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mercoledì 10 maggio 2023

Super - In principio c'era un eroe mascherato, armato di chiave inglese

 “Shut up, crime!”
(Frank/Crimson Bolt)

But it’s really about the guy and not the costume.”
(James Gunn)
Super è il primo film supereroistico che vede alla regia James Gunn, segnando un lungo filone di prodotti firmati da Gunn incentrati sugli eroi di grandi testate come Marvel e DC. Questo, in verità, non è stato il primo film a tema a cui Gunn lavorava: senza contare i film casalinghi girati insieme ai fratelli, nel 2000 Gunn aveva affiancato il regista Craig Mazin nella produzione di “The Specials”, film che segue dei supereroi di bassa lega, in cui Gunn interpretava Minuteman, oltre ad aver scritto, in meno di 3 settimane, la sceneggiatura. Super è il secondo film che vede James Gunn nel ruolo solista di regista, dopo l’esperienza del 2006 con “Slither”, ed è il film che sancisce legami molto stretti con attori che torneranno in numerosi, se non tutti, i prodotti di Gunn.

Gunn inizia a lavorare alla sceneggiatura di Super nel 2002 ma solo nel 2009 può dare il via alle riprese, durate 24 giorni a mala pena, tra il 9 dicembre 2009 e il 24 gennaio 2010, tra Shreveport, Louisiana, e Los Angeles (comprese location esistenti come la fumetteria ComicSmash); i tempi ristretti e la paga al minimo sindacale per tutti permisero di dirottare i soldi disponibili su altri versanti, tra cui gli effetti pratici e il montaggio.

Sebbene la sceneggiatura fosse pronta dal 2002, questa era stata sempre rifiutata per la troppa violenza, fino a quando la This Is That Production, la HanWay Films e la Ambush Entertainment decisero di produrla; all’inizio Gunn aveva in mente per il protagonista della sua opera Frank l’attore John C. Reilly, ma Jenna Fisher, ex moglie di Gunn e interprete di Pam nella serie tv “The Office”, propose il collega Rainn Wilson (Dwight in “The Office”), il quale inviò a sua volta la sceneggiatura ad Elliot Page, co-star nel film del 2007 “Juno”.
Frank Darbo (Rainn Wilson) è l’emblema dell’uomo mediocre americano, un cuoco in una tavola calda, sposato con Sarah (Liv Tyler), una cameriera che in passato ha avuto problemi con la droga; la vita di Frank è composta da solo due momenti di felicità, il suo matrimonio e la volta in cui ha “aiutato” un poliziotto a catturare un fuggitivo. Questa monotona vita tuttavia viene sconvolta quando Sarah scompare, andando a vivere con Jacques/Jock (Kevin Bacon), a cui Frank aveva anche offerto una colazione nella propria casa. Frank si dispera e cerca in ogni modo di salvare Sarah da Jacques, proprietario di uno strip club, pensando che la moglie sia stata rapita; mentre Frank si affligge a casa, riceve una visione divina che gli cambierà per sempre la vita: sotto l’influenza del supereroe cristiano Holy Avenger1 (Nathan Fillion, che interpreta un bizzarro supereroe che combatte i vizi e i peccati dei giovani, sconfiggendo sempre Demonswill, interpretato da James Gunn stesso), Frank osserva il soffitto della sua casa lacerarsi e viene avvinghiato dai tentacoli che popolavano un certo video erotico che stava guardando poco prima. Oltre ad avvinghiarlo, i tentacoli aprono il cranio di Frank fino ad esporre il suo cervello, mentre la voce di Dio (Rob Zombie) gli rivela il suo vero ruolo, combattere le forze del male2.

Sentendosi ora investito di potere da Dio3 (tanto da scrivere sul muro di casa “Some of His children are chosen4), Frank si dirige in fumetteria per capire come funzionano i supereroi: Libby (Elliot Page) lavora in fumetteria e consiglia Frank cercando di avvicinarlo al mondo dei supereroi senza poteri. Dopo aver creato un costume5, incorporando la maschera rossa vista nella “profezia” e dandosi il nome di Crimson Bolt, Frank si dedica alla lotta al crimine, con risultati alterni e nemici fra i più diversi, passando da spacciatori, borseggiatori e pedofili a persone che commettono piccole ingiustizie quotidiane. Il momento in cui la psiche di Frank si mostra appieno nella sua confusione è quando, mentre è in fila al cinema, un uomo ruba il posto agli altri facendo finta di parlare con un’amica: la rabbia di Frank è così forte da spingerlo ad abbandonare la coda, indossare goffamente il costume da vigilante in macchina e impartire la propria lezione di giustizia sui due “criminali”, a colpi di chiave inglese, la sua arma preferita6.
Crimson Bolt è dapprima visto dai media e dalla società come un pericolo, un folle mascherato che picchia la gente per strada, ma quando cominciano a venire a galla i crimini commessi da quelle che fino a quel momento erano considerate vittime, il pubblico si schiera dalla parte di Frank, eletto paladino della città. Ma ciò che spinge veramente Frank è il desiderio di salvare Sarah, arrivando a seguire gli scagnozzi di Jacques, Abe (Michael Rooker), Toby (Sean Gunn) e Quill (Stephen Blackehart), fino alla sua villa, quartier generale dei suoi traffici di droga: preso dal fervore (mistico) Crimson Bolt cerca di entrare nella casa ma, scoperto, viene rincorso e ferito da una pallottola alla gamba, oltre ad aver visto la propria identità segreta svelata. Per molti personaggi infatti la coincidenza fra Frank e Crimson Bolt alterna tra la malcelata verità, con ricadute ironiche, e l’impossibilità, dal momento che l'uomo è da tutti reputato un debole; egli si preoccupa continuamente di essere scoperto (soprattutto dal Detective Felkner, interpretato da Gregg Henry, detective che verrà ucciso dagli uomini di Jacques, per un equivoco), sebbene non riesca a rimanere impassibile quando i notiziari parlano del suo alter ego7. Si trova però costretto a smascherarsi quando, a malapena scampato dagli scagnozzi di Jacques, deve recarsi da Libby, interrompendo la sua festa per la casa nuova e chiedendole aiuto con la ferita alla gamba. Libby accoglie la sua confessione con estremo entusiasmo, proponendosi immediatamente come sidekick, fino a giungere al nome di Boltie e al costume verde e giallo.

