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giovedì 12 settembre 2019

Oscure avventure radiofoniche - Scienza perversa

Se credevate che Stuart Gordon avesse toccato l'apice nello spingersi ai limiti più estremi nel reinterpretare “From Beyond” di H. P. Lovecraft, aspettate di sentire di quando Nikola Tesla portò la macchina per vedere nell'altra dimensione ad un congresso scientifico... che insieme al resoconto di reincarnazioni muscoidi e la descrizione di apparecchi fulminanti costituisce solo una delle applicazioni di Scienza Perversa che descrive Donato Martiello in
OSCURE AVVENTURE RADIOFONICHE: SCIENZA PERVERSA
Il titolo di quest articolo, che volutamente traduce con un pizzico di sensazionalismo quello dell'ultimissimo episodio della serie di radiodrammi Dark Adventure Radio Theatre chiamato  Mad Science e uscito sul finire di Agosto (in concomitanza con la nascita di Lovecraft), è una risposta non poi così meramente utilitaristica al relativo “insuccesso” che il primo articolo dedicato a uno di questi prodotti della H. P. Lovecraft Historical Society, qui in Italia, una ben strana coincidenza, totalmente ignorati: proviamo dunque a ripetere il tentativo con una pubblicità più accattivante ma non senza un suo perchè, dal momento che questo radiodramma (che ricordiamo essere, specialmente nel caso di quelli elaboratissimi della HPLHS, veri e propri film senza le immagini da ascoltare con cuffie, autoradio, ecc...) costituisce un esemplare “antologico”, come va tanto di moda ora fare ora con le serie tv, adattando ben quattro racconti dello Scrittore di Providence, tra cui figura proprio quel From Beyond che costituiva la base (oltre che del cortometraggio in stop motion di cui parlammo) della scabrosa e oscena (in un'accezione positiva che i puristi non potranno mai comprendere, anche se forse un giorno per aiutarli metteremo a loro disposizione il contenuto della tesi universitaria che chi scrive ha redatto sull'argomento) omonima trasposizione di Stuart Gordon del 1986. I quattro racconti hanno, guarda caso, tutti un legame con le «visioni terrificanti della realtà e del posto che occupiamo in essa» (da Il richiamo di Cthulhu) che le scienze possono rivelarci indagando incautamente quello che ci circonda. Ed è risaputo come Lovecraft sia stato, in questo, un Maestro (qualcuno ha detto Re-animator?).
Non è, tuttavia, "From Beyond" il primo racconto ad essere annunciato dal fittizio speaker di una ancora più fittizia realtà, non poi così alternativa, in cui negli anni '30, a quanto pare, si pubblicizzava la vendita di depuratori domestici salubremente rivestiti di Radio (non quella da cui ascoltavano l'inserto, proprio l'elemento chimico) per purificarla dai germi, alla cui fobia e conseguente presa mediatica per sponsorizzare la vendita di un prodotto contraccettivo probabilmente il racconto (dunque forse non così luridamente travisato da Gordon con creature dichiaratamente vermiformi che riempiono l'etere) sarebbe senz'altro tornato utile; il primo racconto è di gran lunga precedente (per la verità è il quarto scritto da Lovecraft dopo che riprese la vocazione dello scrittore, abbandonata a diciotto anni, per non lasciarla mai più): Oltre il muro del sonno ("Beyond the Wall of Sleep"; 1919). Il “Beyond” di questo racconto, la cronaca di un medico che scopre l'esistenza di un alter-ego onirico dall'intelligenza sovrannaturale in un montanaro rozzo e solo apparentemente epilettico, sta a rappresentare una realtà ben più lieta di quella che si nasconde nell'“Oltre” del racconto successivo; molto semplicemente perchè è una realtà inventata di sana pianta, e non una visione più orrendamente chiara di quella esistente e che abitiamo: questo nuovo “Oltre” è costituito, infatti, dalle “Terre del Sogno” (“Dreamlands”) che spesso fanno capolino nella narrativa dello scrittore, e l'amore appassionato che egli nutriva verso le proprie peregrinazioni oniriche in contrasto col disprezzo che provava per la realtà quotidiana sono il motivo per cui queste “Dreamlands” erano un luogo che descrisse amorevolmente con una profusione di aggettivi poetici ed aulici, spesso traendo ispirazione dalla simile opera narrativa di un suo contemporaneo prediletto, Lord Dunsany.
