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martedì 17 marzo 2020

L'origine della donna senz'espressione (Recensione "The Expressionless")

Con l'imporsi dell'internet come il maggior veicolo d'informazione e comunicazione, era inevitabile che nascesse un folklore tipico di esso, una mitologia digitale. Leggende urbane, miti e racconti che si sono prepotentemente imposti nella cultura popolare proprio a partire dalla loro pubblicazione digitale, sfociando, spesso e volentieri, nell'orrore, in quelle che sono comunemente note come "creepypasta". Il loro successo, causato dalla rapida diffusione e dalla fruibilità elevata, garantirono, in poco tempo, che numerosi di questi miti si traducessero in film o videogiochi, basti pensare al franchise di "Slender Man", tra titoli videoludici di culto, webseries e lungometraggi anche ad alto budget (ma non di grossa qualità, sfortunatamente), o a "Channel Zero", una serie antalogica che raccoglie trasposizioni di diverse creepypasta.
Una dei "fortunati" racconti a ricevere un trattamento live action fu, nel 2013, "The Expressionless", un breve racconto virale che, rapidamente, si diffuse sul web in tutto il mondo riscuotendo un grosso successo. Il racconto originale, spacciato come reale (trope tipico delle creepypasta), narra di un particolare paziente che si recò un giorno, nel 1972, in un ospedale. Di seguito, per chi, per quanto improbabile, non abbia familiarità con la storia in questione, una sua traduzione originale e rivista per il sito:  

Nel giugno del 1972, una donna si recò al Cedar Senai Hospital senza nulla addosso se non un abito ricoperto di sangue. Il fatto in sé non dovrebbe esser ritenuto troppo sorprendente, dopotutto capita spesso che le persone abbiano incidenti nei paragi e si rechino all'ospedale più vicino per cure mediche. Vi furono, però, due elementi che fecero vomitare e scappare in preda al terrore chi la vide.

Il primo fu che non si trattava esattamente di un essere umano. Ricordava qualcosa di vagamente simile ad un manichino, pur mantenendo movenze e destrezza di un normale umano. Il suo volto era liscio come quello di un bambolotto, senza sopracciglia e ricoperto dal trucco. Aveva i resti di un gattino tra i denti. Le sue mascelle erano strette innaturalmente intorno ad un punto nel quale i denti stessi non potevano essere visti; il sangue dell'animale continuava a colare sul suo vestito e sul pavimento. Aprì poi la bocca, tirò fuori la carcassa, la gettò via e collassò.

Da quando mise piede all'entrata dell'ospedale fino a quando non venne trasportata in una sua stanza e preparata per esser sedata, restò completamente impassibile, senza alcuna espressione ed immobile. I dottori pensarono che immobilizzarla fino all'arrivo delle autorità fosse la cosa migliore e lei non protestò in alcun modo. Non riuscirono ad avere alcuna sorta di reazione da lei e, la maggior parte dei membri dello staff, si sentì a disagio nel mantenere il contatto visivo con lei per più di qualche secondo.

Quando lo staff secondario tentò di sedarla, però, si oppose con forza bruta. Due dottori, un uomo ed una donna, la tenevano bloccata, mentre il suo corpo si dimenava sul lettino mantenendo la stessa espressione impassibile.

Posò poi i suoi occhi sul dottore e fece qualcosa d'inusuale. Sorrise.

A quella vista, la dottoressa la lasciò andare e urlò dal terrore. Nella bocca della donna non vi erano denti umani, ma lunghe zanne affilate. Troppo lunghe da permettere ad una bocca umana di chiudersi senza recare alcun danno...

Il dottore la fissò per qualche istante prima di chidere: "Cosa diavolo sei?"

Ella inclinò innaturalmente il suo collo verso la spalla, emettendo un rumore che sembrava indicarne la rottura, per osservarlo, continuando a sorridere.

Vi fu una lunga pausa, la sicurezza venne allertata e si poteva udire mentre percorreva il corridoio.

Come l'uomo la sentì, lei scattò in avanti, azzannando la parte anteriore della gola, strappandogli la giugulare e lasciandolo cadere per terra, ansimante, mentre il suo stesso sangue lo soffocava.

Poi si alzò e si chinò sulla sua vittima, avvicinando pericolosamente la faccia alla sua.

"Io.. sono... Dio..."

