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mercoledì 3 maggio 2023

Slither - Il primo anomalo passo di James Gunn a Hollywood

"In 15 years, nobody is going to be watching 'Ice Age: The Meltdown'. Everybody is going to be watching DVDs of 'Slither'."
(Eli Roth)

“Meat.”
(Grant Grant)
È il 31 Marzo del 2006 quando, dapprima nelle sale cinematografiche statunitensi e canadesi e poi in quelle di tutto il mondo, la Universal Pictures distribuisce il lungometraggio che segna il debutto alla regia di James GunnSlither (in Italia con il sottotitolo Una fame da paura).

Nei periferici boschi di Wheelsy, una piccola cittadina del North Carolina, viene a schiantarsi un meteorite. Sarà Grant Grant (Michael Rooker), durante una nostalgica fuga dal suo fallimentare matrimonio insieme all’amante Brenda Gutierrez (Brenda James), a imbattersi per primo in che quello si scoprirà essere il mezzo di trasporto utilizzato da un antico parassita alieno conquistatore di pianeti.[1] La creatura dalla forma di un lungo ago andrà a conficcarsi immediatamente nel petto del malcapitato e, risalendo fino al suo cervello, ne acquisirà man mano il completo controllo. L’uomo inizia così a comportarsi in modo sempre più strano sviluppando dapprima un’ossessiva fame di carne cruda che a malapena riuscirà a tenere a bada. La nevrotica fame, accompagnata da una rapida e disgustosa trasformazione fisica, inizia a destare i sospetti della moglie Starla (Elizabeth Banks) e del neo capitano della polizia Bill Pardy (Nathan Fillion). Ma è ormai troppo tardi, forse. Wheelsy e i suoi abitanti rischiano di essere vittime di una grottesca e “viscida” invasione aliena.
Starla (Elizabeth Banks), Kyle Strutemeyer (Tania Saulnier) e Bill Pardy (Nathan Fillion)
Il film, prodotto dall’indipendente casa di produzione americana Gold Circle Films, si rivelerà fin da subito, nonostante i 14.5 milioni di dollari investiti nelle spese di marketing[2], un disastroso flop al botteghino. Pur passando in sordina nell’immediato della sua uscita nelle sale finì comunque per ottenere nel tempo un controverso successo, portando il film ad essere annoverato tra le più convincenti e meglio riuscite opere del genere horror-comedy.

Slither attirò infatti una reazione calorosa da parte della critica che ne lodò il suo appassionato (ma mai invadente) citazionismo e in particolare la sua originalità, soprattutto in relazione a un contesto produttivo arido e stantio quale era ed è tutt’ora quello dell’horror a Hollywood; caratteristiche, queste, che vennero inizialmente mal interpretate dal pubblico, che rispose in maniera diametralmente opposta a quella della critica. Gruppi di fanatici dell’horror, su Internet, cercarono addirittura di boicottare il film arrivando a definirlo uno spudorato plagio di Night of the Creeps (nel suo titolo italiano Dimensione Terrore)opera del 1986 diretta da Fred Dekker con la quale lo Slither di Gunn certamente condivide molto, film che quest’ultimo ha più volte affermato di non aver mai visto[3][4].

Per ricercare le cause che portarono a questa netta divisione tra critica e pubblico e per comprendere così anche la genesi e la natura di un film come Slither, è necessario compiere qualche passo indietro nella carriera cinematografica (e televisiva) di James Gunn fino all’uscita, nel 1996, di Tromeo & Juliet.

Per la sopra citata pellicola, prodotta dall’irriverente Troma, Gunn ricoprì, oltre a quello di sceneggiatore, anche il ruolo di co-regista al fianco di Lloyd Kaufman. Una collaborazione, quella con questa piccola casa di produzione indipendente, che continuò per qualche anno, con i due progetti televisivi The Tromaville Cafè del 1997 e Troma’s Edge TV del 2000, fino al 2004 con l’uscita del film LolliLove, dell’ex moglie Jenna Fischer, distribuito dalla Troma e sceneggiato da Gunn stesso.
James Gunn sul set di Scooby-Doo (sinistra), Zack Snyder e James Gunn (destra)
Prima di riuscire finalmente a dirigere il suo primo film, Gunn ha inoltre curato le sceneggiature di numerosi progetti terzi fino al 2004 tra i quali, vale la pena citare, il successo mondiale Scooby-Doo (2002) di Raja Gosnell (e il sequel uscito nel 2004 Scooby-Doo 2: Monsters Unleashed del medesimo regista) e il remake di Zack Snyder de L’alba dei morti viventi (Dawn of the Dead) del 2004.

