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martedì 11 febbraio 2020

Sangue freddo (Recensione "La cosa")

"I don't know what the hell's in there but it's weird and pissed of, whatever it is!"

Siamo nel 1982. John Carpenter, giovane regista di Carthage, New York, è ormai riconosciuto come uno degli artisti più talentuosi del suo periodo, e non è un caso. Non è da tutti, infatti, realizzare in soli tre anni un trittico di pellicole di tutto rispetto, partito da Halloween, passando per The Fog, per poi concludersi con 1997: Fuga da New York, tre film destinati a diventare dei cult assoluti e che contribuiranno ad iscrivere il nome di Carpenter nell'Olimpo dei più grandi maestri della Settima Arte.

Nel 1981 la Universal offre al regista newyorkese la produzione di un rifacimento di La cosa da un altro mondo di Howard Hawks, film molto caro a Carpenter, tanto da farlo apparire in TV in una scena del suo Halloween, girato tre anni prima. Invece che realizzare un remake puro, il vecchio John decide di realizzare una sua rivisitazione del racconto originale che fu, appunto, la fonte di ispirazione per il film di Hawks, Who Goes There? di John W. Campbell, nel quale un gruppo di studiosi in missione in Antartide scoprono, congelato in un blocco di ghiaccio, un misterioso essere mai visto prima che, una volta liberatosi, si scopre essere in grado di assumere le sembianze della propria vittima, catturandone tutti i minimi particolari. Questo porterà gli occupanti a vivere uno stato di paranoia costante, mentre cercano di capire chi è effettivamente umano e chi no.
Chi ha già visto il film di cui andremo a parlare si sarà già accorto della grande fedeltà del soggetto di questa pellicola rispetto al racconto al quale si ispira, soprattutto per quanto riguarda la gestione dell'elemento tensione, giocando sulla natura, umana appunto, dei personaggi, che viene continuamente messa in discussione. E così,  il 25 Giugno 1982, La Cosa vede la luce nelle sale statunitensi, andando incontro ad un flop totale al botteghino (fattore che accompagnerà gran parte delle produzioni del maestro newyorkese), anche a causa della competizione "fantascientifica" impari con E.T. L'Extraterrestre di Spielberg.
Un gruppo di ricercatori, capitanati da MacReady (Kurt Russell), soccorre un cane fuggito da una base norvegese vicina alla loro postazione. Non sanno che l'animale è in realtà un clone di origini aliene, in grado di infettare gli esseri viventi intorno a lui, creandone a sua volta dei duplicati che riprendono in tutto e per tutto le caratteristica dell'organismo ospite.

Come accennato in precedenza, le somiglianze col racconto originale sono numerose, riprendendone la grande tensione e suspense, accentuata ulteriormente anche dall'ambientazione nevosa e ghiacciata, che rende indefinibili i colori ed i confini delle sagome, quasi a voler rimuovere il confine di ciò che è tangibile (umano) e ciò che non lo è (alieno). Per favorire questa funzione la fotografia, firmata dal fedelissimo Dean Cundey, è estremamente fredda, favorendo i blu ed i bianchi, riuscendo a trasmettere allo spettatore la sensazione di freddo perenne che i protagonisti si trovano ad affrontare.
Tecnicamente Carpenter se ne esce, probabilmente, con la sua prova migliore realizzata fino a questo momento, facendo uso in modo quasi maniacale del fuoricampo, con lo scopo di lasciare lo spettatore nei suoi dubbi fino al finale che non riesce comunque a risolvere i grandi dubbi quasi esistenziali seminati lungo la visione del film, restando nella sua più totale ambiguità. Angoscia è la parola d'ordine lungo tutta la durata del film, uno stato d'animo rafforzato anche dalla notevole colonna sonora del Maestro Ennio Morricone, scelta curiosa e forse dettata da esigenze produttive, vista la grande somiglianza stilistica con le colonne sonore originali che Carpenter aveva composto per le sue pellicole precedenti.

