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giovedì 25 marzo 2021

Un miglioramento inaspettato (Recensione "Make It Until Morning" e "Make It Until Midnight")

Dopo aver nuovamente sfogliato il vasto catalogo di HODTV, piattaforma di streaming italiana di film e cortometraggi horror e thriller indipendenti, abbiamo scelto di proporvi due cortometraggi con soggetto gli ormai fin troppo comuni zombie: Make It Until Morning e il suo sequel Make It Until Midnight di Grant Berrios.

La trama di Make It Until Morning segue Casey, una ragazza che, a causa di un’epidemia zombie, perde la madre ed il fratello ed è costretta a rifugiarsi nella fattoria della nonna, luogo in cui, insieme ad altri sopravvissuti, dovrà sopravvivere fino alla mattina successiva in attesa dei soccorsi promessi.

La natura amatoriale del corto appare evidente fin da subito: l’inquadratura della fotocamera non è quasi mai ferma, causando un leggero mal di testa durante la visione e rendendo incomprensibile ciò che avviene sullo schermo durante le sequenze più movimentate. 

La recitazione degli attori risulta piuttosto mediocre, con espressioni di marco che non lasciano trasparire alcuna emozione e un line delivery la cui qualità varia al più dal pessimo al quasi accettabile. A ciò si aggiungono linee di dialogo e azioni dei personaggi prive di qualsivoglia logica persino per una pellicola amatoriale, che contribuiscono a rendere poco credibile la pellicola nel suo complesso.

Gli effetti pratici adoperati sono di buona qualità, anche se la possibilità di osservarli è notevolmente ridotta dalla scelta di determinate inquadrature, volte probabilmente a risparmiare sul budget. Non è possibile dire lo stesso degli effetti digitali, sfruttati esclusivamente per gli schizzi di sangue, i quali sono privi di qualsiasi forma di realismo e appaiono “incollati” allo schermo; fortunatamente il corto compensa questa mancanza con l’utilizzo piuttosto sporadico di tali effetti.

La colonna sonora, come è possibile aspettarsi, risulta piuttosto generica e l’utilizzo fattone all’interno della pellicola è pessimo: le musiche risultano spesso superflue o inadatte, sembrando in più di un’occasione un semplice riempitivo per le scene.

È evidente che gli svariati difetti di Make It Until Morning erano noti anche al regista, dato che il sequel, Make It Until Midnght, rilasciato due anni dopo la pubblicazione del primo capitolo, cerca di correggere tali problemi, producendo un’esperienza di visione complessivamente più piacevole.

La storia riprende dalla conclusione di Make It Until Morning, introducendo nuovi personaggi, tra cui un anonimo coprotagonista in possesso di una cura per l’infezione. Il corto cerca inoltre di dipingere un’ambientazione narrativamente più ampia, fornendo informazioni, seppur sporadiche, sullo stato del resto del mondo e lasciando indizi piuttosto vaghi sulle cause dell’infezione.

Le inquadrature appaiono più elaborate, liberando parzialmente questo sequel del look visibilmente amatoriale del suo predecessore con un utilizzo più studiato dell’illuminazione e del contrasto. A completamento di ciò, abbiamo inoltre una color palette più ampia che contribuisce a rendere la pellicola più gradevole all’occhio.
La recitazione dei personaggi appare inoltre leggermente migliorata, sebbene permanga il problema della presenza di dialoghi e azioni prive di senso logico, volti semplicemente a far evolvere la trama nella direzione desiderata.

È possibile notare un altro passo avanti nell’ambito degli effetti pratici, già più che accettabili nel primo corto, ma che ora appaiono abbondantemente passabili. Leggere migliorie sono state apportate anche agli effetti digitali, ancora una volta utilizzati esclusivamente per gli schizzi di sangue, il cui utilizzo è però ancora più sporadico, dato che si è ancora ben lontani dal realismo.

Oltre a ciò si nota una maggiore varietà di set, probabilmente dovuta ad un budget maggiore, il quale ha senza dubbio contribuito alle migliorie precedentemente evidenziate

La colonna sonora, sebbene sia ancora una volta piuttosto generica e facilmente dimenticabile, beneficia di un utilizzo più consono e studiato delle varie tracce, che stavolta, piuttosto che semplice riempitivo, arricchiscono le scene in cui sono presenti.