Tenendo a mente questi primi passi di James Gunn all’interno del mondo del cinema, è evidente che la genesi del suo Slither vada necessariamente ricercata, in primis, nell’esperienza da lui maturata all’interno della Troma e che sia indissolubilmente legata alla figura di Lloyd Kaufman, che Gunn stesso ha più volte definito il suo vero mentore[5]. Spazio estremamente creativo e libero, quello della Troma, che, è chiaro nel film, per il regista ha rappresentato molto più di un semplice ambiente lavorativo.[6]

Slither, infatti, porta indubbiamente con sé una certa eredità derivata dal periodo di contatto del suo creatore con il contesto produttivo della Troma: seppur molto più attenuato, in quanto pellicola hollywoodiana destinata al grande pubblico, lo stesso spirito comico ed irriverente tipico della Troma riaffiora costantemente in quest’opera prima.
Ma il film è anche frutto della grande passione di James Gunn per il cinema e, più in particolare, per quel prolifico filone di B-movie che, negli anni Ottanta, ha tentato con esiti contrastanti di mescolare insieme elementi dell’horror e della commedia.

La pellicola è di fatto un enorme omaggio ad una certa filmografia tanto cara a Gunn, che lo ha affascinato fin dall’adolescenza. Le allusioni e le citazioni a film cult precedenti sono costanti seppur mai eccessive o invadenti. E non si limitano banalmente alla ripresa di specifiche soluzioni narrative, come quella di un parassita alieno che prende il controllo delle menti umane liberamente ispirata da Shivers (1975) di David Cronenberg, ma vengono spesso posizionati a mo’ di easter egg sia nei nomi (e cognomi) dei vari personaggi sia in quelli delle vie e dei negozi della cittadina di Wheelsy.[7]

Citazioni per lo più volute ma altre volte completamente inconsce[8], come accaduto forse con Night of the Creeps ma anche con altri grandi classici dell’horror come Nightmare on Elm Street (1984) e lo Shining di Kubrick.
Nello specifico Gunn ha affermato che le due principali fonti di ispirazione cinematografica per il film sono stati proprio i lavori di Cronenberg Shivers The Brood (1979) insieme, trasversalmente, al manga Uzumaki di Junji Ito del 2000.

Riuscire ad amalgamare perfettamente gli elementi costitutivi di queste due matrici, quella della commedia da una parte e dell’horror dall’altra, è risaputo essere un’impresa assai ardua. Ed è proprio qui che emerge la grande abilità di sceneggiatore di Gunn che, affinata negli anni precedenti alla realizzazione di questo suo primo film, gli ha permesso di trovare una nuova, personale e funzionale formula per mettere in scena una commedia horror come non si era mai vista.

Sebbene riuscita, però, è stata secondo il produttore del film Paul Brooks proprio la scelta di presentare al pubblico, che stava vivendo l’arido contesto produttivo dell’horror hollywoodiano, un film tanto differente ed estremo a causarne il fiasco al botteghino.[9]

E a rafforzare tale teoria è stata anche la risposta della Universal Pictures stessa la quale, avendo visto lo sfortunato esito del film nelle sale, si è pubblicamente “giustificata” e allontanata dal progetto affermando che tale opera sia stata niente più che il risultato di una semplice collaborazione con la casa di produzione Gold Circle Films.

Forse nemmeno Hollywood, proprio come il suo stesso pubblico, era pronta a un film come Slither.
Nonostante sia infatti un film hollywoodiano, Slither riesce a mantenere una certa personalità e sembra, dopo tutto, essere stato un progetto libero svincolato da certe logiche produttive.

In un’intervista Gunn, rispondendo a come fosse riuscito ad ottenere tutta l’indipendenza produttiva e creativa che ha avuto per questo film, ha ironicamente risposto che è stato piuttosto semplice dopo aver scritto le sceneggiature di tre successi mondiali.[10] Ma il vero motivo per cui è stato possibile dar vita a un film tanto personale risiede nella figura del produttore Eric Newman, e più in particolare nella sua predisposizione durante le riprese sul set ad andare incontro alle esigenze creative, anche le più folli, del regista.[11]

A prescindere dalla scelta, per i tempi estremamente rischiosa, di mettere in scena una commedia horror, Slither rappresenta un’anomalia nel panorama produttivo hollywoodiano di inizio anni 2000 per diversi altri motivi.

