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lunedì 18 novembre 2024

Horror Moth Podcast: The Texas Chainsaw Massacre (S2E1)


L'episodio del podcast che state per ascoltare è un resoconto della tragedia che è capitata a cinque giovani, in particolare a Sally Hardesty e a suo fratello invalido Franklin...

David Decina, Robb P. Lestinci e Nicholas Gironelli, con Dan Herciu, ricostruendo la storia produttiva, le influenze e i vari dietro le quinte, analizzano le tematiche e lo stile di The Texas Chainsaw Massacre (Non Aprite quella Porta), capolavoro di Tobe Hooper del 1974 e pilastro dell'horror moderno, tra interpretazioni apocalittiche e una forte critica sociale all'America dell'epoca. Il tutto ovviamente al sapore di carne umana.
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FONTI CITATEgatti
  • Contenuti speciali Cofanetto Midnight Classics: Non aprite quella porta, 2018, Midnight Factory (Koch Media) - Scene tagliate, Nuove scene tagliate, Finale alternativo (versione italiana).
  • Texas Chain Saw Massacre: The Shocking Truth (2000), regia di David Gregory.
  • Paolo Zelati, American Nightmares - Conversazioni con i maestri del New Horror americano, 2014, Profondo Rosso.
  • Rick Worland, The Horror Film - An Introduction, 2007, Blackwell Publishing.
  • Javier Parra, Scream Queer - La rappresentazione LGBTQIA+ nel cinema horror, 2021, Odoya.
  • Chelsea Rebecca e James A. Janisse,⁠ Dead Meat Podcast #53: The Texas Chainsaw Massacre, 2019.
  • ⁠The Texas Chainsaw Massacre (1974) Kill Count⁠, 2019, Dead Meat.
  • James Rose, Devil's Advocate - The Texas Chainsaw Massacre, 2013, Auteur.
  • Manlio Gomarasca e Davide Pulici, Booklet Midnight Classics: Non aprite quella porta: "Il Trionfo del Sole", 2018, Midnight Factory (Koch Media).
  • Neil Genzlinger, Tobe Hooper, Director of ‘The Texas Chain Saw Massacre,’ Dies at 74, 27 agosto 2017, The New York Times.
  • Christopher Sharrett, ⁠Planks of Reason: Essays on the Horror Film: Revised Edition⁠, capitolo The Idea of Apocalypse in The Texas Chainsaw Massacre, 2004, The Scarecrow Press.
  • Roger Ebert, ⁠The Texas Chainsaw Massacre, 1 gennaio 1974.
  • Stefan Jaworzyn, ⁠The Texas Chain Saw Massacre Companion⁠, 31 ottobre 2012, Titan Books.
  • Matt Draper, ⁠THE TEXAS CHAIN SAW MASSACRE: The Film That Redefined Horror⁠, 26 maggio 2021.
PRESENTATORI
MIXING E REVISIONE DI
GRAFICHE DI

domenica 16 febbraio 2020

Cadaveri in pasto agli alligatori - Gli omicidi che ispirarono "Eaten Alive"