In conclusione, sebbene nel complesso Make It Until Morning e Make It Until Midnight possano risultare qualitativamente sotto la mediocrità, il notevole salto qualitativo tra i due è testimonianza di uno sforzo del regista per migliorare la sua opera, che può risultare di ispirazione per molti aspiranti registi o, nel peggiore dei casi, può almeno far scappare qualche risata.

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martedì 10 novembre 2020

L'orrore dietro un'infanzia turbata (Recensione "Penpal")

"Se premeste il vostro orecchio contro il cuscino in una stanza silenziosa, potreste sentire il battito del vostro cuore. Da bambino, quei ritmici battiti smorzati mi sembrava risuonassero come passi attutiti dalla moquette del pavimento." 

L'argomento di questo articolo riguarda una famosa creepypasta (ossia una storia originata su internet) pubblicata su NoSleep, un subreddit dedicato a questi racconti dell'orrore internetiani; sto parlando di Penpal, divisa in sei capitoli che riprendono diversi momenti della vita del protagonista, il quale non svela mai il suo nome. La storia è stata scritta da Dathan Auerbach e pubblicata sul suo profilo chiamato 1000vultures.

Il primo episodio, Footsteps (dal quale proviene la citazione soprastante), venne pubblicato nel 2011 e inizialmente pensato come un racconto a sè stante;  ma, in seguito all’enorme successo che riscontrò all’epoca, vennero aggiunte nuove parti: Balloons, Boxes, Maps, Screens e infine Friends, che alla fine formarono la creepypasta completa.

Penpal, traducibile in "amico di penna", non viene narrata in ordine cronologico: infatti l’autore/protagonista racconta vari episodi della sua giovinezza a seconda di quando inizia a ricordarli o di quando nota uno strano collegamento tra di loro, arrivando alla conclusione che dietro quelle peculiari coincidenze e quei bizzarri ricordi si nasconde qualcosa di molto terrificante e perverso.

 
illustrazione di Carolyn Nowak

Penpal è, senz'ombra di dubbio, una delle creepypasta migliore che esistano, sia a livello di scrittura, che ho amato alla follia, sia al livello di trama: una storia agghiacciante e toccante, che nasconde intelligentemente molti dettagli capaci di comprenderli solo durante una seconda lettura.

Se vi aspettate delle risposte esplicite a tutte le domande, rimarrete abbastanza delusi: difatti, dovrete essere voi ad arrivare alla verità e a giungere alle vostre conclusioni, facendovi aiutare dai già menzionati dettagli, i quali però tendono ad essere dimenticati perchè giudicati irrilevanti. Entriamo quindi nei panni del protagonista (grazie anche alla voluta mancanza del nome in modo da poterci immedesimare meglio nel personaggio), che mettendo al loro posto le tessere di questo intricato puzzle, scopre la terribile verità dietro questo "amico di penna".
 Dathan Auerbach, l'autore di Penpal
 
Nel 2012, attraverso Kickstarter uscì il libro (disponibile solo in inglese), che può essere considerato la versione più completa della storia originale: quest’ultima è stata scritta pezzo dopo pezzo senza poter tornare indietro ad aggiungere nuovi elementi, così il libro si impegna a chiarire alcune sezioni e colmare dei piccoli vuoti; altre aggiunte interessanti sono un rapporto di polizia alle ultime due pagine, delle backstories e degli approfondimenti in varie sezioni, scritte per allungare il libro: alcune possono risultare anche interessanti, ma molto spesso esse sono inutili e interrompono il racconto in maniera snervante.Rimane comunque un buon prodotto ed un ottimo acquisto che sono felice di aver fatto, e se foste fan della storia originale e riuscite a masticare bene l’inglese, questo libro è un must.

Sempre nello stesso anno, vennero comprati i diritti per un adattamento cinematografico da Rich Middlemas, ma non si hanno più notizie di questo progetto. La cosa più vicina è il corto diretto da Brooks Reynolds, che si basa sul primo capitolo, Footsteps, da cui prende anche il nome.

Nel 2018 uscì il secondo libro di Dathan Auerbach, intitolato Bad Man (disponibile anche in italiano se foste interessati). La storia segue Ben, un ragazzo che anni prima perse di vista, in un supermercato, suo fratello piccolo Eric, il quale non fu mai più trovato. Nel presente, Ben è alla disperata ricerca di un lavoro e ne trova uno in quel preciso supermercato. sentendosi alle strette, accetta a malincuore quel posto, Ormai alle strette, accetta il lavoro ed inizia a notare cose strane all'interno di quel posto, tra gente che si comporta in modo bizzarro, stanze segrete e simboli misteriosi, i quali, però, distraggono Ben dal fattore più importante: potrebbe essere lui la prossima vittima.