Innanzitutto, pur essendo un’opera prima, Gunn si è inaspettatamente[12] ritrovato a lavorare con un cast d’eccezione composto, fra i tanti, da Michael Rooker, Nathan Fillion e Gregg Henry, quest’ultimo nei panni dell’inconsueto sindaco di Wheelsy. Le convincenti performance attoriali del film, spesso volutamente sopra le righe, sono il naturale risultato di un’ottima direzione artistica da parte di Gunn e accompagnano un comparto visivo (e sonoro) degno di nota.
Gli effetti visivi del film, che dal secondo atto inizia a prendere le pieghe di un body horror alla Cronenberg, risultano estremamente realistici fino al disturbante. Qui Gunn omaggia nuovamente il cinema horror degli anni Ottanta riportando in vita una certa tradizione legata all’uso di effetti pratici e prostetici, ormai quasi del tutto perduta a causa dell’uso preponderante di effetti digitali usati nelle grandi (e medie) produzioni dell’epoca.[13]

In realtà nel film sono pochi gli effetti interamente pratici, il più delle volte infatti essi sono stati armoniosamente integrati ad effetti digitali. Una soluzione che, nelle abili mani del supervisore degli effetti speciali John Gajdecki, ha dato vita ad alcune delle immagini più disgustosamente realistiche della storia del cinema come quelle della scoperta, da parte di Bill Pardy e della sua squadra, del gargantuesco mostro-palla Brenda, o la sequenza finale del film nella quale viene finalmente mostrato il tentacolare stadio finale della trasformazione aliena di Grant Grant.[14]
Meat, illustrazione originale di Lorenzo Serrentino
Per quanto riguarda invece il reparto sonoro la soundtrack del film è stata curata dal regista stesso a quattro mani con l’aiuto del compositore Tyler Bates, con il quale Gunn collaborerà poi nuovamente per il primo e secondo volume dei Guardiani della Galassia.

Vedendo il film (o meglio, ascoltandolo) è impossibile non notare l’influenza di una certa cultura musicale che ha accompagnato Gunn fin dall’adolescenza, e che, indirizzata da una precisa e coerente visione artistica, porterà il regista a un sapiente utilizzo dei brani i quali riescono a sposarsi sempre perfettamente, spesso in modo ironico o in “contrasto”, a ciò che viene mostrato sullo schermo.

La cura affidata alla costruzione del repertorio musicale per i suoi progetti sarà da qui, ma ciò si era già intravisto nel precedente Tromeo & Juliet, la personale firma di James Gunn.

Attento e minuzioso poi, per quanto apparentemente semplice e lineare, il lavoro di scrittura che si cela dietro il film. L’atmosfera perturbante e la tensione create vengono continuamente smorzate da un tono leggero, costruito su battute geniali spesso volutamente fuori luogo e performance “over the top” da parte di tutti gli attori, che permettono al film di non essere mai preso troppo sul serio, ma neanche troppo alla leggera. È un continuo afferrare e rilasciare la tensione, riafferrarla per poi rilasciarla nuovamente. E la narrazione sembra seguire questo movimento ondulatorio, fatto di alti e bassi, come le onde dell’alta marea. Ma in realtà è un movimento che tende a crescere, secondo dopo secondo, portando lo spettatore a rendersi finalmente conto che in realtà ha assistito finora alla costruzione di un perfetto climax. Però è già tardi, ormai. Gunn lo ha già accompagnato, senza che se ne accorgesse, verso il momento di massima tensione prima dell’ultimo rilascio.
James Gunn e Tania Saulnier sul set del film 
La sequenza della risoluzione finale, che vede il confronto tra l’enorme mostro alieno Grant Grant e Starla, è forse sia a livello visivo sia a livello di scrittura tra le più riuscite dell’intera pellicola, nonché la preferita dello stesso Gunn.[15]

Infine, non tenendo minimamente conto di come consuetamente in quegli anni venivano scanditi i tempi narrativi di una pellicola horror, Gunn sceglie volutamente di indirizzare, almeno inizialmente, l’attenzione dello spettatore sui suoi personaggi spostando tutta l’azione e lo splatter nella seconda parte del film dove potrà dare finalmente sfogo a tutta la sua malata creatività. Splatter e gore che dunque arrivano improvvisamente shockando e con molto più impatto, più che per l'iperrealismo degli effetti, per il loro reggersi su delle così solide fondamenta narrative.

