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lunedì 9 marzo 2020

La tragicità del lupo (Recensione "L'uomo lupo")

Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera

Nel 1941, nelle sale statunitensi, uscì un film che sarebbe stato capace di imprimere in maniera indelebile la figura dell’uomo lupo nell’immaginario popolare e, soprattutto, nella storia della cinematografia, l’arcinoto “L’uomo lupo” (“The Wolf Man”) di George Waggner, ennesimo classico dell’orrore sfornato dall’infermabile Universal che si sarebbe garantita un pantheon di mostri che sarebbero divenuti i capisaldi di tutto il genere: come abbiamo già analizzato, infatti, altre creature ebbero vita grazie alle produzioni Universal, tra cui Dracula, il mostro della laguna nera ed la creatura di Frankenstein. Nonostante gli immensi successi riscontrati da questi prodotti, dai loro predecessori, e da parte dei loro successori, però, il destino dell’uomo lupo non fu altrettanto roseo, almeno non inizialmente. 
Il primo tentativo dell’Universal di assicurarsi un uomo lupo tra le proprie fila di creature dell’incubo, infatti, risale al 1935, ben 6 anni prima del rilascio del film che tutti noi conosciamo, con un piccolo fiasco, “Il segreto del Tibet” (“Werewolf of London”), diretto da Stuart Walker. La pellicola, interpretata da Henry Hull nel ruolo dello sventurato botanico Glendon, divenuto un mostro affamato di carne umana durante la Luna piena a seguito di un viaggio in Tibet alla ricerca di un misterioso fiore e di un attacco da una creatura misteriosa, fu un flop sia a livello di critica che di botteghino: sin dalla produzione, con il rifiuto di Bela Lugosi per il ruolo di Glendon e dell’attore di quest’ultimo per il pesante trucco ideato da Jack Pierce, fino allo sforamento del budget di, addirittura, 36mila dollari, una cifra enorme per l’epoca, equivalente a oltre 697mila dollari di adesso. 
Il progetto di un licantropo su schermo sotto Universal venne ripescato, però, grazie a Curt Siodmak, romanziere di fantascienza di origine ebrea, sfuggito dagli orrori della Germania nazista. L’uomo rese l’uomo lupo un prodotto della sua cultura, introducendo nella sua figura elementi originari della sua religione, come la stella a cinque punte che compare nella mano di colui che è “maledetto” da un uomo lupo. La nuova storia narra di Larry Talbot (Lon Chaney Jr.), un giovane gentiluomo che, a seguito di un attacco da parte di un uomo lupo (Bela Lugosi) in una comunità di zingari dove si era recato per farsi leggere le carte dalla cartomante Maleva (Maria Ouspenskaya) assieme alla sua ragazza (Evelyn Ankers) ed una loro amica (Fay Helm), ucciderà l’aggressore con un bastone da passeggio con un lupo raffigurato sopra, finirà per divenire lui stesso una creatura maledetta e succube dell’influsso del Demonio, incapace di controllare i propri istinti animaleschi e costretto ad una terribile metamorfosi, curata, nuovamente, dall’iconico trucco di Jack Pierce, finalmente possibilitato ad usare i prostetici che aveva ideato anni prima nella loro interezza, senza alcuna limitazione.
La Luna piena, in questo film, non gioca alcun ruolo nella metamorfosi di Talbot, nonostante verrà implementata nel crossover con Frankenstein di qualche anno dopo, seppur in chiave diversa da quella abituale e che numerosi altri registi hanno usato: essa servirà, infatti, non a far trasformare Talbot, bensì a riportarlo in vita dalla tomba. Nonostante questo, è indubbia l’influenza che la pellicola ha avuto per cineasti come John Landis o Joe Dante per i loro capolavori “Un lupo mannaro americano a Londra” e “L’ululato”. 

