi di chiave inglese, la sua arma preferita6.
Crimson Bolt è dapprima visto dai media e dalla società come un pericolo, un folle mascherato che picchia la gente per strada, ma quando cominciano a venire a galla i crimini commessi da quelle che fino a quel momento erano considerate vittime, il pubblico si schiera dalla parte di Frank, eletto paladino della città. Ma ciò che spinge veramente Frank è il desiderio di salvare Sarah, arrivando a seguire gli scagnozzi di Jacques, Abe (Michael Rooker), Toby (Sean Gunn) e Quill (Stephen Blackehart), fino alla sua villa, quartier generale dei suoi traffici di droga: preso dal fervore (mistico) Crimson Bolt cerca di entrare nella casa ma, scoperto, viene rincorso e ferito da una pallottola alla gamba, oltre ad aver visto la propria identità segreta svelata. Per molti personaggi infatti la coincidenza fra Frank e Crimson Bolt alterna tra la malcelata verità, con ricadute ironiche, e l’impossibilità, dal momento che l'uomo è da tutti reputato un debole; egli si preoccupa continuamente di essere scoperto (soprattutto dal Detective Felkner, interpretato da Gregg Henry, detective che verrà ucciso dagli uomini di Jacques, per un equivoco), sebbene non riesca a rimanere impassibile quando i notiziari parlano del suo alter ego7. Si trova però costretto a smascherarsi quando, a malapena scampato dagli scagnozzi di Jacques, deve recarsi da Libby, interrompendo la sua festa per la casa nuova e chiedendole aiuto con la ferita alla gamba. Libby accoglie la sua confessione con estremo entusiasmo, proponendosi immediatamente come sidekick, fino a giungere al nome di Boltie e al costume verde e giallo.

Al fianco di Crimson Bolt, Boltie si rivela essere molto violenta8, spinta da un desiderio di vendetta, o meglio una sete di sangue, desiderio opposto a quello di Frank; i due seminano il panico fra i criminali (e non) della città9. Proprio quando Frank decide di allontanare Libby, un pericolo per sé e per gli altri, lei lo salva da un’imboscata degli uomini di Jacques; obtorto collo Frank decide di darle una seconda opportunità, anche se è stanco di rifiutare le continue avances della ragazza10. Quella stessa sera Frank viene svegliato da una goffamente provocante Libby, la quale approfitta della confusione dell’uomo e lo stupra; mentre Libby si scusa, dando la colpa a un sonnambulismo del sesso (sexsomnia), Frank corre in bagno per vomitare, vedendo finalmente Libby come uno dei tanti demoni che popolano il mondo, i suoi nemici, e ricordandosi qual è il suo vero obiettivo: salvare Sarah.
Frank e Libby (che sembra essere stata almeno in parte perdonata dal protagonista) fanno shopping di armi, imparando a costruire bombe e a sparare con precisione: si preparano per il climax del film, il raid nella villa di Jacques. Crimson Bolt e Boltie assalgono la villa proprio mentre Jacques sta facendo affari con un altro spacciatore, Mr. Range (Don Mac), a cui Jacques ha promesso Sarah. Crimson Bolt e Boltie attaccano le guardie poste nel giardino: nello scontro, Frank viene colpito, fortunatamente sul giacchetto antiproiettile, mentre Libby viene colpita alla testa. La violenza, la rabbia e il dolore di Frank sono allo stesso momento estremamente grafici e tipici di un fumetto: le azioni sono spesso inverosimili, sottolineate dalle onomatopee poste in post-produzione sopra il girato, ma la violenza e i suoi effetti non sono per niente edulcorati, anzi enfatizzati, in una ricerca del gore estremo. Spinto, ora, anche dalla voglia di vendicare Libby, Frank irrompe nella villa, ingannando gli scagnozzi di Jacques con un cadavere/fantoccio11; il frastuono interrompe Mr. Range, impedendo in parte lo stupro di Sarah: il criminale viene ucciso in poco, mentre Jacques cerca di fuggire e di completare la truffa intavolata a discapito del defunto.

