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martedì 20 agosto 2019

Queste maledette cose invisibili

A chi dovesse giustamente notare la singolarità e problematicità del volersi impuntare su di un argomento tanto estraneo al fondamento espressivo della settima arte, ovvero l'immagine, come le impossibili scorribande di esseri “invisibili”, che un'immagine non hanno, nel nostro mondo vogliamo lasciar sapere che tutto ciò che è singolare e problematico lo troviamo decisamente più degno dalla nostra (e vostra) attenzione di ogni altra cosa. Tuttavia, così finendo per rendere il tutto ancora più singolare e problematico di quanto già non fosse, dobbiamo mettere fin da subito in chiaro come l'opera audiovisiva che tratteremo non sarà cinematografica, ma televisiva, il risultato non sarà soddisfacente, ma molto al di sotto degli standard del suo artefice, e l'entità non sarà più invisibile, ma forse fin troppo palesata. Ma andiamo con ordine.

In principio fu lo scrittore irlandese Fritz-James O'Brien. Come ricorda Sua Maestà H. P. Lovecraft (che oggi compie 129 anni) nel suo saggio fondamentale “L'orrore sovrannaturale nella letteratura”, «[è] stato lui a darci “What Was It?”, la prima storia ben costruita di un essere tangibile ma invisibile» (chiarendo perlatro che con questo termine stiamo intendendo un vero e proprio stato concreto della materia fisica, e non quello etereo di improbabili emanazioni spiritiche). Il racconto, datato 1859, tirava in ballo la medesima speculazione sulla rifrazione della luce da cui prenderanno il via gli esperimenti di Jack Griffin, alias l'Uomo Invisibile, e, nonostante i clichè tipici del genere gotico (i personaggi a un certo punto discutono letteralmente di Hoffmann) e l'ineffabilità epistemologica dell'essere invisibile (la cui forma sgraziatamente umanoide rivelata da un calco non fa che infittire il mistero  che rimarrà irrisolto alla sua morte per inedia), l'horror è stato ormai legato a doppio filo con la fantascienza.
Ciò non passò inosservato all'americano Ambrose Gwinnett Bierce che, col proprio stile scarno e giornalistico. ma efficacemente cinico e beffardo, si dilettava in entrambi, ambientando spesso le proprie novelle sovrannaturali negli Stati Uniti del sud, specialmente nei pressi della frontiera messicana  oltre cui lui stesso scomparve nel 1914 (circostanza romanzata in “Dal tramonto all'alba 3” dove lo scrittore è interpretato nientedimeno che da Michael Parks), e che nel 1893 pubblicò “La cosa maledetta” (“The Damned Thing”): la storia tratta di una comicamente macabra inchiesta che si svolge in presenza del cadavere della vittima, un vero e proprio leitmotiv in Bierce (di recente pure ottimamente ripresentato dal “The Autopsy of Jane Doe” del regista André Øvredal da cui tutti attendiamo “Scary Stories to Tell in the Dark”), e che rivela le incursioni nel “chaparral” circostante di una fiera assassina e dal pigmento composto da «colori che integrano la composizione della luce, e che non siamo in grado di discernere» (nuova edizione Mondadori de “I miti di Cthulhu”); si fa brevemente riferimento ai raggi attinici, ovvero gli ultravioletti di "From Beyond ” , quale pseudoscientifica spiegazione del fenomeno e, sebbene l'argomentazione non sia altrettanto elaborata rispetto a quella del romanzo di Wells più di quanto non ne sia maggiormente plausibile, il timore esistenziale dinanzi a ciò che non potremmo mai conoscere trae ancora più efficacia dal cinismo sardonico dell'autore, che troviamo sempre un efficace e verosimile approccio emotivo all'orrore sovrannaturale, e dall'ambientazione rurale e prosaica, che vi si oppone evidenziandone il dis-ordine sovversivo. Insomma, un piccolo capolavoro del genere che anticipa proprio la rivoluzione “copernicana”, come la chiamava Fritz Leiber, apportatavi in seguito proprio dalo stesso Lovecraft.