Altro elemento iconico nel cinema è il poema che, nonostante possa sembrare antico, fu in realtà scritto da Siodmak e che divenne fisso in (quasi) tutte le apparizioni dell’Uomo Lupo nei film successivi dell’Universal e non solo, pur ricevendo le dovute modifiche, come l’aggiunta della figura della Luna piena, appunto. La scrittura di Siodmak fu, in generale, fondamentale per il successo dell'epoca, divenuta una vera e propria metafora della condizione degli ebrei in quell'epoca: condannati ad esser cacciati a causa di una maledizione (segnata da una stella a cinque punte) che non potrà mai esser spezzata, ma che, tantomeno, mai potrà far trovare loro pace se non tramite la loro esecuzione. L'uomo lupo, da semplice spauracchio, diviene, insomma, simbolo degli oppressi, un eroe tragico, tanto quanto il suo fato, inevitabile, contro cui si oppone la sua stessa natura, acquisita, certo, ma impossibile, una volta ottenuta, da annichilire. 
Un'altra delle particolarità della pellicola, per giunta, sta proprio nei suoi sequel: l’attore Lon Chaney Jr, infatti, fu il solo attore di mostri classici Universal a interpretare lo stesso personaggio per tutti i film in cui egli compariva nella decade del 1940, cosa che rese lo stesso attore molto orgoglioso di se stesso e che lo portò, inesorabilmente, ad affezionarsi alla creature che lo aveva accompagnato per una decade nella sua carriera, arrivando a definirlo, affettuosamente, “il suo bambino” in numerose interviste, probabilmente consapevole dell’impatto che la sua interpretazione ebbe per le future comparse del mostro, ancora adesso spesso interpretato sulla falsariga del suo. 
Nel 2010, la pellicola, ebbe un remake, “The Wolfman”, diretto da Joe Johnston e con Benicio del Toro nel ruolo protagonista che, però, si rivelò un flop sia di pubblico che di critica, nonostante la vittoria del Premio Oscar per il miglior makeup, segnando la fine delle apparizioni della creatura nelle produzioni Univeral, escludendo “Werewolf: The Beast Among Us” che, originariamente, sarebbe dovuto essere uno spinoff proprio dell’opera di Johnston. 
Nonostante gli anni, non curante della Luna piena che brilla alta nel cielo, tra ululati e urla di terrore, il capolavoro di Siodmak e Waggner, però, continua ad ispirare numerosi artisti nelle loro interpretazioni di uno dei mostri più iconici di sempre, rivoluzionato per sempre proprio da quella pellicola del 1941, capace di dare nuova linfa ad un mito tanto antico quanto conosciuto e di sostituirsi, quasi, alle narrazioni originali. E, per abbattere questo Uomo Lupo, non basterà un bastone o, tantomeno, un misero proiettile d’argento.

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domenica 8 marzo 2020

Il moderno Prometeo (Recensione "Frankenstein")

Nato dalla penna di Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo è senza ombra di dubbio una delle opere letterarie più importanti ed influenti del diciannovesimo secolo. Il romanzo non ha solo il merito di aver dato vita agli ormai iconici personaggi di Victor Frankenstein e del Mostro, ma riesce ancora oggi ad offrire spunti di riflessione su temi quali la discriminazione, il destino e il ruolo dell’uomo nel mondo.
Il primo tentativo di portare sul grande schermo il Mostro di Frankenstein si è avuto nel 1910, con un corto di 13 minuti prodotto dagli Edison Studios. La pellicola, inutile dirlo, semplifica in maniera considerevole la storia di Shelley, facendo del Mostro il prodotto di un esperimento di alchimia del dottor Frankenstein, il quale sconfigge la Creatura grazie alla forza dell’amore. Le limitazioni tecniche di quei tempi hanno quindi reso impossibile trasporre su pellicola l’ambiguità morale, la complessità psicologica dei personaggi e gli intrighi che avevano caratterizzato il romanzo originale.
Il Mostro nel corto del 1910
Nel 1931, dopo l’immenso successo di Dracula, gli Universal Studios decisero di produrre un nuovo film dell’orrore, basato sul romanzo di Shelley: Frankenstein. Sulla sedia del regista troviamo James Whale, che nello stesso anno aveva firmato un contratto quinquennale con la Universal e che, dopo aver diretto La donna che non si deve amare (Waterloo Bridge), aveva intenzione di lavorare su qualcosa di profondamente diverso. Frankenstein si dimostrò presto un successo, incassando 12 milioni di dollari e, così come accadde per il romanzo originale in ambito letterario, andando ad influenzare tutto il cinema horror successivo, introducendo sul grande schermo l’iconico Mostro e lo stereotipo dello scienziato pazzo.
Buonasera. Il signor Carl Laemmle ritiene che non sia opportuno presentare questo film senza due parole di avvertimento: stiamo per raccontarvi la storia di Frankenstein, un eminente scienziato che cercò di creare un uomo a sua immagine e somiglianza, senza temere il giudizio divino. È una delle storie più strane che siano mai state narrate, tratta dei due grandi misteri della creazione: la vita e la morte. Penso che vi emozionerà, forse vi colpirà, potrebbe anche inorridirvi! Se pensate che non sia il caso di sottoporre a una simile tensione i vostri nervi, allora sarà meglio che voi... be', vi abbiamo avvertito!
Queste sono le parole che la Universal, temendo che la pellicola proponesse contenuti troppo macabri, fa pronunciare ad Edward Van Sloan (il dottor Waldman nel film); il contesto era infatti quello della Grande Depressione del ’29 e i produttori ritennero che il film potesse turbare in maniera eccessiva i già inquieti animi degli spettatori. Dopo il prologo veniamo catapultati in un villaggio delle Alpi Bavaresi dove il dottor Henry Frankenstein è intento a dissotterrare cadaveri per i suoi esperimenti, con l’aiuto del servo Fritz. Sono successivamente introdotti altri personaggi: Victor Moritz e il dottor Waldam, ai quali si rivolge Elisabeth, la fidanzata di Frankenstein, preoccupata per la salute mentale del futuro marito. I tre si dirigono al laboratorio dello scienziato, dove scoprono che quest’ultimo ha già dato vita ad un cadavere utilizzando l’elettricità dei fulmini di una tempesta (elemento non menzionato nel romanzo di Shelley). Il Mostro è spaventato dalla torcia impugnata da Fritz, comportamento frainteso da Frankenstein, che decide di imprigionarlo e, in seguito, di vivisezionarlo. La Creatura riesce però a fuggire, seminando il caos per la città.
James Whale è riuscito a lavorare in maniera più che efficace con le risorse limitate a sua disposizione: gli effetti sonori, il trucco usato per il Mostro e i giochi di luci e di ombre sono solo alcuni dei campi in cui la pellicola eccelle, superando di gran lunga la maggior parte dei film usciti in quel periodo.

