martedì 12 novembre 2019

La resurrezione che uccide (Recensione "Frankenstein and the Werewolf Reborn")

Tutti amano i classici, dopotutto, se così non fosse, non li riconosceremmo universalmente come tali. I mostri dei libri dell'800 rinarrati prima dai pionieri del cinema e poi, con grosse libertà creative, dall'Universal sono oramai figure cardine della nostra cultura popolare, icone destinate a restare come capisaldi, punti di partenza, per tutto ciò che verrà. D'altronde ancora adesso non è raro trovare nei propri cinema film con licantropi, vampiri o scienziati pazzi, alcuni dei quali anche molto vicini alle loro incarnazioni cinematografiche di quasi 100 anni fa. Altre volte, invece, si decide di stravolgerli per dar loro una ventata d'aria fresca con risultati delle volte ammirevoli ("Un lupo mannaro americano a Londra", "The Lost Boys", "Bliss"...) ed, altre volte, abbastanza discutibili ("Dracula Untold", "I, Frankenstein"...).

Il film di cui parleremo oggi, seppur, de facto, si tratti di due film distinti attaccati assieme probabilmente nella speranza che in bundle vendessero, fa parte della seconda categoria e ciò è chiarissimo sin dalla locandina e dai primi minuti, così disgustosamente da film televisivo che non potranno non riportare alla mente filmetti come "Amok Train" ("Il treno" in Italia) del 1989 o "La maschera del demonio" di Lamberto Bava dello stesso anno, poco fedele, sia nella storia che nella qualità, remake dell'omonimo capolavoro del padre. Il film in questione è "Frankenstein & The Werewolf Reborn" del 2000, unione di "Frankenstein Reborn" e "The Werewolf Reborn", entrambi, originariamente, del 1998.
I due film tagliuzzati (seppur inspiegabilmente ancora lenti e noiosi), riarrangiati e uniti assieme, sono stati diretti da Jeff Burr e Julian Breen, pseudonimo di David DeCoteau e, se un regista utilizza uno pseudonimo nel 2000 si può esser sicuri che sia perché la sua pellicola  fa così schifo che nemmeno lui poteva negarlo al punto da non volerne i meriti. La filmografia dei due è, comunque, ricca di esperienze in campo horror, abbiamo film del calibro di "Non aprite quella porta 3", vari "Puppet Master" e "Pumpkinhead 2" di cui abbiamo già parlato, tutti sequel rinomati per essere sottotono rispetto al primo; DeCoteau, invece, ha diretto la quasi totalità della saga di "Puppet Master" a partire dal terzo capitolo, "Creepozoids" ed una piccola chicca del b-movie horror anni '80 di cui certamente parleremo in futuro: "Tragica notte al bowling" (meglio noto col suo stravagante, e già da solo meritevole del prezzo del biglietto, titolo originale: "Sorority Babes in the Slimeball-Bowl-O-Rama"). Insomma, premesse ottime, no?

Il primo episodio (film) vede Anna Frankenstein (Haven Burton, di cui carriera è letteralmente iniziata e terminata con questo film eccetto un ruolo nel musical di Shrek) far visita allo zio Victor (Jason Simmons di "Sharknado") a seguito della per nulla sentita o compianta morte dei suoi genitori. Nel grosso castello dell'inquietante zio, impegnato assieme all'assistente Ludwig (interpretato da uno statico George Calin, nel ruolo di personaggio che sostituisce il classico Igor cinematografico e che, seppur condivida il nome con il figlio del dottore in "The Ghost of Frankenstein" non ha alcun collegamento con lui) in alcuni misteriosi esperimenti, la ragazza farà la conoscenza del belloccio analfabeta Thomas (Ben Gould, stessa storia della Haven) con cui scoprirà che i due uomini stanno in realtà riportando in vita un cadavere (Ethan Wilde, di cui unico altro ruolo è quello di uno Cthulhi nel film del 2009 "The Last Lovecraft: Relic of Cthulhu", pane per i denti di Donato insomma) che, però, vogliono uccidere, dopo averlo invano rincorso (senza correre) in slow-motion, perché non si aspettavano avrebbe davvero preso vita e perché intimoriti dal fatto che, un ammasso di carne appena tornato dal mondo dei morti, abbia urlato ed avuto di panico. Perfettamente scientifico e sensato.
Il secondo episodio (film) vede la bella Herstner (Oana Stefanescu, già vista solo in "Talisman" di due anni prima) far visita al sospetto zio Kranek (Robin Atkin Downes, unico con un minimo di talento ed, attualmente, uno dei doppiatori principali per i film animati della DC, voce di personaggi come Nergal di Constantine o Harvey Bullock di Batman) mentre il paesino dove si trovano dà la caccia ad un lupo mannaro, vittima di una maledizione antica che, apparentemente, è nota solo a degli zingari che vivono da reietti nei pressi della zona. Tutti i personaggi sanno già chi sia il mostro e come fermarlo e, soprattutto, che di questo si tratta, di mostro, eppure, quando finalmente la belva sarà catturata, tutti faranno finta di non aver mai visto nulla di disumano e di non saper che fare semplicemente perché altrimenti il forzato finale "strappalacrime" (che consiste nel faccione della Stefanescu in sovrimpressione su una scena di lei inespressiva in stazione) non avrebbe funzionato. Che sfortuna.

Se già le sintesi ed i nomi coinvolti non parlassero da soli, il film si presenta assolutamente piatto, senza nulla d'interessante, scontato e "cheesy" senza alcun merito, con un montaggio assolutamente ridicolo ed una fotografia senza personalità alcuna. I set sono assolutamente finti, gli effetti speciali arretrati di almeno 10 anni ed i costumi dei due mostri, apparentemente, acquistati in un negozio di Halloween in offerta: dopotutto dei due esseri vediamo solo faccia e guanti in quanto, un costume completo, sarebbe costato troppo per la produzione del film, affidata alla Full Moon Features (nota per vari b-movie horror tra gli anni '80 e '90, tra cui figurano i già citati "Puppet Master", "Demonic Toys", il terribile blaxploitation "Killjoy" e "Gingerdead Man" oltre che la commedia "Evil Bong" ed il "Castle Freak" di Stuart Gordon) oramai ben lontana dal successo che aveva riscosso nella decade precedente e sempre più vicina, ironicamente, ad eclissarsi per  divenires solo un lontano ricordo nostalgico, andando avanti solo tramite sequel direct-to-video senza più l'ispirazione di film che avevano garantito loro visibilità in passato.
La scena finale del film, triste non per il suo significato, ma per la sua realizzazione
Rinarrazioni banali e mal realizzate di due classici che, più che far rinascere le due creature titolari, sembrano più tentare di uccidere una volta e per tutte, nonostante, il tutto, nella sua ingenuità, nel suo volere lucrare su ben note proprietà intellettuali di pubblico dominio, senza spendere nulla, al punto da utilizzare attori non professionisti in ruoli principali, solo perché di bell'aspetto per un adolescente medio, ha comunque il suo fascino, la sua aurea nostalgica. Oppure nemmeno quella.

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