Tuttavia, se in molti racconti del cosiddetto “Ciclo dei Sogni” la venerazione che HPL aveva per questa realtà alternativa cominciò a risultare sempre più barocca e ripetitiva (e probabilmente Lovecraft dovette rendersene conto quando provò a conferire a queste fantasie oniriche una coerenza simile a quella data al suo ”Ciclo di Cthulhu” con il racconto del '27 “La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath”, rimanendo a tal punto insoddisfatto dal risultato al punto di lasciarlo inedito), questo non accade assolutamente in “Oltre il muro del sonno”, che, come una più classica storia del sovrannaturale, si colloca prevalentemente nel bigio e freddo (la vicenda si ambienta in inverno, tra i monti Katskills ed un manicomio) mondo reale; tutto ciò viene pure brillantemente compreso dalla HPLHS nel cui adatamento radiofonico il giovane medico, nonosante le deterrenze del suo anziano superiore il cui nome strizza l'occhio ad uno di quelli citati nel racconto, si connette telepaticamente, attraverso un macchinario di propria invenzione, al paziente dormiente, ma il paragrafo in cui è descritto la sua breve incursione nelle “Terre del Sogno” è totalmente eliso e sostituito dalla brillante recitazione del doppiatore (Jacob Lyle), estasiata dalle visioni a cui sta prendendo parte: una comprensione dei limiti della sola rappresentazione uditiva che viene trasformata in contenuto artistico; infatti, questa scelta sottolinea ancora di più come a noi uomini le magnifiche “Dreamlands” sono irrimediabilmente precluse, ed è questo a rende Oltre il muro del sonno un gradino sopra le leziose e compiaciute descrizioni di racconti come La rovina di Sarnath o Celephaïs o dei sottotesti apologetici di La nave bianca o La ricerca di Iranon: qui ci troviamo dianzi al più alto impiego della realtà onirica in un racconto di Lovecraft in quanto esso rientra alla perfezione nel suo concetto di letteratura “weird”, induttrice di un “sense of wonder” (“senso del meraviglioso”) che mira a minare le fondamenta della nostra realtà. L'adattamento della HPLHS di Oltre il muro del sonno non ha bisogno di decrivere suddetta realtà onirica, giacchè il senso di malinconia che si prova nella sua incolmabile distanza dal nostro mondo le da più giustizia di qualunque sua descrizione diretta (cosa che, del resto, è uno dei punti di forza delle più belle storie dell'orrore di HPL), affidando la breve e fantastica incursione del Beyond nel nostro mondo solo al modo in cui Sean Branney, capoccia della HPLHS, cambia radicalmente la propria recitazione dal dialetto strettissimo con cui interpretava il montanaro in  quella maestosamente ultraterrena di cui dota la personalità onirica dello stesso, emersa in punto di morte. A testimonianza della concreta verità dei fatti sovrannaturali, il narratore del racconto citava un'articolo astronomico circa la fugace apparizione di una stella che cosituirebbe l'alter-ego onirico del montanaro, articolo che la HPLHS ha ricreato con realismo impressionante e messo a disposizione di chiunque volesse ampliare l'esperienza vissuta ascoltando questo già magnifico adattamento.
Chi avesse rovato questo primo racconto eccessivamente malinconico e impegnativo, rimarrà stupito dal totale cambio di registro che apporta al radiodramma la scelta di predisporre quale seconda storia del gruppo Il boia elettrico ("The Electric Executioner"; 1929), una delle meno personali revisioni di Lovecraft (sue principali fonti di sostentamento economico, a fronte dell'inconciliabilità tra il suo scrivere solo per amore dell'arte e la politica commerciale dei pulp magazines), che spesso scriveva interi racconti per i propri clienti senza che gli fossero accreditati, ma che, una volta tanto, parrebbe aver conservato la sinossi dell'autore originale Adolphe De Castro, mentre l'intervento di Lovecraft si “limiterebbe” ad una riscrittura sintattica à la Sergio Novelli e all'inserimento di qualche ironico cameo dei suoi “Miti”. La storia è tanto insulsa quanto irresistibile una volta abbellita dal comparto tecnico dell'audiodramma, tra la recitazione di Andrew Leman (l'altro capoccia della HPLHS) e di Branney nei ruoli protagonisti e gli effetti sonori che ci proiettano sulla corsa di un treno notturno lungo i vuoti deserti della frontiera messicana: su questo treno un uomo riuscirà a ritardare, con stratagemmi sempre più disperati quanto comici, la propria “esecuzione” per mano del folle con cui ha avuto la sfortuna di ritrovarsi solo nello scompartimento ferroviario, l'orgoglioso inventore di un elmetto che uccide dando una potentissima scossa, letteralmente una sedia elettrica ante-litteram con cui appagare “in modo pulito” la sete di sangue dei suoi dei mesoamericani. Come rendere una storia del genere molto più interessante di quello che effettivamente è attraverso quel processo di riscrittura che amiamo tanto? Semplice: il protagonista racconta la storia ad un gruppo di giurati che non vedono l'ora di condannare a morte l'imputato e tornarsene a casa (proprio come l'anziano superiore del narratore della storia precedente nell'effettuare la diagnosi del loro paziente), ma che il nostro Leman proprio non riece ad accontentare per la repulsione che prova all'idea della sedia elettrica, che ci permettiamo, per la stupidità con cui sono ritratti i giurati, di vedere come qualcosa di più. Persino l'espediente “era tutto un sogno” viene deliberatamente preso di mira da uno di suddetti giurati, trasformando così lo stereotipo stesso in contenuto che lo riguarda e dimostrando, nella palese differenza di qualità che sussiste tra racconto e radiodramma, come non sia tanto lo stereotipo in sé, ma come esso viene impiegato, che andrebbe soggetto al giudizio critico (al contrario di quanto sembrano pensare alcuni sedicenti critici del web sul bellissimo film Ghost Stories di due anni fa, per fare solo un esempio nell'ambito orrorifico). Possedere il mandato di cattura, scritto sia in inglese che in spagnolo, del folle scienziato costruttore del “Boia elettrico” è l'ennesima “prop” che aggiunge un tocco di colore in più a questo folle racconto di scienza perversa. 
