lunedì 4 maggio 2020

Salvare un mondo dall’oblio (Recensione "Le spaventose avventure di Kitaro")

La vita di Shigeru Mizuki è sempre stata influenzata dalla sua passione per gli yokai, le caratteristiche creature del folclore giapponese, e uno dei suoi personaggi più famosi, Kitaro dei cimiteri, è frutto di questa passione. Un personaggio che, tramite le sue storie, ha contribuito a far riscoprire il mondo degli yokai al pubblico giapponese dopo la restaurazione Meiji e a perseverarlo nonostante l’avanzare della modernità.
Dietro la fama di questo personaggio però, vi è una storia editoriale travagliata fatta di cambi di riviste continui, che portavano di conseguenza a cambi di tono all’interno delle storie, retcon e a volte a vere e proprie riscritture di alcune storie.

Non c’è da stupirsi quindi se le sue storie abbiano fatto fatica ad approdare in Italia se non nel 2006, quando la d/books, branca editoriale della d/visual, pubblicò una raccolta (dal titolo Kitaro dei cimiteri) in tre volumi contenente le storie più famose. La raccolta, oltre a vantare delle pagine colorate, conteneva delle storie che all’epoca non erano approdate in altri Paesi.
La copertina del secondo volume di Kitaro dei Cimiteri
A cavallo tra il 2018 e il 2019, la J-Pop ha pubblicato una nuova selezione di storie in tre volumi: i primi due contengono le storie, tutte auto conclusive, il terzo è un focus on sui personaggi e i luoghi apparsi nelle storie.

Tutte le storie sono caratterizzate da una forte atmosfera favolistica e ciò lo si nota dallo schema narrativo(gli umani risvegliano o vengono attaccati da uno yokai, gli umani chiedono aiuto a Kitaro, che combatte e sconfigge lo yokai, gli umani lo ringraziano e gli insetti cantano le sue gesta) che non cambia quasi mai (se non per racconti come Il treno fantasma o La mano), i personaggi secondari poco approfonditi, la presenza di una voce narrante e di un lieto fine. Anche la componente macabra segue questa narrazione favolistica venendo fortemente edulcorata. Questa scelta narrativa è legata in parte alla vita dell’autore che, come ci dice nel romanzo autobiografico Nonnonba, è entrato in contatto con il mondo degli yokai tramite i racconti di un’anziana contadina, e al suo periodo da artista di kamishibai, uno spettacolo teatrale, generalmente rivolto ai bambini, dove la vicenda veniva raccontata tramite illustrazioni. E Sono i bambini, spesso ricorrenti anche nelle storie, i destinatari dei racconti di Mizuki, che da semplice mangaka si trasforma nell’anziano del villaggio che trasmette le tradizioni alle nuove generazioni, nella speranza che continuino a perseverarle nel futuro.
Meritano un discorso a parte le storie più lunghe e corpose, dove Kitaro deve vedersela con dei veri e propri kaiju e la battaglia ha esito incerto fino alla fine. Qui non solo Mizuki dà il massimo per quanto riguarda l’estro artistico, ma affronta anche delle tematiche a lui care come la guerra e la sua violenza che non lascia né vincitori né vinti, come ne La grande guerra degli yokai, una delle storie più famose di Kitaro.
Il nostro eroe riceve una richiesta d’aiuto dagli abitanti dell’isola di Kikaigashima: il terribile Backbeard ha radunato un esercito di yokai occidentali (ovvero i mostri più conosciuti all’interno della letteratura horror) e vuole muovere guerra al Giappone. Kitaro raduna un gruppo di suoi amici yokai e parte per Kikaigashima. La lotta tra le due fazioni sarà senza esclusioni di colpi e il nostro eroe riuscirà a sconfiggere il nemico, ma il finale non è uno dei migliori: Kitaro è sconvolto, ferito, tutti i suoi alleati sono morti e lui stesso si è salvato quasi per fortuna  grazie all’intervento del Brigadoon, un fenomeno magico che ha catturato i restanti yokai occidentali dopo la battaglia. Il nostro eroe quindi perde, seppure per poche pagine, la sua infallibilità e si trasforma in un essere umano.
Il finale agrodolce compare anche ne L’armata degli 808 tanuki, la storia più corposa all’interno della raccolta. Un gruppo di operai scioglie per caso un sigillo che richiudeva l’armata degli 808 tanuki, un gruppo di yokai che vogliono conquistare il Giappone. Inoltre il capo dell’armata, Gyobu-danuki, riesce a controllare due potenti kaiju con cui ricatta il governo giapponese: un enorme pesce gatto che, vivendo sottoterra, può provocare con il suo movimento terremoti di magnitudo 8.0 e Koryu, il drago d’acqua.

