mercoledì 20 gennaio 2021

Inferno è solo una parola (Retrospettiva di ''Event Horizon'')

La seconda metà degli anni '90 fu un periodo abbastanza turbolento per quanto riguarda i grandi blockbuster hollywoodiani, specialmente per i cosiddetti summer movies. Più che riferirsi ad esso come un momento difficoltoso, per meglio inquadrare tale fase del cinema rivolto al grande pubblico lo definiremo come un momento di perdizione. In che senso? Va specificato innanzitutto che quella decade, in questo ambito, fu estremamente eterogenea e vide una rapida evoluzione che in breve tempo trascinò con sè tutta l'industria nel futuro, ossia nel modo di far film che è in buona misura proprio anche della contemporaneità. 
Oltretutto, osservando oggi questo fenomeno, possiamo renderci conto di co

me rappresentasse la volontà da parte dei grandi colossi statunitensi di espandere il mercato e di sperimentare in campi allora poco convenzionali. Alcuni esempi celebri sono Space Jam (1996), Batman & Robin (1997), Godzilla (1998) e Blu Profondo (1999) o gli innumerevoli disaster movie come Independence Day (1996), Dante's Peak (1997) e Armageddon (1998). Stiamo dunque parlando di un momento in cui nelle sale approdavano, da una parte, pellicole destinate a fare la storia [basti pensare a Se7en (1995), The Truman Show (1998) e Fight Club (1999) per citare i primi che vengono in mente] mentre, dall'altra, gli studios che detenevano il potere nell'industria apparivano incerti e confusi nel gestire adeguatamente le loro hit, a prescindere da quello che solo successivamente si sarebbe potuto considerare un successo o un flop al botteghino. Un ottimo esempio di quanto detto fino a questo punto è lo sci-fi/horror del 1997 Event Horizon (conosciuto in Italia come Punto di non ritorno), scritto da Philip Eisner e girato dal giovane Paul W.S Anderson.

La storia del film ruota intorno all'astronave Event Horizon, dotata di una tecnologia avanguardistica che permette di viaggiare velocemente nell'infinità del cosmo grazie alla creazione di buchi neri sfruttabili come ponti da un punto all'altro dello spazio-tempo. Nel 2040, però, la nave scompare misteriosamente assieme al suo equipaggio vicino all'orbita di Nettuno mentre si apprestava a raggiungere Proxima Centauri. Sette anni dopo la nave trasmette improvvisamente un segnale di richiesta di soccorso che viene intercettato sulla Terra. A questo punto il dr. William Weir (Sam Neill), che non è altri che il costruttore del veicolo spaziale, viene inviato insieme a una squadra speciale capitanata da Miller (Laurence Fishburne) a indagare su quanto accaduto. La sola trasmissione ricevuta dopo la ricomparsa dell'astronave è un audio inquietante e confuso nel quale viene riconosciuta una criptica frase in latino: ''liberate me''. Giunta all'altezza di Nettuno, la Lewis and Clark del capitano Miller trova effettivamente la mastodontica Event Horizon. Esplorando la nave fantasma sotto le precise indicazioni del dr. Weir, la squadra assiste a macabri scenari che fanno pensare a un violento massacro. Contemporaneamente il giovane Justin si reca presso il surreale dispositivo gravitazionale in grado di aprire portali dimensionali, che corrisponde al cuore della nave, il quale si attiva autonomamente e lo risucchia per poi sputarlo e scatenare una forte onda d'urto che danneggia gravemente la Lewis and Clark.

Dopo questo incidente l'equipaggio si trova costretto a bordo della Event Horizon con poche ore di riserva d'ossigeno a disposizione per poter riparare la loro nave e con Justin a metà tra lo stato catatonico e quello comatoso, come se avesse visto qualcosa di terribile al di là del portale. Sulla silenziosa Event Horizon chiunque inizia ad avere visioni sconcertanti, che lo tormentano nel profondo, come se la stessa nave fosse viva e conoscesse l'animo e i più oscuri peccati dei suoi ospiti. Infine Miller e i suoi scopriranno non solo che il dispositivo gravitazionale ha aperto un ponte con una dimensione caotica e maligna, ma anche di non potersi fidare di tutti i loro compagni di sventura... 
 
