giovedì 30 aprile 2020

Il film oscuro di Ishiro Honda (Recensione ''Matango'')

Nonostante non siano in molti a conoscere il nome di Ishiro Honda il suo contributo e la sua influenza nel cinema fantascientifico post secondo conflitto mondiale sono stati travolgenti e di vitale importanza. Chiunque ha assorbito in qualche modo, direttamente e non, quello che ha lasciato nella cultura popolare. Egli fu infatti un prolifico regista e sceneggiatore nipponico che oggi è considerato il padre dei generi Tokusatsu (film in live-action, o serie televisive, che fanno grande uso di effetti speciali) e Kaiju-Eiga (film di mostri più in generale). Un uomo come tanti, nato nel 1911 nella prefettura di Yamagata da una numerosa famiglia di monaci buddhisti e di agricoltori, che una volta appassionatosi alla cinematografia iniziò a farsi le ossa come terzo assistente alla regia in diversi set della casa Photographic Chemical Laboratories. Iniziata da poco la gavetta, però, i sogni del ventitreenne Ishiro vennero presto frenati quando nel 1934 ricevette una notifica di reclutamento da parte dell’esercito. Da quel momento avrebbe fatto avanti e indietro da Tokyo ai vari luoghi in cui veniva assegnato. Tornato a casa nel 1942 scoprì che alla PCL (che aveva cambiato nome in TOHO) era stato imposto dal governo giapponese, che aveva monopolizzato l’industria nel ’39 su modello della Germania nazista, di realizzare film propagandistici per supportare lo sforzo bellico; tutti i cineasti che non si adeguarono a queste imposizioni sarebbero stati severamente puniti.
Assegnato nelle Filippine nel 1944, Honda e la sua unità ebbero la fortuna di perdere la loro nave e di venire riassegnati sul più tranquillo fronte cinese: qui Ishiro divenne sergente, e si occupò della comunicazione e del commercio con i civili dei territori occupati dall’esercito nipponico. Successivamente fu catturato dall’esercito rivoluzionario nazionale cinese e imprigionato in una zona collocata tra Beijing e Shangai per un intero anno prima della fine della guerra. Una volta libero, durante il suo viaggio di ritorno in patria sfiorò la morte per il proiettile di un mortaio che gli atterrò davanti ma che non esplose (proiettile che avrebbe raccolto e conservato nel cassetto della propria scrivania per tutta la vita). Riuscì finalmente a tornare a Tokyo nel 1946, dopo sei anni di servizio sul fronte, dove apprese della tragedia del lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Negli anni seguenti tornò a lavorare intensivamente per la TOHO prima come documentarista, poi come stretto collaboratore e amico di Akira Kurosawa, ma scosso dalla scoperta delle capacità delle armi di distruzione di massa, e ancora traumatizzato dall’esperienza bellica (da cui sarà turbato per tutta la vita) deciderà finalmente di approcciarsi al genere fanta-horror regalando all’immaginario collettivo il primo Godzilla (1954). Da quel momento la carriera di Honda sarebbe stata improntata quasi esclusivamente su quel mondo, creando in Giappone una vera e propria corrente cinematografica alternativa a cui si sarebbe dedicato fino al 1975.
Accanto ai vari film del sauro atomico, e dei tanti altri mostri giganti che rientrano nel suo pantheon, esiste anche una produzione minore di Honda di pellicole che si distaccano dal filone tokusatsu per abbracciare uno sci-fi più tradizionale. Tra queste spicca Matango (1963) uno dei film meno conosciuti e, una volta riscoperto dagli appassionati, più amati del regista. Un film più piccolo rispetto ai colossi di pochi anni firmati da Honda come RodanVaran King Kong vs Godzilla (che fu un enorme successo al botteghino e, in Giappone, è ancora oggi il film del re dei mostri con più incassi) e dall’atmosfera molto più cupa in confronto alle altre opere di quel periodo, riavvicinandosi in qualche modo al primo Godzilla. Per questa sua peculiarità la pellicola è diventata nel corso degli anni un vero e proprio film di culto ed è considerata da molti un prototipo del JHorror; ma è anche la causa della sua condanna: non ebbe il successo sperato e non fu apprezzato dai critici nipponici, oltretutto fu il primo film di Honda a non essere distribuito nelle sale statunitensi ma direttamente in televisione a partire dal 1965 (pare che venisse trasmesso abbastanza frequentemente, per poi arrivare a sparire nel nulla e cadere nel dimenticatoio intorno agli anni ’90). ‘’Matango’’ è basato sul celebre raccontato del 1907 The Voice in the Night di Williams H. Hodgson, più volte adattato in diversi media e che ha ispirato molte opere derivate tra cui ricordiamo il fumetto DC Comics Swamp Thing o il videogioco The Last of Us.