Se avete ammirevolmente già letto il primo articolo di questa sorta di rubrica , probabilmente l'ambientazione rurale e il black humor del racconto di Bierce vi avranno ricordato l'incipit del film di Whale; ma prestate attenzione alla variabile “Stati Uniti del sud” all'equazione ed il risultato non potrà non essere l'associazione immediata con uno dei più grandi e compianti moderni maestri del genere: Tobe Hooper. Purtroppo per lui (e per noi), probabilmente il regista di Austin era già da considerarsi compianto all'epoca, correva l'anno 2006, in cui girò questo primo episodio della seconda stagione di “Masters of Horror” tratto proprio dal racconto di Bierce omonimo, anche se da noi il mediometraggio è reintitolato “Discordia”, dopo aver già con risultati mediocri, a voler essere teneri, tentato di sposare i topoi del proprio cinema con quelli lovecraftiani in “Il custode” (The Mortuary; 2005) , dove uno scialbo teen drama, solo a tratti salvato da sprazzi morenti dell'umorismo nero e scorci sporadici del degrado sociale tipici del regista fin da “Non aprite quella porta”, toglieva lo spazio al potenzialmente interessante rapporto che incorreva tra il fungo senziente che infestava la dimora in cui si trasferivano protagonisti e il ritardato deforme che lo aveva nutrito per generazioni: il primo viene incautamente mostrato nel finale, contro ogni logica di buona riuscita sia cinematografica che letteraria, in tutta la sua interezza con una pessima CGI, il secondo non rimane neanche abbastanza sullo schermo perchè si possa compatire la sua ingenua mancanza di cattiveria quale novello Leatherface.
Tornando a “Discordia”, la sceneggiatura di Richard Matheson elimina la cornice umoristica e processuale del racconto di Bierce, mantenendo solo l'idea di un proprietario terriero perseguitato dalla Cosa Maledetta e che nel prologo ucciderà la moglie e tenterà, prima di essere sventrato dall'essere invisibile, lo stesso exploit con il figlio adolescente: questi diventerà, ventiquattro anni dopo, il paranoico sceriffo della cittadina di Cloverdale (Tex.), interpretato da Sean Patrick Flanery (“L'insaziabile”, “Kaw”), ancora ossessionato dal brutale evento cui assistette anni addietro, finendo per trascurare (ma neanche troppo) la moglie e il figlio, riempiendo la tenuta del padre in cui egli stesso continua a vivere di telecamere di sorveglianza e pronto a recepire immediatamente i segni di follia incipiente che comincia ad insinuarsi tra gli abitanti del paese al ritorno della Cosa Maledetta. I problemi del mediometraggio sono, letteralmente, tutti contenuti in questa breve sinossi: dopo una passabile scena d'apertura iniziale, caratterizzata da un montaggio sincopato e frammentato che ricorda molto quello completamente eccessivo e lisergico dell'episodio che Hooper diresse per la prima stagione della serie ideata da Mick Garris ( “La danza dei morti” , scritto e anche tratto da Matheson), veniamo introdotti nella Cloverdale del presente, abitata, come ogni cittadina texana e hooperiana che si rispetti, da uno stuolo di personaggi secondari, che però non fanno in tempo a comporre in modo soddisfacente il quadro sonnolento di una disagiata comunità rurale, come invece accadeva in “Un motel vicino alla palude” (dove pure figurava un giovanissimo Englund pre-Krueger) e in “The Mangler”, che subito sono costretti a cedere il passo alle inconcludenti indagini dello sceriffo sul passato del luogo, per poi essere sommariamente dimenticati o uccisi: il vicesceriffo aspirante fumettista (Bernand Fletcher), il giornalista viscido e opportunista (Andrew Mcllroy), persino lo schizzatissimo prete interpretato da Ted Raimi insieme a pochi altri anonimi personaggi, sono più che altro meri riempitivi che dovranno solo prestarsi alla alquanto misera, visivamente e concettualmente, carneficina finale in cui si uccideranno l'un l'altro, e che, senza restituire assolutamente, nella loro invasiva e allo stesso tempo scarna frammentarietà, il senso di un'intera città in preda al delirio, risultando personaggi casuali e fini a sé stessi, troppo abbozzati per non essere degli insignificanti pretesti per un po' di gore, e al contempo troppo potenzialmente complessi per  rappresentare i diversi tipi umani che dovrebbero venire indiscriminatamente travolti dalla calamità. 