Slither, definito da Gunn stesso come “un testamento alle difficoltà contro le quali ho dovuto combattere per la mia intera carriera” ([Slither] is a testament to the difficulties I've been fighting against my whole carreer”)[16]finisce per rappresentare così il primo ma importante passo di un neo-regista che, controcorrente, ha deciso di opporsi fermamente alle logiche produttive stringenti e limitanti di Hollywood, perseguendo la propria libera strada nella quale coesistono reminiscenze di esperienze passate, come la collaborazione con la Troma, e passioni coltivate dall’adolescenza, come quella per il cinema e per la musica.
Un primo passo dentro Hollywood, anomalo ma deciso, che delinea già i tratti di una forte personalità artistica quale è quella di James Gunn che, solo quattro anni dopo l’uscita di Slither, avrebbe presentato al mondo il suo nuovo folle progetto: Super.
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NOTE

[1]Le scene estese, presenti all’interno dei contenuti speciali dell’edizione DVD del film, offrono una maggiore contestualizzazione circa l’alieno e la sua natura (come il fatto che sia chiamato dagli altri alieni il “Lungo” poiché incarna uno degli esemplari più anziani della sua specie e il suo essere affascinato dallo spettro di emozioni per lui incomprensibile e prima sconosciuto che caratterizza la sfera emotiva umana, aspetto che offre una nuova chiave di lettura al finale).

[2]Il film incassò a livello globale solo quasi 9 milioni di dollari. Non rientrò dunque neanche all’interno delle spese di produzione che ammontarono a 15 milioni (29,5 milioni se si aggiungono le spese di marketing).

Dati ricavati dal sito web Box Office Mojo

[3]Steve Palopoli, "Film Reviews & Movie Showtimes 'Slither'", 5 Aprile 2006. Metro Active

[4]“[...] I never saw Night of the Creeps until after we shot the movie, and I never saw Society until after I wrote the script, and I definitely have stuff in common with both those films.” Dall’intervista a James Gunn per Genrebuster, di D.Davis, Aprile 2006

[5]In Slither Kaufman è stato chiamato dallo stesso James Gunn per comparire in un brevissimo cameo

[6][...] I loved working at Troma. Troma I learned everything, the great thing about working at Troma is you learn everything about being in pre-production, post production, marketing the film, everything.” dall’intervista a James Gunn per Bloody Disgusting, di Brian Myers, 19 Luglio 2005

[7]Dal documentario dietro le quinte, presente nei contenuti speciali del DVD di Slither, Le menti malate e i giorni viscidi di Slither

[8]“The sampling was conscious, unconscious, and, in some cases, just synchronistic. I consciously used Shivers, The Blob, The Thing, The Fly, Re-Animator, and some others. Unconsciously, there are elements of Nightmare on Elm Street and a couple other things.” Dall’intervista a James Gunn per Genrebuster, di D.Davis, Aprile 2006

[9]"I think that because it was comedy-horror instead of pure horror is where the problem lay," Brooks said. "It's the first comedy-horror in a long time, and maybe the marketplace just isn't ready for comedy-horror yet. It's difficult to think of other explanations." Borys Kit, “Slither”leaves gloomy trails5 Aprile 2006, The Hollywood Reporter

[10]Vedi intervista a James Gunn per Genrebuster, di D.Davis, Aprile 2006

[11]“[...] Eric Newman and in the end he owns the movie and he’s the one person who has the justify to tell me not to do something and his opinion means a lot to me, but in the end he’s stated many time he’s really happy with the what the movie is so if there is a fight between me and him he lets me have my way and so I’ve been able to do whatever I’ve wanted to with the movie.” Dall’intervista a James Gunn per Bloody Disgusting, di Brian Myers, 19 Luglio 2005

[12] “[...] and they were great during the casting process, I really expected to have nancy boy actors pushed on me, the truth is they were really up for getting the best cast for the roles. I think we have a great cast and which is rare for a movie like this is to have the seasoned actors that we do.” Dalla medesima intervista a Gunn concessa a Bloody Disgusting

[13]“[...] I wanted to do something that was complete different, I wanted to do something that was complete extreme, that had a lot of heart, but was humorous that harkened back to the old body horror films of the eighties. The Cronenberg movies like the Brood, It Came From Within, Videodrome, The Thing, Carpenters film, Re-Animator, all these great films with that gristly, gory prosthetic effects just doesn’t happen anymore today.” Ancora dalla sopra citata intervista per Bloody Disgusting