Si giunge quindi al confronto diretto fra Frak e Jacques, fra eroe e arcinemesi: Frank viene colpito da una delle pallottole di Jacques, ma nella lotta corpo a corpo, Frank riesce a ferire mortalmente Jacques grazie a delle lame nascoste, dei veri assi nella manica degni di Ezio Auditore del franchise videoludico Ubisoft “Assassin’s Creed12. Frank porta quindi in salvo, lontano dalla scena del massacro, una Sarah visibilmente sotto shock13. Sarah rimarrà alcuni mesi a casa con Frank, sentendosi in debito, poi, decide di andarsene: Frank trova casa vuota, ma accetta la sua decisione. Sarah riesce a combattere le sue dipendenze, sposa u uomo di nome Patrick e ha quattro figli che chiamano Frank “zio”: per Frank sono loro il futuro dell’umanità e, insieme al suo coniglietto domestico, riesce ad avere un approccio positivo alla vita, ricordando i molti momenti felici della sua vita, compresa la memoria di Libby.
Illustrazione originale di Alessia Sorbelli
La prima proiezione di “Super” si ebbe il 12 settembre 2010 al Toronto International Film Festival14, per la programmazione “Midnight Madness”. L’uscita nelle sale americane si ebbe il primo aprile 2011, mentre l’Italia aspettò fino al 21 ottobre 2011 per vederlo: la risposta del pubblico fu ambivalente, fra chi criticava il film per i suoi temi e la violenza e chi, invece, ne lodava la recitazione e la comicità, indecisione ben cristallizzata dalla votazione di 49% al Tomatometer e di 56% da parte del pubblico su Rotten Tomatoes15.

Sul piano economico però "Super” è stato un flop, debuttando in soli 11 cinema e facendo 46.549 $ nel weekend di lancio, a fronte di un budget di 2.5 milioni di $, per un totale al box office di 593.933 $ sul mercato mondiale. Un maggiore successo si è avuto nell’on-demand, con 1.5 milioni di dollari ricevuti dalla vendita di DVD e Blu-ray16. Secondo Rainn Wilson la causa di questo mancato successo è la ricerca di una nicchia troppo ristretta, delimitata dai temi e dalle meccaniche del film: è una commedia, ma anche un film d’azione e tuttavia anche un film drammatico17.

Per quanto riguarda la critica “Super” ha ricevuto nel 2011, al Fantasia Film Festival di Montreal18, il premio AQCC (Association Québécoise des Critiques de Cinema)19 insieme al documentario “Superheroes” di Michael Barnett, per aver catturato lo spirito di quello che è il più grande trend americano del momento, i supereroi.
The Holy Avenger (Nathan Fillion) e Demonwill (James Gunn)
Alcuni mesi prima dell’uscita di “Super” un altro film incentrato sulla nascita di un supereroe senza poteri venne rilasciato, fra marzo e aprile 2010: “Kick-Ass” di Matthew Vaughn, adattamento dell’omonimo fumetto Marvel Icon Imprint/Image Comics di Mark Millar (pubblicato fra il febbraio 2008 e l’agosto 2014 per un totale di 29 numeri divisi in Book 1, 2 & 3). Come già accennato, “Kick-Ass” mostra il processo di nascita di un giovanissimo vigilante, l’adolescente Dave Lizewski (Aaron Johnson), il quale narra sul proprio account MySpace le sue avventure contro il crimine nei panni di Kick-Ass. Durante il violento confronto con lo spacciatore Rasul, Kick-Ass è pressoché salvato da altri due eroi mascherati, Hit-Girl (ossia Mindy Macready, interpretata da Chloë Grace Moretz) e Big Daddy (Damon Macready, interpretato da Nicolas Cage), padre e figlia che diventeranno guida e supporto per Dave.