La prima metà del mediometraggio è letteralmente un'inutile presentazione di tutti questi personaggi, che si tolgono spazio a vicenda e da cui il protagonista emerge solo come il più futilmente sfaccettato di tutti; difatti, quando la follia dilaga (o dovrebbe star dilagando... non lo vediamo e non lo intuiamo più di tanto) a Cloverdale e la Cosa Maledetta sta per fare il suo “grande ritorno”, siamo già a finale inoltrato, senza che si sia venuto a creare anche solo l'ombra di un nesso, narrativo o subtestuale, tra il personaggio dello sceriffo e l'entità: la responsabile della situazione ai limiti del paranormale parebbe essere infatti l'intera cittadina, formata dai fuggitivi di un paesino vicino perito nella medesima maniera, e la causa sarebbe da ricondursi allo sfruttamento improprio fattovi nel campo dell'estrazione petrolifera. Potenzialmente interessante, questa sottotrama è ridotta ad una mera lettura da parte dello sceriffo di alcuni vecchi articoli di giornale, mancando ancora una volta di impressionare sullo schermo l'estensione e la forza dell'influenza di questa maledettissima (per davvero) cosa, né tantomeno viene così approfondito il legame specifico che avrebbe dovuto avere con lo sceriffo, se mai ce n'è stato uno: quando negli ultimi minuti il protagonista viene colto dalla stessa follia omicida del padre, ma non certo in maniera diversa dagli altri abitanti di Cloverdale, lo spettatore scompre paradossalmente di essersi fin troppo aspettato un risvolto di trama che non aveva motivo alcuno di aspettarsi, mentre le sottotrame avviate dagli altri personaggi si ritrovano mozzate alla loro morte sensa alcun senso narrativo e in favore del un focus su quello dello sceriffo che non ha alcuna centralità se non quella di essere nominalmente il protagonista. 
Quando gli ultimi minuti la Cosa Maledetta finalmente appare, simile al Mostro di Catrame dei film di Scooby-Doo scritti da James Gunn e che ci auguriamo nessuno a parte noi ricordi, non è resa in un digitale certo migliore del mostro finale de “Il Custode”, eppure entrambe sono sulla carta due intelligentissime reinterpretazioni in chiave ecologica dei mostri amorfi e tentacolari di Lovecraft, a labile, ma fin troppo eloquente, testimonianza della forte impronta personale che due autori come Hooper o Matheson hanno dato sempre e comunque, anche se prendere coscienza di ciò non fa che rendere ancora più evidente quanto l'adattamento del racconto di Bierce sia una vera e propria occasione sprecata che neanche la messa in scena del regista di Austin, sempre perfettamente mirata a restituire l'orrore in strade battute dal sole e qui resa attraverso una fotografia itterica durante la notte e leggermente sovraesposta durante il giorno, riesce a recuperare. Inoltre, avevamo detto come fosse proprio l'invisibilità “concreta” della Cosa in Bierce a renderla un prototipo della tipica inconoscibile entità lovecraftiana, quindi l'elemento maggiormente interessante e innovativo della novella in Hooper cede il passo alla terribile CGI di un mostro melmoso, come composto di petrolio, che tradisce potremmo dire “ingiustificatamente” l'elliticità dell'opera originale, visto che non sostiene sufficientemente neanche la componente politica che vorrebbe aggiungere all'opera  piegandosi ad un finale frettoloso (spoiler, se siete tra quelli che ci tengono) che, invece di apparire nichilista e distruttivo come vorrebbe, da solo un ennesimo senso di subitanea interruzione narrativa: la Cosa Maledetta divora lo sceriffo, il cui flusso di coscienza che ci aveva accompagnato per tutto il film deve probabilmente provenire dall'Oltretomba (...ok), in modo semplicemente ridicolo, poi i più attenti potranno forse decifrare nei movimenti epilettici compiuti dalla macchina da presa, che niente hanno dei contestualizzati frenetici movimenti di macchina, gli sdoppiamenti d'immagine e il montaggio sincopato de “La danza dei morti”, l'intenzione del regista di comunicare che la macchina in cui viaggiano il figlio e la moglie stia venendo attaccata dal mostro.
Fermo restando che, per quanto possiamo non apprezzare il mediometraggio di Hooper, troviamo alquanto pretestuosa la cecità che è stata riservata alla riconiscibile autorialità del suo cinema presente tanto in questo mediometraggio quanto in molte sue opere che, non assurte al rango di classici quali “Il tunnel dell'orrore” (da poco rilasciato dalla Midnight Factory) e “Poltergeist”, continuano ad essere ingiustamente denigrate, e così pure il trattamento riservato più in generale alle due stagioni di “Masters of Horror” tanto ricche di episodi sia mediocri che eccellenti quanto di più semplicemente ed onestamente validi. Tuttavia, sarebbe non del tutto corretto imputare alle ovvie ristrettezze della produzione televisiva la mancata riuscita dell'opera hooperiana, visto che nel 1975 era stato diretto un altro adattamento del racconto di Ambrose Bierce, certamente sconosciuto ai più così come lo era a chi scrive prima della stesura di quest'articolo nonostante informazioni sullo stesso possono trovarsi persino su Wikipedia: diretto all'epoca per la televisione iugoslava, e quindi in un regime che non fu certo clemente col genere che per eccellenza mette a nudo l'abiezione e la fragilità del genere umano, da Branko Plesa in un suggestivo bianco e nero, questo mediometraggio, solo di pochi minuti più lungo di quello di Hooper, si rivela non solo un fedelissimo adattamento narrativamente parlando (ritroviamo l'inchiesta in una cascina di campagna al cospetto di una giuria di contadini, i siparietti comici tra il testimone e scrittore amico della vittima con il coroner interpretato dal regista e persino citazioni di interi dialoghi o lo svolgersi della scena al lume di candela), ma pure un'incredibilmente acuta riproposizione delle tematiche e suggestioni principali e in seguito fondamentali per il genere del racconto: inquietantissimi piani sequenza e finte soggettive che percorrono il “chaparral”, stranianti ralenty degli uccelli che infestano la volta celeste e intelligentissime zoomate che sostituiscono brillantemente i chiaramente inaccessibili movimenti di macchina più complessi vengono costantemente accompagnati dal drammatico tema musicale di Stanko Terzik, che combinando il tutto in una potentissima e chiara visione dell'irreprensibile e indecifrabile schema della natura che ci circonda e di cui la Cosa Maledetta o “Prokletinja”, da cui il titolo dell'opera, è solo il maggiore esponente. Degni di nota sono pure diverse inquadrature tipiche del cinema di Sergio Leone (il dettaglio insistente della scarpa bucata del coroner pare essere, salvo un errore dovuto ad una nostra dimenticanza, uscito da un suo film) che si sposano alla perfezione con l'ambientazione da Guerra Civile dal film restituita alla perfezione attingendone il sapore da solo una delle opere in cui Bierce, che la visse in prima persona, lo infuse, ed il montaggio serrato che, dopo un film dalla narrazione e dal linguaggio lenti e riflessivi, accompagna la prima e ultima aggressione del mostro ai danni del protagonista ci pare il solo e unico mezzo con cui una talmente ineffabile situazione poteva essere resa in immagini con una simile efficacia. Il film, poi, si dilunga in filosofiche e scientifiche discussioni riguardanti l'inconoscibilità e la vera natura dell'universo, che abbiamo potuto apprezzare solo in parte a causa della totale irreperibilità dell'opera con sottotitoli diversi dagli spagnoli (qui invece trovate una versione di migliore qualità ma senza sottotitoli ).

