martedì 5 maggio 2020

Coccodrilli da riscoprire (Recensione "Lake Placid")

I coccodrilli sono, insieme agli squali, gli animali più sfruttati in pellicole horror a tema bestie assassine. Sono esseri antichi, imponenti, affascinanti e preistorici; non è un caso dunque che questi incredibili rettili si siano ritagliati un posto d’onore nel cinema a tema creature assassine, guadagnandosi persino un proprio sottogenere, il “croc movie”. Sono stati prodotti moltissimi film con protagonisti questi fossili viventi: si passa da veri e propri cult come “Alligator” di Lewis Teague, targato 1980, oppure “Killer Crocodile” di Fabrizio De Angelis e il suo seguito, “Killer Crocodile 2”, diretto dal maestro degli effetti speciali Giannetto De Rossi, entrambe pellicole di produzione italiana. Possiamo anche citare il cult di Tobe Hooper “Quel Motel Vicino alla Palude”, del 1977, dove un folle Neville Brand uccideva dei poveri malcapitati (tra cui un giovanissimo Robert Englund) per darli in pasto ad un famelico coccodrillo. 
Tra i casi più recenti di croc movies davvero riusciti ricordiamo il sottovalutato “Paura Primordiale” di Michael Katleman, il recentissimo “Crawl” di Alexandre Aja e gli inediti “Rogue” di Greg McLean e “Black Water” di Andrew Traucki e David Nerlich. Se poi andiamo a setacciare il reparto puramente trash e a basso costo, la lista è davvero infinita. La pellicola di cui parliamo oggi è una delle più celebri e apprezzate del filone, un piccolo cult entrato nel cuore di moltissimi appassionati: “Lake Placid”, film del 1999 diretto dal talentuoso Steve Miner
La storia è molto semplice: in un lago della contea di Aaroostok, nel Maine, un sub viene brutalmente divorato da un predatore sconosciuto. All’attacco assiste lo sceriffo della contea Hank Keough, che decide di incaricare un agente di polizia, Jack Wells, per far luce sul mistero. Nel frattempo, anche Kelly Scott, una paleontologa che lavora al Museo di Storia Naturale di New York, viene convocata sul posto per analizzare un dente del misterioso predatore, ritrovato proprio nel corpo martoriato del sub. All’indagine si aggiungerà anche l’eccentrico Hector Cyr, un appassionato di mitologia, convinto che il responsabile degli attacchi sia un gigantesco coccodrillo. I protagonisti sono inizialmente increduli, ma il loro scetticismo durerà ben poco: scopriranno infatti che sulle rive del lago vive un’anziana signora, Delores Bickerman, che ha allevato e nutrito per anni un esemplare di coccodrillo marino, diventato gigantesco e affamato di carne umana. Toccherà ai nostri protagonisti fermare questa bestia sanguinaria.
Capostipite di una saga di cui solo questo primo capitolo è davvero meritevole, “Lake Placid” è ricordato con affetto grazie al suo perfetto connubio tra horror e momenti smaccatamente comici. Il regista Steve Miner si era già fatto notare con due ottimi capitoli della saga di Venerdì 13, “L’Assassino Ti Siede Accanto” e “Weekend di Terrore”, e con il buon “Halloween – 20 Anni Dopo”. Dunque un cineasta che si è fatto le ossa con lo slasher, un genere di cui ritroviamo alcune caratteristiche anche in questa pellicola: un assassino misterioso, un’ambientazione boschiva nei pressi di un lago, personaggi incaricati di scoprire l’identità del killer, omicidi brutali e colpi di scena. Sostituite un folle armato di machete o coltello con un bestione preistorico di 10 metri e… voilà! 
Quello che funziona in “Lake Placid” è la perfetta commistione di generi; si passa con grande naturalezza da momenti di grande tensione ad altri fortemente ironici, alcuni addirittura slapstick, in un connubio che ricorda quello adottato da Joe Dante per i suoi “Gremlins” o da Ron Underwood in “Tremors”, ma in maniera ancora più marcata. C’è anche un pizzico di romanticismo, che non guasta mai! È un film divertente, scorrevole, che non si prende mai sul serio ma, nonostante ciò, capace di provocare ben più di un brivido lungo la schiena. 
Merito anche di una confezione di altissima qualità e un cast di prim’ordine; i personaggi sono tutti ben scritti, simpatici, unici nelle loro caratteristiche, e le loro interazioni sono tra i punti forti della pellicola. Kelly, interpretata dalla bravissima e bellissima Bridget Fonda (la Melanie di “Jackie Brown” di Tarantino e Linda ne “L’Armata delle Tenebre”), è il personaggio che si evolverà maggiormente nel corso del film: da paranoica e nevrotica, incompatibile con la vita in mezzo ai boschi, si addolcirà sempre di più, grazie anche al suo interesse amoroso Jack Wells, l’agente incaricato di occuparsi del caso, interpretato da un granitico ed efficace Bill Pullman. Ma i personaggi più memorabili ed esilaranti sono senza dubbio lo Sceriffo Hank, interpretato dal grande Brendan Gleeson, e lo schizzatissimo esperto di coccodrilli Hector Cyr, un personaggio che considera questi rettili vere e proprie divinità (e protagonista di una spettacolare scena di tensione “faccia a faccia” con il mostro), che ha il volto del mitico Oliver Platt. I due formano una coppia fenomenale: i loro battibecchi, litigi, insulti e scherzi sono tra gli elementi più riusciti e divertenti della pellicola e regalano ben più di una grassa risata. Anche il loro rapporto conflittuale si evolverà nel corso della storia, e i due finiranno per volersi un gran bene, nonostante i molteplici screzi.