Al fianco di Crimson Bolt, Boltie si rivela essere molto violenta8, spinta da un desiderio di vendetta, o meglio una sete di sangue, desiderio opposto a quello di Frank; i due seminano il panico fra i criminali (e non) della città9. Proprio quando Frank decide di allontanare Libby, un pericolo per sé e per gli altri, lei lo salva da un’imboscata degli uomini di Jacques; obtorto collo Frank decide di darle una seconda opportunità, anche se è stanco di rifiutare le continue avances della ragazza10. Quella stessa sera Frank viene svegliato da una goffamente provocante Libby, la quale approfitta della confusione dell’uomo e lo stupra; mentre Libby si scusa, dando la colpa a un sonnambulismo del sesso (sexsomnia), Frank corre in bagno per vomitare, vedendo finalmente Libby come uno dei tanti demoni che popolano il mondo, i suoi nemici, e ricordandosi qual è il suo vero obiettivo: salvare Sarah.
Frank e Libby (che sembra essere stata almeno in parte perdonata dal protagonista) fanno shopping di armi, imparando a costruire bombe e a sparare con precisione: si preparano per il climax del film, il raid nella villa di Jacques. Crimson Bolt e Boltie assalgono la villa proprio mentre Jacques sta facendo affari con un altro spacciatore, Mr. Range (Don Mac), a cui Jacques ha promesso Sarah. Crimson Bolt e Boltie attaccano le guardie poste nel giardino: nello scontro, Frank viene colpito, fortunatamente sul giacchetto antiproiettile, mentre Libby viene colpita alla testa. La violenza, la rabbia e il dolore di Frank sono allo stesso momento estremamente grafici e tipici di un fumetto: le azioni sono spesso inverosimili, sottolineate dalle onomatopee poste in post-produzione sopra il girato, ma la violenza e i suoi effetti non sono per niente edulcorati, anzi enfatizzati, in una ricerca del gore estremo. Spinto, ora, anche dalla voglia di vendicare Libby, Frank irrompe nella villa, ingannando gli scagnozzi di Jacques con un cadavere/fantoccio11; il frastuono interrompe Mr. Range, impedendo in parte lo stupro di Sarah: il criminale viene ucciso in poco, mentre Jacques cerca di fuggire e di completare la truffa intavolata a discapito del defunto.

Si giunge quindi al confronto diretto fra Frak e Jacques, fra eroe e arcinemesi: Frank viene colpito da una delle pallottole di Jacques, ma nella lotta corpo a corpo, Frank riesce a ferire mortalmente Jacques grazie a delle lame nascoste, dei veri assi nella manica degni di Ezio Auditore del franchise videoludico Ubisoft “Assassin’s Creed12. Frank porta quindi in salvo, lontano dalla scena del massacro, una Sarah visibilmente sotto shock13. Sarah rimarrà alcuni mesi a casa con Frank, sentendosi in debito, poi, decide di andarsene: Frank trova casa vuota, ma accetta la sua decisione. Sarah riesce a combattere le sue dipendenze, sposa u uomo di nome Patrick e ha quattro figli che chiamano Frank “zio”: per Frank sono loro il futuro dell’umanità e, insieme al suo coniglietto domestico, riesce ad avere un approccio positivo alla vita, ricordando i molti momenti felici della sua vita, compresa la memoria di Libby.
Illustrazione originale di Alessia Sorbelli
La prima proiezione di “Super” si ebbe il 12 settembre 2010 al Toronto International Film Festival14, per la programmazione “Midnight Madness”. L’uscita nelle sale americane si ebbe il primo aprile 2011, mentre l’Italia aspettò fino al 21 ottobre 2011 per vederlo: la risposta del pubblico fu ambivalente, fra chi criticava il film per i suoi temi e la violenza e chi, invece, ne lodava la recitazione e la comicità, indecisione ben cristallizzata dalla votazione di 49% al Tomatometer e di 56% da parte del pubblico su Rotten Tomatoes15.

Sul piano economico però "Super” è stato un flop, debuttando in soli 11 cinema e facendo 46.549 $ nel weekend di lancio, a fronte di un budget di 2.5 milioni di $, per un totale al box office di 593.933 $ sul mercato mondiale. Un maggiore successo si è avuto nell’on-demand, con 1.5 milioni di dollari ricevuti dalla vendita di DVD e Blu-ray16. Secondo Rainn Wilson la causa di questo mancato successo è la ricerca di una nicchia troppo ristretta, delimitata dai temi e dalle meccaniche del film: è una commedia, ma anche un film d’azione e tuttavia anche un film drammatico17.

Per quanto riguarda la critica “Super” ha ricevuto nel 2011, al Fantasia Film Festival di Montreal18, il premio AQCC (Association Québécoise des Critiques de Cinema)19 insieme al documentario “Superheroes” di Michael Barnett, per aver catturato lo spirito di quello che è il più grande trend americano del momento, i supereroi.
The Holy Avenger (Nathan Fillion) e Demonwill (James Gunn)
Alcuni mesi prima dell’uscita di “Super” un altro film incentrato sulla nascita di un supereroe senza poteri venne rilasciato, fra marzo e aprile 2010: “Kick-Ass” di Matthew Vaughn, adattamento dell’omonimo fumetto Marvel Icon Imprint/Image Comics di Mark Millar (pubblicato fra il febbraio 2008 e l’agosto 2014 per un totale di 29 numeri divisi in Book 1, 2 & 3). Come già accennato, “Kick-Ass” mostra il processo di nascita di un giovanissimo vigilante, l’adolescente Dave Lizewski (Aaron Johnson), il quale narra sul proprio account MySpace le sue avventure contro il crimine nei panni di Kick-Ass. Durante il violento confronto con lo spacciatore Rasul, Kick-Ass è pressoché salvato da altri due eroi mascherati, Hit-Girl (ossia Mindy Macready, interpretata da Chloë Grace Moretz) e Big Daddy (Damon Macready, interpretato da Nicolas Cage), padre e figlia che diventeranno guida e supporto per Dave.