Penpal è LA creepypasta che non smetterò mai e poi mai di consigliare, capace ancora di emozionarmi ogni volta che la rivisito. Vi lascio con una domanda, che non sarebbe altro che la tagline del libro.

Quanto vi ricordate della vostra infanzia?
 
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lunedì 28 settembre 2020

Una realtà virtuale fatta di incubi (Rceensione "Paper Dolls")

"Paper Dolls" è un videogioco di genere horror e avventura rilasciato nel 2018, compatibile con PS VR e PS Camera compatibile con PS Move

L'inizio di questione gioco sembra seguire in tutto e per tutto il leggendario avvio di uno dei soliti survival horror -senza però mostrare il fulcro dell’azione- e ci si ritroverà in un setting di stampo prettamente orientale. 

Un terribile incidente si manifesta dinanzi ai nostri occhi, con un rumore sordo e delle grida sullo sfondo. In quel momento qualcosa sembra essersi smarrita nell’oscurità, visto che nell’auto c’erano due persone e dopo l'incidente, a figlia del protagonista sembra essere dunque sparita. Scossi dall’avvenimento, perdiamo conoscenza per poi ritrovarci soli, disorientati e spaventati all’interno di una strana residenza. 

Da quì inizierà quindi la ricerca della figlia inspiegabilmente scomparsa e ci vedremmo intenti a vagare quasi perennemente avvolti da una opprimente penombra, tra stanze e corridoi immersi in sinistri rumori, presente indefinite e successivamente minacce più concrete. Ci troviamo quindi davanti a un miscuglio di situazioni alquanto classiche che spaziano dall’esplorazione, alla fuga dai nemici, ai puzzle ambientali. La fusione di questi elementi riesce in parte a funzionare, sorretta anche da una direzione artistica tutto sommato abbastanza convincente, diventando però abbastanza ripetitiva con il proseguire nel gioco. 

Paper Dolls sfrutta un sistema di movimento che demanda lo spostamento del nostro corpo virtuale alla pressione alternata dei grilletti posti sul controller, che andranno a simulare il movimento delle nostre gambe. Muoversi quindi (almeno all'inizio) sarà abbastanza difficile. La nostra visuale sarà quindi incentrata sulle nostre mani (riprodotte in ambiente VR) e premendo alternativamente u trigger dei Move, sarà possibile camminare ed ispezionare le varie stanze della casa. Sempre utilizzando i trigger sarà poi possibile spostarsi a destra o sinistra, premendo ovviamente il corrispettivo consono alla mano appropriata, e premendoli entrambi ci si potrà voltare alle spalle. 

Le cose migliorano comunque con la pratica, nel momento in cui si riuscirà a coordinare il tocco dei pulsanti con la corretta rotazione della visuale. 

Risulta inoltre difficile spiegare il modo in cui questo titolo resetta i progressi di gioco qualora si decida di modificare il sistema di controllo a partita in corso, costringendoci ad iniziare tutto dal principio. Piccoli dettagli che infastidiscono leggermente, considerando il gameplay comunque interessante, capace di spaventare ed intimorire senza abusare di jump scare insensati ad ogni minuto. 

Nulla da ridire, invece, sul comparto audiovisivo della produzione, grazie ad una grafica pulita e funzionale e ad un audio puntuale ed opprimente al punto giusto come un buon horror che si rispetti. 

Per concludere, Paper Dolls riesce nell’intento di trasmettere timore e ansia nel giocatore, dove l’ambientazione e lo stile artistico tramutano il terrore in angoscia. La gestione dei suoni completa la parte spaventosa del titolo, dove oculati jumpscare, suoni gracchianti e tintinnii oppressivi inseguono il malcapitato ad ogni passo. Ma nonostante le buone intuizioni soprattutto per quanto concerne il sistema di movimento ed alcune meccaniche degne di nota -  Paper Dolls si perde assai nei meandri della banalità (gli nigmi presenti -per esempio- limitano tutto ad una ricerca di una chiave che apre la rispettiva porta). 