La coincidenza temporale di due film, solo apparentemente così simili, sottolinea proprio le reciproche differenze: oltre all’evidente contrapposizione di un prodotto originale e della trasposizione cinematografica di un fumetto (conclusosi nel 2013 con il sequel “Kick-Ass 2” di Jeff Wadlow, che racchiude gli eventi di Book 2 & 3), una grande differenza sta nella reazione de pubblico. Solo negli Stati Uniti, prima ancora del rilascio su larga scala, “Kick-Ass” ha fatto 12 milioni di dollari, rientrando in questa maniera metà del budget di produzione (che si aggira tra i 28 e i 30 milioni); il cinecomic di Millar arriverà a guadagnare più di 48 milioni negli Stati Uniti e altrettanto nel mercato mondiale, sfiorando un incasso a 9 cifre con i suoi 96 milioni di dollari, guadagnando più di tre volte il proprio budget. In questo modo “Kick-Ass” poté raggiungere la vetta della classifica e tenere testa al colossal Dreamworks “How to Train Your Dragon” e soccombendo solo mesi dopo al remake di “A Nightmare on Elm Street”.
A sinistra Kick-Ass di Matthew Vaughn (USA, 2010)


James Gunn, mentre lavorava a “Super”, riceve da Mark Millar, amico e creatore di “Kick-Ass”, la notizia della prossima uscita nelle sale della trasposizione cinematografica della propria storia: sebbene Gunn temesse che ciò potesse rendere il proprio film irrilevante, egli era convinto però di aver creato un prodotto completamente diverso da quello dell’amico, “Alla fine le storie sono molto diverse. Il nostro film è su di un tipo che si imbarca in una specie di viaggio spirituale e solo per caso indossa il costume di supereroe durante questo processo. Ma alla fine l’enfasi è sulla persona e non sul costume.” (“But in the end the stories are so different. Our movie is about a guy who’s on his own sort of spiritual quest and he just so happens to wear a superhero costume during it. But it’s really about the guy and not the costume”)20.

Sebbene il personaggio di Crimson Bolt appaia nei titoli di coda di “Brightburn” (film horror del 2019 prodotto da Gunn, scritto dai fratelli Mark e Brian Gunn e diretto da David Yorovesky), in quello che più di un cameo è un mezzo per confermare che le due storie si svolgono nello stesso mondo, il vero rapporto si ha fra “Super” e “Peacemaker”, serie tv HBO Max del 2022, spin-off di “The Suicide Squad” (2021) sull'omonimo personaggioSebbene Crimson Bolt e Peacemaker siano due personaggi estremamente diversi, i due prodotti sono accomunati da una violenza esplicita ma ironica, con scene di gore dettagliato accanto ad effetti e situazioni abbastanza cartoon-ish. Il legame più stretto tra i due prodotti, però, si ha prima ancora dello sviluppo delle rispettive storie: la scena di apertura.
A sinistra John Cena in una foto promozionale nel ruolo di Peacemaker


Super” ha come crediti di testa un montaggio animato21, sulle note di “Calling All Destroyers” della band Tsar, in cui i personaggi sono rappresentati in forma di animazione 2D, con lo stile dei disegni, non troppo precisi e abbastanza infantili, fatti da Frank; non manca tuttavia la componente violenta, ovviamente esagerata, con Abe che diventa un kaiju sputa fuoco, mentre Crimson Bolt vola in salvo della città e sconfigge il gigante grazie alla sua vista laser, continuando poi con investimenti assurdi, coniglietti salvati dallo stomaco di Mr. Range e chiavi inglesi boomerang. Le ultime sequenze vedono tutti i personaggi, buoni o cattivi che siano, ballare intorno a Crimson Bolt, con raggi di luce colorati puntati su di loro, coniglietti in formazione da Radio City Rockettes22 e tanto di finale col fiatone, quasi come la scena fosse stata girata in un teatro di posa e non animata.