Non dubitiamo che vedere un giorno un'edizione anche solo occidentale di quest'opera non sia più impossibile del vedere la Cosa Maledetta in persona. O restare vivi abbastanza a lungo per raccontarlo.
Se fate parte di quegli «amanti dell'orrido [che] frequentano spesso luoghi strani e solitari» (“L'immagine nella casa”, H. P. Lovecraft) forse sarete abbastanza incuranti di ciò per voler dare subito una migliore occhiata più da vicino ai racconti dell'orrore di Bierce recentemente ripubblicati (purtroppo come sempre parzialmente) da Theoria, mentre per una nuova ed ultima incursione nel regno dell'Invisibile, sull'impervio confine tra cinema e letteratura, vi consigliamo di continuare a frequentare il blog come fosse una catacomba di Tolemaide, un castello sul Reno, una città dell'Asia o una fattoria del New England. O, se preferite, come un innevato villaggio inglese, un'assolata cittadina texana o, meglio ancora, la casa sulla Senna di un giudice. Ci rivediamo lì.

Articolo di Donato Martiello

giovedì 15 agosto 2019

Non entrate in quella soffitta (Recensione "The Evil Clergyman") - Short Week

Il filone di cinema “lovecraftiano” (i più puristi scuseranno la licenza poetica, magari cercando anche di capire che niente può essere assolutamente ed irrepetibilmente identico alla logica di un autore se non l'opera di quell'autore medesimo) che nacque dopo il 1985 sulla scia di Re-animator di Stuart Gordon viene tuttora considerato il più strano e peculiare tipo di cinema che abbia mai tentato di riferirsi e rifarsi alle opere del Solitario Ma Non Troppo (così almeno una volta li facciamo contenti questi puristi) di Providence. E, tanto per le sue vicende distributive quanto per il testo da cui è tratto, parossismo di questa stranezza e peculiarità è senza dubbio il mediometraggio (stavolta dovrà essere chi si aspettava la recensione di un corto a scusarci) diretto da nientedimeno che il produttore della Empire Pictures Charles Band, giusto dopo aver prodotto From Beyond sempre di Gordon (e a tal proposito vada qui chi cercasse la recensione di un cortometraggio, così sono saldati i conti con tutti), e giusto quando la storica casa di produzione con cui, sotto lo sguardo vigile del padre Albert, aveva messo al mondo Ghoulies, Trancers, Dungeonmaster, Dolls, TerrorVision e, appunto, Re-animator fallisse per essere poi rianimata nella Fool Moon: The Evil Clergyman , ultimo dei tre episodi (i primi due erano sequel di Trancers e Dungeonmaster) che componevano il film antologico, ritrovato 25 anni dopo che il fallimento dell'azienda ne impedisse il rilascio, Pulse Pounders (1988).
Vero terzo capitolo del ciclo lovecraftiano di Gordon prima ancora di Dagon, rivede il ritorno non solo di Jeffrey Combs (ovviamente Herbert West) e Barbara Crampton (ovviamente “quella nuda” in Re-animator), ma persino di David Gale (l'acefalo e libidinoso dottor Carl Hill); tuttavia quello che veramente non può passare inosservato sebbene (solo apparentemente) dietro le quinte è il ritorno di Dennis Paoli alla scrittura, Mac Ahlberg alla fotografia e, in occasione del restauro, Richard Band all'inquietantissima colonna sonora. La combinazione di questi elementi dona un'alchemico potere ad una pellicola che, come un kammerspiel espressionista, si ambienta quasi totalmente nella mansarda dalla claustrofobica e onirica luce bluastra di una magione gotica cui si accede attraverso una scalinata a spirale che fa il verso proprio al Dracula di Browning che Lovecraft, ricordiamolo per farci due risate, detestava. Anche perchè, al contrario di Re-animator, qui non ci sarà proprio niente da ridere. E se il fatto che la Crampton interpreti l'amante rosa dal dolore del prete suicida che che era Combs, e che cominci a rivivere nel loro nido d'amore, la stessa mansarda in cui si è impiccato, il loro desiderio perduto in maniera via via sempre più ambigua e inquietante, dovesse essere portato a esempio quale ennesimo e sedicente tradimento dell'opera di Lovecraft da parte di suddetto filone cinematografico, pur mancando di Gordon (che Band, bisogna dirlo, sostituisce in maniera accettabile) o del fidato Brian Yuzna, consiglieremo al miscrednete una lettura, sia metaforica che letterale, più attenta del materiale originale.
Quest'opera è in realtà il contenuto di una lettera che Lovecraft scrisse nel 1933 a Bernard Austin Dwyer, che lo pubblico come “racconto postumo” nel '39 sulla rivista Weird Tales che sempre era stata l'indesiderata vetrina dei racconti del Sognatore, ed è, appunto, a sua volta il contenuto di un sogno descritto per filo e per segno (come spesso faceva) da HPL (o Ec'h-Pi-El, come spesso si firmava) all'amico di penna, come potete leggere in Oniricon. Sogni, incubi e fantasticherie , a cura di Pietro Guarriello, in cui figura pure un'introduzione del 1994 scritta dal più grande scrittore lovecraftiano vivente S. T. Joshi che, ironicamente, parla di «vaghe notizie su una versione cinematografica!». Tornando al sogno-racconto, da noi intitolato >Il prete malvagio (tra le varie pubblicazioni dell'opera dell'autore lo trovate in una di quelle recentemente edite nella solita Oscar Draghi ), è uno dei tanti esempi di come l'immaginazione di Lovecraft, pur non avendo nei sogni la medesima coerenza che si impegnava a infondere nei racconti, si rivela chiaramente come la sorgente comune di entrambi riproponendo schemi neanche troppo insoliti, tra cui uno in particolare che si può ritrovare tanto nei viaggi astrali di Crowley quanto nella freudiana perdita del Sè, e che Lovecraft ha riporoposto diverse volte e in diverse forme nella sua opera (le prese di coscienza di un corpo in balia di una genetica “malata” de L'Estraneo, La Maschera di Innsmouth e Arthur Jermyn ,come pure i viaggi interstellari dei cervelli “scorporati” dentro dei cilindri in Colui che Sussurrava nelle Tenebre): la perdita del proprio corpo e, più nello specifico, l'alienazione della propria personalità e coscienza (apparentemente) individuale da esso, un attimo prima di cadere nel baratro della misericordiosa follia: il prete del sogno è, per l'appunto, una sorta di stregone che ricorda l'Ephraim Waite de La Cosa sulla Soglia e che, come lui che in tal modo protraeva oltrenatura la durata della propria esistenza, parrebbe relegare la coscienza di altri nel proprio corpo per rubare quello che originariamente apparteneva loro; tale è, infatti, il destino dell'Io del sogno raccontato da Lovecraft, che incautamente decide di rimanere solo nella soffitta dove il chierico studiava la magia nera, e questo è il solo elemento narrativo e chiaro della sua escursione notturna.