Bello ma non straordinario, un titolo che meriterebbe comunque di essere provato almeno una volta da ogni appassionato del genere e soprattutto dell'atmosfera orientale. 

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mercoledì 15 luglio 2020

Il film perduto che uccide chi lo guarda - La maledizione di Antrum (Recensione "Antrum")

Si dice che, se lo guardi, verrai maledetto e ti accadranno cose atroci. D’altronde il sottotitolo è: “Il film più pericoloso mai esistito”. C’è altro da aggiungere?
STORIA DEL FILM E DEI SUOI PERSONAGGI
La trama di questo pseudo-documentario è molto particolare perché tratta prima dell’analisi di un film perso e misteriosamente ritrovato, poi della sua presentazione al grande pubblico. Nel 1979, un film di nome Antrum viene presentato a vari festival cinematografici ma nessuno lo accetta. Subito dopo se ne perdono completamente le tracce e, nel 1988, il film riappare misteriosamente in un teatro a Budapest. Durante la proiezione, scoppia un incendio che brucia completamente il teatro. Il film quindi torna a scomparire dalla scena per gli anni successivi fino a quando non viene proiettato nuovamente in un teatro in California, nel 1993. Stavolta, ci fu un attacco di panico di massa nel quale rimase uccisa una donna incinta. Dopo questa proiezione, il film svanì nuovamente nel nulla, guadagnandosi la reputazione di essere maledetto. Nel 2018, una copia di Antrum viene misteriosamente rinvenuta, spingendo una troupe di documentaristi curiosi a fare un cortometraggio sulla sua storia e l’impatto che ha avuto tra la gente. Sebbene le origini del film rimangano sconosciute, alcuni esperti esaminarono la bobina e scoprirono che il film utilizza suoni binaurali ed immagini subliminali. Oltre a questo, si accorsero che qualcuno aveva persino modificato la pellicola inserendo frammenti in bianco e nero di una scena atroce, non riconducibile direttamente al film. Fu così che finalmente il film riuscì ad essere presentato alle masse, nella sua demoniaca interezza.

Invece la trama del film ritrovato, ovvero Antrum, tratta dei fratelli Oralee e Nathan al cui cane Maxine è stata effettuata l’eutanasia. Il piccolo Nathan ci teneva molto al suo cane perciò, chiedendo a sua madre se Maxine è andata in Paradiso, scoprì che invece è andata all'inferno. La sorella di Nathan, vedendolo traumatizzato, si inventò di aver ottenuto un grimorio occulto da un compagno di classe immaginario di nome Ike che li avrebbe condotti nella foresta in cui Satana è caduto quando è stato scacciato dal cielo. Trovando il luogo dell’impatto e scavando, avrebbero trovato la porta che li avrebbe condotti all'inferno in modo che potessero salvare l’anima di Maxine. 
Il rito per proteggersi dai demoni infernali

CONSIDERAZIONI
Questo è un film tutto particolare, partendo dall’intro sino ad arrivare a prima dei titoli di coda. L’idea di base è quella di far credere che esista una pellicola maledetta e che essa possa causare immani stragi a chi la guarda. Il tutto parte con questo breve documentario che descrive le presunte vicende reali accadute prima della pubblicazione definitiva di Antrum. Dopo di esse, e prima dell’inizio del film, una “Legal Notice” ci avvisa che l’utenza è stata avvisata e che, proseguendo nella visione, tutti si deresponsabilizzano su quello che potrebbe capitare allo spettatore durante o dopo la visione del film: è un inizio con il botto. Tutto molto interessante e costruito bene. Parte poi il vero film: a primo impatto si storge leggermente il naso perché il sunto della trama è mostrato praticamente tutto nei primi 5 minuti. Si, in maniera molto tirata e disorientante, ma schiaffato in faccia allo spettatore in tutta la sua demoniaca audacia. L’azzardo qui sta nel far credere allo spettatore di stare assistendo ad un grande cult perduto, dicendoci che il meglio (o il peggio) deve ancora venire.

