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lunedì 5 agosto 2024

Il paradosso del clown triste: Stańczyk di Jan Matejko

Consistenza primaria dell’essere, linfa vitale che scorre nelle fenditure che separano i quadranti della nostra essenza: è la contraddizione. Siamo antinomie che respirano, fini paradossi di ardori incastrati in contenitori di tessuto epiteliale, ossa e organi; miscele eterogenee di sostanze apparentemente inconciliabili, che nonostante tutto coesistono più o meno pacificamente. Sarebbe, infatti, abbastanza riduttivo descrivere l’animo umano come un’onda che si dispiega su un percorso di linearità, infrangendosi solo quando incontra il limite della propria finitezza. Siamo, piuttosto, onde quadrate, tipiche delle intersezioni fra più mari, perché proprio come loro, oltre a scontrarci con i nostri limiti, ci scontriamo anche con gli altri segmenti della nostra essenza, alcuni più reconditi di altri. 

Tuttavia, è bene tenere a mente che l’esistenza di due aree, una nera e una bianca, non implica l’impossibilità ontologica di un’area grigia a dividerle, a fare da spartiacque fra i due estremi, a conferire continuità a ciò che sembra incompatibilmente diverso o, in alternativa, a indicare le varie opzioni fra i due eccessi. Non siamo calibrati per essere iperboli. È proprio per questa singolare duttilità dell’indole umana che i sentimenti sono tanto complessi, oberati da una carica quasi patetica, mantenendo un’intrinseca dignità d’azione nel momento in cui cooperano. Ci sono circostanze in cui, infatti, è possibile scrutare dietro l’inconsistente facciata di frivola apparenza ben più di quanto si mostri. Facciamo da equilibristi sul filo sottile che separa il labile confine fra l’essere e l’apparire, e a dimostrarlo sono gli studi pubblicati nel 1981 dallo psicologo Seymour Fisher, nei quali emerge quello che viene definito paradosso del clown triste.

Si tratta di uno studio che mette in evidenza il contrasto fra l’atteggiamento esuberante dei comici e dei clown con il loro mondo interiore, spesso caratterizzato da sofferenza e angosce, seguendo un andazzo tipico del temperamento ciclotimico, descritto da Emil Kraepelin come un alternarsi del temperamento ipertimico e temperamento distimico. L’umorismo diventa, in questo caso, un’arma di difesa e un meccanismo di coping, attraverso il quale si tenta di nascondere o, comunque, di arginare un aspetto più malinconico. 
È quello che emerge anche dall’opera di Jan Matejko, Stańczyk durante un ballo alla corte della regina Bona di fronte alla perdita di Smolensk (Stańczyk w czasie balu na dworze królowej Bony wobec straconego Smoleńska), che ritrae il celebre giullare della corte polacca in un atteggiamento assorto, triste, e decisamente inquieto.
Stańczyk divenne famoso durante il rinascimento polacco, presso la corte di Sigismondo I il Vecchio, lasciando trapelare dalle sue esibizioni anche tutta una serie di tematiche sociali e politiche. Sono proprio le riflessioni storiche a fare da genesi al malessere mostrato dal giullare, preoccupato per le sorti della Polonia, che aveva appena perso la città di Smolensk nel 1514, in una guerra contro l’odierna Russia. La struttura tripartita del dipinto, tuttavia, riesce eloquentemente a costruire una narrazione orizzontale in grado di descrivere a pieno lo stato d’animo di Stańczyk. 

La parte centrale del dipinto ha senza dubbio come baricentro visivo la figura del giullare, seduto col capo chinato e le dita delle mani intrecciate. Il suo corpo sembra rilassato, facendo da contrasto con la sua espressione contratta da quelli che si può ipotizzare siano consistenti flussi di pensiero. La sua marotte, il suo scettro da giullare, giace sul pavimento, creando l’ennesimo contrasto fra il segmento destro dell’opera, nel quale si vede svolgere una festa di corte, e l’aria tragica che si respira nel frammento centrale. Lo sguardo del giullare sembra perso nel vuoto, si potrebbe quasi immaginare che non sbatta le palpebre da svariate decine di secondi, troppo assorto nei suoi pensieri per poter essere rigido e diligente nei confronti dei compiti impostigli dalla fisiologia naturale del corpo. Il baricentro tematico di questa porzione di quadro è, in realtà, quella che è la causa di tanto turbamento, nonché la lettera posta sul tavolo di fianco alla sedia dove giace il giullare, epistola nella quale probabilmente si legge del fatto che il gran Duca della Lituania ha perso Smolensk, dovendola cedere al gran Duca di Mosca. Si intravedono sulla carta il nome Samogizia, una delle cinque regioni culturali della Lituania, e la data 1533. Si tratta, per quanto riguarda quest’ultimo dettaglio, di un’incongruenza storica, in quanto la città di Smolensk è stata in realtà persa nel 1514, e un ballo alla corte della Regina Bona sarebbe stato improbabile in quell’anno in quanto è salita al potere solo nel 1518. 
Nella frazione destra del quadro, separata abilmente attraverso l’espediente di un tendone, si svolge un ballo di corte. Le figure delle persone danzanti sembrano quasi fondersi fra loro, fatta eccezione per il nano che porta un liuto, in primo piano e raffigurato con una gradazione cromatica più scura rispetto allo sfondo; egli ha particolare importanza dal punto di vista simbolico, in quanto presagio di decadenza. Altrettanto importante dal punto di vista simbolico è la parte sinistra del quadro, caratterizzata da una finestra attraverso la quale si intravede la cattedrale di Wawel, nella quale venivano incoronati i re. Accanto a essa una cometa fa da ulteriore presagio di caduta dell’impero. 
Il quadro, globalmente, presenta un’incredibile coerenza cromatica, dominato dal rosso e da uno sfondo scuro che porta naturalmente l’occhio a cadere sulla figura di Stańczyk. Il giullare è, infatti, non solo un eloquente mezzo di critica sociale, ma anche un buon promemoria per noi, per ricordarci che pur facendo da equilibristi fra l’essere e l’apparire, l'esistere avrà sempre il sopravvento sul sembrare.