La coincidenza temporale di due film, solo apparentemente così simili, sottolinea proprio le reciproche differenze: oltre all’evidente contrapposizione di un prodotto originale e della trasposizione cinematografica di un fumetto (conclusosi nel 2013 con il sequel “Kick-Ass 2” di Jeff Wadlow, che racchiude gli eventi di Book 2 & 3), una grande differenza sta nella reazione de pubblico. Solo negli Stati Uniti, prima ancora del rilascio su larga scala, “Kick-Ass” ha fatto 12 milioni di dollari, rientrando in questa maniera metà del budget di produzione (che si aggira tra i 28 e i 30 milioni); il cinecomic di Millar arriverà a guadagnare più di 48 milioni negli Stati Uniti e altrettanto nel mercato mondiale, sfiorando un incasso a 9 cifre con i suoi 96 milioni di dollari, guadagnando più di tre volte il proprio budget. In questo modo “Kick-Ass” poté raggiungere la vetta della classifica e tenere testa al colossal Dreamworks “How to Train Your Dragon” e soccombendo solo mesi dopo al remake di “A Nightmare on Elm Street”.
A sinistra Kick-Ass di Matthew Vaughn (USA, 2010)


James Gunn, mentre lavorava a “Super”, riceve da Mark Millar, amico e creatore di “Kick-Ass”, la notizia della prossima uscita nelle sale della trasposizione cinematografica della propria storia: sebbene Gunn temesse che ciò potesse rendere il proprio film irrilevante, egli era convinto però di aver creato un prodotto completamente diverso da quello dell’amico, “Alla fine le storie sono molto diverse. Il nostro film è su di un tipo che si imbarca in una specie di viaggio spirituale e solo per caso indossa il costume di supereroe durante questo processo. Ma alla fine l’enfasi è sulla persona e non sul costume.” (“But in the end the stories are so different. Our movie is about a guy who’s on his own sort of spiritual quest and he just so happens to wear a superhero costume during it. But it’s really about the guy and not the costume”)20.

Sebbene il personaggio di Crimson Bolt appaia nei titoli di coda di “Brightburn” (film horror del 2019 prodotto da Gunn, scritto dai fratelli Mark e Brian Gunn e diretto da David Yorovesky), in quello che più di un cameo è un mezzo per confermare che le due storie si svolgono nello stesso mondo, il vero rapporto si ha fra “Super” e “Peacemaker”, serie tv HBO Max del 2022, spin-off di “The Suicide Squad” (2021) sull'omonimo personaggioSebbene Crimson Bolt e Peacemaker siano due personaggi estremamente diversi, i due prodotti sono accomunati da una violenza esplicita ma ironica, con scene di gore dettagliato accanto ad effetti e situazioni abbastanza cartoon-ish. Il legame più stretto tra i due prodotti, però, si ha prima ancora dello sviluppo delle rispettive storie: la scena di apertura.
A sinistra John Cena in una foto promozionale nel ruolo di Peacemaker


Super” ha come crediti di testa un montaggio animato21, sulle note di “Calling All Destroyers” della band Tsar, in cui i personaggi sono rappresentati in forma di animazione 2D, con lo stile dei disegni, non troppo precisi e abbastanza infantili, fatti da Frank; non manca tuttavia la componente violenta, ovviamente esagerata, con Abe che diventa un kaiju sputa fuoco, mentre Crimson Bolt vola in salvo della città e sconfigge il gigante grazie alla sua vista laser, continuando poi con investimenti assurdi, coniglietti salvati dallo stomaco di Mr. Range e chiavi inglesi boomerang. Le ultime sequenze vedono tutti i personaggi, buoni o cattivi che siano, ballare intorno a Crimson Bolt, con raggi di luce colorati puntati su di loro, coniglietti in formazione da Radio City Rockettes22 e tanto di finale col fiatone, quasi come la scena fosse stata girata in un teatro di posa e non animata.

Il teatro di posa è ben presente nella sigla iniziale di Peacemaker23, con tanto di quinte ben in vista: di nuovo, tutti i personaggi, anche quelli minori, si riuniscono in un assurdo balletto capeggiato dal sanguinario protagonista eponimo, compreso il suo amico pennuto, l’aquila Eagly, che corregge anche il punto del suo atterraggio, con un po’ di fiatone a becco aperto. Se gli effetti strampalati che dominavano l’animazione di “Super” sono venuti meno, il set fatto di neon e riflettori puntati sui personaggi (in armonia con la scelta musicale, la “Do ya wanna taste it?” degli Wig Wag, tanto rock quanto anni 80) rende ancora più evidente il contrasto tra i volti inespressivi dei personaggi e le loro movenze, a tratti buffe, a tratti decisamente reminiscenti dello stile del famoso coreografo americano Bob Fosse, come confermato dalla coreografa Charissa-Lee Barton24. Un effetto, questo, presente nella mente di James Gunn già dalla fase di scrittura della sceneggiatura25, per ribaltare ancora di più le aspettative che il pubblico può avere approcciandosi ad una serie tv incentrata su una figura così schietta quale Peacemaker. Persino John Cena si è arreso alla volontà di Gunn di farlo ballare: “Ho imparato due cose di James Gunn grazie al nostro rapporto. Uno: è ossessionato dalle mie mutande bianche. E, due: mi vuole sempre far ballare.” (“I’ve learned two things about James Gunn through our relationship. One: he’s obsessed with my tighty-whities. And, two: he always wants to make me dance.”).26
Super” è sicuramente stato un esperimento interessante per James Gunn, il suo vero, primo approccio al genere dei cinecomics: in esso si hanno, in maniera seminale, molte delle caratteristiche che Gunn svilupperà nelle opere successive, unendo alla trasposizione cinematografica di storie Marvel e DC il proprio marchio stilistico, fatto di violenza, ironia, anti-eroi con pochi scrupoli e un rapporto sempre più stretto fra narrazione e colonna sonora (sebbene già in “Slither” e in “Super” il coinvolgimento di Gunn fosse stato molto, con canzoni della propria band The Icons). Solo a quattro anni dall’uscita di “Super”, James Gunn tornerà, infatti, nelle sale come direttore e co-sceneggiatore del primo volume della trilogia marcata Marvel/Disney, film premiato da botteghino e critica, che ha sancito definitivamente la sua entrata nel moderno olimpo di Hollywood: “Guardiani della Galassia”.
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NOTE

