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mercoledì 22 febbraio 2023

Un innocente lavoro da filmmaker (Recensione "Creep")

Servizio di riprese, mille dollari per la giornata, si apprezza la discrezione... Cosa può andare storto?
"Creep" è un film a basso budget del 2014 diretto da Patrick Brice (suo debutto da regista e interprete di Aaron), scritto assieme Mark Duplass (anche attore protagonista nel ruolo di Josef e già regista dell'horror del 2008 "Baghead") e prodotto dalla Blumhouse, collocabile nel filone horror del mockumentary, più nello specifico nel sottogenere found footage, nonostante la scelta della tecnica di ripresa risulti "non intrusiva" come sottolineato dal critico Edward Tew nella sua recensione per The Guardian. Questa piccola meraviglia della durata di 1h e 17min si basa su due location e tre attori (solo due dei quali presenti in scena), e vi spiazzerà come pochi altri titoli riescono a fare, dimostrando per l'ennesima volta che, se si hanno buone idee, i soldi a disposizione sono un dettaglio irrilevante.

Conosciutisi tramite la moglie di Brice, appena laureatosi al CalArts, i due cineasti divennero presto amici. Discutendo del loro amore per la commedia grottesca "My Dinner with Andre" (1982, regia di Louis Malle) e accomunati da una passione per i lati più bizzarri della natura umana, decisero di sviluppare un film su "una richiesta di Craigslist andata male". I due scrissero il trattamento del film in 5 giorni e, vista l'amicizia di Duplass con Jason Blum, riuscirono facilmente ad avere un produttore per la loro pellicola. "Era ancora in uno stato abbozzato, cosa che ho adorato e ho pensato che fosse fantastico, quindi ho lanciato il mio cappello sul ring" spiega Blum in un'intervista, "Mi arrivano tutti i found footage, fanno tutti schifo, questo no". La pellicola venne girata nel giro di 18 mesi tra continui cambiamenti ed evoluzioni del progetto con una piccola crew, risultando in un processo caotico sul quale ha elaborato Duplass nel 2017 in un'intervista a Daily Dead: "A volte entriamo in una scena, e la scena accade magicamente, e abbiamo finito in sette minuti. E poi, a volte lo giriamo cinque volte, ed è terribile. Poi ce ne stiamo seduti per tre ore depressi, cercando di capire come riscrivere la scena, cosa fare per farla funzionare, e poi la capiamo, e non appena la capiamo, la giriamo proprio lì. È quell'energia che entra direttamente nella scena."

Patrick Brice e Mark Duplass al Sundance Film Festival 2015

La premessa narrativa è piuttosto semplice: il protagonista, Aaron, trova un'offerta lavorativa pubblicata su internet da un certo Josef, a cui hanno diagnosticato un cancro terminale, e che desidererebbe farsi filmare nella propria quotidianità per mostrare al figlio nascituro, che non conoscerà mai, quale tipo di persona fosse suo padre. Questo incipit, unito alla consapevolezza della piega raccapricciante che prenderà la vicenda, fa pensare alla classica storia dove il malcapitato di turno si ritroverà alla mercé di un pazzo squinternato (oramai quasi un cliché) dal quale dovrà stare bene attento. La trama, però, sfrutta il materiale a disposizione in maniera incredibile, riuscendo a non cadere nel banale e a far immergere lo spettatore nella realtà depravata di Josef, nonostante per buona metà del racconto sarà imperante un'ambientazione che potremmo quasi definire generica, tanto da portarci a chiedere da quale momento scatteranno la follia e la violenza. 


''Creep'' decide di differenziarsi dai suoi simili utilizzando i personaggi, più che la semplice trama, per farci addentrare in questo clima singolarmente conturbante. Personaggi che, seppur distinguibili in “protagonista” e “antagonista”, rappresentano rispettivamente la cieca fiducia nel prossimo e l’imprevedibilità del tradimento potenzialmente presenti in qualsiasi rapporto sociale, conditi con una spolverata di ambiguità e sociopatia che non guastano e di cui, quasi tutti i dialoghi, cuore della pellicola, risultano in gran parte improvvisati, prassi dei prodotti di Duplass. Un film basato, dunque, sulle suggestioni, sull'implicito e sul ribaltamento delle aspettative, piuttosto che su ciò che ci viene effettivamente mostrato, in un esperimento delicato e brutale al tempo stesso. "Penso che con il primo film abbiamo cercato di concentrarci su entrambi i personaggi e sulla situazione in senso immediato. Stavamo davvero lavorando momento per momento e scena per scena. Piuttosto che dire che lo stavamo intenzionalmente 'lasciando sul vago', direi che volevamo darci spazio per esplorare alcuni di questi elementi nei film successivi", spiega lo stesso Brice in una recente intervista per Horror Obsessive.