Mentre il panico riempiva i suoi occhi, lei, tranquillamente, si alzò e si allontò, avvicinandosi agli agenti della sicurezza. L'ultima cosa che il dottore vide fu lei che li assaliva uno ad uno.

La dottoressa sopravvissuta all'esperienza la battezzò "La senz'espressione".

Non vi furono altri suoi avvistamenti.


Il cortometraggio, della durata di 5 minuti, scaturito dal racconto e diretto da Michael Gallagher e con Denna Thomsen nel ruolo della titolare entità, segue, fedelmente, il mito su cui si basa, senza apportare alcuna modifica o alterazione. Almeno non per quanto riguarda la storia in sé, bensì per quanto riguarda l'aspetto fisico della donna, per ovvie ragioni, più umana. Difatti, quando si pensa di questa particolare leggenda urbana, viene nella mente, spesso e volentieri, prima del racconto stesso, la foto allegata alla sua pubblicazione originale, presumibilmente da ritrovarsi su creepypasta.com, nel 2012.
La foto in questione raffigura un manichino di una donna poggiato su un lettino da due infermieri. La fotografia, considerata inquietante a causa di un fenomeno mentale noto come "Uncanny Valley" (che abbiamo già trattato in relazione dell'adattamento di "L'uomo della sabbia"), è rapidamente divenuta virale e, pe antonomasia, collegata al racconto dell'autore Tom Lever. Quest'ultima viene anche, spesso, spacciata come una prova della veridicità dei fatti narrati, spesso in congiunzione con la reale esistenza dell'ospedale menzionato, situato a Los Angeles. Se ciò non bastasse, se si dovesse fare qualche ricerca, risulterebbe che, in effetti, la foto non è un'alterazione digitale e, anzi, circola proprio dal 1972, anno nel quale sarebbe ambientato il racconto. Eppure, questa non ha nulla a che fare con il macabro: attingendo dalla ricerca del portale "Unexplained Mysteries", viene a gala come, essa, sia in realtà sta estratta dalla pubblicazione del '72 "Assignments”, del fotografo Antony Armstrong‑Jones, conte di Snowdon. La foto, dal titolo originale di “Student nurses with a waxwork patient“ ("Studenti d'infermieristica con un paziente di cera"), scattata nel 1968 nonostante la sua pubblicazione successiva, non ha, dunque, nulla a che vdere con il macabro racconto con cui è stata affiliata in tempi recenti.
Tornando al breve film, questo si presenta come un evento raro nel contesto di trasposizioni delle creepypasta, essendo, agli effetti, di ottima manifattura, nonostante una recitazione un tantino piatta, ironicamente, da parte del cast di supporto. La creatura, seppur umanizzata, resta perturbante, lasciando percepire come, in lei, qualcosa sia sbagliato, in particolare nel momento in cui, con uno spasmo, caccià dalla gola i resti della sua vittima felina. Meno convincente, seppur comunque discreta, la sua espressione impassibile, più simile ad una di rabbia e quindi, più che inquietante in senso freudiano, spaventosa in quanto indice di potenziale minaccia imminente. Minaccia che, agli effetti, si concretizza nel suo attacco al dottore dove, seppur con una buona realizzazione della scena in sé, i denti affilati, altro elemeto fondamentale del design dell'essere, vengono meno, sostituiti da semplici denti nerastri, probabilmente a causa di problematiche con la loro realizzazione, comprensibili in vista del budget ridotto della produzione targata TotallySketch, gli stessi che produrranno, poi, "Smiley".
La sola aggiunta che il cortometraggio porta è un inutile scambio di battute tra la dottoressa ed il dottore prima che quest'ultimo entri nella stanza della donna, dove lei ammette la sua paura e chiede di potersene andare a seguito della fuga di un'altra infermiera terrorizzata. Una scena irrealistica, del tutto inutile e poco funzionale, aggiunta, probabilmente, per rafforzare l'idea suggerita dal racconto che lo staff non avesse il coraggio di guardarle e, forse, per aumentare la durata del già breve cortometraggio. In ogni caso, resta palese come la figura in scena della donna senza espressione sia inquietante e carica di un'aurea perturbante, probabilmente anche grazie ai suoi occhi, che sembrano scrutare dritti dentro l'anima dello spettatore. 
Nello stesso anno, il successo della creepypasta, le garantì, inoltre, una conversione in ambito musicale con l'omonimo singolo dei Manipulator, un pezzo caratterizzato dalle percussioni dei tamburi frenetica, dal suo riff elaborato e dai diversi tipi di growl e urli adottati dal cantante, assolutamente violento e aggressivo. 