Il teatro di posa è ben presente nella sigla iniziale di Peacemaker23, con tanto di quinte ben in vista: di nuovo, tutti i personaggi, anche quelli minori, si riuniscono in un assurdo balletto capeggiato dal sanguinario protagonista eponimo, compreso il suo amico pennuto, l’aquila Eagly, che corregge anche il punto del suo atterraggio, con un po’ di fiatone a becco aperto. Se gli effetti strampalati che dominavano l’animazione di “Super” sono venuti meno, il set fatto di neon e riflettori puntati sui personaggi (in armonia con la scelta musicale, la “Do ya wanna taste it?” degli Wig Wag, tanto rock quanto anni 80) rende ancora più evidente il contrasto tra i volti inespressivi dei personaggi e le loro movenze, a tratti buffe, a tratti decisamente reminiscenti dello stile del famoso coreografo americano Bob Fosse, come confermato dalla coreografa Charissa-Lee Barton24. Un effetto, questo, presente nella mente di James Gunn già dalla fase di scrittura della sceneggiatura25, per ribaltare ancora di più le aspettative che il pubblico può avere approcciandosi ad una serie tv incentrata su una figura così schietta quale Peacemaker. Persino John Cena si è arreso alla volontà di Gunn di farlo ballare: “Ho imparato due cose di James Gunn grazie al nostro rapporto. Uno: è ossessionato dalle mie mutande bianche. E, due: mi vuole sempre far ballare.” (“I’ve learned two things about James Gunn through our relationship. One: he’s obsessed with my tighty-whities. And, two: he always wants to make me dance.”).26
Super” è sicuramente stato un esperimento interessante per James Gunn, il suo vero, primo approccio al genere dei cinecomics: in esso si hanno, in maniera seminale, molte delle caratteristiche che Gunn svilupperà nelle opere successive, unendo alla trasposizione cinematografica di storie Marvel e DC il proprio marchio stilistico, fatto di violenza, ironia, anti-eroi con pochi scrupoli e un rapporto sempre più stretto fra narrazione e colonna sonora (sebbene già in “Slither” e in “Super” il coinvolgimento di Gunn fosse stato molto, con canzoni della propria band The Icons). Solo a quattro anni dall’uscita di “Super”, James Gunn tornerà, infatti, nelle sale come direttore e co-sceneggiatore del primo volume della trilogia marcata Marvel/Disney, film premiato da botteghino e critica, che ha sancito definitivamente la sua entrata nel moderno olimpo di Hollywood: “Guardiani della Galassia”.
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NOTE

1 Ispirato dall’esistente Bibleman, personaggio televisivo creato da Tony Salerno, mandato in onda tra il 1995 e il 2010, in tre diversi formati, “The Bibleman Show”, “The Bibleman Adventure” e “Bibleman: Powersource”. La storia segue Miles B. Peterson, un uomo ricco che però si affida a Dio e alla Bibbia nel punto più basso della sua vita, giurando di lottare il male con la parola di Dio, vestito con l’armatura di Dio, con il nome di Bibleman, lottando contro i nemici grazie alle Scritture. 

2 Influenzato anche dalla famiglia cattolica e dagli studi presso la scuola superiore gesuita St. Louis University, Gunn ama l’unione di sacro e grottesco, prendendo molta ispirazione per la scena della “chiamata divina” di Frank dalla lettura di The Varieties of Religious Experience di William James (1904), in cui ci si interroga sulla natura di esperienze mistiche del genere, siano esse causate da un potere più grande o dalla psiche umana, esperienze che Gunn ammette di aver provato in prima persona sin da bambino (qualsiasi sia la loro natura). The Varieties of Religious Experience è consultabile gratuitamente sul sito del Project Gutenberg

3 “[…] superheroes, especially those created in the golden age of comics in the 1930s and '40s, are manifestations of abrahamic ideals and values. While America has no official national religion, the majority of Americans look to Judeo- Christian faiths for their religious and mythological worldview. […] Superheroes embody this notion of divine power. They too are supernatural forces in human form. In many ways they resemble the ancient Greek gods, each one the physical manifestation of a different incredible power. […] Greek gods act a lot like humans: [they] simply have more power at their disposal than normal humans. Superheroes, on the other hand, struggle for a common good. They have a strong sense of right and wrong. […] In this way, they reflect the qualities of the divine power that inspired them: the monotheistic creator God described in the Bible. Superman is the iconic example of this type.”, da “Giant Robots and Superheroes: Manifestations of Divine Power, East and West”, di Frenchy Lunning e Crispin Freeman