Passiamo ora al prendere in esame Josef, il quale ci viene presentato come un uomo pittoresco, gentile e malinconico, che si metterà spesso a nudo (anche letteralmente) condividendo aneddoti e riflessioni riguardo alla propria condizione esistenziale, portando Aaron a provare sincera compassione nei suoi confronti e dando l’impressione di essere semplicemente una persona sola, alla disperata ricerca di compagnia. Questo quadretto toccante sarà però avvolto da un alone di diffidenza e di bizzarrie che si susseguiranno in un crescendo grottesco ma graduale che, in prima battuta, non farà veramente percepire al malcapitato l'incombere di una minaccia reale. Una sequela frammentata e confusa di immagini, di premonizioni che renderanno complicato poter distinguere tra verità e finzione, portandoci a dubitare del nostro stesso giudizio di spettatori e a un climax in continua ascesa, insieme ad altri dettagli apparentemente superficiali, ma disturbanti, che faranno affiorare poco alla volta la vera natura di Josef. 


Potremmo invece definire Aaron atipico: sembrerebbe un protagonista insipido privo di particolare caratterizzazione o peculiarità che ci lascia talmente indifferenti, da non fare il tifo per lui né godere del suo destino infelice. Il giovane videomaker si comporterà in maniera discutibile, e non sarà facile empatizzare a pieno con lui. Tutto questo però è voluto e non incidentale, Aaron più che un personaggio in senso stretto sembra essere una specie di finestra sul pubblico, complice anche il POV in prima persona dato dalla videocamera. Noi spettatori adesso ci troviamo al suo posto e possiamo assaporare lo smarrimento che prova, il timore di quel che potrebbe fare Josef, di cosa sia capace un qualsiasi sconosciuto squilibrato che potremmo incontrare per strada a cui abbiamo ingenuamente dato attenzione. 

Illustrazione originale di Emanuela Mae Agrini

Entrambi i personaggi, seppur in misura e in modo diversi, rappresentano il tema centrale della pellicola: quello dell'incapacità di articolarsi nei rapporti sociali, dell'imbarazzo e del sentimento d'inadeguatezza. La volontà di trasporre la bizzarria, che a volte rasenta l'assurdità, dei rapporti umani è dunque riuscita e lascia il segno, regalandoci momenti di alta tensione anche quando normalmente non ci sarebbero stati. La scena del bagnetto, a metà strada tra il patetico, il dolce e il perturbante, così come la maschera da lupo indossata da Josef (dal ridicolo nome di Peachfuzz), sono così imbarazzanti e fuori luogo che, se normalmente ci strapperebbero un sorriso, ci turbano, grazie alla costruzione dell'atmosfera e alla stellare performance di Duplass.


È in questo che risiede la freschezza di un film come ''Creep'', non cerca di spaventarci con i tradizionali espedienti del genere ma ci sottopone alla cruda realtà dei fatti, cioè che a volte i veri mostri si nascondono dietro a un sorriso cortese, a una richiesta di aiuto o un’amicizia appena nata e, per una volta, ci saremmo potuti salvare appellandoci alla cinica diffidenza. "Sono cresciuto guardando film dell'orrore andando al centro commerciale come un piccolo pattinatore-punk", spiega l'attore e sceneggiatore Mark Duplass a Entertainment Weekly, "Ma come regista, ne sono rimasto alla larga. Se guardi ai progetti 'horror' a cui mi sono avvicinato, la maggior parte di essi si basa su dinamiche interpersonali. Creep è un po' come un film arthouse straniero sui sentimenti che prende una svolta più oscura".

Dal punto di vista tecnico regia e fotografia risultano ottime nonostante la scelta del mockumentary, che determina delle soluzioni visive semplici ma incredibilmente efficaci, in particolare per alcuni giochi di luci e ombre. In generale il film presenta un'estetica verosimile, con una patina inquietante presente costantemente anche nelle scene in pieno giorno. Nonostante i pregi, il film perfetto non esiste e anche in questo caso si riscontra qualche problematica, sebbene non pesi particolarmente sul prodotto. Nell'analizzare questi elementi si deve necessariamente andare nello specifico, dunque da qui in avanti non si eviteranno gli SPOILER. Ciò che nella pellicola fa storcere il naso sono alcune soluzioni narrative riguardo alla logica dei personaggi, in particolare alcune scelte che compie Aaron, riportiamo qualche esempio:


La sequenza della telefonata nel bagno è il punto di svolta della vicenda in cui si scoprirà, grazie alla conversazione telefonica tra Aaron e la Sorella di Josef, che l'uomo è un malato di mente. Un momento piuttosto ansiogeno in cui Aaron ottiene finalmente conferma dei propri sospetti, e cosa fa? Corre a più non posso verso la porta d'uscita? Si arma fino ai denti per cercare di difendersi durante la fuga? No, continua a chiacchierare al telefono cercando di capire cosa stia succedendo (che potrebbe anche avere senso come reazione, non fosse per il fatto che lui stesso abbia deciso di sedare Josef con dei sonniferi per prendere tempo perché intimorito, nutrendo il sospetto che gli abbia rubato le chiavi della macchina per costringerlo a fermarsi la notte).

Le varie sequenze in cui Aaron, nonostante sia riuscito a tornare a casa propria, è ancora osservato da Josef, si sveglia nel cuore della notte in preda agli incubi e decide di filmarsi per raccontarli anche risultano in parte forzate: mentre lo fa, infatti, si sente un rumore sospetto provenire dall'esterno della sua abitazione, che però deciderà di ignorare. Al primo rumore seguirà uno decisamente più forte e preoccupante eppure Aaron, già messo sufficientemente in guardia dall'esperienza recentemente vissuta, uscirà di casa per indagare nei vicoli bui circostanti con coltello e videocamera alla mano, in stile Scooby-Doo. 


Simili storture, nonostante l'assurdità delle reazioni umane, trovano una spiegazione nel finale, oltre che nelle intenzioni dei filmmakers già esplorate: Aaron non compie azioni scellerate, è molto imprudente proprio a causa dell'estrema fiducia che riserva nei confronti del prossimo; nonostante quello che gli ha fatto Josef, alla proposta di un incontro per delle scuse, egli accetta e si presenta all'appuntamento, posizionando la videocamera all’interno della sua auto per filmare delle eventuali prove, in caso qualcosa andasse storto. Tentare di immedesimarsi in Aaron risulterà frustrante proprio a causa del suo limitato istinto di sopravvivenza, sopraffatto da una cieca fiducia che viene prevedibilmente tradita, in una delle sequenze più semplici e terrificanti che si siano mai viste: Josef si avvicina spalle della povera vittima con un passo quasi cartoonesco, che spinge gli spettatori a chiedersi se si tratti in realtà di un altro degli scherzi improbabili che ha teso ad Aaron per buona parte del film. Dopo un istante di esitazione Josef uccide Aaron con un colpo di accetta alla testa, in pieno giorno, sulla riva del laghetto di un parco. Non c'è pathos, non c'è splatter, nessuna reazione particolare da parte dell'assassino, solo il silenzio più assoluto.

A seguito del successo del film, nel 2017, Brice, Duplass e Blum riunirono nuovamente le forze per il sequel "Creep 2", con Duplass di nuovo nel ruolo di protagonista, affiancato stavolta da Desiree Akhavan. Nel 2019, il regista confermò che stavano iniziando a lavorare su un terzo capitolo, originariamente previsto per fine 2022, ma rimandata a data da definire, descritto da Duplass come il suo "L'armata delle Tenebre". Quali altre bizzarre e inquietanti situazioni ci attendono per il futuro del provocatorio franchise di "Creep" sono ancora tutte da vedere, ma potete trovare i primi due in streaming su Netflix.


ARTICOLO DI
ILLUSTRAZIONE DI


REVISIONE DI
ROBB P. LESTINCI, SERGIO NOVELLI, 
LORENZO SPAGNOLI E GIULIA ULIVUCCI

lunedì 6 giugno 2022

Perché certi fossili è meglio lasciarli stare (Recensione "Jurassic World - Il Dominio")