In conclusione, è importante porre alla vostra attenzione come, la frase finale "Non vi furono altri suoi avvistamenti", non debba in alcun modo rincuorarvi: essi vengono registrati solo nel momento in cui qualcuno sopravvivi per narrarli.  

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sabato 7 dicembre 2019

Il film segreto a Disneyland - Orrori nel posto più felice del mondo (Recensione "Escape from Tomorrow")

"È un film che non dovrebbe esistere sotto ogni definizione razionale. 
Eppure... non solo esiste, ma è anche affascinante."
(-Drew McWeeny)

Esistono diversi tipi di filmmaking, alcuni più convenzionali e pratici, altri basati su scelte stilistiche ben ragionate dai registi. Una delle tecniche più controverse, ma sotto alcuni aspetti più affascinanti, è il cosiddetto Guerrilla Filmmaking, una tecnica che consiste nel girare un film con un budget o assai ridotto o praticamente inesistente. Uno degli esempi più latenti di regista guerrilla è certamente Ed Wood, che per girare uno dei suoi film rubò il prop di un polpo per una scena, non avendo i fondi per comperarne uno. Altro esempio degno di esser citato è Lloyd Kaufman, regista e fondatore della Troma, che ha addirittura scritto due saggi a riguardo: ''All I Need to Know About Filmmaking I Learned From Toxic Avenger'' e ''Make Your Own Damn Movie'' dove loda sia il guerrilla filmmaking che la pirateria. Addirittura il regista Spike Lee, nel suo debutto direttoriale del 1986 ''She's Gonna Have It'', approcciò questa tecnica, ripresa in maniera palese dalle attrezzature non professionali della saga di Paranormal Activity. Spesso, però, non è soltanto il budget a mancare, ma anche i permessi per le location: i registi sono, quindi, costretti a girare di nascosto, ignorando spesso e volentieri sia la legge che i protocolli di sicurezza.

Il film che è stato definito dalla critica il Guerrilla Movie definitivo è lo statunistense del 2013 ''Escape From Tomorrow'' dell'esordiente Randy Moore. Il film, presentato al Sundace Film Festival e proiettato nella quindicesima selezione personale di Roger Herbert a Champagne, nello stato dell'Illinois, una pellicola surrealista che rimanda a Polanski e Lynch, ambientata in un parcogiochi, ma non uno qualsiasi, bensì ''nel posto più felice del mondo'', ovviamente senza alcun tipo di permesso: Disneyland.
La trama gira attorno a Jim White (Roy Abramsohn), un padre di famiglia appena rimasto disoccupato e fortemente frustrato dalla sua vita, che si ritrova, volente o nolente, ad accompagnare la moglie Emilia (Helena Schuber) e i figli Sara ed Elliot (Katelyn Rodriguez e Jack Dalton) a Disneyland. Durante il soggiorno, l'uomo inizierà a seguire due avvenenti giovani francesi (Danielle Safady e Annette Mahenoru) finendo per scoprire il lato oscuro del parco in un assurdo viaggio che lo porterà a perdere sé stesso e in cui i suoi stessi ricordi, le sue convinzioni e la sua intera vita saranno messi in dubbio da ciò che si nasconde dietro la colorata e vivace facciata del parco, tra inquietanti animatronics, principesse che si prostituiscono a ricchi asiatici, esperimenti privi di ogni genere di etica e misteriose malattie. Quindi, qual è il prezzo della felicità?