Nel Folklore texano esiste una figura enigmatica, la cui esistenza è stata a lungo dibattuta, quella dell'omicida seriale Joe Ball attivo negli anni '30 e meglio noto come l'uomo alligatore. Oggi risulta molto difficile ricostruire precisamente i truculenti crimini di cui si sarebbe macchiato, questo perché nessuno degli investigatori che se ne occuparono è ancora in vita e le autorità locali non dispongono di alcun documento o referto in merito. Tutto ciò che rimane sono dei miseri articoli di giornale pubblicati al tempo, e nulla di più.
"Quel motel vicino alla palude" (Eaten Alive, USA, 1976), regia di Tobe Hooper
Eppure quella del macellaio di Elmendorf è una di quelle storie che tutti i Texani conoscono, una di quelle storie che sono state tramandate oralmente per anni con lo stesso pathos di un comune racconto di fantasmi. Un racconto di fantasmi che, grazie al lavoro fatto da Michael Hall per la rivista mensile ''Texas Monthly Magazine'', ora sappiamo basarsi su fatti tremendamente reali. Il giornalista nell'estate del 2002 ha portato avanti per tutto lo stato un'inchiesta volta a fare più chiarezza su dei fatti così nebulosi, lavorando sulle poche testimonianze pre-esistenti che aveva a disposizione e riuscendo infine a delineare un profilo più o meno credibile della vita e degli omicidi perpetrati da Ball.
Joseph D. Ball nacque nel Gennaio 1896 e secondo la tradizione sarebbe il diretto discendente di John Hart Crenshaw, il famoso schiavista dell'Illinois. Alla sua nascita lo stato del Texas era una vasta terra di frontiera, i cui acri erano messi a disposizione dei pionieri che vi avrebbero cercato di fare fortuna acquistandoli. Così fece Frank Ball nel 1885, trasferendosi con la moglie Elizabeth nella cittadina di Elmendorf (a sud-est di San Antonio) e aprendo una fabbrica per lavorare il cotone. In poco tempo Frank diventa un ricco uomo d'affari e un importante proprietario immobiliare della zona, tant'è che la sua agiatezza gli permette di dare una vita a una numerosa famiglia di otto figli. Joe, secondo degli otto, è un ragazzino timido e introverso che durante l'adolescenza coltiva un'insolita passione per le armi da fuoco e per esercitarsi a migliorare le proprie capacità di tiro. Quando gli Stati Uniti d'America dichiarano guerra alla Germania, il 6 Gennaio 1917, Joe si arruola e parte verso il fronte europeo. Del suo servizio militare nel vecchio continente non si sa nulla, se non che nel 1919 fece ritorno a Elmendorf arricchito di una radiazione dall'esercito statunitense. Ritornato alla sua quotidianità Joe fatica a reintegrarsi (dopo due anni passati in trincea) e abbandona l'attività di famiglia. Con l'avvento del proibizionismo, Ball si rende conto delle possibilità di guadagno date dal contrabbando di alcolici e si inizia a dedicare a questa attività.  Intorno agli anni '20 assume un giovane afroamericano, Clifton Wheeler, sul quale scaricherà la maggior parte delle fatica e del lavoro sporco che la loro occupazione determinava. A quanto pare Wheeler temeva il suo capo, soprattutto per gli atteggiamenti violenti che manifestava da ubriaco.
Una volta tramontato il proibizionismo, grazie all'esperienza di distillatore illegale di alcolici, Joe si rimette in gioco e acquista un piccolo terreno fuori città in cui costruisce il suo saloon:  il Sociable Inn. Oltre ai servizi che la sua taverna offriva con le camere da letto, il bar, il pianoforte e le lotte tra galli; sul retro Ball costruì un grande stagno, attorno a cui eresse un recinto di quasi 3 metri, e che riempì con cinque alligatori per attirare più clienti. La sua intuizione si dimostrò proficua e ogni sabato il saloon si riempiva di ubriaconi che il proprietario intratteneva gettando nel recinto cani, gatti, procioni e qualsiasi altro animale vivo riuscisse a procurarsi. Oltretutto Ball iniziò ad assumere varie giovani bariste, nessuna delle quali rimase sua dipendente per più di un breve periodo. Con più