Ma mai nulla potrà eguagliare il divertimento altrettanto perverso che si trae nell'avere tra le mani una pagina del libro fittizio Ditteri dell'Africa Centrale e Meridionale del «bastardo» dr Henry Moore «che presto brucierà all'inferno», rancorosamente annotata dall'uomo che ha deciso di ucciderlo: questi è il narratore, nel radiodramma interpretato con diabolico diletto dal ritrovato Kevin Stidham, di La morte alata ("The Winged Death"; 1933), e il suo piano, descritto per filo e per segno nel diario che costituisce il fulcro del racconto che Lovecraft redasse a partire da un misero spunto per la “scrittrice” Hazel Heald, è forse un connubio diabolico tra scienza e perversione talmente divertente e grottesco da fare invidia a Herbert West; in pratica, egli vuole inviare (dall'Africa all'America, bel viaggetto tranquillo chiusi dentro una scatola) all'entomologo un campione di mosche infette, di specie sconosciuta ma camuffate da esemplari innocui (il processo pure è descritto sulla prop), cosicchè lo studioso ne rimanga avvelenato e quindi ucciso. Peccato che queste particolari mosche conservino la coscienza dell'uomo che uccidono, e ciò costituirà l'inizio della fine per il nostro “mad scientist” mattacchione. Verrà, infatti, ritrovato morto nella sua stanza d'albergo, e la cornice che vede gli investigatori scoprire il suo diario e il suo collegamento col delitto Moore è radicalmente diversa tra il racconto e il radiodramma: non solo perchè uno dei personaggi diviene un'epidemiologa realmente esistita ed attiva nella cura delle malattie in Africa Centrale (la dottoressa Louise Pierce), ma perchè il nostro bad guy muore in maniera decisamente più atroce, invece di essere punto dalla mosca e poi uccidersi nel corpo della stessa dopo aver lasciato un messaggio tracciato con l'inchiostro sul soffitto; qui è il dr Moore “moschificato” a lasciare il messaggio, per lo stupore di poliziotti e medici, mentre il mad scientist rimane soffocato dal gas clorino con cui aveva tentato di uccidere il proprio minuscolo persecutore, e la mancanza del comparto visivo non impedisce agli attori di descriverci con tremenda vividezza le condizioni in cui versa il suo cadavere. Inoltre, la scelta di cambiare la morte del protagonista è accompagnata dall'intera elisione della sua persecuzione ad opera della mosca, alquanto monotona e ovviamente non particolarmente efficace nel racconto, ma il radiodramma sviscera perfettamente proprio quel«le motivazioni del protagonista paranoico [...] appena abbozzate» che Giuseppe Lippi, compianto studioso italiano dell'opera lovecraftiana, imputava tra i difetti del racconto, ponendo l'accento sulla crudeltà con cui il killer lascia morire, molto più sompiaciuto che nel racconto, alcuni sfortunati attendenti dell'ospedale in cui lavora per testare la sicurezza del suo “metodo”.