Nonostante tale limitazione, però, Paoli dimostra di saper inglobare con sagacia perfino i più piccoli e solo apparentemente insignificanti elementi dell'esperienza onirica lovecraftiana, che divengono la fonte principale di suggestione e atmosfera tanto nell'interpretazione di un sogno quanto nella sua rielaborazione cinematografica proprio in quanto tali: l'apparizione fugace di un gruppo di vescovi derivante dal tempo che Lovecraft doveva spendere immerso nelle macabre suggestioni che riempivano i periodi storici segnati dalla Santa Inquisizione e dalla caccia alle streghe (un film che pare abbia invece apprezzato fu proprio La Stregoneria attraverso i Secoli), spesso al centro dei suoi racconti, diviene lo spettrale monito del vescovo interpretato da David Warner (che, per rimanere nell'ambito, rivedremo in The Unnamable II. The Statement of Randolph Carter e Necronomicon di Yuzna) che intima, nel modo più goticamente classico che ci sia prima di fluttuare  nell'aria come i fantasmi di Bava o i posseduti di Raimi, alla Crampton di stare alla larga dalla persistente coscienza dell'uomo che l'ha assassinato quando venne a comunicargli la scomunica, svelando la metà martoriata del proprio volto in un ottimo utilizzo di luci e ombre. Ma la donna soccombe ancora al fascino postmorte («Ha una morbosa ossessione per il sesso e per la morte»  le diceva poe-scamente la padrona dello stabile nella prima scena, e come darle torto) di un Jeffrey Combs subdolamente piacente come non mai, e che incarna alla perfezione «l'impressione di essere più intelligente della media, ma la sua espressione celava un che di sottilmente proprio come accadde per il personaggio di West, sebbene non Combs non condivida l'aspetto formale di nessuno dei due (biondo Herbert West, scuro di pelle il Prete Malvagio: un altro punto a favore dell'infedeltà letteraria).
Questo fascino diabolico non poteva non prendere una piegha erotica fra le mani di Paoli, tanto più che, proprio come nel sogno di Lovecraft, il Prete Malvagio si accinge ad impiccarsi di nuovo, ma l'interesse che lo spettatore onirico da al suo proposito pare essere sufficiente a completare lo scambio, anche se le attenioni date dal personaggio della Crampton a quello di Combs sono ben diverse e, di conseguenza, è una fellatio all'uomo che sta ancora oscillando dal cappio a sigillare il patto: lo scambio mentale è avvenuto, e il corto termina con il prete-stregone che lascia la mansarda nel corpo della Crampton (nel sogno di HPL assistevamo solo al finale riconoscimento della mutazione del proprio aspetto in quello del suo aguzzino, cosa che non avviene nel film visto che la donna si impiccherà a sua volta prima dello scmabio), sotto gli occhi dell'attonita padrona di casa (personaggio che pure deriva vagamente da quello che nel sogno conduceva il Sognatore dentro e fuori dalla soffitta). Un finale tragico a dir poco, ma che non si risparmia una vena di brutale ironia quando, quasi a scherno dell'atto sessuale che ha forzato psicologicamente l'amata a compiere, Combs si estrae un pelo dalla bocca dopo aver dato un repellente bacio di blasfemo sodalizio al vero pezzo forte di questo delirio onirico di trenta minuti, che abbiamo volutamente riservato per la fine: il demone familiare da incubo del Prete Malvagio, un ratto dalla faccia umanoide interpretato dal compianto David Gale (a cui il film è dedicato), truccato nuovamente dall'altrettanto compianto John Carl Buechler sempre più attratto dalle forme della giovane attrice, e a atal proposito vorremmo aggiungere a chi ancora pensi a tutta questa componente sessuale come fuori luogo che uno dei più grandi artisti viventi, il geniale Alan Moore, sarebbe molto probabilmente in disaccordo: nel quarto albo del suo >Providence il personaggio che fa il verso a Asenth Waite de La Cosa sulla Soglia, incarnazione femminile dello stregone lovecraftiano Ephraim, che, in una tripla usurpazione e violazione dell'intimità altrui, stupra il proprio stesso corpo (peraltro quello di una bambina) dopo aver scambiato la propria coscienza con quella dello sventurato protagonista, per provarvi all'interno di nuovo i piaceri della carne dopo un'attesa probabilmente durata secoli; un'intelligentissima e nerissima rilettura, sia da parte di Paoli che di Moore, a dimostrazione della violenza sessuale quale peggiore forma di sottrazione dell'identità (che per Paoli comincia proprio con sessualità: vedere l'intervista fattagli da Paolo Zelati in American Nightmares edito da Profondo Rosso) e annichilimento totale dell'individuo.
Il film, insomma, ha un tono che più tragico e malinconico non si può, e con l'inganno e lo stupro viene ricompensato l'amore sconveniente della Cranpton per un giovane sacerdote (sì, il film riesce a toccare anche tematiche del genere), mentre il famiglio rimane, a chiosare con un'ultima grottesca inquadratura, tramortito in una trappola a molla e mentre, in un ennesimo rimando ad uno dei più belli racconti di Lovecraft (pure citato in Re-animator 2 e adattato molto liberamente da Christophe Gans in Necronomicon), I Topi nel Muro continuano a far udire il proprio trapestio: a tal proposito, Stuart Gordon avrebbe poi adattato nel 2005 proprio il racconto I Sogni nella Casa Stregata per la serie tv Masters of Horror e da lì verrà il soggetto del prossimo articolo sui “mostri invisibili”.