La soundtrack composta da Bernhard Kaun, accompagna perfettamente le scene del film e, sebbene al giorno d’oggi possa risultare alquanto datata e poco originale, nel 1931 era una delle colonne sonore più inquietanti e stilisticamente elaborate.
Ritornano anche i temi del romanzo, sebbene alquanto diluiti: Frankenstein è lo scienziato che gioca a fare Dio e che fallisce miseramente, ma, a differenza della storia di Shelley, egli non pagherà il prezzo finale per le sue azioni, anzi diventerà l’eroe della storia, aizzando la folla inferocita contro il Mostro e tornando da Elisabeth sano e salvo dopo la sua morte.

Allo stesso modo il personaggio del Mostro risulta più psicologicamente complesso rispetto al corto del 1910, fin dai primi minuti risulta evidente che la sua aggressività è il risultato di una profonda paura: il comportamento della creatura è evidentemente bambinesco, egli non riesce a comprendere a fondo gli esseri umani, che a loro volta non comprendono lui. Questo risulta ancor più evidente nella scena in cui il Mostro gioca con una bambina e, credendo che quest’ultima sia in grado di galleggiare in acqua, la getta nel lago vicino, annegandola. Purtroppo nel 1937, a causa del Codice Hays, la scena fu censurata, privando così il film di una delle sue sequenze più importanti.
Dire che Frankenstein è un classico sarebbe a dir poco riduttivo: la pellicola è una pietra miliare del cinema horror, se non del cinema in generale, ed ha aperto la strada a molti film horror successivi. Frankestein possiede un immenso valore storico-culturale, e deve, senza alcuna ombra di dubbio, essere visto.

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sabato 7 marzo 2020

La dama e il tritone (Recensione "Il Mostro della Laguna Nera")

Nel 1941 il produttore William Alland era ospite di una cena a casa di Orson Welles. I due erano buoni amici, oltretutto Alland aveva recitato nel capolavoro del collega "Quarto Potere" nel ruolo del giornalista Thompson. A questa serata era presente anche il direttore della fotografia Gabriel Figueroa, che cominciò a raccontare ai convitati della leggenda di una razza di esseri per metà umani e per metà pesci che sarebbero vissuti nel Rio delle Amazzoni. Questa storia rimase molto impressa ad Alland, tanto da portarsela con sè negli anni seguenti. Nel corso degli anni '40 la popolarità dei film di mostri (che oggi definiremmo classici) Universal era notevolmente calata, dopo più di vent'anni di onorato servizio. È importante anche sottolineare come ormai stesse cambiando anche la percezione del pubblico verso questo genere di film e la direzione verso cui si stava improntando la cultura generale, nello specifico quella statunitense. Non c'era più spazio né interesse per i film dell'orrore nel senso più stretto del termine: storie gotiche di fantasmi o di esseri mostruosi che dimorano in castelli abbandonati non attraevano più gli spettatori. Sul genere, le conseguenze di questi cambiamenti furono molte. I film horror iniziarono a colorarsi di tinte ben più fantascientifiche allontanando tutti gli elementi più classici e riconoscibili, che fino allora li avevano connotati e che avevano ereditato da un certo tipo di tradizione letteraria ben più antica. Arrivati nella decade 50s la vera paura che aleggiava nell'aria, e quella che le grandi potenze dell'Occidente (al tempo tutte sovrastate dal colosso USA) sfruttavano per fini propagandistici era la possibilità di un'imminente conflitto con l'Unione Sovietica che potesse comportare il dispiego di armamenti nucleari.
Il mostro nei fanta-horror diventa dunque il neutrino, e le aberrazioni che è in grado di generare; quei dittatori o capi di stato dispotici e incredibilmente simili ai reali grandi leader sovietici; gli alieni, invasori dallo spazio profondo. Importante novità che il fanta-horror anni '50 introdusse fu la rivalutazione della figura dello scienziato.