cameriere, prima che sparissero improvvisamente dal suo bar, Joe ebbe delle relazioni amorose: come con Dolores Goodwin, che sarebbe diventata sua moglie e che, a quanto pare, venne sfigurata con una bottiglia di vetro dal marito; o Minnie Gotthardt, che l'uomo confessò a Dolores di avere uccisa e sepolta in spiaggia (nonostante non venne preso sul serio); o Hazel Brown. Tra le altre cose nel Gennaio 1938 la moglie Dolores perse un braccio, secondo alcune testimonianze per un incidente d'auto, secondo altre a causa degli alligatori del saloon. In ogni caso, intorno all'Aprile dello stesso anno sia lei che la Brown sparirono in circostanze misteriose.
"Quel motel vicino alla palude" (Eaten Alive, USA, 1976), regia di Tobe Hooper
Nonostante la popolarità del suo locale, Joe Ball non godeva di grande considerazione presso la comunità del posto ed era considerato un uomo da cui tenersi alla larga. Si racconta anche di come scacciò violentemente un vicino che gli fece notare l'odore nauseabondo, di carcassa, che proveniva dallo stagno artificiale. Le famiglie delle ex bariste del Sociable Inn iniziarono a fare pressioni su Ball. Ciò attirò l'attenzione dell'ufficio dello sceriffo della Contea di Bexar, che iniziò a investigare sulle sparizioni del personale del saloon quando scomparvero altre donne nell'area. Un vecchio vicino di Ball confessò allo sceriffo di aver visto anni prima l'uomo fare a pezzi quello che sembrava un corpo umano per darlo in pasto ai suoi alligatori domestici. A questo punto, il 24 Settembre 1938, le tesimonianze ai danni del vecchio Joe erano fin troppe e così due agenti si presentarono al saloon dicendogli che lo avrebbero portato a San Antonio per interrogarlo. Il barista accettò di buon grado, ma chiese agli agenti la cortesia di attenderlo per chiudere il locale. Nel mentre Ball prese dal registro di cassa una calibro .45, la puntò prima ai due agenti e subito dopo a sè stesso (secondo alcuni alla testa, secondo altri al cuore) fece fuoco, e morì sul colpo. Le indagini sulle ambigue attività dell'allevatore di alligatori non potevano comunque interrompersi, e così gli agenti ripiegarono sul suo assistene Clifton Wheeler. Inizialmente l'uomo mentì durante l'interrogatorio, ma col passare del tempo cedette e condusse gli investigatori lungo le rive del fiume di San Antonio nel punto in cui aveva aiutato il capo a seppellire alcuni resti di Hazel Brown.
"Killer Crocodile" (Italia, 1989), regia di Fabrizio De Angelis
Oltretutto, il 14 Ottobre, gli indicò dove aveva seppellito con Joe il corpo di Minnie Gotthardt. Al Sociable Inn, venne trovato un quadernetto contenente le foto di molte altre donne: ciò preoccupo lo sceriffo che ipotizzò che l'oggetto potesse ricondurre gli investigatori a dozzine di altri omicidi sconosciuti, ma non porterà mai a nulla di concreto. La ex moglie Dolores (e un'altra sua dipendente scomparsa) vennero identificate e ritrovate vive e vegete, erano entrambe andate a rifarsi una vita in altre città. Clifton Wheeler venne condannato a due anni di prigione per avere aiutato Ball a occultare due corpi. Infine, le indagini condotte dalla polizia sullo stagno del saloon non trovarono alcuna traccia di resti umani al suo interno e gli alligatori vennero portati allo zoo di San Antonio. Così si concluse la vera storia dell'assassino di Elmendorf: un criminale di cui sono accertati solamente due omicidi, in merito al quale non si è mai fatta chiarezza sull'effettivo ruolo che i suoi amati alligatori giocarono nel far sparire alcune delle prove della sua colpevolezza.
Illustrazione originale di Cristiano Baricelli
Come già detto, però, la sua eredità nella cultura popolare statunitense sarà molto potente; tanto da ispirare, ad esempio, un episodio della serie Bones o il film di Tobe Hooper Quel motel vicino alla palude (1976), una delle prime opere del regista: un b-movie anni dalla produzione abbastanza travagliata, in cui appare un giovane Robert Englund.