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martedì 6 agosto 2019

L'orrore della depressione (Recensione "Suicide Room") - Non solo Horror

È difficile essere adolescenti al giorno d'oggi. Troppe pressioni, tanti input, tante incredibili opportunità, ma anche incredibili ossessioni ed il peso degli occhi altrui sempre più marcato, al punto da rendere il giudizio una manna da cui é impossibile sottrarsi e che può far più paura di un qualsiasi horror.

Proprio di questo tratta la pellicola polacca del 2011 "Sala Samobójców" ("Suicide Room") diretta da Jan Komasa e presentata al Festival del Cinema di Berlino lo stesso anno.
Per Dominik (Jakub Gierszal) tutto sembra andare per il meglio, nel periodo che lo conduce al diploma di scuola superiore, tra sport, amici e la giusta dose di cultura, dalla musica alla lettura.

Ma anche per lui la vita si rivela un campo minato di giudizi, pronti ad esplodere in seguito ad un paio di eventi imbarazzanti che lo vedono protagonista e che finiscono irrimediabilmente sul web. Tutto per lui cambia ed il ragazzo si chiude in casa, trovando conforto online in Sylwia (Roma Gasiorowska) e nel suo gruppo di amici noto come "Suicide Room", dedito alla condivisione di atti e discorsi estremi, tra automutilazione e tendenze suicide. Per Dominik inizia un percorso che, accanto a Sylwia condurrà ad una strada molto pericolosa da cui è difficile sottrarsi.
I personaggi sono molto convincenti, caratterizzati oltre i soliti stereotipi: Dominik, protagonista del film, é un ragazzo sensibile e fragile, facilmente influenzabile e manipolabile, i suoi genitori (Beata e Andrzej, interpretati da Agata Kulesza e Krzysztof Pieczyński) sono menefreghisti e assenti nella vita del figlio, causa effettiva delle scelte dalla svolta macabra e oscura del figlio.

Il film cerca di trovare una rappresentazione visiva dell'ambiente virtuale che fa da sfondo agli incontri dei ragazzi. Jan Komasa, per rendere accattivante la situazione dal punto di vista cinematografico lo fa usando sequenze in CGI semplici, simili alle grafiche dei vecchi videogames poligonali, ma graficamente curate e ben realizzate.
Sylwia è peculiare, i suoi discorsi sono carichi sulla rabbia, e depressione, quasi ispirazionali per Dominik, ma in realtà é anche lei fragile e sola, rinchiusa nella sua camera da tre anni, sperando di colmare la sofferenza con la solitudine e la sua seconda vita virtuale dove può dar libero sfogo a tutti i suoi pensieri senza sentirsi pressare dal giudizio altrui.

Aleksanser (Bartosz Gelner), é un "menefreghista e bullo" ma, non era niente di tutto ciò, anzi, era innamorato di Dominik, ma, pur di non rovinare la sua popolarità a scuola, optò l'idea di reprimere il suo vero io, affrontando anche lui il giudizio in maniera tossica, temendo gli occhi retrogradi, superficiali e omofobi dei suoi coetanei.
Tutti gli attori, inoltre, nonostante la loro giovanissima età danno tutto ciò che possono alla cinepresa entrando in simbiosi perfetta con i loro personaggi a tal punto da farli sembrare quasi personaggi reali e non nati dalla penna di un autore.

A differenza di altri casi cinematografici simili, seppur mantenendosi distante dalla realtà di questi ambienti, la pellicola riesce a riprodurre un certo feeling tra spettatore e personaggio in scena, anche grazie all'alternanza con le immagini prese dalle webcam dei ragazzi,  come se li stessimo spiano ed enfatizzando l'aspetto umano del fenomeno, facendoli sentire più vicini, in intimità.
Il film trasmette ai telespettatori, quanto sia importante vivere e quanto sia tragica la morte con scene ed avvenimenti forti, in un ambiente cupo ed ansiogeno, disturbante e deprimente.

Esattamente come le menti dei ragazzi protagonisti.


Articolo di Roberta Abbate e Robb P. Lestinci