Chiude il quartetto, ormai l'avrete capito, l'adattamento di quel piccolo capolavoro del sci-fi horror che fu Dall'altrove ("From Beyond"; 1920), e non spendiamo più del necessario a ricordare che è la storia del mad scientist Crawford Tillinghast e della sua macchina (qui chiamata “risonatore” come nel film di Gordon) che estende  la percezione sensoriale umana su una dimensione parallela e mostruosa. Il testo del racconto rimane pressocchè inalterato, essendo costituito prevalentemente dai dialoghi di Tillinghast, a cui Leman da vita superbamente catturando tutta la fragilità emotiva di uno scienziato pazzo molto più insicuro e capriccioso di quanto ci si aspetterebbe, e il resoconto del narratore; questi viene doppiato dal vero fiore all'occhiello della HPLHS, l'attore protagonista di entrambe le pellicole che Leman e Branney hanno prodotto (Call of Cthulhu e The Whisperer in Darkness), Matt Foyer, a nostro parere uno dei migliori interpreti in assoluto dell'ottimo insieme di voci che appaiono nei vari DART. Ma l'elemento più affascinante di tutti di ques'ultimo segmento rimane senz'altro il pretesto per cui la storia viene raccontata, ovvero durante il corso di un congresso dedicato alle applicazioni dell'elettricità nella ricerca scientifica, cui è ospite nientedimeno che Nikola Tesla (Time Winters), e di cui, tra le props che la HPLHS ha appositamente creato per il radiodramma, figura un inquietantemente realistico opuscolo che annuncia le XXX. L'ingegnere serbo è all'unanimità portato quale una possibile fonte di ispirazione, o anche solo quale curioso paragone,  per la divinità lovecraftiana che da il nome al racconto Nyarlathotep, dal momento che, similmente all'avatar che il Dio Esterno assume nel racconto, Tesla, «negli anni Dieci e Venti, teneva esibizioni e conferenze con l'ausilio di strani oggetti elettrici, e i suoi spettacoli erano fortemente visivi, quasi cinematografici» (O" Sogni, incubi e fantasticherie", p.244). Ciò ben spega l'assolutamente scioccante finale, chiosa definitiva di Mad Science, che pone termine alla conferenza: Tesla e il narratore accendono il risonatore nella sala affollata e al primo suono viscido di qualcosa che prende forma nell'aria segue immediatamente l'urlo della folla terrorizzata dinanzi alle Cose venute dall'Altrove.
Ovviamente non va dimenticato che tutte le complesse situazioni narrative che abbiamo anlizzato hanno potuto contare esclusivamente sull'apparato sonoro durante la rappresentazione: ma gli echi della sala-conferenze e i risucchi del risonatore in "From Beyond", insieme ai suoni delle impervie paludi africane, dell'inquietante notte messicana e del triste e silenzioso manicomio dei racconti precedneti, sono solo una parte infinitesimale della vastissima gamma di effetti sonori che ricreano azioni e ambienti in questo per ora ultimo DART, e che, sposandosi insieme alle magnifiche musiche di Reber Clark (basta solo citare quelle incalzanti di "The Winged Death" che ricordano il ronzio di una mosca per compendiare la genialità di quest'uomo), danno vita a ottanta minuti di puro intrattenimento uditivo; ci auguriamo che l'ammirazione che abbiamo provato e descritto riesca vincere la reticenza di voi lettori dovuta al mezzo e a spingervi a dare una chance almeno a questo episodio della serie (il download senza le props o il cd costa solo 10 euro), forti pure dell'ausilio di un comodissimo script che permette di godere al meglio del prodotto anche i non anglofoni. Del resto, se in America gli autori (rigorosamente la coppia Leman e Branney) sono riusciti recentemente a portarne in una versione live, dove il pubblico è stato un partecipante attivo della rappresentazione...e sì, ha interpretato esso stesso le urla di terrore degli spettatori all'accensione del risonatore...qualcosa di degno di nota in questi benedetti radiodrammi dovrà pur esserci, no? Non state a pensare troppo alla risposta, perchè la mancanza di un ditributore italiano per i prodotti della HPLHS che permetta delle spese di spedizione più accessibili è qualcosa che un giorno gradiremmo veder scomparire.
E se non sarete abbastanza collaborativi dovremmo ricorrere a metodi drastici. In relatà, stiamo già costruendo, seguendo doviziosamente gli appunti del suo inventore, qualcosa che potrebbe indurvi a interessarvi alla cosa.

Che lo vogliate o no.