4 Probabilmente si tratta di una parafrasi dal Vangelo di Matteo 22:14.

5 “Secondo Peter M. Coogan, gli autori di fumetti di supereroi nell’idearne i costumi si uniformano alla teoria dell’amplificazione mediante semplificazione formulata da Scott McCloud, che sostiene: «Quando astraiamo un’immagine facendone un cartoon, più che eliminare dei dettagli, ci concentriamo su dettagli specifici. Spogliando un’immagine fino al suo “significato” essenziale, un artista può amplificare quel significato in un modo impossibile per i disegni realistici», da “Da superuomo a supereroe. L’evoluzione del personaggio del superuomo nella letteratura di fantascienza e fumetto”, di Lorenzo Luppi, 2021, p.77, e da “Capire il fumetto. L’arte invisibile”, di Scott McCloud, 1999, p.38.

6 Frank ha una mentalità che non ammette sfumature, solo bianco e nero, quindi qualsiasi tipo di ingiustizia è posta sullo stesso piano e necessita una punizione, sia essa un grave crimine o una semplice prepotenza di tutti i giorni.

7 “Nel caso del supereroe, egli necessita di tenere segreta la propria identità in modo da tutelare se stesso e i propri cari da potenziali minacce e ritorsioni da parte dei suoi antagonisti, e soltanto pochi fidati alleati sono a conoscenza della sua duplice vita. […]Ma l’identità segreta è benaccetta dal pubblico anche per un’altra ragione: delineando un personaggio che vive due esistenze, una delle quali potrebbe essere quella di una persona qualunque, infatti, gli autori forniscono ai lettori una possibilità di identificazione con i propri beniamini a fumetti.”, da “Da superuomo a supereroe. L’evoluzione del personaggio del superuomo nella letteratura di fantascienza e fumetto”, di Lorenzo Luppi, 2021, p.79.

8 Proprio dalla creazione di Boltie, il film compie la sua metamorfosi, con una seconda parte decisamente più seria e violenta. Si potrebbe parlare di un caso di Cerebus Syndrome, come definito da Eric Burns-White.  

9 Boltie rovescia i canoni che delimitano la figura del side-kick, prendendo molta iniziativa, avendo meno scrupoli di Crimson Bolt e spingendo la sua volontà sull’eroe. “The most important task of the sidekick is to accompany the central character throughout the quest or the plot. In this respect, the sidekick assumes a subservient role to the master, often fulfilling the menial wishes of the central character. […] On one level, the sidekick acts as a sounding board for the main character, who explains his/her thoughts or intentions, even the most intimate. On another level, the companion represents the audience and through the interplay with the main character brings the audience into the story.” da “Side by Side: The Role of the Sidekick”, di Ron Buchanan, 2003, p.16-17.

10 Libby giustifica il suo allontanarsi, a causa del desiderio che nutre nei confronti di Frank, dal prototipo di side-kick dicendo che queste sono le cose che il lettore non vede nei fumetti, quello che accade tra i panel (“That’s what happens between the panels”).

11 Il cadavere, facendo da diversivo, presenta un cartello al collo con la scritta “Behind you”, citazione da “Batman Begins” di Christoher Nolan (2005).

12 Ezio Auditore, in effetti, è stato introdotto nel capitolo secondo della saga, “Assassin’s Creed II”, uscito nel 2009, quindi la reference alla sua famosissima Lama Celata è ben fondata.

13 Sarah, essendo la vittima da salvare, una “damsel in distress” è l’unica persona che conosce la vera identità di Crimson Bolt a sopravvivere nella storia, eccezione che conferma la regola del Death by secret identity. 

15 “Super” (2010), Rotten Tomatoes. 

16 “Super” (2010), The Numbers. 