1 Ispirato dall’esistente Bibleman, personaggio televisivo creato da Tony Salerno, mandato in onda tra il 1995 e il 2010, in tre diversi formati, “The Bibleman Show”, “The Bibleman Adventure” e “Bibleman: Powersource”. La storia segue Miles B. Peterson, un uomo ricco che però si affida a Dio e alla Bibbia nel punto più basso della sua vita, giurando di lottare il male con la parola di Dio, vestito con l’armatura di Dio, con il nome di Bibleman, lottando contro i nemici grazie alle Scritture. 

2 Influenzato anche dalla famiglia cattolica e dagli studi presso la scuola superiore gesuita St. Louis University, Gunn ama l’unione di sacro e grottesco, prendendo molta ispirazione per la scena della “chiamata divina” di Frank dalla lettura di The Varieties of Religious Experience di William James (1904), in cui ci si interroga sulla natura di esperienze mistiche del genere, siano esse causate da un potere più grande o dalla psiche umana, esperienze che Gunn ammette di aver provato in prima persona sin da bambino (qualsiasi sia la loro natura). The Varieties of Religious Experience è consultabile gratuitamente sul sito del Project Gutenberg

3 “[…] superheroes, especially those created in the golden age of comics in the 1930s and '40s, are manifestations of abrahamic ideals and values. While America has no official national religion, the majority of Americans look to Judeo- Christian faiths for their religious and mythological worldview. […] Superheroes embody this notion of divine power. They too are supernatural forces in human form. In many ways they resemble the ancient Greek gods, each one the physical manifestation of a different incredible power. […] Greek gods act a lot like humans: [they] simply have more power at their disposal than normal humans. Superheroes, on the other hand, struggle for a common good. They have a strong sense of right and wrong. […] In this way, they reflect the qualities of the divine power that inspired them: the monotheistic creator God described in the Bible. Superman is the iconic example of this type.”, da “Giant Robots and Superheroes: Manifestations of Divine Power, East and West”, di Frenchy Lunning e Crispin Freeman

4 Probabilmente si tratta di una parafrasi dal Vangelo di Matteo 22:14.

5 “Secondo Peter M. Coogan, gli autori di fumetti di supereroi nell’idearne i costumi si uniformano alla teoria dell’amplificazione mediante semplificazione formulata da Scott McCloud, che sostiene: «Quando astraiamo un’immagine facendone un cartoon, più che eliminare dei dettagli, ci concentriamo su dettagli specifici. Spogliando un’immagine fino al suo “significato” essenziale, un artista può amplificare quel significato in un modo impossibile per i disegni realistici», da “Da superuomo a supereroe. L’evoluzione del personaggio del superuomo nella letteratura di fantascienza e fumetto”, di Lorenzo Luppi, 2021, p.77, e da “Capire il fumetto. L’arte invisibile”, di Scott McCloud, 1999, p.38.

6 Frank ha una mentalità che non ammette sfumature, solo bianco e nero, quindi qualsiasi tipo di ingiustizia è posta sullo stesso piano e necessita una punizione, sia essa un grave crimine o una semplice prepotenza di tutti i giorni.

7 “Nel caso del supereroe, egli necessita di tenere segreta la propria identità in modo da tutelare se stesso e i propri cari da potenziali minacce e ritorsioni da parte dei suoi antagonisti, e soltanto pochi fidati alleati sono a conoscenza della sua duplice vita. […]Ma l’identità segreta è benaccetta dal pubblico anche per un’altra ragione: delineando un personaggio che vive due esistenze, una delle quali potrebbe essere quella di una persona qualunque, infatti, gli autori forniscono ai lettori una possibilità di identificazione con i propri beniamini a fumetti.”, da “Da superuomo a supereroe. L’evoluzione del personaggio del superuomo nella letteratura di fantascienza e fumetto”, di Lorenzo Luppi, 2021, p.79.

8 Proprio dalla creazione di Boltie, il film compie la sua metamorfosi, con una seconda parte decisamente più seria e violenta. Si potrebbe parlare di un caso di Cerebus Syndrome, come definito da Eric Burns-White.  

9 Boltie rovescia i canoni che delimitano la figura del side-kick, prendendo molta iniziativa, avendo meno scrupoli di Crimson Bolt e spingendo la sua volontà sull’eroe. “The most important task of the sidekick is to accompany the central character throughout the quest or the plot. In this respect, the sidekick assumes a subservient role to the master, often fulfilling the menial wishes of the central character. […] On one level, the sidekick acts as a sounding board for the main character, who explains his/her thoughts or intentions, even the most intimate. On another level, the companion represents the audience and through the interplay with the main character brings the audience into the story.” da “Side by Side: The Role of the Sidekick”, di Ron Buchanan, 2003, p.16-17.

10 Libby giustifica il suo allontanarsi, a causa del desiderio che nutre nei confronti di Frank, dal prototipo di side-kick dicendo che queste sono le cose che il lettore non vede nei fumetti, quello che accade tra i panel (“That’s what happens between the panels”).

11 Il cadavere, facendo da diversivo, presenta un cartello al collo con la scritta “Behind you”, citazione da “Batman Begins” di Christoher Nolan (2005).