Articolo di Donato Martiello

giovedì 29 agosto 2019

Oscure avventure radiofoniche - La paura in agguato

La scelta della traduzione che abbiamo dato al nome della serie di radiodrammi (auto)prodotti dalla H. P. Lovecraft Historical Society (proprio quella della pagina Facebook a cui molti saranno iscritti pur non essendo a conoscenza di essa), ovvero “Dark Adventure Radio Theatre”, viene principalmente dall'oscurità in cui, come i Grandi Antichi asspoiti per eoni in cosmiche tane, hanno giaciuto all'insaputa di gran parte del pubblico italiano, o comunque non avendo mai avuto la possibilità di riceverne la benchè minima attenzione nel campo della critica più o meno professionale: ovviamente il limite è più che mai prettamente linguistico, essendo il radiodramma la (ri)proposizione di un testo, letterario, teatrale o totalmente originale, il cui senso diegetico viene portato avanti perlopiù da “scene” composte esclusivamente da dialoghi ed effetti sonori e musicali; e così, sebbene l'Italia non sia affatto estranea a questa peculiare forma artistica pur non più in voga come un tempo, non è difficile spiegarsi come mai non si sia mai parlato dei DART della HPLHS (così li chiameremo entrambi d'ora in poi) più di quanto non si parli dei radiodrammi della BBC o addirittura di quelli della stessa Rai Radio 3. L'espediente narrativo con cui Orson Welles scatenò notoriamente il panico per gli Stati Uniti con l'adattamento del più noto romanzo dello scrittore quasi suo omonimo ed al centro del primo articolo del sottoscritto su questo sito, sembrerebbe essere destinata a soccombere specialmente in Italia alla spinta che il confronto con forme audiovisive più complesse quali il cinema e la televisione le hanno dato sull'orlo del declino.
Tuttavia questa situazione è stata radicalmente cambiata anche nel nostro paese dall'avvento della globale e immediata condivisione e fruizione di produzioni audiovisive, giacchè l'assenza di un approccio ottico al radiodramma viene soppesato dalla sua vicinanza allo sceneggiato cinematografico o televisivo insieme ad una rinnovata immediatezza e gestibilità della fruizione, tenendo anche conto di tutte le nuove e più ampie possibilità acustiche dei giorni nostri: ogni singola miglioria che si poteva trarre dalla natura del radiodramma ed espletamento delle sue potenzialità artistiche la HPLHS lo ha applicato con il risultato migliore possibile, fin da quando nel 2007 (o, come dice il “finto” presentatore Josh Thoemke in maniera simile a conclusione di ciascun episodio, dall'anno «1931... più 75»), produssero il primo esemplare di questa fortunatissima serie, tratto dal romanzo (ovviamente) di Lovecraft “Alle Montagne della Follia”, portando questa postmoderna reinterpretazione della forma e dei chichè dei radiodrammi americani degli anni '30 alla sua venticinquesima incarnazione con il penultimo episodio, che è (ancora una volta) ovviamente “La Paura in Agguato” (“The Lurking Fear”). Ricordiamo pure che Lovecraft visse e scrisse le sue opere più famose e riuscite proprio in quegli anni, affermando una volta con poca lungimiranza: «non permetterò mai che un testo con la mia firma venga banalizzato e volgarizzato in quella sorta di pastone infantile che passa per “horror” al cinema e alla radio» (Selected Letters, vol. IV, p. 156). Come chi scrive già ha fatto con tutti gli articoli redatti finora (operazione a cui dovremmo trovare un nome prima o poi), e prima della conclusione della trilogia sul “Regno dell'Invisibile” (trovate l'ultimo di questi articoli qui), le possibilità di confronto tra cinema e letteratura offerte da questi prodotti saranno ora e, se vorrete con altri articoli, messe accuratamente a setaccio.
Prima di ciò, va detto che i due film prodotti dalla HPLHS, diretti rispettivamente dai due “capoccia” e fondatori dell'organizzazione (la cui nascita, durante una sessione di LARP del “Cthulhu Lives!” cui i nostri mettevano amichevolmente in scena avvenimenti fittizi che non potevano non catturare l'attenzione della polizia, meriterebbe un articolo a sé stante) Andrew Leman e Sean Branney, sceneggiatori di entrambe le pellicole e di tutti i radiodrammi, sono stati già diverse volte esaminati dalla critica italiana del web, e questo in ragione della forte impronta internazionale dell'operato della HPLHS, e sia il mediometraggio muto “The Call of Cthulhu” (2005) che il lungometraggio sonoro “The Whisperer in Darkness” (2011), ottimi adattamenti in bianco e nero degli omonimi racconti realizzati come produzioni nell'epoca in cui HPL era in vita (ma senza gli impedimenti che avrebbe generato questo suo stato organico), giovano di edizioni home video vendute, sullo store del sito, arrichiti pure della presenza di sottotitoli italiani. I DART, molto intuitivamente, non dispongono di sottotitoli, ma confidiamo che in un epoca dove l'onnipresente utilizzo della lingua inglese online ne provoca una collettiva acquisizione spontanea e necessaria, simile a quella che si otterrebbe vivendo in un paese straniero, potrebbe essere fare la differenza il sapere che per ciascuno di questi radiodrammi sono disponibili gli script, molto simili a delle sceneggiature cinematografiche ma con la prevalenza di dialoghi e sole descrizioni sonore, in PDF sulla sezione del sito ad essi dedicata. Sperando dunque, di aver almeno in parte ovviato a questo problema di forma, veniamo al contenuto ed alla qualità.