17 Noelene Clark (21 maggio 2012), "Rainn Wilson: Why 'Super' struggled to find an audience", Los Angeles Times.

19 AQCC

21È possibile guardare la scena su Youtube. 

22 Le Radio City Rockettes sono una compagnia di ballo fondata nel 1925 e che da più di novanta anni si esibisce nel Radio City Music Hall di New York; sono state rese famose dai loro straordinari spettacoli di Natale e del Ringraziamento (all’interno della Macy’s Thanksgiving Day Parade) e per le loro formazioni in linea, debitrici dello stile delle ballerine di Can-can del Moulin Rouge di Parigi, come le varie kickline e la “Parata dei soldatini di legno”.

23 Il canale Youtube ufficiale della DC ha caricato la sigla in alta definizione, purtroppo senza il grido finale di Eagly. 

mercoledì 20 luglio 2022

Segreti di Famiglia (Recensione "The Strange Thing About the Johnsons" di Ari Aster)

Nel mondo dell’horror il nascondere un segreto agli occhi estranei è una tematica che è stata affrontata in varie salse: basti pensare a tutte le storie dove una setta religiosa o la Chiesa stessa custodisca dei segreti esoterici o le storie dove il protagonista indaga sullo strano comportamento del vicino di casa. Anche il regista Ari Aster si è cimentato in questo topos narrativo con il suo primo lungometraggio "Hereditary", dove un’intera famiglia è costretta ad affrontare degli scheletri nell’armadio tenuti nascosti per molto tempo. Questo tema però era stato già trattato in parte dal regista all’interno di un cortometraggio di trenta minuti che lo vedeva debuttare alla regia, "The Strange Thing About the Johnsons" del 2011.
Presentato come lavoro di laurea all’AFI Conservatory, un’ala specializzata dell’American Film Institute, il film verrà poi proiettato nello stesso anno allo Slamdance Film Festival, un evento annuale dedicato alle produzioni indipendenti nonché palcoscenico per i nuovi talenti. Il corto in seguito verrà trapelato online ricevendo un successo immediato e dividendo subito il popolo del web a causa delle tematiche trattate.

L’idea alla base del corto era già stata discussa da Aster durante il suo primo anno all’AFI assieme ad alcuni suoi amici e compagni di corso, che in seguito lo aiuteranno nella realizzazione del film. Tra questi ricordiamo Paweł Pogorzelski, direttore della fotografia che aiuterà Aster anche in "Hereditary" e "Midsommar" e Brandon Greenhouse, che interpreta uno dei personaggi principali.
Protagonisti del corto sono i Johnson, una classica famiglia afroamericana medio-borghese che nasconde un terribile segreto: il capofamiglia, il poeta e scrittore Sidney Johnson (interpretato da Billy Mayo), è coinvolto in rapporto incestuoso con suo figlio Isaiah (interpretato da Brandon Greenhouse).

Fin da subito notiamo come la sceneggiatura e in particolare i personaggi siano scritti in modo da rendere incredibilmente reale una situazione ai limiti del grottesco. Isaiah si comporta come il tipico aguzzino, sempre pronto a mortificare e colpevolizzare il padre degli abusi che gli perpetra, in modo da trovare sia una giustificazione per le sue azioni, sia per tenerlo sempre vicino in modo che non possa sfuggire al loro rapporto malato.
Sidney, complice anche l’ottima performance di Billy Mayo, si trasforma dal padre amoroso e comprensivo dei primi minuti del film, in un uomo distrutto nell’animo e nella psiche, che si chiede che cosa possa aver sbagliato per finire in una situazione del genere e che è ormai talmente intimorito dal figlio da non riuscire neanche a confessare le violenze subite, se non mettendole su scritto nel suo romanzo autobiografico Cocoon Man. La sua depressione si aggraverà sempre più nel corso della pellicola fino a portarlo, dopo aver subito l’ennesima violenza dal figlio, a una fuga disperata alla fine della quale lo attenderà solo la morte.