Semplicemente mitica e memorabile Betty White nei panni della Signora Bickerman, la “mamma” del coccodrillo. Un personaggio esilarante, protagonista di una scena finale spassosissima (sotto le note di “Is This Love” di Bob Marley), la cui eredità familiare sarà al centro dei numerosi sequel. Tutto ciò funziona grazie ad una sceneggiatura brillante, semplice e scorrevole, curata da David E. Kelley: i dialoghi sono spassosi e genuini, il ritmo è serratissimo e il film vola via che è una bellezza. Molteplici le citazioni al capostipite assoluto di questo genere, “Lo Squalo” di Steven Spielberg, a partire dall’attacco iniziale fino all’uso della soggettiva per simulare la visione del coccodrillone. C’è persino una bellissima scena in cui il rettile azzanna un elicottero, momento molto simile ad una sequenza de “Lo Squalo 2” di Jeannot Szwarc. 
Menzione d’onore per gli spettacolari effetti speciali: il coccodrillo protagonista del film, un esemplare di Crocodylus Porosus (anche se il doppiaggio italiano lo identifica come “coccodrillo palustre”), è senza dubbio il migliore mai realizzato, insieme all’esemplare della stessa specie visto in “Rogue”. Un’enorme creatura lunga 10 metri, primordiale, feroce e che, ancora oggi, appare realistica e minacciosa. Non a caso, l’incredibile animatronic del rettile è stato realizzato dal leggendario e magico Stan Winston, probabilmente il miglior effettista che il Cinema ci abbia mai regalato. Winston è conosciuto in tutto il mondo per essere il responsabile della creazione di meraviglie come i dinosauri di “Jurassic Park”, la regina Xenomorfa in “Aliens – Scontro Finale”, lo Yautja nei primi due “Predator”, il Terminator nell’omonima saga creata da James Cameron e tanti altri personaggi e creature. L’effettista aveva già collaborato con Miner per il make-up di “Venerdì 13 – Parte III” e qui torna per occuparsi dell’immenso coccodrillo, firmando una delle sue opere più sbalorditive e ingiustamente meno ricordate. Un piccolo, grande gioiello di effettistica artigianale, che dimostra ancora una volta come gli effetti pratici e gli animatronics siano una tecnica che nemmeno la computer grafica più avanzata può eguagliare. La poca CGI impiegata in questo film è comunque di altissimo livello, per niente invecchiata e usata intelligentemente (principalmente in scene notturne). Da ricordare la scena in cui il coccodrillo balza fuori dall’acqua e azzanna un malcapitato orso, trascinandolo con sé nelle profondità del lago, un piccolo capolavoro di realismo digitale
Meravigliose anche le ambientazioni che fanno da contorno alla vicenda; il film è stato girato a Lincoln, nel Maine, ma anche nei boschi di Vancouver e nel Surrey. I colori autunnali del bosco e la fotografia di Daryn Okada creano una bellissima atmosfera lacustre solo apparentemente tranquilla. Ottime anche le musiche di John Ottman, compositore ancora oggi attivissimo, ricordato soprattutto per le sue collaborazioni con il regista Bryan Singer, ma anche per film di genere come “Halloween – 20 Anni Dopo” di Miner, “Arac Attack” e “La Maschera di Cera” di Jaume Collet-Serra. Musiche suggestive che riescono ad incalzare lo spettatore nelle sequenze di tensione e ad accompagnarlo nei momenti di calma apparente. “Lake Placid” è un cult che gli appassionati del genere “animali assassini” non possono farsi scappare. La sua semplicità e il suo mix unico di generi lo rendono una piccola perla, impreziosita dal fantastico lavoro di Stan Winston sul coccodrillo protagonista. 
Il connubio tra ironia, horror e thriller è perfetto e i personaggi sono tutti irresistibili. Da recuperare assolutamente, ma state alla larga dai sequel, che sono solo brutte copie a basso budget di questa inimitabile chicca. Non perdetelo

ARTICOLO DI
RICCARDO FARINA

2 commenti:

JackSummers ha detto...

regista Bryan Singer, ma anche per film di genere come “Halloween

3x00q8oz9g ha detto...

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