Se nei film horror classici gli uomini di scienza non erano altro che dei pazzi con mire di conquista globale, a cui era sempre relegato il ruolo di antagonista; ora gli scienziati diventano gli eroi di queste storie, coloro che grazie alle loro conoscenze possono impedire disastri e orrori vari. Così, per conto della Universal, William Alland nel 1953 produsse "Destinazione...Terra !". Il film era basato su un soggetto del celebre scrittore Ray Bradbury, adattato in sceneggiatura da Harry Essex e affidato al giovane regista Jack Arnold. Oltretutto fu la prima produzione in 3-D per la Universal. Questo primo esperimento fatto da Alland nell'avvalersi della novità che la tecnologia 3-D rappresentava al tempo fu proficuo, e il film è ancora oggi considerato un cult.
La storia di Figueroa però era ancora ben salda nella mente di Alland, che ci trovava un grande potenziale. Così abbozzò una prima versione che intitolò "The sea monster", e che scrisse ispirandosi fortemente al primo "King Kong" (1933) che era già diventato un film paradigmatico. Questa prima stesura fu rimaneggiata da altri sceneggiatori, e col tempo prese il titolo di "The Black Lagoon".

A questo punto il progetto era pronto per essere realizzato, Alland chiamò Arnold alla regia e decise che anche stavolta il film sarebbe stato girato in 3-D per renderlo ancor più accattivante. Così nacque "Il Mostro della Laguna Nera": uno dei più puri horror Universal, adattatosi al contesto in cui è nato e quindi molto cambiato nella forma. Un film horror dalle tinte scifi e uno spirito baroccheggiante e decadente, come i suoi precedessori, ma trasferito in un'ambientazione esotica e sublime tipica del cinema d'avventura.
A comporre la colonna sonora torna dalla precedente fatica di Alland/Arnold Henry Mancini, che va a creare un accompagnamento musicale iconico che unito alle tracce dei classici monster-movie Universal va a sugellare lo spirito orrorifico tradizionale del film.

Abbiamo già detto che si tratta in qualche modo di un retelling della storia di King Kong, di cui riprende la struttura alla bella e la bestia, rimescolando questo concept a tal punto da farlo proprio. La componente erotica tra dama e mostro che era già stata velatamente accennata nel capostipite "King Kong", qua è largamente accentuata: Arnold mette in scena la forte pulsione che il mostro prova per la bella Kay (Julie Adamas), che nelle acque amazzoniche sfoggia un costume quasi scandaloso per quel tempo. Gill-Man (lett. "uomo branchia") non è un essere maligno, ma un animale schivo portato alla violenza nel momento in cui sente il suo habitat sempre più minacciato. Dietro le sue sembianze squamose, c'è un lato tenero che emerge nei momenti in cui dal fondale della laguna contempla meravigliato Kay nuotare, o nel modo in cui si trascina goffamente sulla terra ferma come un vero e proprio pesce fuor d'acqua.
È una creatura dotata di una certa sensibilità, che possiamo evincere dalla leggiadria con cui sembra quasi ballare nelle profonde e torbide acque della laguna nera. Quello che viene raccontato non è un tipico conflitto tra uomini avidi e affamati di potere e la natura ma bensì tra il mostro e delle persone intelligenti e ragionevoli, gli scienziati a bordo della Rita, che però hanno turbato la pace in cui il Gill-man viveva risvegliando la sua parte più feroce e avventata. Inizialmente vennero previsti due finali: quello che conosciamo, in cui il mostro viene ferito a affonda morente nelle acque della laguna; un secondo, in cui Gill-man viene catturato e portato nel mondo civilizzato (questa conclusione scartata, sarà riciclata per il seguito del film "Revenge of the creature" del 1955).
Infine si decise di ripiegare per il primo perché era quello che lasciava più spiragli per aprire dei seguiti, come effettivamente fu fatto. Riguardo alla realizzazione del mostro, Bud Westmore fu a capo del dipartimento di make-up ed effettistica. Egli si vantava di aver concepito l'iconico design del Gill-man, ma oggi sappiamo che è da attribuire all'animatrice della Disney Milicent Patrick. In realtà, Westmore tendeva a prendere i meriti delle conquiste fatte dal suo dipartimento, mentre il grosso del lavoro veniva concretamente fatto da Jack Kevan e Chirs Mueller Jr. Stando a quanto dichiarato dalla Universal, il costume costò 18'000 dollari e 8 mesi di lavorazione. Al tempo, un costume così articolato fu uno dei più grandi passi avanti fatti nel campo. Tutto questo ha permesso, ad oggi, a "Il Mostro della Laguna nera" di diventare un cult immortale; fu un film che quando uscì ebbe un discreto successo di critica e ottimi risultati al botteghino, tanto da determinare ben due seguiti. Non a caso Gill-man è considerato a tutti gli effetti l'ultimo dei mostri classici della Universal.
Articolo di Lorenzo Spagnoli

giovedì 21 novembre 2019

In un obiettivo oscuro (Parte Prima - Analisi "Vampiri Amanti") - Vampiri tra letteratura e cinema: Carmilla