Anche la madre Joan (interpretata da Angela Bullock) merita una menzione importante. Nonostante sappia del rapporto incestuoso infatti, la donna decide di mantenere il silenzio e tenere la faccenda all’oscuro, in parte per proteggere la reputazione della famiglia agli occhi del vicinato, in parte per mantenere un’apparente normalità nella casa. Ciò lo si nota in una scena del corto dove decide di alzare il volume della televisione per coprire le urla del marito mentre viene violentato dal figlio. Questa ricerca morbosa della normalità non porterà altro che a un’esplosione di violenza nel finale, dove la madre ucciderà il figlio per poi bruciare l’unica copia scritta di Cocoon Man, seppellendo così il terribile segreto una volta per tutte.
Da un punto di vista registico notiamo fin da subito l’abilità di Aster nel costruire la tensione e questo lo si nota soprattutto nella scena dove Isaiah cerca di entrare nel bagno poco prima di violentare il padre per l’ultima volta. Non c’è alcun accompagnamento musicale, fatta esclusione per l’audiolibro che Sidney sta ascoltando in cuffia. La telecamera all’inizio inquadra Isaiah che bussa con calma la porta, come se volesse solo parlargli, per poi limitarsi a inquadrare il pomello della porta che comincia a esser forzata da Isaiah, il cui tono di voce, prima calmo e rilassato, comincia ad alzarsi e diventare sempre più rabbioso mentre cerca di chiamare il padre. Solo a quel punto Sidney si toglierà le cuffie, accorgendosi troppo tardi di quello che sta per succedere di lì a pochi attimi.  La scena si conclude quindi con Isaiah che sfonda la porta e con la telecamera che si avvicina sempre più al volto urlante di Sidney, totalmente indifeso e ormai nelle grinfie del suo aguzzino.
"The Strange Thing About the Johnsons" è insomma un ottimo cortometraggio che consiglio per chi ha intenzione di approfondire la cinematografia di Ari Aster dopo aver visto "Hereditary" e "Midsommar".  

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venerdì 11 ottobre 2019

Il tragico orrore del Joker (Recensione "Injustice for All")

Abbiamo parlato giusto settimana scorsa del film “Joker” di Toad Phillips, ancora sulle bocche di tutti, a metà tra un film da proibire ed un capolavoro da elogiare ed oggi già torniamo sull’argomento, ma cambiamo pellicola, cambiamo audience e genere di produzione, non più un grande budget, bensì una produzione indipendente, non autorizzata (come tengono a far sapere anche loro stessi nel video Youtube del corto che tratteremo), ma di grande qualità, capace di narrare una storia legata al clown principe del crimine contorta e disturbante, che miscela al dramma grossi dosi di body horror: "Injustice for All” di Danny Mooney del 2016. 
Nel manicomio criminale di Arkham, Lex Luthor (Donavan Darius), scortato dalla dottoressa Crane (Katya Pylova), interroga Harley Quinn (Erika Hoveland), oramai sfregiata al punto da essere irriconoscibile, comunicandogli della morte del Joker (Chris Newman) per mando di Superman e chiedendogli dove lo psicopatico abbia reperito la bomba nucleare che ha gettato su Metropolis, ricevendo, invece, una perturbante storia sulle origini del clown principe del crimine… 