Il film prosegue poi sobbalzando tra momenti lenti e noiosi e trovate geniali come, per esempio: mentre Oralee e Nathan camminano su un sentiero mostrato in maniera bidimensionale (alla Super Mario, per intenderci), si nota a malapena nello sfondo la sovraimpressione di un volto demoniaco che osserva lo spettatore e che sembra parlargli. O ancora, durante tutto l’arco della visione si noteranno a malapena dei simboli esoterici comparire in vari punti dello schermo come se qualcuno li avesse disegnati a mano sulla pellicola e tante altre trovate. 
Avendo a disposizione pochissime risorse economiche e pochi operatori, hanno dovuto costruirci dietro un leggenda metropolitana che ha permesso di spingere il film alla visione senza spenderne, letteralmente, un euro per il marketing. E difatti, facendo un giro per la rete, sembra che la loro visione abbia avuto un buon successo.

Antrum tecnicamente si presenta come un found footage girato negli anni ’70 con tutto quello che concerne la grafica, la regia e la colonna sonora. Diciamo che generalmente il tutto è stato girato bene e sembra veramente di assistere ad un filmato di quegli anni ma sfortunatamente non pare perfetto e alcune scene sono palesemente moderne.  La recitazione dei due bambini invece è abbastanza buona, il che ha aiutato ad immergere lo spettatore in questo incubo cinematografico. Verso la fine del film poi c'è una importante scena tra loro due che mi ha fatto pensare al potere della narrazione e al modo in cui immagini e parole possono cambiarci. È stata una buona scelta fare in modo che i fratelli avessero età diverse: è stato reso credibile che il bambino non può facilmente distinguere la verità dalla finzione facendo si che la sorella maggiore riesca ad accondiscendere la sua immaginazione… Sempre che della sua immaginazione si tratti. Il film finisce in modo particolare ovvero mostrando un finale diverso per ogni fratello. Il finale, essendo completamente figurativo, va un po' ad interpretazione ma nulla di particolarmente complesso.
La “Nota Legale” mostrata prima della visione del vero film

PRO
+ Molto bella l’idea dello Pseudo-documentario che presenta un film perduto;
+ Non ci possiamo aspettare effetti grafici moderni da un film che vuole dimostrare di essere stato girato negli anni ’70 ma tutto quello che vediamo è strutturato in maniera convincente;
+ Suoni binaurali e immagini occulte in sovraimpressione;
+ Metaforico ma comprensibile.

CONTRO
- La recitazione è mediamente buona ma l’altalenanza tende a fare scemare il pathos di certe scene;
- Generalmente lento e noioso;
- Lo scoiattolo… (capirete guardandolo). 

VERDETTO FINALE
Alle persone a cui piacciono gli pseudo-documentari e i found footage alla The Blair Witch Project, sarà molto facile che apprezzino questo film. Per tutti gli altri ne consiglio la visione ma con l’occhio di chi non si aspetta chissà quali prodezze tecnico-grafiche da un film dal bassissimo budget come questo. Abbiamo bisogno di più pellicole uniche nel mondo dei film dell’orrore e questo direi che ne rientra a pieno titolo.

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lunedì 8 giugno 2020

Cam: Viaggio all’interno di un paese delle meraviglie virtuale

Cosa fareste se qualcuno vi rubasse la vostra identità?

Questa è la situazione in cui si ritrova la protagonista di “Cam”, film del 2018 diretto da Daniel Goldhaber e scritto da Isa Mazzei.
Alice Ackerman (Madeline Brewer) è una cam-girl determinata a raggiungere il primo posto nella classifica del sito per cui lavora; quando tutto sembra andare per il meglio, la ragazza non riuscirà più ad entrare nel suo account, “Lola_Lola”, scoprendo che qualcuno gliel’ha rubato. Dopo aver fatto log-in con un altro profilo, vede che quella persona è una perfetta copia di se stessa, più amata dal pubblico il quale non si è accorto della differenza.

Realtà o fantasia? Il doppelgänger esiste veramente o e frutto dell’immaginazione di Alice? È una domanda che lo spettatore si pone durante tutto il corso del film, ma anche dopo la conclusione il pubblico sarà titubante ad accettare la spiegazione poiché il finale aperto e la situazione surreale lasciano spazio a svariate teorie, tra cui quella che sia stata tutto un sogno di un coma, causato dopo che la protagonista ha usato un estremo giocattolo sessuale nella scena prima di quella in cui perde l’account e inizia il suo incubo.
Inoltre, il film può essere considerato come una reinterpretazione di Alice nel Paese delle Meraviglie, e potrebbe essere anche confermato da svariati riferimenti e simbolismi. Per cominciare, la bambina protagonista dell’opera di Lewis Carroll e la ragazza di Cam condividono lo stesso nome, e quest’ultima vive proprio a “Wonderdale street”. Altri riferimenti sarebbero gli username “Mad_Hatter” e “Mr. Teapot”, nonché anche l’email “cheshirekitten216@gmail.com” usato per creare un account.