Il primo ministro, non potendo fare nulla contro i kaiju, decide di chiedere aiuto a Kitaro, che si occuperà dei due mostri, mentre suo padre e l’amico-nemico Nezumi Otoko dovranno sigillare l’armata. In questa storia non assistiamo soltanto a una vittoria giunta per il rotto della cuffia, ma anche al mancato riconoscimento dell’impresa di Kitaro da parte degli umani. Il primo ministro infatti, colto dalla disperazione e vedendo Kitaro tenere faticosamente a bada sia l’armata, sia i due kaiju, ha chiesto aiuto agli americani, che a causa di una coincidenza, si prendono tutti i meriti al posto del bambino yokai, che invece viene denigrato e visto con sospetto. Solo gli insetti sanno la verità e, come in tutte le storie di Kitaro, continuano a cantare le sue gesta.
A destra il pesce gatto, a sinistra Koryu
Un altro elemento interessante da analizzare è il rapporto tra il mondo degli yokai e quello degli umani: ne La nascita di Kitaro ci viene detto che gli yokai abitavano la Terra molto tempo prima degli esseri umani, che però, a causa del progresso tecnologico, hanno incominciato a distruggere i loro habitat naturali, costringendoli a nascondersi. Alcuni, come la famiglia di Kitaro, sono giunti all’estinzione, altri invece sono riusciti a sopravvivere continuando a nascondersi. Abbiamo insomma due mondi che, nonostante il confine tra loro molto labile, dovrebbero restare separati per evitare conflitti: gli yokai amano la natura, mentre gli uomini sarebbero disposti a distruggerla per amore del progresso. Gli yokai rappresentano il passato, mentre gli uomini vogliono puntare al futuro.

Kitaro diventa quindi il ponte ideale tra questi due mondi: è l’unico yokai che è cresciuto in mezzo agli umani e che è ben integrato all’interno della società umana, l’unico che può metterli in guardia sugli yokai e fargli conoscere un mondo di cui molte volte negano l’esistenza o che semplicemente non conoscono.
I disegni di Mizuki, soprattutto per quanto riguarda gli sfondi e gli yokai, sono fortemente ispirati agli emakimono, rotoli illustrati dove venivano raccontate storie di vario tipo, soprattutto quelle soprannaturali o legate al folclore giapponese, che danno alle storie quel tocco antico che le rende apprezzabili ancora oggi. Ciò che tuttavia potrebbe far storcere il naso sono gli esseri umani, disegnati con un tratto semplice e caricaturale che cozza terribilmente con l’eleganza e la bellezza degli sfondi e degli yokai stessi. La scelta da una parte è legata all’umorismo di Mizuki, che ha utilizzato questo tratto anche nella sua opera autobiografica Verso una nobile morte per sdrammatizzare gli eventi della seconda guerra mondiale, e in parte è legata al tentativo, non sempre ben riuscito, di fondere la tradizione degli emakimono con la modernità del manga.

Nonostante tutto la raccolta, assieme alle enciclopedie scritte da Mizuki stesso, rimane un’opera imprescindibile per chi vuole conoscere un folclore ancora sconosciuto al mondo occidentale   

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