12 Ezio Auditore, in effetti, è stato introdotto nel capitolo secondo della saga, “Assassin’s Creed II”, uscito nel 2009, quindi la reference alla sua famosissima Lama Celata è ben fondata.

13 Sarah, essendo la vittima da salvare, una “damsel in distress” è l’unica persona che conosce la vera identità di Crimson Bolt a sopravvivere nella storia, eccezione che conferma la regola del Death by secret identity. 

15 “Super” (2010), Rotten Tomatoes. 

16 “Super” (2010), The Numbers. 

17 Noelene Clark (21 maggio 2012), "Rainn Wilson: Why 'Super' struggled to find an audience", Los Angeles Times.

19 AQCC

21È possibile guardare la scena su Youtube. 

22 Le Radio City Rockettes sono una compagnia di ballo fondata nel 1925 e che da più di novanta anni si esibisce nel Radio City Music Hall di New York; sono state rese famose dai loro straordinari spettacoli di Natale e del Ringraziamento (all’interno della Macy’s Thanksgiving Day Parade) e per le loro formazioni in linea, debitrici dello stile delle ballerine di Can-can del Moulin Rouge di Parigi, come le varie kickline e la “Parata dei soldatini di legno”.

23 Il canale Youtube ufficiale della DC ha caricato la sigla in alta definizione, purtroppo senza il grido finale di Eagly. 

mercoledì 20 luglio 2022

Segreti di Famiglia (Recensione "The Strange Thing About the Johnsons" di Ari Aster)

Nel mondo dell’horror il nascondere un segreto agli occhi estranei è una tematica che è stata affrontata in varie salse: basti pensare a tutte le storie dove una setta religiosa o la Chiesa stessa custodisca dei segreti esoterici o le storie dove il protagonista indaga sullo strano comportamento del vicino di casa. Anche il regista Ari Aster si è cimentato in questo topos narrativo con il suo primo lungometraggio "Hereditary", dove un’intera famiglia è costretta ad affrontare degli scheletri nell’armadio tenuti nascosti per molto tempo. Questo tema però era stato già trattato in parte dal regista all’interno di un cortometraggio di trenta minuti che lo vedeva debuttare alla regia, "The Strange Thing About the Johnsons" del 2011.
Presentato come lavoro di laurea all’AFI Conservatory, un’ala specializzata dell’American Film Institute, il film verrà poi proiettato nello stesso anno allo Slamdance Film Festival, un evento annuale dedicato alle produzioni indipendenti nonché palcoscenico per i nuovi talenti. Il corto in seguito verrà trapelato online ricevendo un successo immediato e dividendo subito il popolo del web a causa delle tematiche trattate.

L’idea alla base del corto era già stata discussa da Aster durante il suo primo anno all’AFI assieme ad alcuni suoi amici e compagni di corso, che in seguito lo aiuteranno nella realizzazione del film. Tra questi ricordiamo Paweł Pogorzelski, direttore della fotografia che aiuterà Aster anche in "Hereditary" e "Midsommar" e Brandon Greenhouse, che interpreta uno dei personaggi principali.
Protagonisti del corto sono i Johnson, una classica famiglia afroamericana medio-borghese che nasconde un terribile segreto: il capofamiglia, il poeta e scrittore Sidney Johnson (interpretato da Billy Mayo), è coinvolto in rapporto incestuoso con suo figlio Isaiah (interpretato da Brandon Greenhouse).

Fin da subito notiamo come la sceneggiatura e in particolare i personaggi siano scritti in modo da rendere incredibilmente reale una situazione ai limiti del grottesco. Isaiah si comporta come il tipico aguzzino, sempre pronto a mortificare e colpevolizzare il padre degli abusi che gli perpetra, in modo da trovare sia una giustificazione per le sue azioni, sia per tenerlo sempre vicino in modo che non possa sfuggire al loro rapporto malato.
Sidney, complice anche l’ottima performance di Billy Mayo, si trasforma dal padre amoroso e comprensivo dei primi minuti del film, in un uomo distrutto nell’animo e nella psiche, che si chiede che cosa possa aver sbagliato per finire in una situazione del genere e che è ormai talmente intimorito dal figlio da non riuscire neanche a confessare le violenze subite, se non mettendole su scritto nel suo romanzo autobiografico Cocoon Man. La sua depressione si aggraverà sempre più nel corso della pellicola fino a portarlo, dopo aver subito l’ennesima violenza dal figlio, a una fuga disperata alla fine della quale lo attenderà solo la morte.

Anche la madre Joan (interpretata da Angela Bullock) merita una menzione importante. Nonostante sappia del rapporto incestuoso infatti, la donna decide di mantenere il silenzio e tenere la faccenda all’oscuro, in parte per proteggere la reputazione della famiglia agli occhi del vicinato, in parte per mantenere un’apparente normalità nella casa. Ciò lo si nota in una scena del corto dove decide di alzare il volume della televisione per coprire le urla del marito mentre viene violentato dal figlio. Questa ricerca morbosa della normalità non porterà altro che a un’esplosione di violenza nel finale, dove la madre ucciderà il figlio per poi bruciare l’unica copia scritta di Cocoon Man, seppellendo così il terribile segreto una volta per tutte.
Da un punto di vista registico notiamo fin da subito l’abilità di Aster nel costruire la tensione e questo lo si nota soprattutto nella scena dove Isaiah cerca di entrare nel bagno poco prima di violentare il padre per l’ultima volta. Non c’è alcun accompagnamento musicale, fatta esclusione per l’audiolibro che Sidney sta ascoltando in cuffia. La telecamera all’inizio inquadra Isaiah che bussa con calma la porta, come se volesse solo parlargli, per poi limitarsi a inquadrare il pomello della porta che comincia a esser forzata da Isaiah, il cui tono di voce, prima calmo e rilassato, comincia ad alzarsi e diventare sempre più rabbioso mentre cerca di chiamare il padre. Solo a quel punto Sidney si toglierà le cuffie, accorgendosi troppo tardi di quello che sta per succedere di lì a pochi attimi.  La scena si conclude quindi con Isaiah che sfonda la porta e con la telecamera che si avvicina sempre più al volto urlante di Sidney, totalmente indifeso e ormai nelle grinfie del suo aguzzino.
"The Strange Thing About the Johnsons" è insomma un ottimo cortometraggio che consiglio per chi ha intenzione di approfondire la cinematografia di Ari Aster dopo aver visto "Hereditary" e "Midsommar".  