[14]Per un approfondimento sulla realizzazione degli effetti visivi di Slither si consiglia la visione del documentario Le creature di Slither prendono vita contenuto negli extra dell’edizione DVD del film

[15] Affermazione contenuta nel documentario precedentemente citato Le menti malate e i giorni viscidi di Slither

giovedì 3 settembre 2020

Lo stereotipo di un’assassina seriale

Approfittando della messa in onda di CSI su Italia 1, ho avuto l’occasione di rivisitare alcuni dei casi più importanti della serie, e con essi un’antagonista in particolare che è riuscita a mettere alle strette il team della scientifica come pochi prima, il killer delle miniature. Un omicida efferato, calcolatore e dalla precisione maniacale, quando venne svelato che si trattava in realtà di Natalie Davis (Jessica Collins) rimasi stupita, non perché fosse poco credibile che una donna potesse compiere delitti di quel genere ma più per quanto rare siano rappresentazioni simili nei media, e mi ha fatto pensare. Mi ha fatto pensare a quali altri assassini femminili dall’impronta tipicamente maschile riuscissi a ricordare, ed ecco che mi è saltata in mente Jo Gage (Martha Plimpton), da Law & Order: Criminal Intent.

Tipicamente quando si pensa ad un serial killer donna, si pensa agli Angeli della Morte, individui, quasi sempre in servizio nell’ambito medico, che uccidono pazienti in punto di morte nella convinzione di starli liberando dal fardello che la loro esistenza è diventata. Un altro esempio, forse ancora più comune, sono le Vedove Nere, donne che si sposano e uccidono i propri mariti, molto spesso grazie al veleno, per assicurarsi grosse somme di denaro via eredità o assicurazioni.
Nel mondo degli omicidi seriali ben il 51,9% dei delitti commessi da donne è riconducibile ad interessi economici (contro un mero 16,7% di quelli commessi da uomini), inoltre quasi l’80% delle serial killer arrestate tra il 20esimo e 21esimo secolo ha ucciso individui nella propria cerchia di amici o unità familiare, e il 72% conta almeno una vittima tra persone sotto la propria custodia, siano esse bambini, anziani o infermi. In verità gli studi riguardo alle motivazioni che portano a differenze tanto profonde tra uomo e donna in modus operandi, scelte delle vittime e incidenza nella popolazione sono pressoché nulli, e anzi si suppone che buona parte degli omicidi seriali commessi da donne non abbiano trovato un colpevole, causando uno sfalsamento dei dati a nostra disposizione.

Le teorie più comuni riguardo alle differenze sopra citate riconducono l’origine della divisione fino alle tribù primitive, e alla loro struttura gerarchica. Come descritto nello studio “Sex differences in Serial Killers, Evolutionary Behavioral Sciences”, gli uomini primitivi avevano una funzione di approvvigionamento dei beni attraverso la caccia, mentre le donne di conservazione e raccolta, che le può aver spinte, nell’evoluzione della specie, a considerare più spesso l’omicidio per necessità o per proteggere sé stesse e il loro nucleo familiare. Questo tipo di studi, sebbene interessanti e con potenziali fondi di verità, va sempre preso con le pinze, visto che simili comportamenti potrebbero venire spiegati con altrettanta facilità da motivazioni diverse, ambientali e non.
Il numero ridotto di stalker femminili, per esempio, potrebbe essere ricondotto alla mancanza di opportunità delle donne nel corso dei secoli di viaggiare da sole, mancanza che solo negli ultimi decenni sta vedendo dei cambiamenti. Allo stesso modo la preferenza di droghe e veleni può trovare giustificazione nella semplice inferiorità fisica del genere femminile rispetto a quello maschile. È meno probabile che una donna si senta abbastanza sicura di poter sopraffare fisicamente un avversario da arrischiarsi ad affrontarlo in modo violento. Tuttavia Natalie Davis, conosciuta come il killer delle miniature, e Jo Gage presentano caratteristiche più tipicamente maschili nel loro modus, tanto da apparire quasi come un’anomalia agli occhi degli spettatori, e trovo curioso che entrambe, così caratteristiche, siano state introdotte nel 2006. Il 2006 è stato un anno particolare per il mondo degli omicidi seriali negli Stati Uniti. Da una parte quello precedente è stato l’anno di maggiore presenza di serial killer dal 2000, con un attivo di ben 67 in contemporanea. Gli anni tra il 2000 e il 2010 vedono inoltre la più alta percentuale di killer donne negli USA, ben 8,6%, dagli anni ’60. Ma un evento, fra tutti, è quello che può aver più facilmente ispirato la nascita di questi due personaggi così fuori dalla norma: la cattura il 25 gennaio di quello stesso anno di Juana Barraza, La Mataviejitas (L’ammazzavecchiette).