Tuttavia, uno degli elementi sicuramente più convincenti sono, senza alcun dubbio, i grandiosi effetti speciali (ovviamente analogici) curati da Rob Bottin, in grado di creare una creatura informe (di matrice Lovecraftiana) estremamente credibile anche al più esigente occhio moderno, figlio della CGI, dando vita ad esseri ragniformi, creature tentacolari, e trasformazioni mostruose, supportate a dovere da una regia e, sopratutto, un montaggio sapiente ed in grado di nascondere le imperfezioni che sarebbero andate a minare la credibilità del mostro e la sua amalgama con l'ambiente naturale.
È la totale armonia fra questi elementi che rende La Cosa uno dei lavori più riusciti del Maestro di Carthage, un vero Capolavoro del Sci-Fi Horror, che sicuramente ha fatto scuola nelle generazioni successive  (nel 2012 viene girato un buon prequel ambientato tre giorni prima l'originale, intitolato anch'esso La Cosa) influenzando maestri del calibro di Quentin Tarantino, che ne girerà, nel 2015, un rifacimento in chiave western, realizzando uno dei suoi lavori più riusciti, il magnifico The Hateful Eight.

Articolo di Andrea Gentili

martedì 24 settembre 2019

Cronache di alieni tra noi: la sostituzione umana

1998, Ohio, alla Herrington High cinque studenti denunciano misteriose attività extraterrestri, convinti che alcuni alieni stiano prendendo possesso dei corpi dei loro docenti e compagni di classe tramite una sorta di parassita infilato nelle loro orecchie sotto ordine di una loro compagna, in realtà l’Aliena Regina sotto mentite spoglie umane. 

Quella che avete appena letto non è una reale notizia di cronaca, ovviamente, bensì la premessa della pellicola del 1998 “The Faculty”, un horror a tinte fantascientifiche diretto da Robert Rodriguez (proprio il pupillo di Quentin Tarantino regista di “Planet Terror”, “Machete”, “Sin City” e del più recente “Alita”) con Elijah Wood nel ruolo del protagonista disadattato Casey, uno dei sei ragazzi che oppongono resistenza all’invasione d’oltremondo.
Il concetto di alieni che “prendono in prestito” le apparenze o i corpi degli uomini in modo da conquistarli dall’interno non è però un concept inedito ed innovativo, infatti, trova le sue origini già nel 1955 con due racconti, uno più famoso ed uno meno, rispettivamente “L’invasione degli ultracorpi” di Jack Finney (che ha poi ispirato l’omonimo film del 1956 di Don Siegel) e “La cosa-padre” di Philip K. Dick: in entrambi i racconti assistiamo ad un’invasione extraterrestre mediata attraverso la sostituzione degli umani con gli invasori spaziali che s’infiltrano, imitano i nostri comportamenti ed il nostro aspetto, cercando di infettare, conquistare, tutto il genere umano. Nel primo, alcuni semi cadono dal cielo e, crescendo, assumono le fattezze esatte di un umano che, una volta che la sua replica prende forma, muore, dissolvendosi nell’aria, in modo che il suo sosia possa prenderne il posto senza destare sospetti, subdolamente infiltrandosi nella popolazione che intende conquistare:
«Gli uomini, le donne e i bambini della comunità erano diventati qualcos'altro, dal primo all'ultimo. E ognuno era nostro nemico, compresi quelli che avevano le facce, gli occhi, i gesti e il modo di camminare dei nostri amici e parenti. Non c'erano alleati per noi, chiusi là dentro, e già il contagio andava diffondendosi fuori città.».
Se, come visto, da un lato abbiamo un’invasione aliena di grande portata e di origine “conosciuta”, nel racconto di Dick abbiamo, invece, una situazione ben più tendente al misterioso, senza alcuna esplicazione di ciò che leggiamo, lasciando addirittura anche la stessa supposizione che si tratti di alieni tale: una congettura. Nel “La cosa-padre”, infatti, assistiamo a due uomini, Charles e Peretti, fronteggiare un sosia malevolo del padre del primo, che da il titolo al racconto, mentre cerca di catturarli, rivelando poi, nel finale, che anche un'altra creatura si sta formando in una sorta di bozzolo.