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martedì 1 dicembre 2020

Un paese delle meraviglie corrotto (Recensione "American McGee's Alice" e "Alice: Madness Returns")

Alice nel Paese delle Meraviglie, scritto da Lewis Carroll (pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson), è sicuramente uno dei libri più importanti e famosi di sempre; la novella vede la titolare protagonista che, dopo aver seguito un coniglio bianco giù per la sua tana, si ritrova in un mondo fantastico popolato da personaggi peculiari e bizzarri, ritrovandosi in situazioni al limite dell’assurdo. Sei anni dopo (nel 1871) uscì il seguito, Attraverso lo Specchio, che vede la giovane ragazza entrare all’interno di uno specchio ritrovandosi in un mondo dove tutto è al contrario.

Le avventure della piccola Alice Liddell hanno ispirato svariati artisti e produzioni di tutti i tipi: da libri di ogni genere possibile a film e serie TV, da canzoni a videogiochi, come nel caso della serie videoludica Alice, creata da American McGee, un sviluppatore di videogiochi che, prima di concentrarsi su questi due giochi (entrambi platformers d’azione in terza persona), lavorò nella produzione di molti titoli importanti come Doom e Quake.

Il primo capitolo è American McGee’s Alice, uscito nel 2000 per computer e poi reso disponibile digitalmente per Xbox 360 e PS3 nel 2011. è stato sviluppato da Rogue Entertainment e prodotto da Electronic Arts. Il gioco inizia con un incendio che si divampa per la casa della famiglia Liddell, uccidendo tutti i membri eccetto la giovane Alice, che verrà rinchiusa in un manicomio per svariati anni, dove vive in uno stadio catatonico con un profondo senso di colpa per la morte della sua famiglia. Ormai andata mentalmente, ritornerà nel Paese delle Meraviglie che non è più un posto felice e solare, ma corrotto e dannato a causa della Regina di Cuori. Per ristabilire l’ordine, Alice partirà per una nuova avventura per arrivare e sconfiggere la malvagia Regina, salvando sia il Paese delle Meraviglie che se stessa.

La storia si svolge dentro la testa della nostra protagonista che distorce la realtà con la sua immaginazione, riflettendo la sua situazione mentale nel Paese della Meraviglie. Questo mondo immaginario è corrotto e mortale, infatti Alice assiste alla morte di svariati personaggi nel corso della sua avventura, vedendo anche il cambiamento sia dei luoghi che dei personaggi: alcuni sono diventati malinconici e tristi, altri nemici della nostra protagonista.

Il gameplay in sé non è malaccio e la varietà di armi rende il combattimento, una parte fondamentale in questo gioco, molto più interessante. I livelli sono originali e si presentano con puzzle o caratteristiche diverse tra loro. La colonna sonora è fantastica, così come le atmosfere; i difetti del gioco sono pressoché legati al gameplay: ad esempio, quando Alice viene attaccata dai nemici mentre è in aria, il suo personaggio viene “lanciato” in lontananza rischiando di farla cadere da un precipizio. I controlli sono un po’ meccanici, ma dopo un po’ ci si prende la mano. Un altro fastidio è il fatto che la lingua disponibile sia solo l'inglese, ma se riuscite a masticarlo non dovrebbe essere un problema.

È un titolo che consiglio se la premessa vi ha interessato, o se siete fan del suo seguito, Alice: Madness Returns.

Alice: Madness Returns, uscito nel 2011, è il secondo capitolo della serie e sono sicuro che lo conosciate, dato che è molto popolare. È disponibile per PS3, Xbox 360 e Windows. È stato sviluppato da Spicy Horse e prodotto anche questa volta da Electronic Arts.

Il videogioco è ambientato un anno dopo la fine del primo capitolo: Alice lavora in un orfanotrofio mentre si fa curare da uno psicologo, ancora affetta dal trauma della morte della sua famiglia e dall’incendio. Un giorno però, si ritroverà nuovamente nel Paese delle Meraviglie, più precisamente nella Valle delle Lacrime, scoprendo che c’è una nuova minaccia, il Treno Infernale, che sta distruggendo pezzo dopo pezzo il Paese delle Meraviglie. Nel frattempo, inizia a ricordare dettagli dell’incendio e svela il mistero dietro la morte della sua famiglia. È diviso in sei capitoli e in ognuno di essi vediamo sia parti della Londra vittoriana del 1875 che parti del Paese delle Meraviglie, che anche questa volta riflette situazioni reali distorte dalla mente della protagonista; questa volta però, i ricordi che Alice sbloccherà e le analogie tra la realtà e la sua immaginazione l'aiuteranno sia a risolvere il mistero dietro la morte della sua famiglia, che a rendersi di conto di quello che succede intorno a lei.

Il gioco si concentra molto sulla psiche della protagonista e su una storyline ben costruita. I movimenti del personaggio sono fluidi e migliori rispetto al prequel, stessa cosa per quanto riguarda i combattimenti, nonostante non ci siano moltissime armi. La grafica e la direzione artistica sono semplicemente mozzafiato e reggono il passo con giochi più moderni. La colonna sonora è, nuovamente, magnifica, così come le sezioni del Paese delle Meraviglie che visiteremo, assieme ad alcune parti della Londra vittoriana. I difetti però ci sono e si fanno sentire: il gioco ha un solo boss, quello finale, e i nemici sono abbastanza generici. I momenti in cui siamo nella Londra Vittoriana sono pochi e sarebbe stato gradito poterla osservare un po’ di più. Il gameplay in sé è ripetitivo e può stancare, i livelli tra loro non presentano grandi caratteristiche che li differenziano e li rendono freschi, ad eccetto dell'ambientazione e dei vestiti che Alice cambierà ad ogni capitolo. I puzzle presenti diventano noiosi dopo un po', mentre i livelli in 2D non sono proprio il massimo. Rimane pur sempre un solido gioco che consiglio caldamente, che dispone anche di un ottimo doppiaggio in italiano.

