mercoledì 11 marzo 2020

Il parassita dell'uomo (Recensione "South Mill District")

In un futuro non troppo remoto, a seguito dell’attacco di un nemico dalle stelle, l’umanità si trova decimata, in cerca di un modo per mandare avanti la razza nonostante la minaccia aliena he incombe. Un ragno-parassita, in simbiosi con il suo ospite umano, sembra essere la soluzione per rispondere agli invasori per la Eon Corp ed il suo Progetto Cerebra, tramite la creazione di ibridi umano-alieno, ma, forse, la cura è peggio della malattia… Questa la premessa di “South Mill District” di Joe Meredith, un cortometraggio del 2018 che analizza in chiave del tutto nuova il concetto di un mondo post-apocalittico mandato a brandelli, mandato avanti solo da ex cavie (Joe e Cidney Meredith) in attesa che il morbo che gli è stato imposto porti alla loro inevitabile morte.
L’atmosfera generale dell’opera è la medesima che avrebbe potuto avere un film fantascientifico horror degli anni ‘90, grazie sia alla colonna sonora che ai particolari effetti speciali, entrambi aspetti tecnici curati dallo stesso Meredith, con l'aiuto dei restanti due membri del cast. Proprio a riguardo degli attori, va detto che nel film non vi è praticamente alcuna interazione umana. Non tra vivi almeno. Questo porta, de facto, ogni scena ad essere una scena muta, eccezion fatta per una breve scene con un dottor Chris Bottin (Toby Johansen) della Eon Corp e le narrazioni fuori campo del nostro personaggio centrale senza nome che vediamo vivere nell’orrore in cui è costretto. Il film non ha un vero e proprio prologo o tanto meno un epilogo: vediamo i nostri due personaggi vivere la loro nuova condizione, in attesa del loro fato inevitabile, della loro mutazione a causa del Virus Havoc creato dal materiale genetico alieno, proprio nel bel mezzo della loro storia, senza mostrarne (in parte) una fine vera e propria. Insomma, il film decide di essere uno squarcio su quel mondo in decomposizione tanto quanto i cadaveri che oramai lo abitano, più che il narrare di una vera e propria storia ambientata in quel contesto. Dimenticate, insomma, eroi, antagonisti o qualsivoglia desiderio che muove i personaggi, noi non siamo altri che osservatori silenti che hanno il “privilegio” di spiare la loro terribile condizione all’interno di un mondo assai più ampio.
Gli effetti speciali prima citati sono, probabilmente, il punto di forza del film. Tutti sono effetti pratici, dal primo all’ultimo, ispirati all’immaginario che lo stesso Meredith ha creato nelle sue illustrazioni, in una mescolanza tra l’orrore cosmico alla H. R. Giger ed il più viscerale dei body horror. Le animazioni delle creature senz’occhi e dai grossi denti e del ragno-parassita sono realizzate in uno snervante stop motion, suggestivo e funzionale, che aumenta il senso d’inquietudine che deriva da quelle visioni orripilanti. Le limitazioni del budget, ovviamente, sono evidenti, è inutile nasconderlo, e divengono chiare specialmente quando, su schermo, appare un cadavere “fresco”. Questo, però, non da fastidio e non va a rovinare l’atmosfera generale, dopotutto è un qualcosa che ci si aspetterebbe di vedere in un prodotto del genere che, comunque, compensa con numerose altre visuali suggestive. Un altro punto debole di questi effetti, che non potrà non essere notato, sono i denti, chiaramente finti, quasi cartooneschi che, se da un lato possono funzionare su una razza aliena nata dalla mera fantasia, possono far storcere il naso se inseriti nella bocca di ciò che fu un umano.
La complessiva funzionalità degli effetti speciali e il turbamento che deriva dall’immaginario macabro di Meredith sono garantite grazie ad una fotografia nella quale si alternano luci più fredde, che donano un’aurea sia solitaria sia di malattia, e altre rosse, nauseanti, nella quale si alternano orrori organici e sanguinosi, organi pulsanti e appendici che fuoriescono da bocche, ragni che scavano nel cervello che li ospita e cadaveri carbonizzati ed amputati dei quali appendici continuano a muoversi spasmodicamente.
Anche il sound design è ben realizzato, con suoni viscerali che s’insinuano con prepotenza nelle orecchie dello spettatore scavalcando la colonna sonora, aumentando il senso di disgusto che causano determinate scene di pura matrice gore. Le ambientazioni sono limitate, ma sono comunque sufficienti a rafforzare il senso d’isolamento che pervade l’intera pellicola. Meredith riesce alla perfezione a creare una città apocalittica usando la sua stessa cittadina, riprendendone gli anfratti abbandonati e donandoci una panoramica di essa, rendendola una spettrale città fantasma. Nell’angusto appartamento del protagonista, inoltre, tra bottiglie di birra e quelli che sembrano feti alieni, fanno inoltre capolino alcune delle illustrazioni del regista che hanno ispirato le visuals dell’opera.
Un corto di soli 25 minuti, che racchiude in se stesso un intero mondo accattivante, seppur, tristemente, non esplorato nel suo complesso e, probabilmente, nel suo massimo potenziale. anche se a questo vi sarà rimedio, ed alcuni interessanti effetti speciali “alla vecchia maniera”, cosa abbastanza rara nel panorama dei cortometraggi contemporaneo, in perfetta simbiosi con ciò che sono la regia e la fotografia, in un’ottimizzazione massima e efficiente del budget ridotto. Questi sono gli elementi di "South Mill District", prodotto sicuramente più funzionale di quello della simbiosi tra uomo e ragno infetto proposto nel film.

Almeno, in questo caso, i cadaveri sono finti.

ARTICOLO DI
Il cortometraggio è acquistabile direttamente sul sito internet di Joe Meredith, nonostante non sia disponibile una traduzione italiana seppur la pellicola sia fruibile anche da chi non ha dimestichezza con la lingua inglese a causa del ruolo quasi "laterale" e ridotto che ha la narrazione. Potete seguire il regista Joe Meredith sia sulla sua pagina Facebook che sul suo profilo Instagram.

1 commento:

LolaKate ha detto...

città fantasma

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