Torniamo ad indagare le dinamiche che dalla nascita della settima arte la legano in un abbraccio immortale alla letteratura, continuando a evitare, per ora e per quanto (im)possibile, gli argomenti più discussi, sia per evitare di dare un apporto inutile al loro già inflazionato panorama critico, sia perchè ritengo che proprio nelle forme più insolite del suddetto corteggiamento vampirico tra le due arti si possa individuare con maggiore chiarezza possibile il tortuoso percorso che gli autori cinematografici devono attraversare nela realizzazione dell'adattamento di un'opera letteraria: percorso di cui fin troppo spesso viene tracciata una mappatura rozza e approssimativa, da chi brama di vedere un ennesimo mito letterario prendere vita sul grande schermo solo per demolirlo come un idolo o esaltarlo come una divinità, senza la benchèminima argomentazione valida; e come se non bastasse, introdurrò l''argomento dell'articolo, di cui state leggendo la prima parte, che nelle mie poco attendibili intenzioni dovrebbe costituire il primo tassello di una nuova serie di articoli di cui a questo punto solo i babbi di culo non avranno capito il tema, è solo la scusante per un'altra secchiata di bile che verso volentieri sulla tuttora indigesta esperienza vissuta alcuni mesi fa al Napoli Horror Fest, dove il film di John Landis “Amore all'ultimo morso” (1992; Innocent Blood) riportato nel pamphlet veniva spacciato come protagonista di una proiezione che sarebbe invece spettata ad un suo disgraziato omonimo nella traduzione italiana, tale “Love Bite” (2012) di Andy De Emmony, con una comicità degna di Neri Parenti e una messa in scena degna del peggiore Twilight, solo con una comicità ancora più idiota e con i lupi mannari al posto dei vampiri.
Dante, perdonali perchè non sanno quello che fanno
La vampira interpretata da Anne Parillaud del così impunemente maltrattato film di Landis è solo una delle più giovani (neanche tanto, ma comunque di vampiri ed immagini cinematografiche stiamo parlando) incarnazioni femminili in cui il mito dei succhiasangue ha protratto la sua vita dopo la morte, dalla Lilith di Adamo alla Lamia di Apollonio, traendo poi rinnovata energia alla giugulare della letteratura, dalla Christabel di Coleridge alla Lamia di Keats
Illustrazione della poesia di Coleridge di H. J. Ford e Lancelot Speed 
I meno fessi avranno già capito che voglio portare la loro attenzione proprio sulla figura letteraria, preceduta in celebrità solo dal suo stesso fascino saffico, della regina indiscussa di queste predatrici notturne il cui stesso nome è diventato sinonimo di sensuale fascino indomito e del femineo potere del sangue: Carmilla.
Carmilla and Laura, di AbigailLarson (Devianart)
Il personaggio protagonista dell'omonimo racconto scritto dall'irlandese Joseph Sheridan Le Fanu, per la prima vclta pubblicato a capitoli nel 1871-72 sulla rivista The Dark Blue, ha costantemente infestato il grande schermo attraverso numerose riduzioni cinematografiche dell'opera e non, tali da rendere superfluo, viste le intenzioni di questo articolo, la compilazione di un elenco (che peraltro non sarebbe difficile rintracciare sul web) di ogni singola apparizione di un omonimo della vampira e che possa comunque dirsi esaustivo: terremo infatti in considerazione soltanto quelle manifestazioni su celluoloide che vedono Carmilla quantomeno impegnata nelle sue originali peripezie letterarie che ruotano intorno alla persecuzione che conduce ai danni di una giovane fanciulla mortale, e che risveglierà in entrambe uno strisciante desiderio (omo)sessuale a prelusdio del nutrimento saguineo; o che la vedano affiancata quantomeno da uno di quegli elementi narrativi formali del racconto originale, come l'ambientazione in un proverbiale castello austriaco dovo Carmilla viene poco saggiamente ospitata, libera di cibarsi, oltre che della figlia del castellano con la quale cui si trastulla in attesa del pasto finale, pure col vicinato non poi così all'oscuro dell'esistenza di quel villaggio abbandonato e infestato cui l'eternamente giovane contessa di Karnstein deve fare ritorno parte della notte e del giorno;  faranno una recente web serie che ignorerò totalmente ed un primo ed importantissimo adattamento cui darò, nella sua infedeltà formale, un attenzione anche superiore agli altri.
Illustrazione di David Henry Friston su The Dark Blue
Ora, senza dubbio in pochi non converranno che l'adattamento narrativamente più narrativamente fedele al racconto di Le Fanu, oltre che quello probabilmente più noto, è uno degli ultimi grandi titoli di quella golden age con cui la storica casa produttrice inglese Hammer, qui in collaborazione con la American International, portò alle estreme conseguenze, sfidando per l'ennesima volta i limiti del “buon gusto” e delle precedenti produzioni di genere, la rivoluzione già apportata all'horror con i via via più graficamente espliciti remake dei grandi gotici della Universal
Primo capitolo di una trilogia (Karnstein Trilogy per l'appunto), i cui due seguiti non tratteremo avendo a che vedere poco o niente col racconto dello scrittore dublinese, la pellicola in questione venne diretta da uno dei migliori registi del celebre marchio sinonimo di canini insanguinati e festoni di ragnatele, Roy Ward Baker (assistant director di Hitchcock sul set di La Signora Scompare e regista di punta anche della rivale hammeriana Amicus, avrebbe diretto un altro grande classico del cinema vampirico, La leggenda dei sette vampiri d'oro), la cui mano, degna dei colleghi Freddie Francis (Le cinque chiavi del terrore, I racconti della cripta) e Terence Fisher (La maschera di Frankenstein, Dracula il vampiro), si dimostra indiscutibilmente uno dei più grandi pregi del film, fin dalla sequenza di apertura tra le spettrali rovine, che nel racconto originale comparivano solo alla fine (anche se la scena finale, con la scoperta della tomba di Carmilla, qui tornerà a svolgersi), dove i set inquietantemente predisposti vengono sapientemente messi in scena, attraversando un escalation di violenza estetica e grafiica che passa da un'insolitamente gotica e surreale apparizione di un primo vampiro interamente ricoperto da un sudario, più simile ad il proverbiale spettro, fino al dolly che denuda questo apparente fantasma, per contrappasso con la pudicità di questa prima apparizione, quale ragazza inquietantemente seducente, cui viene, a completare il disorientamento dello spettatore precipitato nell'ascesa provocante che le immagini compiono, immediatamente tagliata la testa con una sciabola nel modo più brutale e verosimile che l'ottimo effetto speciale e il chirurgico taglio di montaggio potessero permettere; una splendida inquadratura di un dettaglio della lama mentre la testa della vampira giace fuori fuoco sul pavimento è il momento perfetto per presentare finalmente il titolo della pellicola: Vampiri Amanti (Vampires Lovers; 1970).