Fino all'episodio “La Paura in Agguato” uscito qualche mese fa, ogni DART veniva presentato in un'edizione fisica che includeva un CD nella classica custodia di plastica, ora sostituita da una più pratica bustina in cartone, ma resta inalterato il realismo degli stupefacenti props, retaggio degli indizi che i giocatori possono trovare durante le loro investigazioni nel RPG Il Richiamo di Cthulhu e che trasformano in paraphernalia cartacei (ma nello store troverete tranquillamente anche idoli e feticci in “carne ed ossa” che rischieranno di prosciugare tanto la vostra sanità mentale quanto il vostro portafoglio) quali macabri articoli di giornale, documenti di istituzioni statali, sconcertanti fotografie rivelatrici, appunti di malati di mente e chi più ne ha più ne metta, ispirati al racconto di Howard Phillips Lovecraft in questione: ovviamente sono disponibili opzioni più economiche, quali il solo acquisto dei props insieme ad un'edizione digitale del radiodramma o il solo MP3, evitando il fastidioso fardello di una spedizione transcontinentale (almeno finchè qualcuno non si degnerà di distribuire questi magnifici prodotti nel nostro paese). Ma parlando del “racconto in questione” in questione, “La Paura in Agguato” non sembrerebbe dare al purista privo di fantasia molte opportunità di qualità per un adattamento di qualsivoglia natura, dato che Lovecraft lo scrisse su commissione e con un numero di pagine prestabilito per la rivista “Home Brew” nel 1922, da qui tanto la bassa considerazione in cui l'autore stesso, strenuo sostenitore del concetto di “arte per l'arte”, lo teneva, tanto l'effettiva farraginosità della storia che rischia di trasformare i topoi concettuali di Lovecraft in veri e propri clichè formali; ad ogni modo vi leggiamo della scoperta da parte del narratore anonimo di turno dell'orrenda verità che si cela dietro una serie di morti e sparizioni nei pressi di una casa apparentemente abbandonata sui monti Katskills, NY: la famiglia olandese che vi abitava secoli addietro, i Martense, è ancora lì, ma il costante isolamento dal mondo esterno ed i conseguenti accoppiamenti tra consanguinei, li ha portati ad un livello di degenerazione tale, fisico oltre che mentale, da renderli un branco di primati carnivori e subumani abitatori del sottosuolo che rifuggono la luce del sole e dei tuoni.
Albini e dagli occhi di colori differenti (uno azzurro, l'altro marrone), unica vestigia riconscibile  della loro perduta umanità, queste creature da incubo figurano fieramente nell'illustrazione principale con cui Darrell Toutchton (giocatore di vecchia data delle partite di Role Play di Leman e Branney) impreziosisce la custodia tanto di questo CD, così pure come fa per quelle di tutti gli altri DART, ma nel racconto i Martense hanno sicuramente una funzione più di maniera rispetto ai non così diversi ibridi de “La Maschera di Innsmouth” dalla complessa mitologia, mentre è strano vederli essere addirittura definiti come «l'incarnazione del caos»; tuttavia, sebbene Lovecraft porti forse anche troppo alle estreme conseguenze gli spunti derivanti dalle sue concezioni razziste (e ci rendiamo conto che la cosa merita un discorso a parte, ma sfortunatamente non è questa la sede per farlo) e le sue inquietudini xenofobe (che non necessariamente generano un prodotto che debba pure essere tale), mancando così di dare il giusto peso alla degenerazione biologica che ha colpito i Martense in favore, per l'appunto, di un'esagerata ed elaborata parafrasi che, al contrario di altri racconti dove passava dall'essere più sapientemente controllata al risultare comunque sovversivamente contestualizzata, sfugge pomposamente fuori controllo, manieristicamente, per cui, insomma, l'orrore è orribile più per modo di dire che per come viene posto - tuttavia, sebbene tutto ciò sia vero, un sottilmente e genuinamente inquietante dubbio ci viene da questo racconto, un dubbio che probabilmente Lovecraft non aveva neppure preso in considerazione in favore di un edulcorata concezione della “civiltà” (famose sono le sue dispute con Robert E. Howard in proprosito), e la scrittura di Branney e Leman, prestandosi particolarmente bene al nostro discorso in bilico tra cinema e letteratura, mostra come un buona reinterpretazione di un'opera è soprattutto comprensione della stessa, nel bene e nel male, e quindi mai un vero “tradimento”: il senso di stupidità umana che si respira per tutto l'audiodramma porta inevitabilmente alla conclusione che, come gli zombi romeriani, queste creature sono esseri umani nella stessa misura in cui lo siamo anche noi, e il fatto che siano potuti cadere in un simile stato più che una falla nel perfetto meccanismo della civiltà rende la civiltà una falla nel (im)perfetto meccanismo dell'universo, dove è  mera linea evolutiva a separa, se separati sono davvero, l'uomo dalla bestia.