Articolo di Lorenzo Spagnoli

martedì 20 agosto 2019

Queste maledette cose invisibili

A chi dovesse giustamente notare la singolarità e problematicità del volersi impuntare su di un argomento tanto estraneo al fondamento espressivo della settima arte, ovvero l'immagine, come le impossibili scorribande di esseri “invisibili”, che un'immagine non hanno, nel nostro mondo vogliamo lasciar sapere che tutto ciò che è singolare e problematico lo troviamo decisamente più degno dalla nostra (e vostra) attenzione di ogni altra cosa. Tuttavia, così finendo per rendere il tutto ancora più singolare e problematico di quanto già non fosse, dobbiamo mettere fin da subito in chiaro come l'opera audiovisiva che tratteremo non sarà cinematografica, ma televisiva, il risultato non sarà soddisfacente, ma molto al di sotto degli standard del suo artefice, e l'entità non sarà più invisibile, ma forse fin troppo palesata. Ma andiamo con ordine.

In principio fu lo scrittore irlandese Fritz-James O'Brien. Come ricorda Sua Maestà H. P. Lovecraft (che oggi compie 129 anni) nel suo saggio fondamentale “L'orrore sovrannaturale nella letteratura”, «[è] stato lui a darci “What Was It?”, la prima storia ben costruita di un essere tangibile ma invisibile» (chiarendo perlatro che con questo termine stiamo intendendo un vero e proprio stato concreto della materia fisica, e non quello etereo di improbabili emanazioni spiritiche). Il racconto, datato 1859, tirava in ballo la medesima speculazione sulla rifrazione della luce da cui prenderanno il via gli esperimenti di Jack Griffin, alias l'Uomo Invisibile, e, nonostante i clichè tipici del genere gotico (i personaggi a un certo punto discutono letteralmente di Hoffmann) e l'ineffabilità epistemologica dell'essere invisibile (la cui forma sgraziatamente umanoide rivelata da un calco non fa che infittire il mistero  che rimarrà irrisolto alla sua morte per inedia), l'horror è stato ormai legato a doppio filo con la fantascienza.
Ciò non passò inosservato all'americano Ambrose Gwinnett Bierce che, col proprio stile scarno e giornalistico. ma efficacemente cinico e beffardo, si dilettava in entrambi, ambientando spesso le proprie novelle sovrannaturali negli Stati Uniti del sud, specialmente nei pressi della frontiera messicana  oltre cui lui stesso scomparve nel 1914 (circostanza romanzata in “Dal tramonto all'alba 3” dove lo scrittore è interpretato nientedimeno che da Michael Parks), e che nel 1893 pubblicò “La cosa maledetta” (“The Damned Thing”): la storia tratta di una comicamente macabra inchiesta che si svolge in presenza del cadavere della vittima, un vero e proprio leitmotiv in Bierce (di recente pure ottimamente ripresentato dal “The Autopsy of Jane Doe” del regista André Øvredal da cui tutti attendiamo “Scary Stories to Tell in the Dark”), e che rivela le incursioni nel “chaparral” circostante di una fiera assassina e dal pigmento composto da «colori che integrano la composizione della luce, e che non siamo in grado di discernere» (nuova edizione Mondadori de “I miti di Cthulhu”); si fa brevemente riferimento ai raggi attinici, ovvero gli ultravioletti di "From Beyond ” , quale pseudoscientifica spiegazione del fenomeno e, sebbene l'argomentazione non sia altrettanto elaborata rispetto a quella del romanzo di Wells più di quanto non ne sia maggiormente plausibile, il timore esistenziale dinanzi a ciò che non potremmo mai conoscere trae ancora più efficacia dal cinismo sardonico dell'autore, che troviamo sempre un efficace e verosimile approccio emotivo all'orrore sovrannaturale, e dall'ambientazione rurale e prosaica, che vi si oppone evidenziandone il dis-ordine sovversivo. Insomma, un piccolo capolavoro del genere che anticipa proprio la rivoluzione “copernicana”, come la chiamava Fritz Leiber, apportatavi in seguito proprio dalo stesso Lovecraft.