Siamo davvero curiosi di sapere se riuscirete ad intuire di quale episodio possa trattarsi.


Articolo di Donato Martiello

sabato 27 luglio 2019

Un sogno infinito (Recensione "Long Dream")

"Long Dream" è un mediometraggio horror giapponese del 2000 scritto e diretto da Higuchinsky (regista anche di "Uzumaki" dello stesso anno) ispirato al racconto "Nagai Yume" di Junji Ito.

Mukoda (Shûji Kashiwabara) è un ragazzo che ha un problema particolare: i suoi sogni sono sempre più lunghi. Inizialmente il disagio è minimo, ma quando un incubo dura decenni e il suo corpo inizia a mutare è chiaro che qualcosa non vada e sorge spontanea la domanda: ci si può risvegliare da un sogno infinito?
Sicuramente uno dei prodotti ispirati alle opere del maestro nipponico Junji Ito più fedeli al materiale originale, seppur comunque si tratti di un prodotto a basso costo.

Il budget è, infatti, evidentemente assai ristretto, basti pensare che si tratta di un film lungo circa un'ora per la televisione, ergo ci si aspetterebbero effetti scadenti o minimali, ma Higuchinsky è riuscito comunque a sopperire alle lacune economiche con la sua regia e le snervanti scene riprese da una vecchia telecamera, capaci anche di coprire eventuali imperfezioni del make up. Il tutto mantiene comunque un'aurea si semi amatorialità in alcuni momenti, ma il tutto resta comunque salvabile se amanti di un certo genere di estetica dell'orrore.
Scena del manga originale
I prostetici sono però perfette riproduzioni di ciò che si vede nel manga e ciò è assolutamente inaspettato e sorprendente, qualcosa di raro in operazioni del genere. Interessante anche come si sia deciso di andare oltre l'epilogo della storia originale, modificando le motivazioni del dottor Kuroda rendendolo un personaggio più sinistro e tridimensionale, così come, piccoli dettagli come le scritte sui muri di Mukoda, vanno a renderlo più umano anche una volta mutato. La recitazione, però, è degna di una fiction, delle volte sopra le righe, tranne che per Kashiwabara assai convincente, ironicamente facendo sembrare i personaggi letteralmente usciti dalle pagine di un fumetto.

Il twist finale, del tutto inaspettato, è poi un'inquietante aggiunta lascia forse più turbati addirittura più del finale originale ideato da Ito. Il film, ancora più drammatico del materiale originale, esplora la paura della morte e la dubbia divisione tra sogno e realtà, ponendo l'interrogativo: non è la vita stessa, forse, solo illusione di esistere? Vivere in attimo eterno non è forse come una vita dopo la morte?
Quesiti inquietanti a cui non avremo mai risposta, ma che non possono che restare impressi allo spettatore, posto dinanzi gli enormi occhi di rana di un uomo che ha sognato così tante vite da renderlo un essere estraneo alla sua stessa natura.


Articolo di Robb P. Lestinci

giovedì 25 luglio 2019

Quint'essenza della stranezza (Recensione "Sayuri")

Abbiamo già visto che il Giappone è abbastanza incline a stramberie di ogni sorta, ma forse nessun anime ha mai raggiunto il livello di stranezza di quello di cui stiamo per parlare.