Una versione del personaggio completamente inedita, assolutamente atipica e inquietante, drammatica e terrificante, un Joker condannato ad essere un mostro sin dalla nascita, vittima di una terribile malattia genetica che lo porterà a patire atroci sofferenze sia fisiche che sociali, emarginandolo al punto da rompere la sua mente, così come le piaghe gli aprono la pelle, rendendolo il folle criminale che tutti noi conosciamo. Questo Joker, infatti, è nato con una patologia, l’Ittiosi Arlecchino, che solitamente uccide i feti prima ancora che nascano, ma tale fortuna non è toccata al Joker, costretto in un corpo costantemente dolorante a subire le spaccature della sua stessa pelle senza una lozione adatta (che prende il posto del classico colorito o trucco bianco sul viso), incapace di sbattere le palpebre o, soprattutto, di chiudere le labbra, dando la parvenza di un perenne, sofferto, involontario, sorriso. Interessante anche come, nel corto, lo vediamo con i capelli verdi quasi solo per una casualità, in quanto indossa parrucche diverse in base al giorno, dei colori più disparati, tra cui il viola, altro colore iconico del criminale. Il vestiario, invece, resta più o meno lo stesso, seppure più incentrato verso un elegante classico, quasi antiquato, e meno clownesco.
Il punto di partenza dell’opera è, ovviamente, “Injustice”, presentandoci una rinarrazione degli eventi mostrati come prologo del videogame, ossia la strage di Metropolis per mano di Joker e la sua successiva uccisione da parte di Superman in persona, seppure, rapidamente, il cortometraggio ci si distacchi presentandoci, oltre al nostro Joker, una Harley Quinn quasi opposta a quella che siamo abituati a conoscere, una Harley Quinn tragica e grottesca, seppur caratterialmente praticamente invariata, distanziandosi nettamente anche da ciò che vediamo nel videogioco per donare una nuova luce ad un personaggio che sta perdendo la sua stessa identità dietro ad un marketing sfrenato e senza, quasi, rispetto.
Questa Harley Quinn, infatti, è una donna sulla soglia dei quaranta, ex psichiatra del joker, presumibilmente collega della dottoressa Crane (versione al femminile dello Spaventapasseri, si presume, nonostante, nel corto, non presenti alcun carattere del suo alterego da supercriminale e resti solo un simpatico omaggio), amante amata proprio del clown che, per patire le sue stesse sofferenze, per non farlo sentire solo, si deturperà orribilmente il volto, squartandosi le guance, esportandosi pezzi di pelle e dando poi fuoco al tutto, a seguito del rifiuto degli Star Labs di modificare il suo corredo genetico per generare una forzata Ittiosi Arlecchino.
Sia per il Joker che per Harley Quinn, il compartimento makeup svolge un lavoro perfetto, quasi impeccabile, ricreando due versioni estremamente più verosimili a livello di origini, ma molto più grottesche, delle due icone della criminalità di Gotham.  Anche la colonna sonora, molto da giallo o horror d'epoca, unita ad una funzionale e cupa fotografia, aiuta la pellicola a reggersi sui suoi piedi ed ad aumentare il senso di disagio che il film cerca di regalare ai suoi spettatori.

Alcune scene sono letteralmente immerse nel nero, nell'oscurità, mentre una luce quasi innaturale fa emergere i tratti dei personaggi mettendoli in risalto, creando una scena dai tratti quasi onirici, dalla forte ispirazione fumettistica. Molto d'impatto anche la sequenza dei titoli di coda capace quasi d'ipnotizzare lo spettatore fino alla fine di essi con una trovata semplice quanto ben realizzata e, anche in questo caso, macabra.
Meno convincente, ahimè, il costume donato a Catwoman (Jamie Bernadette), seppur molto fedele a quanto visto in “Injustice”, che compare in una breve sequenza, venendo avvertita dal Joker di ciò che farà dopo che, quest’ultimo, ha erroneamente ucciso una ragazza entrando nell’appartamento sbagliato in una scena, effettivamente, comica.
 
Proprio riguardo questa scena, interessante come il Joker uccida le sue vittime: le blocchi, forzi un sorriso con le dita e strappi loro le lingue a morsi, causando, a loro, un sorriso perenne e, a se stesso, le tipiche labbra rosse che, come tutto in questo corto, risultano anche più emblematiche e raccapriccianti, qualcosa che si vedrebbe tranquillamente in un qualche film horror. 

Insomma se “Joker” di Phillips non ha saziato la vostra voglia di clown principe del crimine e avete lo stomaco per una narrazione a tinte orripilanti visivamente e dark della nemesi del Cavaliere Oscuro, questo corto è sicuramente qualcosa che potrebbe risultare gradita, una vera e propria perla perduta tra le decine di fanmovies di poco conto di Batman.

Articolo di Robb P. Lestinci