 “Tagliatele la testa!”
Insomma, questa sequenza iniziale sintetizza alla perfezione il mood sovversivo e cruento, pur nella sua elegante classicità, dell'intera pellicola, e anche solo da questo prologo non è difficile capire come mai la spregiudicatezza del film avrebbe dato via libera, in concomitanza con la crescente emancipazione sessuale e femminile di quel periodo, ad un numero sempre maggiore di riletture simili della figura del vampiro in chiave lesbica, da Jesùs Franco (Vampyros Lesbos) a Jean Rollin (Lèvres de sang); ma è al film di Baker che spetta il merito di aver per la prima volta portato sullo schermo il prototipo universale di tale immaginario, e alla splendida Ingrid Pitt di prestare corpo e anima attraverso un'interpretazione memorabile: difatti, al di là di tutta la struttura del racconto ottocentesco, cui vengono mantenute perfino le trasformazioni debolmente occasionali e fortemente enigmatiche della vampira in quello che pare un grosso felino e non preservate da nessun altro adattamento, la fedeltà concettuale, e quindi per chi scrive di vero interesse in un tale confronto, verso il lavoro di Le Fanu risiede proprio nell'aver preservato «un'empatia percorrente tutta la storia nei confronti della sessualmente disinibita ma languida Carmilla» (A. Major, ‘Other love: Le Fanu’s Carmilla as lesbian Gothic’, in R. B. Anolik (ed.), Horrifying Sex: Essays on Sexual Difference in Gothic Literature, Jefferson, NC: McFarland 2007, p. 152).
Pippa Steel ed un raro esemplare di gatto mannaro
Difatti, il film è totalmente estraneo alle dinamiche di rottura e ripristino di una minacciata coppia eterosessuale di cui molti critici tacciarono a questa oltre che pellicole simili, dal momento che il finale non porterà ricongiungimento di dato che l'eroe di turno salva una ragazza che, nelle brame di Carmilla, ha di fatto succeduto quella che era effettivamente il suo ormai (tra)passato e vero interesse amoroso (Pippa Steel), e perchè la sofferenza con questa vittima (Madeline Smith)  accoglie la morte di Carmilla cui, volente o nolente, si era fortemente legata non sembra preludere ad alcuna liberazione, come del resto non faceva il finale in cui l'io narrante (e personaggio speculare della ragazza) chiosava dicendo che continuerà a sentire «il passo leggero di Carmilla alla porta del salotto».
Ingrid Pitt e Madeleine Smith
Inoltre il suo salvatore, tale Carl (Jon Finch, personaggio assente nel racconto), viene a far parte di una trittico di ammazzavampiri assolutamente bigotti e antipatici, insieme al barone Hartog (Douglas Wilmer, fusione del barone Vonderburg e dell'amante di Carmilla quand'era ancora viva), sempre più “ingessato” nel suo vestiario puritano dopo aver represso il proprio desiderio sessuale uccidendo nel prologo la vampira che aveva avvicinato pericolosamente i seni al suo crocefisso (gioco di parlole efficacemente non voluto), e l'immancabile Peter Cushing, che interpreta in maniera a dir poco straziante il generale Spielsdorf divorato dalla vendetta a cui Carmilla aveva precedentemente ucciso la figlia: il posizionamento di questa vicenda prima di quella principale, nella pellicola, piuttosto che narrata in medias res, come nel racconto, alla nuova preda di Carmilla e al padre di lei che l'ha accolta in casa sua come fece il generale, costituisce forse la differenza formale principale tra le due opere, eppure, come abbiamo visto, essa è perfettamente funzionale, esattamente come il maggiore coinvolgimento nella narrazione della servitù del castello che, da mere comparse in Le Fanu, diventano ridicolo contraltare all'ottusità di questi tutti questi aristocratici ammazzavampiri pieni di sè, non essendo meno meccanici nell'obbedire agli ordini quando entrano sotto l'ipnosi vampirica rispetto a quando rendevano conto ai loro superiori: un'ennesima “libertà” rispetto all'opera letteraria che non fa che darne nuovo slancio alle intenzioni, visto Carmilla si trova a dover sedurre sia uomini che donne, e dunque evitando che graficità di alcune scene di nudo sostituitesi dell'erotismo più sottile e accennato della novella vengano a creare, come la pensano diversi critici, un'eccessiva strumentalizzazione dell'elemento sessuale (vale la pemna di citare il testo del quasi omonimo del regista Ron Baker, Classic Horror Films and the Literature That Inspired Them, Jefferson, NC: McFarland 2005, p. 242), né tantomeno un'enfatizzazione su di una dichiarata pericolosità dell'omossessualità; e se nel racconto essa costituiva il naturale effetto dell'attrazione che i vampiri hanno nei confronti delle proprie prede, nel film di Baker diviene l'altrettanto naturale e consapevole tentativo di Carmilla di raggiungere i propri scopi.
Douglas Wilmer e Peter Cushing 
Meno vicini alle simpatie dello spettatore del personaggio di Ingrid Pitt, questi ammazzavmpiri non sono buoni neanche a fare quello che dovrebbe venire loro meglio, visto che, come nel racconto, la contessa che si spacciava per la “madre” di Carmilla, ma che ha tutta l'aria di essere una schiavetta mortale à la Renfield, ed il criptico e cadaverico “uomo in nero” (John Forbes-Robertson), che nel film è palesemente il master che veglia compiaciuto in suggestive inquadrature al chiaro di luna ogni volta che la sua pupilla compie un delitto, non verranno né smascherati in quanto creature delle tenebre né tantomeno scovati o uccisi; la morte di Carmilla non solo non ci è di alcun sollievo se ripensiamo qualora ripensassimo all'incredibile prova attoriale con cui la Pitt fa rivivere una delle scene più belle del racconto quando rimane turbata dalla musica religiosa di un corteo funebre e, ambivalentementem dall'ottusità con cui gli uomini si ostinano a non accettare la morte, ma non pone neppure effettivamente fine alla concreta minaccia costituita dai non morti. 
Christopher L... volevo dire, John Forbes Robertson
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Articolo di Donato Martiello