"Utsu-Musume Sayuri", noto anche come "Striking Daughter Sayuri", è un corto di appena tre minuti giapponese del 2004, scritto, diretto, animato e doppiato da Takashi Kimura, effettivamente sola persona che abbia collaborato a questo bizzarro progetto.
Come con "Rabbits", anche in questo caso risulta quasi impossibile delineare una trama, partendo dal presupposto che tutti i personaggi sono uniti in un solo essere deforme con vari richiami a forme falliche. Il personaggio principale é Sayuri che farà il suo primo "strike" con suo marito davanti ai suoi genitori fieri ed emozionati.

Ora, parlare di questo piccolo lavoro artistico é assai complesso, capitemi. É stato realizzato in CGI ed è tutto estremamente surreale, quasi alla Salvador Dalì, composto da forme e corpi difficili anche solo da immaginare e che sembrano prodotti di un trip di acidi andato decisamente male. Proprio in relazione a Dalì, il corpo di Sayuri, la sua bizzarra conformazione e il concetto alla sua base, sembrano riprendere proprio il quadro "Il grande masturbatore" dell'artista.
"Il grande masturbatore" di Salvador Dalì (1929)
Tentare di cercare un messaggio di fondo a questa palese rappresentazione grottesca della perdita della verginità di una giovane ragazza é difficile. Online non ho trovato nulla che andasse oltre il commento su come i corpi di figlia e genitori siano fusi.

Ed effettivamente sembra questo il punto principale, l'animazione sembra essere proprio questo, una denuncia a quei figli/parassiti che non riescono a staccarsi ai propri genitori, che non riescono mai ad essere indipendenti, con il costante peso dei loro genitori sulle spalle (fortunatamente non letterale nella realtà).
Sembra anche voler andare a parodiare quella sacralizzazione, per chi lo pratica, ed allo stesso tempo spettacolarizzazione, per chi lo vede (vi sono anche altri anonimi spettatori eccitati nella scena),  dell'atto sessuale che si é andata a formare nella nostra società. Il sesso non é una sacralità quanto non é uno spettacolo e non va celebrato come la seconda venuta di un messia.

Questo corto aiuta a riflettere su quanto sia inquietante e macabro ciò che noi stessi facciamo attorno ad un atto del tutto naturale.

Si potrebbe pensare anche che la scelta di invertire i ruoli nel rapporto, con l'uomo disteso e la donna/creatura immonda dietro, sia volontariamente provocatoria per andare a minare le nostre certezze nate sulla base di preconcetti, andando del tutto a distruggere ciò che é l'atto sessuale in ogni sua componente per mostrarci come siamo in realtà una massa di teste retrograde e grottesche non dissimili da quelle che fanno capolino nello sfondo del film.
Oppure sto cercando di vedere qualcosa di lontanamente filosofico o morale in un semplice sclero artistico nato per disturbare e poi proposto a varie convention.

Dovrei smetterla di psicanalizzare film del genere? Nah.

Articolo di Robb P. Lestinci, revisione di Federico Fontana

Mostruosità rampante (Recensione "The Lakeside Killer")

Ed ora parliamo di qualcosa di davvero di nicchia, così di nicchia da esser stata vista in totale da sole 14mila persone circa, nonostante anche questa cifra potrebbe essere esagerata. Un mediometraggio quasi del tutto sconosciuto con una premessa davvero interessante, nonostante l'esecuzione mediocre.

"The Lakeside Killer" è un breve film horror found footage del 2012 diretto da Bret Thomas che narra di Ty (Jarod Anderson), un film maker, che segue la ricerca dell'omicida della ragazza di Eddie (Johnny Ortiz) assieme quest'ultimo.
Il regista riuscì a creare falsi manifesti di persone scomparse, creando anche falsi siti e riuscendo a far parlare di sé, brevemente, in alcuni telegiornali locali, riuscendo a divenire virale nella zona delle riprese e mettendo su, in maniera del tutto indipendente e senza grossi fondi, una campagna marketing che, su larga scala, potrebbe davvero far parlare del film in uscita, che guadagnò quindi di credibilità, similmente a come successe a "The Blair Witch Project" all'epoca della sua uscita. Quest'ultima pellicola, infatti, per chi non lo sapesse, si vendette come un vero documentario ritrovato nel fantomatico bosco di Blair e, grazie anche ad una rete internet non così radicata, funzionale e conosciuta come adesso, molti credettero davvero alla sua veridicità, restandone shockati e permettendo il suo successo su larga scala, più che meritato in quel caso.

Il film in sé non è un grande capolavoro, che sia chiaro, si vede che il budget era praticamente inesistente e gli attori sono quasi tutti dei cani monoespressivi, senza alcuna esperienza passata alle spalle, probabilmente non si trattava nemmeno di attori che avevano studiato o fatto corsi, ma l'idea di base è geniale e il modo indiretto nella quale viene costruita lo rende notevole: una rinarrazione moderna della storia di Frankenstein, infatti, fa da sfondo alle vicende, fino alla comparsa della creatura nel finale. 
Gli effetti speciali e i prostetici, nonostante siano visti solo brevemente e al buio, sono funzionali e il mostro ha un aspetto inquietante e massivo, un vero abominio ben distante da quello che siamo abituati a vedere nei film classici, insomma, ben lontano da quella creatura che si é imposta nell'immaginario collettivo a causa dell'Universal e più vicina a quello che fu originariamente inteso da Mary Shelley nel suo romanzo, ossia un vero e proprio mostro dalla statura enorme, con lunghi capelli, composto da brandelli di pelle messi assieme, aspetto interpretato fedelmente solo nel primo film ispirato al libro del 1910 e poi sempre e comunque associato al design più familiare datogli sul grande schermo, design oramai ben troppo iconico per esser cambiato a favore di qualcosa di più fedele alla fonte originale.