L'opera racconta di un gruppo di cinque amici abbienti che affittano la lussuosa barca di due marinai che li accompagnano nella loro vacanza. L’imbarcazione viene travolta e danneggiata da una tempesta e finisce alla deriva. Dopo aver passato alcuni giorni dispersi in mare, le correnti li trascinano vicino alla costa di un’isola apparentemente deserta dove sembra non esserci alcuna forma di vita al di fuori della fitta vegetazione che la ricopre. Mentre esplorano l’isola, però, i sette trovano tracce di passaggio umano per poi incappare nell’enorme relitto di una nave arenata sulla spiaggia. Si addentrano nel relitto, chiamato appunto Matango, ma non trovano né resti umani né altro se non un diario di bordo dalle poche informazioni (dal quale scopriamo che la nave fosse adibita a qualche tipo di sperimentazione nucleare) e la maggior parte delle pareti della struttura ricoperte da giganteschi funghi. Continuando la loro perlustrazione dell’isola, trovano altri funghi dalle dimensioni innaturalmente grandi che sono cresciuti nel cuore della foresta. Col passare dei giorni e con lo scarseggiare del cibo l’atmosfera si fa sempre più tesa: i personaggi iniziano a far riemergere i sentimenti contrastanti che provano gli uni per gli altri, a diventare schivi, a congiurare tra loro e perdere sempre più il senno; anche quelli che sembrano più integri moralmente finiscono col compiere atti crudeli pur di sopravvivere. Inferociti e stremati dalla fame i più disperati finiscono per mangiare i misteriosi funghi, nonostante fosse stato espressamente sconsigliato nel diario di bordo. La situazione precipita definitivamente quando alcuni dicono di aver visto nella notte degli strani funghi dalle sembianze umanoidi aggirarsi per i corridoi della nave, a questo punto la follia divampa tra i sette e il gruppo terrorizzato si spezzerà. 
Il film è permeato da un particolare contrasto tonale: la prima parte è colorata, allegra e tropicaleggiante (come molti Kaiju-Eiga anni '60), ma ben presto stride con il tetro relitto coperto da bizzarri miceti e con le dinamiche che si vanno a creare tra i personaggi. Questa bipolarità contenutistica è perfettamente trasfigurata anche nell'efficace colonna sonora di Sadao Bekku, e nella fotografia sì molto colorata ma estremamente palpitante. Gli effetti dei funghi irradiati portano a delle affascinanti sequenze oniriche, davvero ben realizzate e nelle quali aleggia un'aura singolarmente macabra. In pieno stile TOHO il film dà il meglio di sè solo nell'ultima parte (nonostante gli ultimi atti risultino un po' troppo frettolosi) in cui va a scatenare il proprio bestiario (ad opera del maestro degli effetti speciali Eiji Tsuburaya) ed il segreto dell'isola in delle scene in cui, soprattutto nell'ottica di quegli anni, hanno luogo eventi grotteschi e disturbanti. Ciliegina sulla torta è il finale del film che, grazie ad un colpo di scena ben piazzato, diventa estremamente anarchico e pessimista. Abbiamo già parlato dell'immeritato flop che fu Matango, questo non è solo dovuto al fatto che fu tiepidamente accolto dai critici del tempo ma anche perché venne quasi bandito dalle sale giapponesi per degli effetti di make-up ritenuti troppo somiglianti alle reali ustioni e ferite riportate dai sopravvissuti del bombardamento nucleare.
Locandina italiana per la distribuzione del 1973 ad opera di Ardin Cinematografica
Seppur ad oggi appaia vetusto è uno dei film più interessanti del periodo Showa (1954-1975) della TOHO non solo per la forte componente horror in esso presente, ma anche per il modo in cui gioca col fattore psicologico instillando dubbi nello spettatore. Oltretutto ci sono dei preziosi momenti di puro body-horror, come se fosse un film cronenbergiano ante litteram. A quanto pare Honda lo realizzò ispirandosi alla moda delle droghe che stava impazzando in quegli anni, di cui intendeva sottolineare i rischi comportati dalle dipendenze. L'attore protagonista Akira Kubo (che rivedremo ne L'Invasione degli Astromostri (1965), Gli eredi di King Kong (1968) e diversi altri film di genere) ha dichiarato che è stato il suo ruolo preferito; un altro grande fan è il regista Steven Soderbergh che tentò di realizzarne un remake. Anche se per il momento è un po' difficile da recuperare o comunque fruirne in buona qualità, la visione di ''Matango'' è calorosamente consigliata non solo ai fanatici di Godzilla e co. ma anche a tutti gli amanti del fanta-horror continuamente alla ricerca di accrescere il proprio bagaglio culturale e che si ritroveranno un film che, nonostante sia stato ignorato per anni, è diventato molto influente soprattutto per la cultura cyberpunk e horror giapponese.

ARTICOLO DI
LORENZO SPAGNOLI

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