A prima vista uno può chiedersi come facciano le tre ad essere collegate, Natalie uccideva metodicamente per vendetta e psicosi, sfruttando i metodi più disparati e arrivando a sfidare la polizia, Jo intendeva guadagnarsi l’attenzione del padre, emulando un serial killer da lui catturato anni prima, mentre Juana uccideva a mani nude donne anziane per derubarle. Ma non è la scelta delle loro vittime né il modo in cui le uccidono ad accomunarle, bensì il modo in cui sono state percepite durante le indagini da media e polizia. Per un lungo periodo di tempo tutti e tre i casi vennero considerati perpetrati da degli uomini.
La risoluzione del caso delle miniature, fino alla comparsa di un nuovo omicidio, venne ritenuta soddisfacente con la confessione di Ernie Bell, padre adottivo della ragazza che condivideva con lei la passione delle miniature, con le quali l’assassino riproduceva alla perfezione le scene del crimine.

Declan, mentore del detective Goren e padre di Jo, non prese mai in considerazione fino alla confessione della figlia la possibilità che una donna potesse essere capace di delitti così efferati e violenti. Entrambe, come Juana, sono state sottovalutate, scartate come ipotesi improbabili perché non facenti parte dello stereotipo di serial killer femminili. Le indagini sull’Ammazzavecchiette andarono avanti per mesi senza risultati, prima alla ricerca di uomini poi, costretti ad accettare l’idea che i testimoni avessero visto un individuo vestito da donna, alla ricerca di travestiti. Arrivarono ad arrestare tra i 38 e i 49 travestiti come sospettati prima di considerare altre ipotesi, ancora una volta inutilmente visto che nessuna delle loro impronte combaciava con quelle trovate sui luoghi dei delitti.

La definizione del killer, inizialmente ritenuto “brillante” e “calcolatore”, andò velocemente a sminuirsi man mano che diventava evidente non potesse trattarsi di un uomo, fino a venire diagnosticata come “patologica” e “pervertita”. Fu solo per un errore che la Barraza venne colta con le mani nel sacco mentre fuggiva dalla sua ultima scena del crimine, nonché l’unica per cui tutt’ora ammette la propria colpevolezza.
Avendo stabilito il perché questi due personaggi siano nati proprio in questo periodo e in questo anno, vorrei soffermarmi ancora un poco sulle loro caratteristiche, e sul perché in realtà rientrino piuttosto coerentemente nella norma degli assassini seriali femminili, nonostante paiano inusuali.

Da un lato Natalie, la madre le venne strappata via molto presto e il padre era incapace di dedicare alle due figlie le giuste attenzioni, covando risentimento nei confronti della sorella finì per spingerla giù dalla casa sull’albero causandone la morte, e assistendo al padre biologico che puliva il sangue della bimba con la candeggina per nascondere le tracce. Dopo questo, iniziò a passare da una famiglia affidataria all’altra finché non conobbe un po’ di amore dalla signora e signor Bell, amore destinato a non durare visto che alla morte della moglie, Ernie Bell rinunciò all’affidamento di tutti i figliastri, mettendola a confronto con l’ennesimo abbandono. Dall’altro Jo, figlia di un famoso profiler, nonché mentore del protagonista. Tra un padre che avrebbe di gran lunga preferito un figlio maschio, e una madre morta suicida quando la ragazza aveva solo sette anni, per riuscire ad ottenere almeno un briciolo di considerazione da Declan iniziò a sua volta ad interessarsi di serial killer e delitti, sviluppando una percezione distorta della realtà.

Entrambe quindi hanno vissuto esperienze traumatiche e conosciuto relazioni abusive, elemento tipico di molti assassini seriali. 