lunedì 4 novembre 2019

Il ritorno di un amico di nome Godzilla

Prima di iniziare voglio mettere in chiaro una cosa: quello che state per leggere è il mio primo (e probabilmente ultimo) articolo autobiografico su "Horror Moth". Perché ho preso questa scelta? Perché il Re dei Mostri è una delle pietre miliari della mia vita da quando ero piccolissimo, uno dei pochi argomenti di cui posso tranquillamente definirmi un esperto e, in occasione del suo 65esimo anniversario, voglio fargli gli auguri come si deve raccontandovi di un lungo periodo di silenzio della sua lunga storia che ho vissuto in prima persona, come fan. Detto questo, iniziamo.

Torniamo indietro di quindici anni, non è il 65° anniversario di Godzilla bensì il 50° e nelle sale giapponesi esce il film celebrativo di tutta la saga fino a quel momento: "Godzilla Final Wars". Questo film, come già citato qui, sancirà la conclusione della terza delle ere in cui è divisa la filmografia del Re dei Kaiju, la "Millenium" (potete leggere delle altre ere qui), con uno dei più grandi passi falsi fatti dalla TOHO (la casa di produzione giapponese che ha creato il mostro).  Un progetto biziosissimo per gli standard della TOHO ai tempi che, nonostante il suo nobile intento fu un flop commerciale che non riuscì nemmeno a rientrare nei costi di produzione (oltre ad essere un film un po' particolare, guardatelo e giudicate...).

Dopo questa delusione, TOHO decise che almeno per il prossimo decennio non avrebbe prodotto nuovi film di Godzilla. E così fu. Per dieci anni noi fan non vedemmo nulla di nuovo portare la firma del nostro sauro atomico preferito, se non un cameo di pochi secondi in un film comico/drammatico giapponese del 2007, o dei pachinko a tema.