Un piccolo film (letteralmente piccolo, dura poco più di mezz'ora), che però ha le sue particolarità e che fa trasparire l'impegno presente alle sue spalle, come questo non poteva non meritare almeno una citazione su questo sito.

Potete vederlo a questo link dal canale ufficiale del regista, ricordando che non esistono rilasci home video o televisivi.

Articolo di Robb P. Lestinci

Non c'é la Luna stanotte (Recensione "Rabbits")

Avrei voluto parlarvi di "Rabbits", un mediometraggio del 2002 di David Lynch, ma parlare di un film come questo è forse un delle imprese più ardue che esistano.
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Partiamo dal presupposto che non vi è una trama, letteralmente. Vi potrei narrare di cosa viene mostrato, ma non servirebbe a molto, non sono legate tra loro le varie scene. Il film, mantenendo la stessa prospettiva statica, tranne che per un breve primo piano di un telefono che appare, tra l'altro, immotivato, mostra il salotto di una casa (ricollegabile alla "Red Room", una sorta di sala d'attesa della Loggia Nera di "Twin Peaks" dello stesso regista) dove vivono tre conigli antropomorfi che conversano: Jack (Scott Coffey), unico che entrerà o uscirà dall'appartamento, Jane (Laura Elena Harring e Rebekah Del Rio) e Suzie (Naomi Watts, unico personaggio che non si sposterà dalla sua postazione).

I loro dialoghi sono sconnessi, fanno menzione al tempo, alla pioggia, ad un segreto, a ciò che sta accadendo, ma tutto in maniera disordinata, come se Lynch avesse scritto dialoghi coerenti e avesse poi mischiato le battute rimuovendone deliberatamente altre, rendendo de facto impossibile decifrare ciò che viene detto su scena, un enigma senza una vera risposta che viene messo in mano agli spettatori incapaci di venirne a capo, come un puzzle con dei pezzi mancanti e con altri a lui estranei nella sua scatola, che non lascia molte possibilità di un assemblaggio coerente o completo.
Ad intermezzo vi sono poi scene oniriche e inquietanti, la stanza due volte diviene rossa mostrando su una parete una faccia mostruosa che parla con voce cupa in polacco mentre uno dei personaggi entra in scena con delle candele alzate sulla testa come ad imitare un macabro rito; vi sono intermezzi di una disturbante poesia recitata dai personaggi, sempre la stessa, nonostante incompleta, ed un terrificante urlo finale. Ma nulla è contestualizzato o tantomeno contestualizzabile. Come in "Eraserhead" sembrava di vedere un incubo, qua sembra quasi di vedere l'interno dell'inconscio di qualcuno dove le varie idee ed i ricordi fluttuano disordinati, in attesa che la mente li ordini. Una sorta d'iperuranio messo su pellicola.

Lynch gioca anche con le nostre percezioni, una colonna sonora (tra l'altro composta da Angelo Badalamenti, collaboratore ricorrente del regista) diversa avrebbe, forse, reso il tutto meno inquietante, e lui lo sa perfettamente. Scene all'apparenza innocenti generano così ansia ed attesa per un qualcosa di orrendo che effettivamente mai avverrà. Lynch gioca poi su come i media possano alterare la percezione del suo pubblico, inserendo risate ed applausi casuali che faranno chiedere allo spettatore "Dovrei ridere?", se non riusciranno addirittura a farlo sorridere, solo per fargli realizzare quanto non abbia senso ridere in quel momento. Il regista smaschera come le sitcom alterino facilmente le  reazioni del pubblico e quanto quest'ultimo sia facilmente manipolabile, lasciando completamente alienati, come le scene del film che stiamo osservando.
L'impossibilità di comunicare, questo senso di estraniazione perenne nella pellicola, che inizialmente ci straniscono, ad un'analisi più profonda iniziano a diventare familiari, come se il tutto fosse una sorta di metafora della nostra reale incapacità, della nostra comunicazione fallace ed in effetti inesistente e di come le nostre parole siano in realtà effimere e le nostre azioni inconcludenti se viste da occhi esterni, come i nostri che si posano sulla famiglia di conigli. Questi ultimi non sono altro che i nostri riflessi, esagerati, alla costante ricerca di rapportarsi con il prossimo senza però riuscirci davvero, in un ciclo perenne di discussioni vuote e senza soggetti, mancanti di qualsivoglia finalità.

O forse tutte queste congetture non sono davvero nulla, sono flatus vocis, forse Lynch voleva solo mostrarci conigli inquietanti che dicono cose senza senso per vedere cosa avremmo ricavato poi noi. O magari non pensava nemmeno ci saremmo davvero mai posti tutti questi quesiti.

Non c'è la Luna stanotte.

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