Le motivazioni di questi temi di sostituzione, infezione aliena, marcate agli inizi degli anni ‘50 si configurano con la storia del paese americano fino proprio al 1955, il cosiddetto periodo maccartista, chiamata così dal disegnatore satirico Herbert Lock per il senatore Joseph McCarthy, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta che aveva accusato alti gradi dell’esercito di “simpatie comuniste”: in quegli anni, infatti, gli USA vivevano in uno stato di terrore per la superpotenza sovietica, temendo “influenze comuniste” nelle istituzioni statunitensi, anche a causa dei recenti casi di spionaggio sovietico venuti a galla, della rivoluzione della Cina comunista e della guerra di Corea. L’America, in sostanza, viveva in una vera e propria isteria di massa, in un periodo di terrore “fascista”, come lo definì l’attivista Eleanor Roosevelt, che non poteva non trasmettersi nel genere che da sempre fa da specchio della società: la fantascienza.
Questo tema si rispecchia nuovamente nel 1960 con un episodio della celebre serie antologica “Ai confini della realtà” (“The Twilight Zone”) diretto da Ronald Winston e scritto da Rod Serling, “The Monsters are Due on Maple Street” (in Italia “I mostri di Maple Street”), dove, in un vicinato, assistiamo ad una crisi paranoica che porta alla convinzione che degli alieni stiano per invaderlo, trascinandone ogni abitante in una psicosi collettiva, tutti gli uni contro gli altri in una "caccia alle streghe" (o agli alieni in questo caso), ironicamente, permettendo proprio così agli effettivi invasori di conquistarli, generando in loro sospetti e ostilità reciproche, non avendo bisogno di fare, de facto, nulla di persona e lasciando che il timore, le insicurezze e la paura dell’umanità stessa li annientassero, “un vicinato alla volta”.

Se parliamo di paranoia e di incapacità di fiducia verso il prossimo, non può non venire subito alla mente un altro grande classico del cinema horror fantascientifico, il capolavoro di John Carpenter del 1982 con Kurt Russell, “The Thing” (“La cosa”). Nonostante sia considerato dalla massa il remake del film del 1951 “La cosa da un altro mondo” di Christian Nyby e Howard Hanks, in realtà, i due film non hanno molto da spartire in quanto, la stessa creatura, differisce e solo la premessa iniziale di una spedizione in Antartide che libera un’inarrestabile forza da un altro pianeta (“un altro mondo”, appunto) è in comune. Le similitudini, però, sono dovute al fatto che entrambe le pellicole, più che essere in stretta relazione tra loro in sé, s’ispirano allo stesso racconto, ancora più vecchio de “L’invasione degli ultracorpi”, precedendone i temi trattati di quasi 20 anni: “Who Goes There?” di John W. Campbell Jr. del 1938, pubblicato sulle pagine della rivista del settore “Astounding Science-Fiction” sotto lo pseudonimo di Don A. Stuart. In esso, similmente al film di Carpenter, una misteriosa forza mutaforma prende il posto dei membri della spedizione in Antartide generando un clima di tensione e paranoia tra i sopravvissuti, costretti a mettere in dubbio l’umanità dei loro stessi amici e colleghi ed a dimostrare ad ogni costo la propria per sopravvivere.
Spostandoci dal capolavoro di Carpenter e dal suo ambiguo finale, oggetto di numerose ipotesi ed interpretazioni, di cui, magari, tratteremo in futuro, passando per "Essi Vivono" dello stesso regista del 1998, che narra di un operaio che scopre come degli alieni impostori controllino l'umanità tramite messaggi subliminali, e per gli extraterrestri rettiliani infiltrati nel nostro mondo con sofisticati travestimenti umani di “V – Visitors” del 1983, e precedendo di una decina di anni il suo prequel, torniamo nel 1998, anno in cui, in parallelo all’uscita di “The Faculty”, lo scrittore di horror per ragazzi (ma non solo, nonostante le sue opere per pubblico maturo siano inedite in Italia), R. L. Stine, pubblica, sulle pagine della serie antologica di romanzi per giovani lettori “Goosebumps” (“Piccoli Brividi”) un tributo all’opera di Jack Finney, “L’invasione degli stritolatori”: Jack Archer è un ragazzo normale che inizia a sospettare che il vicino Fleshman nasconda qualcosa legato a delle strane creature extraterrestri che, nella seconda parte dell’opera, possederanno i corpi degli umani abbracciandoli e costringendoli al loro controllo, in una delle opere più adulte dell’intera serie di libri.