Il regista, Randy Moore, è nato a Lake Buff, nell'Illinois e la sua infanzia è costellata da ricordi legati a Disneyland, dove il padre, con cui nel tempo ha perso i rapporti, era solito portarlo; si è laureato alla Full Sail University e una volta adulto, dopo aver letto la biografia di Walt Disney di Neal Gaber, ha iniziato ad accompagnare anche lui i suoi figli nel parco. Da subito ha percepito una sorta di connessione col luogo, mentre i ricordi d'infanzia riaffioravano, cosa che però non accade alla moglie, originaria dell'Unione Sovietica, che osserva le attrazioni disincantata. Nella sua ricerca della reale identità del legame che sente avere con Disneyland, Randy ha deciso di girare questo film, ma ovviamente Disney non avrebbe mai permesso le riprese di un film horror all'interno di un suo parco, perciò come venire a capo della situazione?
''Per me è il futuro: videocamere nelle tue mani, occhiali che riprendono... chiunque può girare in qualsiasi momento, e penso esploderà''. Così, armato di una Canon EOS 5D Mark II e una Canon EOS 1D Mark IV, iniziò le riprese con la sua crew: ''dobbiamo aver camminato per il parco almeno otto o nove volte durante molti giri di recognizione prima ancora di iniziare a girare'', racconta. L'intero cast ha dovuto comprare abbonamenti sia per Disney World in Florida, dove hanno speso dieci giorni, che per Disneyland in California, dove si sono fermati per due settimane. In questo modo il parco rappresentato risulta come una fusione dei due e sono riusciti a non dare troppo nell'occhio. Per non rischiare di essere beccati Moore costrinse la sua crew a rasarsi e a mettere vestiti tipici da turista, e ciò scatenò un ammutinamento da parte della stessa, e nonostante gli attori indossassero gli stessi vestiti ogni giorno la sicurezza del parco non li ha mai fermati, tranne un giorno, verso la fine delle riprese, quando vennero scambiati per dei paparazzi che cercavano di riprendere in segreto una star presente nel parco. A causa dell'incapacità del regolare la luce dovettero studiare perfettamente le condizioni metereologiche e la posizione del sole, ma per garantire un risultato omogeneo, Moore decise di filmare il film in bianco e nero: ''Giravamo con lenti molto veloci e completamente aperte, così la nostra profondità di campo era sottile come un rasoio. Il bianco e nero ci ha aiutato enormemente con la messa a fuoco e la composizione [...] la scelta è irreversibile, perché la 5D non riprende il raw, e avendo settato le impostazioni per il monocromatico non saremmo potuti tornare al colore nemmeno volendolo'', racconta Moore soddisfatto comunque del risultato finale ancora più onirico e surreale di quanto si aspettasse.

Per paura che il progetto venisse bloccato, Randy andò in Sud Corea per editare e montare il film, ingaggiando la stessa agenzia che nel 2006 aveva curato gli effetti di "The Host". Una volta tornato in America, mantenne la pellicola segreto al punto che nemmeno al Sundace, durante l'anteprima, era concesso agli spettatori di rivelare il nome del parco all'interno del quale il film era ambientato. Questo portò anche alla scelta di non proiettarlo al Polly Grind Film Festival del 2012. Nonostante i timori del regista, il film venne distribuito al cinema e in digitale dalla PDA, un'azienda della Cinetic Media Company, l'11 Ottobre 2013, senza alcuna querela da parte di Disney, che addirittura aggiunse una entry per il film nella sua enciclopedia ufficiale, dimostrando come seppur consapevole della sua esistenza abbia semplicemente scelto di ignorare il tutto.
Secondo l'esperto di legge Tim Wu della Columbia Law School: ''il suo uso di Disneyworld non è una semplice cornice; lo trasforma in qualcosa di perturbante e disgustoso - un posto dove, per esempio, gli ospiti vengono colpiti col taser per purgare la loro immaginazione... Sarebbe stata una rivelazione se Moore avesse creato un film adatto a chi volesse visitare Disney World ma fosse stato troppo pigro per andare fino in Florida. Escape From Tomorrow, comunque, non è chiaramente un sostituto al pagamento del biglietto del parco''. Peter Sciretta, d'altro canto, critica come abbia ripreso passanti senza il loro consenso e senza averli messi al corrente di far parte di un film.

Il film non è però il primo Guerrilla Movie a prender luogo tra le mura di Disneyland; infatti, già nel 2010 l'artista Banksy, accompagnato dal coregista Shepard Folrey e dall'amico street artist Mr. Brainwash, aveva girato proprio lì una scena del suo documentario "Exit Through the Gift Shop"e alcuni anni più tardi Jeremiah e Josh Daws avevano girato un corto found footage, divenuto virale e rilasciato il 29 ottobre 2012, all'interno della Haunted Mansion di Disneyland dal titolo "Missing in the Mansion", dove viene esplorata la presunta, inquietante e misteriosa, sparizione dei tre ragazzi proprio all'interno dell'attrazione avvenuta il 6 luglio del 2012.
Banksy vestito da prigioniero di Guantanamo a Disneyland
Randy è riuscito, però, a creare un film unico nel suo genere, difficile da concepire e da realizzare. Basti pensare che il montatore del suono è stato costretto ad ascoltare le registrazioni di intere giornate di dialoghi nel parco, ottenute tramite un microfono attaccato con del nastro adesivo al corpo degli attori costantemente in funzione, in cerca delle battute del film e che gli attori erano costretti a leggere il copione dallo schermo di un iphone per non destare sospetti. Solamente alcune scene al chiuso vennero realizzate in un soundstage con l'aiuto di un green screen ed alcune canzoni del parco, fra cui ''It's a Small World'' (di cui la crew fu costretta a girare l'attrazione per dodici volte di fila), sostituite con composizioni originali di Abel Korzeniowshi ispirate alle soundtrack del cinema hollywoodiano anni '50.

