sabato 30 novembre 2019

Ricercato, Vivo o Morto... o entrambi (Recensione "Django il Bastardo") - Non solo Horror

Da quando, nel 1966, uscì “Django” di Sergio Corbucci, il filone cinematografico di genere dello spaghetti western si è arricchito di titoli che utilizzavano (o sfruttavano, se così vogliamo dire), il suddetto nome per il proprio protagonista in modo da attirare più pubblico nelle sale cinematografiche. Questi "sequel" apocrifi erano spesso (ma nemmeno poi così tanto) film poco impegnati, fatti solo per guadagnare qualche gruzzolo (sono numerosi i casi di case cinematografiche che nascevano proprio per produrre western all'italiana, e, una volta guadagnati i soldi al botteghino, sparivano nel nulla, spesso portandosi con se anche i film). 
Nel caso di "Django il Bastardo" (del quale abbiamo già brevemente parlato nello special di “Halloween” di poco tempo fa), film del 1969 diretto da Sergio Garrone e fratello maggiore del noto attore Riccardo Garrone, il discorso è diverso. Il regista romano (qui al suo terzo film in carriera) dopo un ormai irreperibile "Se vuoi vivere... spara!" e un buon "Tre croci per non morire", arriva con quello che è probabilmente il suo film più riuscito, ed uno dei film più originali del suo genere: Scritto a quattro mani con Anthony Steffen (qui in tripla veste di protagonista, produttore e, appunto, sceneggiatore) , narra la storia di un pistolero che giunge in una cittadina sperduta per vendicarsi di un tradimento subito da tre ufficiali confederati durante la Guerra di Secessione, che si sono venduti al nemico, provocando così la morte di tutti i loro uomini. 
Fino a qui sembrerebbe essere il classico soggetto trito e ritrito del misterioso vendicatore pronto a farsi giustizia da solo, ma in realtà, una volta proseguendo con la storia, l'intero costrutto si fa sempre meno banale: la vendetta c'è, eccome, ma l'originalità vera e propria di questa pellicola, sta nel cupo e ambiguissimo protagonista e nell'altrettanto tenebrosa atmosfera: questo misterioso pistolero, infatti, non sembra essere un vero e proprio essere umano, ma bensì uno spettro, un fantasma vendicativo, che deve semplicemente regolare dei conti col passato. Non è raro, infatti, assistere a scene in cui vediamo il nostro protagonista sparire improvvisamente, per poi rifarsi vivo dal nulla in altri luoghi. Garrone sa che questa è la forza principale della sua pellicola, e quindi gioca in continuazione su questo aspetto, facendo credere allo spettatore che il protagonista sia effettivamente un' entità fisica (con battute come "Dove vai?" "All'inferno, e ti assicuro che non ci si sta bene"), per poi demolire queste convinzioni, ad esempio, nella scena in cui il fratello minore dell'antagonista (Paolo Gozlino), interpretato da un buon Luciano Rossi (famoso soprattutto per il ruolo di Timido in "Lo chiamavano Trinità"), ferisce Django facendolo quindi sanguinare, ed infine rimescolare le carte in tavola, con il bellissimo scambio di battute fra il protagonista e Alida (interpretata dalla bella Rada Rassimov, famosa per aver recitato nel ruolo la prostituta che viene picchiata e interrogata da Sentenza nel capolavoro di Sergio Leone "Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo") nella notevole scena finale. 
Come già accennato, anche l'atmosfera gioca un ruolo importante nella pellicola: I cimiteri di notte, i vicoli bui delle cittadina, le foreste desolate, fanno respirare, a pieni polmoni, aria di gotico, di grottesco che rendono il film, un semi-horror (nel senso più spicciolo del termine), presentando  anche qualche (minima) caratteristica dello slasher, che esploderà circa un decennio dopo con “Halloween” di Carpenter (sebbene già Mario Bava ci avesse già provato nel suo "Reazione a catena"). 
Nel suo comparto tecnico, il film gode di una discreta regia di Garrone, con qualche idea azzeccata e niente male (come la scena iniziale dove Steffen viene inquadrato dall'alto mente cammina), con una macchina da presa, quando può, mai statica.  Certamente, anche visti i mezzi limitati, qualche buco nella sceneggiatura c'è ed anche la recitazione dei personaggi, soprattutto i secondari non è eccelsa, ma nonostante ciò il film scorre in maniera molto fluida, con un'ampia dose di tensione e di violenza che fanno balzare il film fuori dall'infinito mucchio (selvaggio) dei Western all'italiana.

Articolo di Andrea Gentili

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