Un altro elemento che le contraddistingue è la “territorialità” tipica femminile. Quella di Jo è più evidente, prendendo di mira inizialmente due donne non conosciute ma vicine di casa, senza spostarsi d’ambiente, di zona né di città, per poi indirizzarsi sulla detective Eames, partner del suo amico d’infanzia e mezzo perfetto per incastrare il padre degli omicidi. 
Per Natalie bisogna scavare un poco più a fondo, osservando ogni omicidio singolarmente. Per primo Izzy, il rockettaro, Natalie era la sua donna delle pulizie e la costante presenza di candeggina, legata al suo primo omicidio, ha spinto oltre il baratro la sua già fragile mente, portandola ad una crisi psicotica. Da lì si arriva al secondo omicidio, l’unico del quale non si conosce la motivazione ma anche l’unico di una donna anziana, che fa pensare avesse maturato una sorta di gusto nel prendere vite altrui (col 31,76%, il piacere è al primo posto tra le motivazioni che spingono un omicida seriale ad agire).
Poi Raymundo Suarez, per vendetta, l’uomo infatti flirtava frequentemente con la ragazza causandole disagio. E la vendetta fu ciò che la spinse ad uccidere da quel momento in poi, quando il suicidio del padre adottivo la portò a concentrare tutti i suoi sforzi su Grissom, l’uomo che glie lo aveva portato via.

Entrambe quindi presentano nella scelta delle vittime elementi di territorialità, individui vulnerabili e persone nel proprio circolo di amici o familiari. Ma un’ultima cosa le inserisce perfettamente nella statistica, la loro fine. Natalie finisce molto probabilmente per impiccarsi in cella, mentre Jo viene messa in coma farmacologico dopo essersi staccata a morsi la lingua, gesto che si potrebbe facilmente interpretare come un suicidio sociale per allontanarsi dal resto dell’umanità.
Se da un lato per gli omicidi normali è frequente il ricorso al suicidio, nei serial killer  solo il 6,2% commette tale atto, ma quelli che lo compiono hanno in comune la crescita in famiglie disfunzionali, la complessità dei delitti compiuti e la registrazione in qualche modo dei propri misfatti. Jo, che non ha mai mostrato interesse nell’immortalare le proprie azioni, ricade in due punti su tre, ma Natalie, con il bisogno compulsivo di ricostruire in ogni minimo dettaglio le proprie scene del crimine, rientra perfettamente nel profilo.

Ma perché allora, a parte rari casi come The Following e Criminal Minds, la rappresentazione sul grande e piccolo schermo continua a mitizzare le figure maschili, ridicolizzando invece con nomi svilenti quelle femminili? Che sia proprio la rappresentazione mediatica ad influenzare direttamente queste statistiche?

Se per una donna le prospettive di fama semplice e immediata sono scarse, e molto più probabili invece quelle di umiliazione pubblica, pare ovvio che sia scoraggiata al compimento di atti così contorti e depravati se non per necessità o compulsione. Gli uomini d’altro canto si vedono elevati a miti, per qualche motivo ammirati dai propri simili e amati dalle donne, con la potenzialità persino di vedersi dedicare documentari, film e serie tv spesso dai caratteri quasi elogiativi nei loro confronti.
È proprio intorno agli anni ’70 infatti, con le uscite di film come Psyco (1960) e La città che aveva paura (1976), che il numero di serial killer maschili in attivo passò da 197 (numero già estremamente alto rispetto ai 65 degli anni ’50) a 719.

Fonti e dati statistici:
- “Sex differences in Serial Killers, Evolutionary Behavioral Sciences” di Marissa A Harrison, Susan M. Hughes e Adam Jordan Gott
- “Which Serial Killers commit suicide”, di David Lester e John White
- Radford University/FGCU Serial Killer Database 
- The Little Old Lady Killer: The Sensationalized Crimes of Mexico’s First Female Serial Killer” di Susana Vargas Cervantes

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lunedì 11 maggio 2020

Il disumano spettacolo della tortura per il pubblico moderno (Recensione "Hostel')

“-Scusi, una domanda…com’è lì dentro?
-Fai attenzione.
-In che senso?
-Rischi di spendere tutti i tuoi risparmi…là dentro!”
(Jay Hernandez e Takashi Miike in Hostel di Eli Roth)