Se Event Horizon non è ricordato di certo per un soggetto innovativo, lo è invece per quanto riguarda la sua travagliata produzione. Per contestualizzare al meglio facciamo un passo indietro, intorno alla metà degli anni '90 Paul W.S Anderson era forte sia del successo del suo film di debutto Shopping (1994) (tra l'altro, fu il film che lanciò Jude Law) che del discutibile ma enorme Mortal Kombat (1995).
A quel punto entrò in scena la Paramount Pictures, che gli offrì di dirigere un film horror/fantascientifico senza troppe limitazioni di rating. La casa di Los Angeles avanzò la proposta a una condizione: che fosse pronto entro pochi mesi (nello specifico, entro l'Agosto del 1997). Questo perché, inizialmente, nel calendario della major era previsto che il kolossal di James Cameron Titanic (1997) uscisse a Luglio; ma, a causa dei fisiologici ritardi di una produzione di Cameron, la programmazione della Paramount si ritrovò con un buco nella stagione estiva. Anderson accettò di buon grado, entusiasta di potersi dedicare a produzioni che andassero oltre il PG-13, tanto da rifiutare la regia di progetti come Alien Resurrection (1997), Mortal Kombat:Annihilation (1997) e X-Men (2000). Il film fu girato in Regno Unito in una decina di mesi, quasi tempi da record per una produzione del genere. Durante la post-produzione una prima versione venne mostrata ai dirigenti dello studio e al pubblico, che rimasero scioccati dal contenuto violento e disturbante. 
Così Anderson e il montatore Martin Hunter furono obbligati a tagliare ben 130 minuti di girato, perdendo diversi passaggi importanti della trama. Oltre a questo, la fase di post-produzione venne ridotta da 6 a 4 settimane pur di farlo uscire in tempo nelle sale. Le difficili circostanze in cui il film fu realizzato si riflettono nel prodotto finale, non solo venne fortemente criticato dal pubblico e dalla critica ma fu addirittura un flop al botteghino domestico (con un guadagno di 26 milioni di dollari, a fronte di un budget di 60). Event Horizon è una delle vittime del suo tempo: uno di quei film destinati a fallire per un approccio produttivo sconsiderato e soffocante, uno di quei film la cui data d'uscita venne stabilita ancor prima che il progetto venisse ufficialmente approvato e la sceneggiatura conclusa [Alien³ (1992) di David Fincher subì una simile sorte].
 
Eppure, al netto di tutto ciò, col tempo anch'esso è riuscito a ritagliarsi una fetta di pubblico, a farsi riscoprire e diventare un piccolo cult grazie all'home-video. Un anno dopo l'uscita, la stessa Paramount tornò sui suoi passi e invitò Anderson a rimettere mano al film per rilasciare la versione che aveva inizialmente pensato. Anderson e il produttore Jeremy Bolt iniziarono a viaggiare per il mondo alla ricerca del girato originale (parte del quale venne rinvenuto in luoghi molto strani, come per esempio una miniera di sale abbandonata della Transilvania), infine gettarono la spugna quando realizzarono che quel materiale fosse andato in parte distrutto e in parte malamente archiviato.
 
Parlando del film reale, cioè di tutto quel che oggi rimane della visione dei suoi autori, è così atroce come lo si fece passare ai tempi? In realtà no, Event Horizon è (molto semplicemente) un film riuscito a metà: una parte di esso, tutto quel che riguarda il suo aspetto da horror spaziale più puro, è molto interessante. Dimostra un certo amore da parte del regista e dell'autore della storia per il tipo di cinema che si andava a trattare che riprendeva a piene mani sia da Solaris (1972), che da Alien (1979), che da Hellraiser (1987) (non a caso, l'autore e regista Clive Barker fu chiamato sul set come consulente); un amore che viene traslato a livello visivo nella regia di Anderson, che si muove con leggiadria ma decisione negli angosciosi ambienti vuoti dello spazio, e dalla fotografia di Adrian Bible che la accompagna. La punta di diamante è sicuramente tutto ciò che riguarda il production design, ad opera di Joseph Bennett, e la direzione artistica (il che è un miracolo, considerato il poco tempo che il team ha avuto a disposizione). La rappresentazione dell'inferno, così come l'architettura e il design della nave, saranno pure poco sensate per quanto riguarda la logica della storia ma nella loro forte ispirazione a Bosch, Bruegel e Dante diventano talmente efficaci da regalarci un paio di momenti di autentico orrore.

D'altro canto, il film arranca nel narrare questi eventi e raccontarci dei suoi personaggi. La presenza di tagli netti si vede chiaramente: vengono accennate sottotrame che spesso finiscono per essere liquidate in una frase o mai più riprese, alcuni personaggi vengono completamente messi da parte, mentre ad altri viene dato uno spazio inutile e fastidioso (come Cooper, interpretato da Richard T.Jones, che risulta disgustosamente anni '90). 

In diversi momenti anche i dialoghi non sono all'altezza e passano dall'essere forzatamente didascalici, ad essere fin troppo blandi. Tra tutti questi personaggi, forse, ad aver sofferto meno dei diversi tagli è quello di Laurence Fishburne che fa quel che può con lo script e offre una discreta interpretazione. Purtroppo, invece, Sam Neill appare come un pesce fuor d'acqua: il suo personaggio sarebbe dovuto essere il più interessante ma finisce per diventare esageratamente bipolare (non rendendoci mai chiare le sue motivazioni reali), per poi scadere nel ridicolo in un colpo di scena in cui appare fin troppo sopra le righe.

Questo è Event Horizon un film dalle ottime premesse il cui destino non è stato gentile. Un racconto diviso in due tronconi incompatibili l'uno con l'altro: una parte che è un suggestivo fanta-horror senza infamia e senza lode, e un finale scanzonato in cui ci si prende a cazzotti e palle di fuoco digitali (pessimamente invecchiate) con quello che dovrebbe essere il male incarnato. In ogni caso la visione è caldamente consigliata, specialmente chi è amante di questo genere gli dia una chance perché potrebbe rimanere piacevolmente sorpreso (e comunque perché è incredibilmente superiore a tutti i film tremendi per cui Anderson sarà conosciuto negli anni a venire).

Nel 2012 Paul Anderson venne in possesso di una copia in VHS del primo montaggio, che però si rivelò fin troppo rovinata per poter essere rielaborata. Ad oggi ritiene improbabile riuscire a realizzarne la versione director's cut, ma resta fiducioso. Chissà se riusciremo mai a vedere le tanto raccapriccianti scene che il regista pensò per la sua rappresentazione degli inferi.

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