Se avete ammirevolmente già letto il primo articolo di questa sorta di rubrica , probabilmente l'ambientazione rurale e il black humor del racconto di Bierce vi avranno ricordato l'incipit del film di Whale; ma prestate attenzione alla variabile “Stati Uniti del sud” all'equazione ed il risultato non potrà non essere l'associazione immediata con uno dei più grandi e compianti moderni maestri del genere: Tobe Hooper. Purtroppo per lui (e per noi), probabilmente il regista di Austin era già da considerarsi compianto all'epoca, correva l'anno 2006, in cui girò questo primo episodio della seconda stagione di “Masters of Horror” tratto proprio dal racconto di Bierce omonimo, anche se da noi il mediometraggio è reintitolato “Discordia”, dopo aver già con risultati mediocri, a voler essere teneri, tentato di sposare i topoi del proprio cinema con quelli lovecraftiani in “Il custode” (The Mortuary; 2005) , dove uno scialbo teen drama, solo a tratti salvato da sprazzi morenti dell'umorismo nero e scorci sporadici del degrado sociale tipici del regista fin da “Non aprite quella porta”, toglieva lo spazio al potenzialmente interessante rapporto che incorreva tra il fungo senziente che infestava la dimora in cui si trasferivano protagonisti e il ritardato deforme che lo aveva nutrito per generazioni: il primo viene incautamente mostrato nel finale, contro ogni logica di buona riuscita sia cinematografica che letteraria, in tutta la sua interezza con una pessima CGI, il secondo non rimane neanche abbastanza sullo schermo perchè si possa compatire la sua ingenua mancanza di cattiveria quale novello Leatherface.
Tornando a “Discordia”, la sceneggiatura di Richard Matheson elimina la cornice umoristica e processuale del racconto di Bierce, mantenendo solo l'idea di un proprietario terriero perseguitato dalla Cosa Maledetta e che nel prologo ucciderà la moglie e tenterà, prima di essere sventrato dall'essere invisibile, lo stesso exploit con il figlio adolescente: questi diventerà, ventiquattro anni dopo, il paranoico sceriffo della cittadina di Cloverdale (Tex.), interpretato da Sean Patrick Flanery (“L'insaziabile”, “Kaw”), ancora ossessionato dal brutale evento cui assistette anni addietro, finendo per trascurare (ma neanche troppo) la moglie e il figlio, riempiendo la tenuta del padre in cui egli stesso continua a vivere di telecamere di sorveglianza e pronto a recepire immediatamente i segni di follia incipiente che comincia ad insinuarsi tra gli abitanti del paese al ritorno della Cosa Maledetta. I problemi del mediometraggio sono, letteralmente, tutti contenuti in questa breve sinossi: dopo una passabile scena d'apertura iniziale, caratterizzata da un montaggio sincopato e frammentato che ricorda molto quello completamente eccessivo e lisergico dell'episodio che Hooper diresse per la prima stagione della serie ideata da Mick Garris ( “La danza dei morti” , scritto e anche tratto da Matheson), veniamo introdotti nella Cloverdale del presente, abitata, come ogni cittadina texana e hooperiana che si rispetti, da uno stuolo di personaggi secondari, che però non fanno in tempo a comporre in modo soddisfacente il quadro sonnolento di una disagiata comunità rurale, come invece accadeva in “Un motel vicino alla palude” (dove pure figurava un giovanissimo Englund pre-Krueger) e in “The Mangler”, che subito sono costretti a cedere il passo alle inconcludenti indagini dello sceriffo sul passato del luogo, per poi essere sommariamente dimenticati o uccisi: il vicesceriffo aspirante fumettista (Bernand Fletcher), il giornalista viscido e opportunista (Andrew Mcllroy), persino lo schizzatissimo prete interpretato da Ted Raimi insieme a pochi altri anonimi personaggi, sono più che altro meri riempitivi che dovranno solo prestarsi alla alquanto misera, visivamente e concettualmente, carneficina finale in cui si uccideranno l'un l'altro, e che, senza restituire assolutamente, nella loro invasiva e allo stesso tempo scarna frammentarietà, il senso di un'intera città in preda al delirio, risultando personaggi casuali e fini a sé stessi, troppo abbozzati per non essere degli insignificanti pretesti per un po' di gore, e al contempo troppo potenzialmente complessi per  rappresentare i diversi tipi umani che dovrebbero venire indiscriminatamente travolti dalla calamità. 