Quando si parla di Torture Porn non si può non parlare di Hostel. È inevitabile riconoscere come questa pellicola abbia totalmente sdoganato la violenza nel Cinema da un punto di vista sia visivo/grafico (portandosi ulteriormente avanti rispetto al cinema horror di genere dei decenni passati) che soprattutto psicologico. Per la prima volta, infatti, al pubblico di massa viene mostrato nero su bianco l’appagamento della tortura, rendendolo il vero e proprio fulcro della pellicola, il momento che lo spettatore attende di più, così come, d’altronde, in un porno si attendono le scene di sesso. Ed è proprio il loro essere messe in scena senza pudore che rendo tali scene interessanti e degne di essere guardate, esattamente come le scene violente di Hostel et similia. Torture Porn quindi. 
Caratteristiche di questo neo-generi erano già riscontrabili in Saw di James Wan, uscito due anni prima del film di Roth, che tuttavia manteneva più le atmosfere del thriller-crime alla Seven, puntando meno sulla violenza, quanto più sull’elemento mistery. Una cosa, questa, sempre più abbandonata nel corso dei capitoli della saga, meritandosi, qui sì, la qualifica di torture porn, probabilmente grazie all’influenza di Hostel

Tuttavia, Eli Roth si era già fatto notare. Nel 2001 girò il suo Cabin Fever, film particolarmente originale dal punto di vista del soggetto, che si ispirava ai classici slasher anni ’80, rimuovendovi però l’elemento che più li caratterizzava, ovvero il serial killer. Grazie al successo della pellicola, Quentin Tarantino prende sotto la propria ala protettiva il giovane regista di Newton, offrendosi di produrgli la sua seconda opera, mostrandosi profondamente interessato all’idea di base di Roth, ovvero quella di un film ispirato ad un sito internet illegale taiwanese che offriva delle “murder vacations” in cambio di soldi.
E così, il 17 settembre del 2005 il film viene presentato al Toronto Film Festival, provocando effetti particolarmente drastici per alcuni spettatori in sala, con ambulanze fuori dal cinema e posti vuoti lasciati da coloro il quale stomaco non era riuscito a reggere ulteriormente alle scene più truculente. 

Una reazione probabilmente non dovuta soltanto alla violenza puramente grafica delle scene in questione, quanto più alla sofferenza provocata dalle torture, all’assistere a dei soggetti inermi ed incapaci di reagire che subiscono ogni genere di sevizie. E vedere questo come uno strumento di intrattenimento, sebbene sempre nel limite della finzione, porta lo spettatore a considerarsi, in qualche modo, complice delle azioni che passano sullo schermo, portandolo a reazioni di disgusto e forse di vergogna. 
Per quando riguarda la pellicola in sé, Eli Roth probabilmente compie un leggero passo indietro rispetto alla sua opera prima, decidendo di rendere quasi assente qualsiasi tipo di critica sociale che in un certo senso era presente in maniera pungente in Cabin Fever, oltre che di elementi ironici di black humour che un po’ insaporivano il film 2002, rendendolo ulteriormente interessante. Ma questo non era sicuramente lo scopo del regista per questo suo secondo lavoro. Quando si vuole fare torture porn è indubbio che ogni elemento secondario venga messo da parte in favore di una valorizzazione dell’aspetto cruento; è quasi fisiologico in questo sottogenere, e ciò non toglie che, d’altronde, la mano di Roth sia sempre valida, figlia del cinema di genere horror, in particolare di quello italiano. 

Un aspetto sicuramente da non sottovalutare è come tale violenza venga posizionata nel corso della durata del film, e come questa ne detti i suoi ritmi. Dopo l’esplosione delle saghe di Saw e Final Destination lo splatter venne totalmente decontestualizzato dalla sua origine horror, abbassandolo al livello di mero intrattenimento. Di conseguenza il gore non diventa più un aspetto per il quale spaventarci ma un mezzo col quale divertirci. Con Hostel, tuttavia, non siamo ancora entrati in questa fase. Roth ha la brillante idea di fare leva sull’aspetto psicologico precedentemente accennato, contrapposto ad un elemento splatter sì marcato, ma non eccessivamente da farlo ricadere nel risibile. Tutto è equilibrato, ed inserito in un’atmosfera estremamente marcia, lugubre e umida, che un va a contestualizzare tutte quelle sensazioni che lo spettatore si porta dentro durante la visione. 
È questa mescolanza di elementi nei quali sicuramente va riscontrato il motivo del suo successo. Nessun film prima d’ora aveva infranto così decisamente la barriera che divide il cinema di massa da quello di nicchia, e questo porterà il pubblico a concentrarsi su ulteriori film di questo filone, arrivando anche a pellicole migliori di questo capostipite, come il favoloso Martyrs di Pascal Laugier che porterà definitivamente in auge l’horror francese.

Chissà come sarebbe andata senza Hostel…

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