Nonostante però l'estrema dedizione e la cura dimostrata dal regista, il film risulta comunque confusionario, quasi sconclusionato, pieno di momenti nei quali lo spettatore perde il filo di una trama non realmente esplicata, tra sequenze, seppur suggestive, a tratti noiose e logoranti. Un'esperienza unica, affascinante e con il suo appeal, che, però, pecca comunque a livello oggettivo, riuscendo a classificarsi come un film mediocre se non fosse per la sua realizzazione e la sua ambientazione, cardine principale del suo successo di nicchia, riconosciuto anche dalla stessa Disney.
Se, nonostante tutto, si può dire che questo sia stato un successo nella guerrilla filmmaking, lo stesso non si può dire per un altro film, un biopic del 2013 di Randal Miller e Judy Savin: ''Midnight Rider: the Gregg Allman Story'', dove l'azzardo di questa tecnica è costato una vita umana. 

CONTINUA...

Articolo di Robb P. Lestinci e Iris Alessi
Revisione di Giulia Ulivucci

giovedì 25 luglio 2019

Corpi dilaniati in prima persona (Recensione "Hotel Inferno")

Quando uscì "Hardcore" nelle sale venne velocemente definito il primo film action girato in prima persona (POV), nonostante sia stato battuto sul tempo da una folle produzione Italiana nel 2013.

"Hotel Inferno" è un film splatter in POV italiano del 2013 scritto e diretto da Giulio De Santi e prodotto dalla Necrostorm, una casa italiana indipendente di film horror che conobbi qualche anno fa grazie allo youtuber DanteLucifero.
Noi spettatori vedremo il film dagli occhi di Frank Zimosa (Rayner Bourton), un sicario professionista ingaggiato dal misterioso Jorge Mistrandia (Michael Howe) per un lavoretto all'apparenza semplice. Ben presto, però, Frank si renderà conto di essersi ritrovato rinchiuso in un hotel abitato da folli psicopatici e da succubi di una qualche forza oscura che vuole ben più del suo corpo: la sua anima.

Il film è letteralmente un bagno di sangue continuo, ogni personaggio che appare su schermo viene usato solo ai fini di essere brutalmente ucciso dopo un rapido scontro con Frank tra budella, crani e sangue che volano sulla scena. La visuale in prima persona aiuta molto questo tripudio dello splatter rendendolo più simile a un videogame che a un film.
Non bisogna aspettarsi recitazioni di alto livello (ma nemmeno di medio) o colpi di scena degni di nota, il film, dopotutto, promette solo frattaglie in prima persona ed è esattamente ciò che porta, rendendo lo spettatore ansioso per le sorti di Frank e facendogli quasi sentire ogni ferita che subisce, pur non andando mai a caratterizzare il personaggio. E ciò potrebbe esser voluto.

Se il personaggio non fosse andato a genio, vedere in prima persona dalla sua prospettiva sarebbe stato fastidioso, con un personaggio "bianco" ci risulta più facile immedesimarsi, basti pensare al Doomguy, non ha caratterizzazione, eppure, sin dai primi minuti di "Doom", simpatizziamo per la sua faccia pixellata da duro perché, in mancanza di caratterizzazione grazie alla prospettiva, c'immedesimiamo rapidamente in lui.
"Doomguy", il protagonista di "Doom"
Il solo personaggio che effettivamente parla, e dio mio se parla, è Mistrandia e, nonostante sia logorroico, risulta un personaggio carismatico e interessante, che genera timore con le sue sole parole. Un Handsome Jack senza volto noto con doppiaggio peggiore, insomma.