La prima metà del mediometraggio è letteralmente un'inutile presentazione di tutti questi personaggi, che si tolgono spazio a vicenda e da cui il protagonista emerge solo come il più futilmente sfaccettato di tutti; difatti, quando la follia dilaga (o dovrebbe star dilagando... non lo vediamo e non lo intuiamo più di tanto) a Cloverdale e la Cosa Maledetta sta per fare il suo “grande ritorno”, siamo già a finale inoltrato, senza che si sia venuto a creare anche solo l'ombra di un nesso, narrativo o subtestuale, tra il personaggio dello sceriffo e l'entità: la responsabile della situazione ai limiti del paranormale parebbe essere infatti l'intera cittadina, formata dai fuggitivi di un paesino vicino perito nella medesima maniera, e la causa sarebbe da ricondursi allo sfruttamento improprio fattovi nel campo dell'estrazione petrolifera. Potenzialmente interessante, questa sottotrama è ridotta ad una mera lettura da parte dello sceriffo di alcuni vecchi articoli di giornale, mancando ancora una volta di impressionare sullo schermo l'estensione e la forza dell'influenza di questa maledettissima (per davvero) cosa, né tantomeno viene così approfondito il legame specifico che avrebbe dovuto avere con lo sceriffo, se mai ce n'è stato uno: quando negli ultimi minuti il protagonista viene colto dalla stessa follia omicida del padre, ma non certo in maniera diversa dagli altri abitanti di Cloverdale, lo spettatore scompre paradossalmente di essersi fin troppo aspettato un risvolto di trama che non aveva motivo alcuno di aspettarsi, mentre le sottotrame avviate dagli altri personaggi si ritrovano mozzate alla loro morte sensa alcun senso narrativo e in favore del un focus su quello dello sceriffo che non ha alcuna centralità se non quella di essere nominalmente il protagonista. 
Quando gli ultimi minuti la Cosa Maledetta finalmente appare, simile al Mostro di Catrame dei film di Scooby-Doo scritti da James Gunn e che ci auguriamo nessuno a parte noi ricordi, non è resa in un digitale certo migliore del mostro finale de “Il Custode”, eppure entrambe sono sulla carta due intelligentissime reinterpretazioni in chiave ecologica dei mostri amorfi e tentacolari di Lovecraft, a labile, ma fin troppo eloquente, testimonianza della forte impronta personale che due autori come Hooper o Matheson hanno dato sempre e comunque, anche se prendere coscienza di ciò non fa che rendere ancora più evidente quanto l'adattamento del racconto di Bierce sia una vera e propria occasione sprecata che neanche la messa in scena del regista di Austin, sempre perfettamente mirata a restituire l'orrore in strade battute dal sole e qui resa attraverso una fotografia itterica durante la notte e leggermente sovraesposta durante il giorno, riesce a recuperare. Inoltre, avevamo detto come fosse proprio l'invisibilità “concreta” della Cosa in Bierce a renderla un prototipo della tipica inconoscibile entità lovecraftiana, quindi l'elemento maggiormente interessante e innovativo della novella in Hooper cede il passo alla terribile CGI di un mostro melmoso, come composto di petrolio, che tradisce potremmo dire “ingiustificatamente” l'elliticità dell'opera originale, visto che non sostiene sufficientemente neanche la componente politica che vorrebbe aggiungere all'opera  piegandosi ad un finale frettoloso (spoiler, se siete tra quelli che ci tengono) che, invece di apparire nichilista e distruttivo come vorrebbe, da solo un ennesimo senso di subitanea interruzione narrativa: la Cosa Maledetta divora lo sceriffo, il cui flusso di coscienza che ci aveva accompagnato per tutto il film deve probabilmente provenire dall'Oltretomba (...ok), in modo semplicemente ridicolo, poi i più attenti potranno forse decifrare nei movimenti epilettici compiuti dalla macchina da presa, che niente hanno dei contestualizzati frenetici movimenti di macchina, gli sdoppiamenti d'immagine e il montaggio sincopato de “La danza dei morti”, l'intenzione del regista di comunicare che la macchina in cui viaggiano il figlio e la moglie stia venendo attaccata dal mostro.
Fermo restando che, per quanto possiamo non apprezzare il mediometraggio di Hooper, troviamo alquanto pretestuosa la cecità che è stata riservata alla riconiscibile autorialità del suo cinema presente tanto in questo mediometraggio quanto in molte sue opere che, non assurte al rango di classici quali “Il tunnel dell'orrore” (da poco rilasciato dalla Midnight Factory) e “Poltergeist”, continuano ad essere ingiustamente denigrate, e così pure il trattamento riservato più in generale alle due stagioni di “Masters of Horror” tanto ricche di episodi sia mediocri che eccellenti quanto di più semplicemente ed onestamente validi. Tuttavia, sarebbe non del tutto corretto imputare alle ovvie ristrettezze della produzione televisiva la mancata riuscita dell'opera hooperiana, visto che nel 1975 era stato diretto un altro adattamento del racconto di Ambrose Bierce, certamente sconosciuto ai più così come lo era a chi scrive prima della stesura di quest'articolo nonostante informazioni sullo stesso possono trovarsi persino su Wikipedia: diretto all'epoca per la televisione iugoslava, e quindi in un regime che non fu certo clemente col genere che per eccellenza mette a nudo l'abiezione e la fragilità del genere umano, da Branko Plesa in un suggestivo bianco e nero, questo mediometraggio, solo di pochi minuti più lungo di quello di Hooper, si rivela non solo un fedelissimo adattamento narrativamente parlando (ritroviamo l'inchiesta in una cascina di campagna al cospetto di una giuria di contadini, i siparietti comici tra il testimone e scrittore amico della vittima con il coroner interpretato dal regista e persino citazioni di interi dialoghi o lo svolgersi della scena al lume di candela), ma pure un'incredibilmente acuta riproposizione delle tematiche e suggestioni principali e in seguito fondamentali per il genere del racconto: inquietantissimi piani sequenza e finte soggettive che percorrono il “chaparral”, stranianti ralenty degli uccelli che infestano la volta celeste e intelligentissime zoomate che sostituiscono brillantemente i chiaramente inaccessibili movimenti di macchina più complessi vengono costantemente accompagnati dal drammatico tema musicale di Stanko Terzik, che combinando il tutto in una potentissima e chiara visione dell'irreprensibile e indecifrabile schema della natura che ci circonda e di cui la Cosa Maledetta o “Prokletinja”, da cui il titolo dell'opera, è solo il maggiore esponente. Degni di nota sono pure diverse inquadrature tipiche del cinema di Sergio Leone (il dettaglio insistente della scarpa bucata del coroner pare essere, salvo un errore dovuto ad una nostra dimenticanza, uscito da un suo film) che si sposano alla perfezione con l'ambientazione da Guerra Civile dal film restituita alla perfezione attingendone il sapore da solo una delle opere in cui Bierce, che la visse in prima persona, lo infuse, ed il montaggio serrato che, dopo un film dalla narrazione e dal linguaggio lenti e riflessivi, accompagna la prima e ultima aggressione del mostro ai danni del protagonista ci pare il solo e unico mezzo con cui una talmente ineffabile situazione poteva essere resa in immagini con una simile efficacia. Il film, poi, si dilunga in filosofiche e scientifiche discussioni riguardanti l'inconoscibilità e la vera natura dell'universo, che abbiamo potuto apprezzare solo in parte a causa della totale irreperibilità dell'opera con sottotitoli diversi dagli spagnoli (qui invece trovate una versione di migliore qualità ma senza sottotitoli ).