Come avrete potuto constatare voi stessi, dunque, il tema di “alieni infiltrati” è un qualcosa di trasversale nel corso dei decenni, che va ad identificarsi con una reale condizione psichica umana, seppur assai rara, la cosiddetta “sindrome di Capgras”, teorizzata per la prima volta nel 1923, ossia una condizione nella quale, chi ne è afflitto, è convinto che chi lo circonda non sia chi conosce realmente, bensì un perfetto sosia, sostituto, e che non smette di pensare ciò neanche dinanzi a prove schiaccianti del contrario. Se volete approfondire su questa particolare condizione clinica consigliamo la lettura di questo articolo che offre numerosi ulteriori spunti d’indagine
Se vogliamo, invece, spostarci alle credenze popolari umane ci basterebbe pensare alla credenza del doppelgänger (letteralmente “doppio viandante”), ossia il doppio di se stessi o di un proprio conoscente, una sorta di gemello malvagio o, addirittura, di origine paranormale, che porterebbe morte o sventura a coloro che ci s’imbattono. Addirittura Marco Giunio Bruto, uno dei congiurati e figlio adottivo di Caio Giulio Cesare, racconta Plutarco, viveva nel terrore del proprio doppio, profetizzatogli in sogno dallo spettro dello stesso Cesare che aveva ucciso, e che, effettivamente, incontrò tre volte la notte prima della battaglia di Filippi, descrivendolo come un’ombra che si sarebbe etichettato il suo “cattivo demone”. Ancora, Flavio Claudio Giuliano, vide il fantasma di un suo conoscente ancora in vita, il Genius Publicus, una notte che non riusciva a prendere sonno; Abrahm Lincoln raccontò alla moglie di aver visto un suo secondo riflesso allo specchio; John Donne e Guy de Maupassant anche avrebbero entrambi avuto incontri simili, il primo con il doppio della propria moglie ed il secondo con il proprio, riportato in un reportage di cui autenticità è, ovviamente, messa in dubbi dagli scettici.

Nigel Watson arrivò alla conclusione, a seguito dei suoi resoconti di avvistamenti di dischi volanti, che il fenomeno doppelgänger fosse collegato proprio ad essi, notando come, spesso, venivano vissuti proprio in relazione all’avvistamento di UFO, come se questi ultimi ne fossero la diretta causa. Che siano i Doppelgänger proprio dei sosia, delle imitazioni, dei sostituti extraterrestri?
"Us" (2019) di Jordan Peele gira attorno alla credenza dei doppelgänger
Beh, questo ci è impossibile dirlo con certezza, ma, nel dubbio, se fossi in voi, controllerei due volte l’identità dei miei amici, colleghi o conoscenti: potreste star vivendo una subdola invasione aliena e non esservene nemmeno resi conto.

ARTICOLO DI

Per approfondire l'argomento consigliamo la lettura del saggio “La cosa da un altro mondo: Da H. P. Lovecraft aJohn W. Campbell, tutto sui due film di Howard Hawks e John Carpenter” di Luigi Cozzi, edito da Profondo Rosso Store
Sempre riguardo la sindrome di Capgras,  abbiamo, inoltre, recensito un film che ne tratta e di cui potete leggere qui

giovedì 22 agosto 2019

Una fiaba chiamata Hollywood (Recensione "Once Upon a Time in... Hollywood") - Non solo Horror

"Once Upon a Time in... Hollywood" non parla del vero 1969, bensì degli anni '60 secondo Tarantino con alcuni richiami al suo stesso cinema. Un film che penso funzioni, ma che non sono sicuro dovrebbe farlo.