Un sequel, che avrebbe dovuto essere l’ultimo capitolo di una trilogia dedicata ad Alice, sarebbe stato Alice: Otherlands, che  era stato pensato come un MMO, dove Alice entra all’interno della mente di altre persone, le “Otherlands” per appunto per cercare di aiutarle.  L’idea di un gameplay così diverso non è piaciuta particolarmente, così, tramite KickStarter, McGee comprò i diritti di Alice per realizzare due corti animati su questo concetto: Leviathan, realizzato in computer grafica, vede la nostra protagonista entrare dentro la mente di Jules Werne, e A Night in the Opera, realizzato in stop motion, dove Alice entra nella Otherland di Richard Wigner.

Sono due ottimi corti con un concetto che ho adorato, anche se posso capire il perché la gente non abbia apprezzato né quest’idea né quella del MMO. Spero che un giorno riusciremo a vedere qualcosa di più elaborato su Alice: Otherlands, magari un film o un videogioco, anche se ne dubito. Piuttosto, gli artworks realizzati durante la campagna KickStarter li ho trovati molto più interessanti: in uno vediamo Alice entrare nell’Otherland di Thomas Edison, mentre nell’altro in quella di Vincent Van Gogh.
Nel 2018, American McGee rivelò che stava lavorando su un nuovo capitolo: Alice: Asylum, che sarebbe stato un prequel del primo gioco.  Inoltre, ha aggiunto che  per svilupparlo prima avrebbe voluto comprare i diritti da EA, che ha intralciato molto la produzione di Madness Returns. Sembra che tutto stia filando liscio, nonostante siano ancora in una fase di pre-produzione. Potete trovare vari aggiornamenti di Alice: Asylum sul Patreon di American McGee, che assieme ad un gruppo di artisti realizza concept art per funzioni, luoghi e materiale per Asylum.

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venerdì 19 giugno 2020

Kei e Kato tornano in azione! (Recensione "GANTZ Revolution: Conflitto Finale")

Dopo un primo capitolo (qui la recensione del sottoscritto) che, dal mio punto di vista, può convincere sia chi ha letto il manga sia chi non lo ha fatto, questo potrebbe piacere solo a chi ha visto il precedente film e non ha letto il manga perché prende una strada tutta sua dal fumetto, completamente slegata sia come fatti che come trama, con reinterpretazioni ed estensioni che lasciano il tempo che trovano.
TRAMA E PERSONAGGI
Kei e Kato proseguono l’avventura riprendendo da dove era stato interrotto il primo film: Kurono ha un disperato bisogno di raggiungere i 100 punti in modo da poter resuscitare il suo amico (Kato), morto nell’ultimo scontro con il boss finale. Mentre continua con le sue missioni, una popolare modella si ritrova ad uccidere persone innocenti su istruzione di una mini-sfera nera molto simile a quella nell’appartamento. Al contempo, un'organizzazione nascosta nell’ombra è ansiosa di trovarla e rubarle il prezioso oggetto mentre un investigatore è sulle loro tracce cercando di capire cosa sta succedendo a tutte le persone che scompaiono senza lasciare traccia.

CONSIDERAZIONI
Avendo stabilito il concetto di base nel primo film, Perfect Answer (titolo originale di questo capitolo) cerca di espandere l'universo cinematografico di Gantz e introduce molti più elementi, aumentando di conseguenza la posta in gioco. Ci ritroviamo quindi un mix di generi che fanno discostare nettamente la natura del precedente (Horror/Sci-Fi) dal presente (Investigativo/Sci-Fi) aggiungendo anche una nota romantica.

La trama base verte fondamentalmente sui due amici che, con l’aiuto di vecchi e nuovi Gantzer,devono sconfiggere il capo degli alieni e la sua setta. Questi ultimi, a loro volta, vogliono vendicarsi del massacro che Kurono compie nel capitolo precedente, cercando la mini-sfera che Gantz recapita alla modella Eriko Ayukawa e che le sarà utile per trovare ed uccidere alcuni elementi “chiave”, affinchè possano ricostituire il team dei più forti ex-gantzer che sono riusciti a tornare alla vita normale dopo avere conseguito i fatidici 100 punti. Questi elementi sono esperti combattenti pertanto Gantz li fa tornare da lui perché, di li a poco, si spegnerà e contemporanemanete dovrà difendersi dall’imminente attacco degli alieni che troveranno il modo di entrare nell’appartamento. Se Gantz non fosse riuscito nel suo intento, spegnendosi avrebbe causato la scomparsa di tutti i gantzer e quindi permettendo agli alieni di invadere il mondo.

Il regista, non contento, ha aggiunto anche la sottotrama di un detective che indaga tutti questi fatti e dei quali solo lui ne sarà a conoscenza. Diciamo che, anche senza quest’aggiunta, il film sarebbe potuto stare in piedi da solo ma questa sottotrama dona una sorta di lore all’opera cinematografica che non ha nulla a che fare con quella del fumetto.
Lui sa...
Il tema del menu dei 100 punti è un punto ricorrente in questo capitolo perché è il motivo di tutto quello che accade nel film. Spesso, infatti, gli alieni chiedono ai gantzer perché uccidono e la risposta che viene data è: “Perché vogliamo proteggere i nostri cari”. Questo diventa quindi il leitmotiv del film ma anche il motivo principe che spinge gli umani a causare immani stragi nei confronti della razza aliena. Leggendo il fumetto ho interpretato gli alieni come se fossero “gli esclusi” della società moderna dove, attraverso la metafora dell’eliminazione per motivi di sopravvivenza della propria specie, viene giustificato il desiderio di prevalenza dell’essere umano. E’ quindi sempre giusto uccidere chi si ritiene essere diverso da noi ma che, in realtà, non fa nulla per danneggiarci? Questa è una delle possibili critiche che possiamo cogliere all’interno del fumetto ma anche dal film.