Un periodo di tempo molto lungo, che ho vissuto in prima persona e che ricordo benissimo, in cui sul vecchio Internet noi cultori cercavamo disperatamente da tutte le parti in cerca di notizie che portassero la buona novella di un ritorno imminente. Questo ritorno si fece attendere, portandoci spesso a confidare in bufale o centinaia di migliaia di fake trailer di YouTube. Ironico pensare come in quell'arco di tempo mi sentissi frustrato (come fan) per questa situazione, e invece oggi la revochi con tanta nostalgia. Mentre noi ragazzini ci strappavamo i capelli nell'attesa di qualcosa, Yoshimitsu Banno (regista di "Godzilla vs. Hedorah", uno dei film più strani e più iconici del mostrone di cui potete trovare la recensione qui) aveva acquisito i diritti da TOHO per realizzare un cortometraggio in tecnologia IMAX 3D, ispirato al film che aveva precedentemente diretto.

Questo progetto sarà sballottato qua e là per anni, senza mai riuscirsi a concretizzare, ma rappresenta una svolta importantissima perché diverrà il ponte tra TOHO e Legendary Pictures, casa di produzione statunitense legata alla Warner Bros ed alla Universal, che era stata contatta per aiutare Banno nella produzione del cortometraggio.

Tutto questo accade nel corso del 2008 e, nell'estate dell'anno successivo, si inizia a vociferare di un'acquisizione dei diritti di Godzilla da parte della Legendary. Questo rumor non arrivò come un fulmine a ciel sereno: per anni ed anni svariate grandi compagnie americane hanno provato a portare ad Hollywood la proprietà intellettuale giapponese con numerosi progetti finiti tutti in malora...tranne uno, il tristemente noto "Godzilla" di Roland Emmerich del 1998 che, pure se ebbe un buon successo al botteghino, non fu ben accolto nè da critica nè da pubblico. Nel Marzo 2010 arriva la notizia più attesa della seconda venuta di Cristo: la Legendary Pictures ha acquisito i diritti di Godzilla, e lo riporterà al cinema nel 2012 in collaborazione con Warner Bros. e con TOHO.

Se questo annuncio aveva già causato qualche scompenso nei fan più deboli, la dose viene rincarata con le successive dichiarazioni dei vertici di Legendary e TOHO che promettono un film molto diverso da quello del '98, più vicino all'originale del '54 in cui vedremo il Re dei Mostri combattere altri due Kaiju; causando in noi tutti una pesante tachicardia.

Il progetto entra definitivamente in produzione, continuare a passare il tempo e arriviamo al 2012... Senza film. A questo punto noi tutti iniziammo ad essere decisamente spaesati, ma Legendary si fece perdonare mostrando al Comic-Con dello scorso anno un breve teaser trailer in cui faceva intravedere il nuovo Godzillone, senza rivelare troppo. Questa piccola anticipazione era stata girata da Gareth Edwards stesso, regista che era stato annunciato a capo del progetto l'anno precedente.

A questo punto non avevamo più dubbi: Godzilla stava tornando una volta per tutte, non c'era bisogno di conferme ulteriori e, anche se il teaser rappresenta un film molto diverso alla luce di quello che poi vedremo (mostrando la carcassa di uno strano mostrino dotato di più zampe, anzichè i due molto sobri MUTO), iniziò la forte campagna di hype, la Legendary rivelò mano mano attraverso: concept art, concept poster, teaser, foto di sculture e di action figures il nuovo mastodontico  design di Godzilla. Questi due anni di attesa vennero conditi dagli annunci del casting: da Elizabeth Olsen, a Ken Watanabe a Bryan Cranston, tutti nomi che non fecero altro che aumentare l'attesa spasmodica. Fu un periodo magico, in cui si iniziò a creare un'atmosfera unica che poche volte ho potuto percepire in attesa di qualcosa: sembrava davvero fossimo tutti in attesa del ritorno di un caro amico.

Poi arrivò il 15 Maggio del 2014, dopo dieci anni di assenza dagli schermi il film uscì ufficialmente nelle sale, e il resto è storia. "Godzilla del 2014 fu un ottimo successo al botteghino (superando in più paesi il record di  incassi nel primo weekend di proiezioni), e un modesto successo di critica. Non solo inaugurerà il celeberrimo "MonsterVerse" della Legendary, ma spingerà la stessa TOHO nel 2016 a rilanciare il personaggio a sua volta (ma di questo ve ne abbiamo già parlato), questo film rappresenta quindi uno dei momenti più importanti per tutta la filmografia del nostro amatissimo Re dei Mostri, un momento sia della sua che dalla mia storia che difficilmente potrò dimenticare e, che il film vi sia piaciuto o meno, sfido qualunque fan a definire diversamente.

Dopo questa nostalgica rievocazione, lascio la parola su Godzillone ai miei colleghi e faccio i miei più sinceri auguri al Re dei Mostri!

Articolo di Lorenzo Spagnoli