Nonostante sia il primo horror completamente in prospettiva (se escludiamo i vari found footage), non è di certo il primo a utilizzare questa particolare scelta stilistica: il primo fu infatti "La fuga" ("Dark Passage") del 1947, diretto da Delmer Daves, altra pellicola di cui parleremo in futuro in pagina, un noir che, per circa un'ora di film, ci mostra il mondo dagli occhi del protagonista Vincent (Humphrey Bogart), nonostante, il secondo tempo, sia girato in maniera tradizionale.

Il primo film interamente in prospettiva fu, invece, "Una donna nel lago" ("Lady in the Lake"), altra pellicola di cui parleremo, sempre del 1947, diretto da Robert Montgomery, ispirato proprio dall'amico regista Daves che gli spiegò le sue perplessità riguardo l'uso della prima persona per un film.
In ogni caso, se amate lo splatter estremo e volete vedere qualcosa di dinamico e nuovo, completamente folle, con esplosioni di sangue e risate malvage dritte nelle vostre orecchie, "Hotel Inferno" e i suoi due sequel sono quello che stavate cercando.


Articolo di Robb P. Lestinci

Le streghe di Zugarramurdi (Recensione "Le streghe son tornate")

"Le streghe son tornate" ("Las brujas de Zugarramurdi") è una commedia horror spagnola del 2013, vincitrice di ben 8 premi Goya, del regista e sceneggiatore vincitore di un Leone d'Oro Alex de la Iglesìa, di cui parleremo nuovamente in futuro per il suo "El Bar" del 2017.
José (Hugo Silva), protagonista del film, organizza assieme all'amico Antonio (Mario Casas), una rapina, vestiti da Gesù e da soldatino giocattolo, per scappare dalla loro vita rovinate da pessime storie d'amore. Assieme al figlio di José, Sergio (Gabriel Delgrado) ed a due ostaggi (un tassista ed il suo molesto passeggero), si dirigeranno verso al Francia, ma finiranno per perdersi nel paese di Zagurramurdi, dove finiranno tra le grinfie di alcune streghe mangiauomini, in particolar modo della sensuale Eva (Carolina Bang, che tornerà a lavorare col regista anche in "El Bar") per cui, presto, José finirà per infatuarsi.

Il film, largamente premiato nei festival di tutta Europa, è una di quelle commedie che ti fanno affezionare ai personaggi e ti divertono dall'inizio alla fine, riuscendo a farti entrare nella pellicola, a farti chiedere "Cosa farei io fossi in loro?", dimenticandosi che son tutti bravi a parlare da dietro uno schermo.

Nonostante la forte vena comica della pellicola, vi sono vari elementi splatter e gore, tra dita mozzate e bambini cucinati e fatti a pezzo, nonostante la vena orrorifica non prende mai davvero il sopravvento e resti quasi solo una cornice per la storia della ribalta dei due protagonisti, pronti anche ad affrontare streghe ancestrali e la loro divinità per una vita senza le donne che le avevano rovinate precedentemente.
Le donne in questo film sono il deus ex machina assoluto, gli uomini sono in balia delle loro azioni e non possono far altro che agire in base alle loro azioni, dirette e non. Sono coloro che istigano la rapina, che li accolgono, che decidono di condannarli per i propri fini e che li salvano, dando loro nuove speranze. Le donne sono portatrici, manipolatrici, di vita e boia allo stesso tempo.

Direi che questo film risolva il dibattito riguardo il sesso predominante, insomma.
La location, inoltre, non é assolutamente casuale. Zugarramurdi si vide protagonista della condanna di 56 persone nel 1610, 31 per stregoneria, le restanti per stregoneria, di cui 16 condannate a morte sul rogo. Tristemente, ovviamente, nessuna di questa era una strega ed addirittura uno dei inquisitori lo affermò in un documento ufficiale, nonostante ciò non fermò l'Inquisizione dall'ucciderle.

Tutt'ora nel paesino si ricordano feste-sabba commemorative ed esiste un museo dedicato alle streghe, El Museo de la Brujas, dove viene anche proiettato il film di de la Iglesias.
Interno del Museo de la Brujas
Come ultimo appunto vorrei ricordare un dettaglio che mi ha fatto assai sorridere: nell'introduzione sono presentate varie foto di streghe nella storia, tra cui spicca una foto di Angela Merkel, cancelliera federale tedesca.

Articolo di Robb P. Lestinci