La pellicola, della durata di 2 ore e 45, mostra, con una chimica perfetta, Rick Dalton (un Leonardo DiCaprio in splendida forma) ed il suo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt) farsi strada tra le vie della Hollywood del 1969, anno cruciale per la città simbolo del cinema in quanto anno degli eventi che scossero non solo l'America, ma il mondo intero, segnando la fine di un'epoca: in quell'anno, infatti, il 9 agosto avrebbero avuto luogo gli omicidi della Family di Charles Manson (brevemente visto col volto di Damon Herriman, attore che ne riprenderà il ruolo nella seconda stagione di "Mindhunter") ai danni di Sharon Tate (nel film Margot Robbie), moglie del regista Roman Polanski (Rafal Zawierucha). Quest'evento, questa carneficina, segnò la vera fine dell'era del cinema classico di Hollywood, la Golden Age era definitivamente eclissata e nulla sarebbe più stato lo stesso.
I personaggi principali ci mostrano un dietro le quinte di quello che era la produzione cinematografica dei tempi, un backstage della Hollywood anni '60, ma non di quella reale. Le scene che vediamo non sono, infatti, interpretazioni della realtà, ma interpretazioni dei film di quell'epoca e del mito che li circonda. Tarantino ha ricostruito il backstage di quel cinema partendo dai film stessi, immaginando una versione della capitale di Hoywood romanzata e quasi fiabesca con grosse dosi della sua comicità solita, ormai abituale. Anche la Manson Family non è mostrata in maniera realistica né tantomeno verosimile, sembra più una parodia di se stessa.

Se molti temevano che l'immaginazione di Tarantino si sarebbe annichilata a causa di un racconto reale, beh, avevano ssolutamente torto: il regista crea un suo 1969 immaginario, una sua favola di quell'anno, una sorta di  ispirmondo alternativoa ispirato a ciò che fu ed avvenne realmente. Un universo parallelo dove il mondo segue le regole del cinema tarantiniano e la sua estetica, pur essendone il film paradossalmente distante, in un quadro di una perenne Golden Age del cinema che non perderà mai la sua luminosità, un 1969 estraneo al concetto di tempo, immortalato eternamente su cellulosa.
La recitazione è alle stelle, il casting azzeccatissimo sotto ogni punto di vista possibile. Ma partiamo con ordine: nonostante condivida le luci con un ottimo Brad Pitt, che otterrà presto la simpatia dello spettatore, il protagonista de facto é Leonardo DiCaprio nei panni dell'attore in declino ed alcolizzato Rick Dalton. In questo film vediamo davvero le sue doti recitative, capace addirittura di rendere un'interpretazione nell'interpretazione in maniera impeccabile. In una delle scene, infatti, l'attore Rick Dalton, che precedentemente non riusciva a recitare scordando di continuo le battute, si abbandona in una scena che poi scopriremo essere quasi del tutto improvvisata (insomma, un'improvvisazione simulata scritta su copione) dove da il suo meglio, in una chiara autocitazione alla sua prova di recitazione magistrale in "Django" dove DiCaprio continuò a recitare pur essendosi realmente tagliato con un bicchiere di vetro da lui frantumato mentre improvvisava.

Per Sharon Tate, invece, era impensabile altra attrice se non Margot Robbie, le due attrici, dopotutto, sono entrambe icone della propria era, belle bionde da tutti conosciute ed amate, insomma, la Robbie potrebbe tranquillamente aver interpretato se stessa e poco sarebbe cambiato nel personaggio. Tristemente il personaggio dal sapore metanarrativo di James Marsden é stato tagliato: l'attore avrebbe interpretato infatti Burt Reynolds che, ironicamente, interpreta il personaggio del vecchio George nel film in un gioco metacinematografico ahimé perso.
Sopra le righe, da alcuni per nulla apprezzato, nonostante sia effettivamente apprezzabile, la performance di Mike Moh nei panni di Bruce Lee, considerato da molti, compresa la famiglia dell'attore, arrogante e denigrante essendo quest'ultimo visto, senza mezzi termini, come un vero e proprio pallone gonfiato assolutamente fiero di sé al punto da affermare di poter vincere in uno scontro con Mohammed Alì, venendo però facilmente sconfitto da Cliff Booth in maniera del tutto comica. Tarantino ha difeso questa visione del personaggio, affermando che Cliff era un guerriero, uno di quelli che Lee stesso ammirava, e che, sì, in uno scontro di arti marziali avrebbe perso, ma in un combattimento normale, come nel film, non era detta l'ultima parola. Inoltre il regista ha anche difeso l'arroganza di Bruce Lee paragonandola alla vera fierezza di se stesso e dimostrando che, effettivamente, il maestro di arti marziali ed attore aveva dichiarato di poter sconfiggere Mohammed Alì, come riportato anche dalla biografia della moglie Linda.