Prendiamo come esempio la prima missione, quella dell’Alieno Cipolla. Si intuisce che Gantz ha stabilito arbitrariamente che esso, essendo tecnicamente un alieno, anche se ancora un bambino, in futuro sarà una minaccia. Nel fumetto, così come anche nel film, il padre assiste all’uccisione del figlio, da parte della banda dei gantzer, non appena tornato dal fare la spesa (nel film questo particolare non è presente) ed è per questo che, in preda ad una furia omicida, elimina quasi tutti i presenti. Quindi la colpa di questo massacro non sarebbe da attribuire agli alieni bensì agli umani. Il fumetto presenta critiche del genere e anche dal film qualcosa traspare seppur in maniera meno incisiva.

Proseguendo l’analisi, il regista ha appiattito il pathos creato con il precedente episodio: non si percepisce più quella sensazione di assurdità tipica delle missioni del primo capitolo, bensì assistiamo ad una normale battaglia tra umani e alieni umanoidi (perché sono fondamentalmente dei mutaforma che assumono l’aspetto di chi trafiggono con la loro spada) che culmina con la morte del loro boss.

SPOILER


Quello che però è stato un bel colpo finale è quando Kurono decide di farsi sostituire all’utilizzatore della sfera così terminando il ciclo di resurrezioni e massacri. Considerate però che nel film non è molto chiaro come sia stato possibile per Kurono fare accadere questo. L’unico momento che mi lascia il dubbio è quando, dopo che Gantz si autodifende tramite l’esplosione, Kurono si erge di fronte a lui e dice: "Lasciami pensare…”, quasi come ad intendere che, prima dello scontro finale, Gantz gli abbia chiesto di essere sostituito da lui.
Gli ex gantzer tornano in gioco e, oltre ad aiutare, creano anche problemi...
Passando alla recitazione, non c’è molto da segnalare in quanto il livello si attesta su quello del precedente capitolo. L’introduzione di molti volti nuovi, tra i quali è inevitabile trovare attori meno capaci di altri, aumenta la percezione di altalenanza già presente.

Il livello della CGI invece è alto. Begli scorci, combattimenti divertenti ma poi monotoni in quanto lunghi e frequenti. Nota positiva invece per il combattimento nella metropolitana.

Infine vorrei concludere facendo un po di chiarezza a chi si è appassionato ai due film senza avere letto il fumetto:
 
  • Gantz è un esperimento tecnologico creato dagli esseri umani con la tecnologia di una razza aliena estremamente avanzata. Tale razza sembra che doni tale tecnologia per due motivi:    
  1. Divertimento 
  2. Conoscenza della futura invasione di un'altra razza aliena;
  • Alcuni personaggi del film sono i medesimi del fumetto mentre altri, seppur presi a pieno titolo dal cartaceo, sono stati completamente reinterpretati;
  •  Le quattro armi che usano nel film si chiamano:
  1.  X-Gun – una piccola pistola che emette un raggio di energia di fronte a se. Dopo qualche secondo, il raggio fa esplodere ciò che lo assorbe; 
  2. X-Shotgun – una sorta di fucile di precisione che emette anch’esso un raggio che fa esplodere le cose.
  3.  Y-Gun – una piccola pistola che spara tre razzi che legano il soggetto, tenendolo saldo a terra. Premendo nuovamente il grilletto, lo si indirizza verso un punto imprecisato dello spazio (non è mai stato spiegato dove viene spedito); 
  4. Gantz Sword – una sorta di katana futuristica. Inizialmente presente solo l’elsa, all’attivazione fuoriesce una lama che si può estendere teoricamente all’infinito. Nel fumetto è arrivata a circa 10 mt. 
  •  Gantz, in realtà, non è il nome della sfera ma della persona che ci sta dentro: un clone di un uomo utile al solo fine di alimentare la sfera. Esso è stato clonato più volte e messo all’interno di altre sfere sparse per il globo. E, in caso ve lo foste chiesti, sì, esso può uscire da lì;
  • Gantz seleziona le persone in base a due fattori:
  1. Giovinezza quindi ottima forma fisica;
  2. Morte violenta; 
  • Dopo la morte di una persona che Gantz ha selezionato, le viene praticamente fatto un backup nella sua banca dati. Quello che loro chiamano “teletrasporto” in realtà è la materializzazione del backup in Gantz.
I combattimenti sono spettacolari
PRO
+ Grafica eccellente;
+ Alcune scene di combattimento sono sviluppate bene, frenetiche e spettacolari;
+ L’impegno nel donare a questo capitolo una vita propria è da elogiare.

CONTRO

- La recitazione ancora più altalenante del precedente;
- Tre trame differenti sviluppate in contemporanea potrebbero creare confusione;
- Tante cose buttate li e lasciate in sospeso.

VERDETTO FINALE

Ho apprezzato Gantz: L’inizio oltre ogni aspettativa e questo è, sì, un film divertente ma essendoci troppa carne sul fuoco, tende ad annoiare o a far perdere il filo o persino a confondere lo spettatore, soprattutto considerando che molte cose non vengono spiegate. Insomma, Perfect Answer è la motivazione che il regista pensa di dare alla fine del suo film ma, secondo me, è solo un modo per cercare di chiudere in tutti i modi l’epopea da lui re-interpretata. Una motivazione che non ha soddisfatto molti perché figlia di un seguito che sfortunatamente cade nel tradizionale, perdendo l’accezione anticonformista guadagnatosi con il primo capitolo.


Il finale non ha assolutamente nulla a che fare con la sua controparte cartacea ed è persino assurdo (per chi sa come finisce il fumetto) pensare ad una fine del genere. Però è coerente con il plot instaurato e questo non fa che chiudere il cerchio, volenti o nolenti.

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