SPOILER
Ma il simbolismo più importante sta nello scontro tra la falsa Lola ed Alice: la prima indossa un reggiseno nero con due cuori rossi, stando ad indicare che Alice sta combattendo contro la Regina di Cuori

Uno dei punti forti del film è stato sicuramente la recitazione di Madeline Brewer, che nonostante interpretasse lo stesso personaggio è riuscita a creare due personalità distinte in modo perfetto: da una parte abbiamo Alice Ackerman, una ragazza insicura e un po’ trasandata, e dall’altra abbiamo Lola, una cam-girl genuina, vivace e sicura di sé. Insomma, interpretare un personaggio all’interno di un altro personaggio non è roba di poco conto, e in questo caso, l’attrice principale è riuscita a cogliere nel segno!
Ma se dobbiamo essere onesti, il motivo per cui il film mi ha incuriosito tanto da farmelo vedere è stato l’uso dei colori: abbiamo tonalità di rosa e blu forti e intensi per il set di Lola, che vanno in netto contrasto con i colori del mondo di fuori, molto più monotoni e tendenti ad un blu spento. Una fantastica direzione artistica, anche per quanto riguarda delle inquadrature mozzafiato come questa qui sopra!

L’unico difetto che ho trovato è stato il personaggio di Katie, presentato all’inizio del film come una vecchia conoscenza di Alice alludendo ad una possibile storyline secondaria, ma senza che essa si potesse effettivamente materializzare, nonostante ci si potesse lavorare sopra: la seconda nonché ultima volta in cui appare nel film è stato durante la festa del fratello di Alice, e Katie sembra essere piuttosto insicura della propria bellezza. Insomma, le basi per un sub-plot c’erano ed erano anche ottime, e la poca presenza del personaggio lo rende praticamente inutile, ma è anche vero che il film ha preferito rimanere concentrati solo su Alice e la sua storia, senza perdere di vista la storyline principale, ed è una cosa che va assolutamente lodata.
Cam è sicuramente un gioiellino da non perdere, un viaggio verso la Wonderland di un Alice un po’ alternativa, in un mondo incentrato sulla dipendenza del proprio lavoro legato ai social-network, della feroce rivalità e competizione tra gli altri colleghi, nonché anche di noi stessi, come nel caso di Alice, che si ritrova a dover combattere una versione materializzata della sua altra persona.

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mercoledì 11 marzo 2020

Il parassita dell'uomo (Recensione "South Mill District")