Non è la prima volta che una sì brillante reinterpretazione viene apportata dalla HPLHS ai racconti di Lovecraft meno riusciti, tanto quanto una doviziosa fedeltà ad i suoi immutabili capolavori: come nel DART ispirato a “L'Orrore a Red Hook”, la venatura di razzismo e il manierismo letterario vengono trasformate in fisime di personaggi che, nei poco affollati racconti di Lovecraft, non compaiono: ne “La Paura in Agguato” Branney e Leman hanno dichiaratamente spostato il punto di vista della storia dalla parte di quelle forze dell'ordine che spesso vengono coinvolte dietro le quinte negli orrori di HPL, ma che raramente ne sono i protagonisti, pure se il metodo di indagine che sottende la ricerca di una verità nefanda a cui vengono a capo tutti i racconti dello scrittore ricorda molto la linea d'azione di un investigatore, come il RPG insegna; i protagonisti del radiodramma sono, infatti, una coppia di poliziotti mandati inizialmente sui Katskills a visionare la presunta distruzione di un villaggio ad opera dei fulmini, ma i cui abitanti parrebbero essere stati fatti letteralmente a pezzi: il più anziano, doppiato da Branney stesso, è  uno spaccone razzista («Ci sono anche degli indiani...ma quelli non contano»), mentre quello apparentemente più giovane e ingenuo (Kevin Stidham) è in realtà un reduce della Grande Guerra e, in un modo che molto ricorda le ripercussioni che il background può avere o meno sui PG del Richiamo di Cthulhu, rimane imperturbabile di fronte allo scempio dei mostruosi Martense, certamente non meno orribile di quello delle trincee, mentre il poliziotto più “vissuto” cade al suolo e vomita. I DART mantengono costantemente, grazie anche a l'impeccabile recitazione, siffatto livello di profondità dei personaggi, che raramente in Lovecraft venivano, almeno volutamente, esplorati. Qui, invece, abbiamo persino il frutto di approfondite ricerche linguistiche, a cui di fatto un radiodramma non potrebbe sottrarsi, e le dicussioni che si svolgono tra gli uomini di città ed i montanari sono rese decisamente notevoli dallo stretto dialetto in cui vengono condotte.
Ma quindi il Lovecraft scrittore dov'è che lo ritroviamo in tutto questo? Dappertutto. Anzitutto, come detto sopra, il manierismo del narratore della storia originale è trasformato nel modo di parlare ampolloso ed esaltato del giornalista del “True Crime Magazine” (Leman) e che diventa quindi il verosimile ospite per quella curiosità al limite dell'irresponsabilità che necessariamente sussiste nei narratori di HPL: le esatte parole con cui si apre la storia di Lovecraft le ripete una per una quando comincia a raccontare ai nostri due piedipiatti quello che effettivamente era l'inizio del racconto originale: insistendo nelle ricerche per la propria rivista riguardo alla strage sulle montagne, ha preso rifugio una notte a casa Martense insieme a due guardie del corpo (nel racconto personaggi palesemente ispirati a due amici di infanzia di HPL), che puntualmente spariscono nella notte. E il modo in cui la polizia liquida questo pedante personaggio, che paradossalmente vorrebbe fare loro una confessione, vorrebbe che qualcuno lo ascoltasse, vorrebbe insomma recitare un racconto da pulp magazine con tutti i noiosi sproloqui del caso, è semplicemente irresistibile oltre che concettualmente arguto e geniale: né una critica all'autore che prende scherzosamente vita in questo ciarliero giornalista, né un addolcimento dei suoi difetti personali (come poteva anche essere il razzismo) o letterari: solo un'obbiettiva ed intelligente presa di coscienza che denota una profonda conoscenza dello scrittore. Avrebbe poi senz'altro fatto piacere allo stesso Lovecraft l'aggiunta del piccolo flashback nel passato di casa Martense, anch'esso ricostruito alla perfezione attraverso il parlato dell'epoca e musiche adatte a ricreare l'ambientazione, e la caustica comicità del tutto (quando un inglese chiede ad uno dei Martense – siamo nel '700, il secolo preferito di HPL – ancora sulla via della degenrazione biologica, se sia il fratello maggiore, lui risponde: «più o meno») però torna a ricordare la “reinterpretazione” di cui sopra, a cui, come Stuart Gordon sottopose “Herbert West: Rianimatore” per realizzare “Re-animator”, lo stesso ha fatto la HPLHS per il DART tratto da quel racconto che proprio con “La Paura in Agguato” ha più cose in comune di qualunque altro, essendo stato scritto per la medesima rivista, nel medesimo modo, e quindi sottoponibile al medesimo processo di reinterpretazione (nel DART “Herbert West: Reanimator” l'elemento bellico ha una valenza molto simile a quella di cui abbiamo è parlato a proposito de “La Paura in Agguato”).