Nel film, come al solito di Tarantino, vediamo anche altre facce note del suo cinema, come Michael Madsen e Kurt Russell, apparsi più per amicizia col regista che per altro, oltre che un inaspettato Al Pacino che spiega la dinamiche della televisione, svelandone un subdolo trucco che turberà Rick per tutta la pellicola.
I riferimenti al mondo del cinema, dotato di un fascino inedito, sono molteplici e non potranno che non far sorridere tutti gli appassionati che letteralmente vedranno quella decade dagli occhi di un altro appassionato, una persona completamente innamorata di quel modo d'intendere l'industria senza alcuna pretesa di realismo o di effettiva connessione alla realtà. Tra i punti di forza vi sono anche le false locandine dei film italiani di Rick Dalton che, nelle immagini, ma anche nei nomi, sono veri e propri omaggi al nostro cinema d'epoca, a quel cinema nostrano oramai eclissato, ma ancora visto con ammirazione da tutto il mondo e che ha segnato indelebilmente Quentin Tarantino stesso.

Le scene fittizie di film di quest'universo sembrano uscire proprio dagli anni '60 e '50 e sono chiaramente realizzate da un qualcuno che conosce ed ama quelle pellicole. Simpatica e degna di note anche l'autocitazione a "Bastardi senza gloria" in uno dei poster che evito di rivelarvi per lasciarvi la sorpresa di questa divertente chicca che cita una delle scene più iconiche e comiche del film.
Tornando alla pellicola in generale, però, è chiaro che questo sia forse il film più di Tarantino di tutti, ma il meno tarantiniano. Non aspettatevi le solite scene splatter (anche se ve ne saranno un paio) o la follia solita. Non aspettatevi nemmeno  (tratroppi) dei soliti dialoghi tra i personaggi od il suo tipo di narrazione solito. Uno dei problemi sta proprio in questo, la narrazione, purché sia lineare, risulta frammentata, incompleta. Cambia ritmo a metà film con uno stacco assai evidente e quasi fastidioso; aspettatevi anche flashback nei flashback che confonderanno lo spettatore  facendogli chiedere quale sia il tempo presente e continue degressioni con false scene di falsi film in un continuo gioco di riferimenti inesistenti che citano reali pellicole.

Un'opera non omogenea, insomma, che sembra incompleta, andando a rafforzare il rumor che il montaggio originale fosse di ben 4 ore (che potrebbe arrivare in futuro su Netflix, similmente a come successo con "The Hateful Eight"), cosa quasi certa a causa della rimozione di tutte le scene di Tim Roth, del già citato Marsden e della maggior parte delle apparizioni di Charles Manson viste anche nei trailer.
Ma se il film non convince del tutto, il finale è quello di un vero capolavoro che potrebbe far risvegliare gli sguardi assopiti di alcuni spettatori delusi: negli ultimi minuti abbiamo tutto il Tarantino che non abbiamo avuto fino a quel momento, forse anche un tantino più fuori dalle righe del solito, e quella che è effettivamente una lettera d'amore al cinema in chiave fiabesca, un finale inaspettato, repentino, sanguinolento, violento, con una pazza in fiamme che brandisce un coltello alla cieca e... Commovente.

Inaspettatamente commovente.

Non voglio rovinarvi in alcun modo il finale della pellicola essendo quest'ultimo il suo più grande punto di forza, apice di un climax perfetto se non esagerato durato due ore e quarantacinque minuti che vi lascerà con un sapore agrodolce in bocca, stupefatti, confusi, sognanti.
Tarantino omaggia il cinema che lo ha formato e che ha formato costruendoci attorno una splendida fiaba fatta di margarita, acidi, lanciafiamme e culti assassini che fallisce e riesce allo stesso tempo nel suo intento, un film controverso, capitolo finale della sua trilogia western, affrontando il genere da dietro le quinte, un film che ha confuso me stesso e che probabilmente continuerà a non convincermi assolutamente pur non deludendomi per niente.

Insomma, un film di Tarantino per Tarantino.
Ultima nota: ci tengo a consigliarvi di restare in sala fino alla fine dei titoli di coda, non ve ne pentirete affatto.

"C'era una volta a... Hollywood" ("Once Upon a Time in... Hollywood") é uscito nelle sale britanniche e statunitensi il 14 agosto, mentre approderà nei cinema italiani il 19 settembre di quest'anno.

Articolo di Robb P. Lestinci, revisione di Sergio Novelli