In un futuro non troppo remoto, a seguito dell’attacco di un nemico dalle stelle, l’umanità si trova decimata, in cerca di un modo per mandare avanti la razza nonostante la minaccia aliena he incombe. Un ragno-parassita, in simbiosi con il suo ospite umano, sembra essere la soluzione per rispondere agli invasori per la Eon Corp ed il suo Progetto Cerebra, tramite la creazione di ibridi umano-alieno, ma, forse, la cura è peggio della malattia… Questa la premessa di “South Mill District” di Joe Meredith, un cortometraggio del 2018 che analizza in chiave del tutto nuova il concetto di un mondo post-apocalittico mandato a brandelli, mandato avanti solo da ex cavie (Joe e Cidney Meredith) in attesa che il morbo che gli è stato imposto porti alla loro inevitabile morte.
L’atmosfera generale dell’opera è la medesima che avrebbe potuto avere un film fantascientifico horror degli anni ‘90, grazie sia alla colonna sonora che ai particolari effetti speciali, entrambi aspetti tecnici curati dallo stesso Meredith, con l'aiuto dei restanti due membri del cast. Proprio a riguardo degli attori, va detto che nel film non vi è praticamente alcuna interazione umana. Non tra vivi almeno. Questo porta, de facto, ogni scena ad essere una scena muta, eccezion fatta per una breve scene con un dottor Chris Bottin (Toby Johansen) della Eon Corp e le narrazioni fuori campo del nostro personaggio centrale senza nome che vediamo vivere nell’orrore in cui è costretto. Il film non ha un vero e proprio prologo o tanto meno un epilogo: vediamo i nostri due personaggi vivere la loro nuova condizione, in attesa del loro fato inevitabile, della loro mutazione a causa del Virus Havoc creato dal materiale genetico alieno, proprio nel bel mezzo della loro storia, senza mostrarne (in parte) una fine vera e propria. Insomma, il film decide di essere uno squarcio su quel mondo in decomposizione tanto quanto i cadaveri che oramai lo abitano, più che il narrare di una vera e propria storia ambientata in quel contesto. Dimenticate, insomma, eroi, antagonisti o qualsivoglia desiderio che muove i personaggi, noi non siamo altri che osservatori silenti che hanno il “privilegio” di spiare la loro terribile condizione all’interno di un mondo assai più ampio.
Gli effetti speciali prima citati sono, probabilmente, il punto di forza del film. Tutti sono effetti pratici, dal primo all’ultimo, ispirati all’immaginario che lo stesso Meredith ha creato nelle sue illustrazioni, in una mescolanza tra l’orrore cosmico alla H. R. Giger ed il più viscerale dei body horror. Le animazioni delle creature senz’occhi e dai grossi denti e del ragno-parassita sono realizzate in uno snervante stop motion, suggestivo e funzionale, che aumenta il senso d’inquietudine che deriva da quelle visioni orripilanti. Le limitazioni del budget, ovviamente, sono evidenti, è inutile nasconderlo, e divengono chiare specialmente quando, su schermo, appare un cadavere “fresco”. Questo, però, non da fastidio e non va a rovinare l’atmosfera generale, dopotutto è un qualcosa che ci si aspetterebbe di vedere in un prodotto del genere che, comunque, compensa con numerose altre visuali suggestive. Un altro punto debole di questi effetti, che non potrà non essere notato, sono i denti, chiaramente finti, quasi cartooneschi che, se da un lato possono funzionare su una razza aliena nata dalla mera fantasia, possono far storcere il naso se inseriti nella bocca di ciò che fu un umano.
La complessiva funzionalità degli effetti speciali e il turbamento che deriva dall’immaginario macabro di Meredith sono garantite grazie ad una fotografia nella quale si alternano luci più fredde, che donano un’aurea sia solitaria sia di malattia, e altre rosse, nauseanti, nella quale si alternano orrori organici e sanguinosi, organi pulsanti e appendici che fuoriescono da bocche, ragni che scavano nel cervello che li ospita e cadaveri carbonizzati ed amputati dei quali appendici continuano a muoversi spasmodicamente.
Anche il sound design è ben realizzato, con suoni viscerali che s’insinuano con prepotenza nelle orecchie dello spettatore scavalcando la colonna sonora, aumentando il senso di disgusto che causano determinate scene di pura matrice gore. Le ambientazioni sono limitate, ma sono comunque sufficienti a rafforzare il senso d’isolamento che pervade l’intera pellicola. Meredith riesce alla perfezione a creare una città apocalittica usando la sua stessa cittadina, riprendendone gli anfratti abbandonati e donandoci una panoramica di essa, rendendola una spettrale città fantasma. Nell’angusto appartamento del protagonista, inoltre, tra bottiglie di birra e quelli che sembrano feti alieni, fanno inoltre capolino alcune delle illustrazioni del regista che hanno ispirato le visuals dell’opera.
Un corto di soli 25 minuti, che racchiude in se stesso un intero mondo accattivante, seppur, tristemente, non esplorato nel suo complesso e, probabilmente, nel suo massimo potenziale. anche se a questo vi sarà rimedio, ed alcuni interessanti effetti speciali “alla vecchia maniera”, cosa abbastanza rara nel panorama dei cortometraggi contemporaneo, in perfetta simbiosi con ciò che sono la regia e la fotografia, in un’ottimizzazione massima e efficiente del budget ridotto. Questi sono gli elementi di "South Mill District", prodotto sicuramente più funzionale di quello della simbiosi tra uomo e ragno infetto proposto nel film.

Almeno, in questo caso, i cadaveri sono finti.

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Il cortometraggio è acquistabile direttamente sul sito internet di Joe Meredith, nonostante non sia disponibile una traduzione italiana seppur la pellicola sia fruibile anche da chi non ha dimestichezza con la lingua inglese a causa del ruolo quasi "laterale" e ridotto che ha la narrazione. Potete seguire il regista Joe Meredith sia sulla sua pagina Facebook che sul suo profilo Instagram.