Non dubitiamo che vedere un giorno un'edizione anche solo occidentale di quest'opera non sia più impossibile del vedere la Cosa Maledetta in persona. O restare vivi abbastanza a lungo per raccontarlo.
Se fate parte di quegli «amanti dell'orrido [che] frequentano spesso luoghi strani e solitari» (“L'immagine nella casa”, H. P. Lovecraft) forse sarete abbastanza incuranti di ciò per voler dare subito una migliore occhiata più da vicino ai racconti dell'orrore di Bierce recentemente ripubblicati (purtroppo come sempre parzialmente) da Theoria, mentre per una nuova ed ultima incursione nel regno dell'Invisibile, sull'impervio confine tra cinema e letteratura, vi consigliamo di continuare a frequentare il blog come fosse una catacomba di Tolemaide, un castello sul Reno, una città dell'Asia o una fattoria del New England. O, se preferite, come un innevato villaggio inglese, un'assolata cittadina texana o, meglio ancora, la casa sulla Senna di un giudice. Ci rivediamo lì.

Articolo di Donato Martiello

giovedì 1 agosto 2019

L'Horror cancellato di Spielberg e Hooper (Focus on "Night Skies")

Siamo a fine anni '70 e Spielberg si stava imponendo come uno dei più grandi nomi dell'industria cinematografica americana. 

La casa di produzione del suo ultimo, la Paramount, gli richiese così un sequel del suo ultimo successo, "Racconti ravvicinati del terzo tipo", uno dei film più influenti della fantascienza moderna. Spielberg, però, non aveva intenzione di girarne un seguito, non era mai stato pensato per averne uno, ma temeva sarebbe potuto succedere ciò che era successo da poco con "Lo Squalo" ("Jaws"), ossia un sequel girato senza la sua collaborazione e la sua approvazione diretta.