Altro elemento in comune tra i due racconti era proprio un certo tipo di violenza esplicita insolito per Lovecraft, che nel radiodramma esplode subito dopo il flashback, proprio come nel racconto, solo alla presenza dell'esperta di storia locale che ha narrato la storia dei Martense: il reporter che accompagnava il nostro giornalista in questa ennesima indagine si è sporto alla finestra per non risollevarsene mai più, visto che il volto gli è stato letteralmente divorato da una delle creature mentre lo aveva così incautamente esposto all'esterno durante un temporale. A quel punto, il giornalista pensa bene di continuare a sfidare la sorte cercando di placare l'ipotetica causa di tutte le morti, lo spettro del giovane Martense ucciso durante il flashback per la sua lontananza dall'atteggiamento autarchico dei suoi consanguinei, e che, come spesso accade in Lovecraft, si rivelerà come nient'altro che una superstizione che nasconde verità ben più atroci, e il giornalista reca per l'escursione finale a casa Martense con i due poliziotti, cosicchè possa, diversamente dal racconto, venire punto per tuttta la propria stupidità con la morte, avendo due testimoni terrorizzati perchè poi possano raccontarlo: per quel che ci riguarda, la resa sonora del climax della storia, dove la musica di Troy Sterling Nies si fonde alle urla degli uomini, al grugnito dei mostri, al suono dei proiettili e alla lacerazione delle carni in un'incredibile mixaggio che permette addirittura di distinguere la diversa posizione dei suoni nello spazio, vale l'intero ascolto del radiodramma. La paura in agguato è venuta allo scoperto, e il giovane poliziotto non può che chiudere amaramente la storia affermando che tenterà di dimenticare l'orrore che ha fatto impazzire il suo collega. «Se la situazione si fa disperata chiudete gli occhi. E conservate sempre un ultimo proiettile...per voi stessi, è ogni volta l'inquietante monito dello speaker di turno che ha introdotto, e che così chiude, l'episodio. Se poi si pensa che appena prima di dirlo aveva sponsorizzato un fucile da caccia per tenere pulito il proprio giardino, fondendo la candida allegria degli attori pubblicitari all'americanissima tradizione del possesso di armi da fuoco nel modo tanto più ipocrita negli anni '30 di quanto non lo sarebbe oggi, non si può non riconoscere come Andrew Leman e Sean Branney, con una cattiveria ed un'arguzia brillanti, non amano incondizionatamente nè lo spirito dell'epoca che cercano di ricreare, nè lo scrittore di Providence che la visse: li amano e li odiano. Che forse è l'unico modo di apprezzare qualcosa con intelligenza.
Proprio l'altroieri Branney, Leman e Stidham hanno portato questa fantastica reinterpretazione del'originale materia lovecraftiana per una rappresentazione dal vivo al NecronomiCon (Providence, RI), tanto più ammirevolmente se si pensa che in tre hanno recitato un'intero sceneggiato affidato, nella versione in commercio, ad una dozzina di attori diversi; inoltre, i partecipanti alla convention hanno avuto la fortuna di ascoltare nella medesima maniera il successivo e, solo per ora, ultimo episodio della serie DART: “Mad Science”, una mini antologia di quattro storie brevi tra cui il nostro amato “From Beyond” (di cui recensione é leggibile qui). Quando avremo tra le mani questo nuovo esemplare potremmo seriamente valutare di portarne una recensione, e chissà che non faremo lo stesso con ogni singolo episodio della serie. Nel frattempo, buttate un occhio al programma del RIFF di quest'anno e vedete un po' voi se non è il caso di rifarsi lì della mancanza di attenzione che finora si è qui riservata alla produzione di questa associazione così oscura e misteriosa. Probabilmente il fatto che per parlarne sia stato necessario usare più sigle di quante ve ne siano in una lista di istituzioni statali fallimentari non è un caso. Nè, fossi in voi, mi sognerei di mettere in discussione l'operato di una simile Organizzazione Occulta, né di porre tempo in mezzo al momento in cui recupererei i loro prodotti per dimostrarmi il devoto divulgatore del Verbo dei Grandi Antichi quale già sono.


Articolo di Donato Martiello