Deciso ad accontentare la Paramount ed a preservare la sua sua proprietà intellettuale propose alla casa un altro progetto, inizialmente denominato "Close Encounter" e, poi, "Watch the Skies", un film horror fantascientifico.
Il progetto iniziò, ma Spielberg era impegnato con la Universal per girare "I ricercatori dell'arca perduta" e non avrebbe potuto dirigere questo nuovo progetto o scriverlo. La prima cosa che fece fu, dunque, contattare Lawrence Kasdan che, però, dovette rifiutare a causa del suo lavoro alla sceneggiatura di "Star Wars - L'impero colpisce ancora" di George Lucas.

Si da il caso, però, che il regista avesse visto da poco una parodia del suo "Jaws", "Piranha", e l'avesse amata. A scriverla era stato un regista e sceneggiatore indipendente, che vantava varie collaborazione con il re dei b-movie Roger Corman in perdona: John Sayles.
Sayles decise di raccontare, sotto consiglio di Spielberg, una storia ispirata ad un caso realmente accaduto nel 1955 a Hopkinsville. 

Qui,una  famiglia, raccontò di essere stata attaccata da degli strani alieni umanoidi di bassa statura, con grossi occhi e di carnagione grigia (nonostante i media li descrissero come verdi affibbiando loro il nomignolo "piccolo ometti verdi" che tuttora viene usato come sinonimo di alieni), ribattezzati i Goblin di Hopkinsville, che scacciarono dalla loro proprietà con armi da fuoco.
La sceneggiatura del film, ribattezzata "Night Skies" per motivi di copyright, vedeva un gruppo di 11 alieni (poi ridotto a 5) attaccare una famiglia di campagna guidati dal loro capo Scar, capace di uccidere gli animali usando il suo dito luminoso. 

Tra di essi vi era però un alieno, Bubby, che non voleva ferire gli essere umani e che avrebbe finito per fare amicizia con un giovane ragazzo.
Ora che la sceneggiatura era pronta, Spielberg contattò Rick Baker che, nonostante stesse lavorano a "Un lupo mannaro americano a Londra" di Landis, fu entusiasta del progetto e iniziò subito a lavorare agli animatronics per la pellicola.

L'ultimo tassello stava nel trovare l'uomo che avrebbe dovuto sostituire lo stesso Steven Spielberg alla regia e, quest'ultimo, fece subito un nome: Tobe Hooper. Il regista si era già affermato, difatti, nel panorama horror con il suo "Texas Chainsaw Massacre" ("Non aprite quella porta") ed accettò di buon grado di completare la visione di Spielberg.
Tutti i tasselli erano ai propri posti ed il film era già in produzione quando Spielberg premette per cancellare tutto: pensava che, dato che già il suo "I ricercatori dell'arca perduta" avesse sequenze horror si potesse rischiare di stagnare con quel genere e, soprattutto, dopo aver letto la sceneggiatura a Melissa Mathison, la futura moglie di Harrison Ford, il regista ritenne che si stava sprecando del materiale che avrebbe potuto generare un film più "ispirazionale" ed innovativo.
Rovinando per sempre i suoi rapporti con Baker, che aveva già investito 700.000 dollari e diversi mesi di lavoro per gli animatronics del film, Spielberg cancellò il progetto e decise di dividerlo in due pellicole assai diverse. 

La prima fu "Poltergeist", diretta da Tobe Hooper, che avrebbe trattato di una famiglia sotto l'attacco di forze sovrannaturali, e non più aliene, nella propria casa mentre la seconda avrebbe trattato dell'amicizia tra un piccolo alieno dal dito luminoso ed un ragazzino: ET. Entrambi i film uscirono nel 1982.
Insomma, con la divisione del film in due, il progetto "Dark Skies" morì per sempre, senza alcuna possibilità di ritorno, nonostante la sua influenza su quelle pellicole e quella di queste ultime sia tutt'ora tangibile nel mondo del cinema scifi e horror.

Articolo di Robb P. Lestinci