Come definireste il primo Jurassic Park? Direste che è un ottimo film? Che è una pietra miliare del cinema? Un cult assoluto e che chiunque dovrebbe vederlo almeno una volta prima di morire? Per me è pura e semplice "magia del cinema", ho un ricordo indelebile dello stupore e della meraviglia provata alla prima visione dell’opera di Spielberg; immaginate cosa voglia dire vedere per la prima volta a schermo dei dinosauri in carne ed ossa (metaforicamente) con gli occhi di un bambino, mi viene la pelle d'oca solo a pensarci. Il successo di Jurassic Park deve aver fatto sentire ad Hollywood odore di profitto in quel lontano 1993, cosa che ha portato alla creazione di ben due seguiti più o meno riusciti e una nuovissima e "all'avanguardia" saga-sequel che giusto qualche giorno fa ha portato alla luce un nuovo capitolo "Jurassic World - Il Dominio" (Jurassic World: Dominion) di Colin Trevorrow.
Facciamo un passo indietro e inquadriamo meglio in che direzione sia andato a parare questo "universo cinematografico": il primo film, come sappiamo, offre un finale deliziosamente aperto, i nostri iconici protagonisti riescono a scappare dall'isola dove ormai il controllo umano non la fa più da padrone, senza però darci ulteriori spiegazioni sul destino degli animali preistorici che ora popolano quelle terre, ma, presto detto, e i ben due seguiti diretti arrivano in nostro soccorso per sfamare la nostra voglia di conoscenza. “Il Mondo Perduto - Jurassic Park” e “Jurassic Park III” hanno sostanzialmente lo stesso pattern narrativo: “sulle isole dei dinosauri (scopriremo l’esistenza di una seconda isola) ci sono dei problemi con i dinosauri, nessuno, per ovvi motivi, ci vuole mai tornare, ma alla fine ci tornano tutti, sempre". Detto sinceramente, non me la sento di essere neanche troppo duro con questi due film, entrambi, seppur con i loro difetti e con la palese intenzione di cavalcare l'onda di successo del primo, ci regalano un buon livello di intrattenimento, rivediamo in un modo o nell'altro il professor Grant (Sam Neil), la dottoressa Sattler (Laura Dern) e Ian Malcolm (Jeff Goldblum) scappare dai lucertoloni da noi amati che, tra cliché e inesattezze paleontologiche, ci fanno tutti contenti. Quello che ho sempre rimproverato a questi sequel, però, è stato il voler ambientare sempre le vicende sulle due isole e non in uno scenario dove i dinosauri raggiungessero le grandi metropoli per creare un qualcosa di quantomeno diverso, JP 2, a questa tematica, l'occhio lo strizza, ma rimane sempre ancorato saldamente ad Isla Sorna facendoci solo sognare. 
Jurassic Park (1993, regia di Steven Spielberg)
Passano 14 anni e il primo Jurassic World si propone sul mercato a gamba tesa e tutti i fan della "trilogia originale" vanno in visibilio, me compreso; poi però tutti vedono il film, incarnazione perfetta di quello che io chiamo "spremere fino all'ultima goccia un franchise che stava bene dove lo avevano lasciato", sorte toccata anche ad altre saghe, basti pensare a Ghostbusters, Terminator, Alien, insomma, ormai ci abbiamo fatto l'abitudine. A pensarci bene, però, cosa c'è di sbagliato nel voler svecchiare un prodotto in modo da renderlo fruibile ad un pubblico moderno? Assolutamente nulla... purché non si voglia ridurre tutto a un blockbuster acchiappa nostalgici per macinare un po' di soldi, ed in effetti JW propone delle ottime idee, rielabora in maniera originale il materiale di partenza. 
Il problema è come lo fa.

Se nei primi film, infatti, il pericolo nasceva dal ritrovarsi su un’ isola sperduta piena di animali feroci, in JW abbiamo la malsana voglia di creare dei dinosauri grossi... grossi e spaventosi per attirare visitatori (tematica anche interessante, ma non è questa la sede per parlarne), che ovviamente diventeranno un grosso e spaventoso problema in seguito, specie quando i suddetti “dinosauri grossi” verranno pure dotati di abilità speciali degne di supereroi Marvel. Uniamo, infine, questo a una messa in scena che si prende terribilmente sul serio e lascio a voi le conclusioni. 
Jurassic World (2015, regia di Colin Trevorrow)
In "Jurassic World - Il regno Distrutto" (JW2) vediamo come tutti abbiano capito che giocare a fare Dio non sia una cosa semplice, bensì piuttosto pericolosa e, infatti, il dinosauro che creano questa volta è molto più piccolo, MA molto più pericoloso, un sorta di arma che il governo vuole utilizzare a suo vantaggio; dite che le cose andranno a buon fine? Ovviamente no, carneficina anche qui (senza mai una goccia di sangue a vista, non vorremmo mai turbare nessuno). Dopo due pellicole del genere andarne a vederne una terza con scetticismo direi che è una presa di consapevolezza più che normale, ma è qui che entra in gioco "Jurassic World - Il Dominio" del quale, per me, sarà molto difficile parlare. 

Questo terzo capitolo lascia molto perplessi già dai primi attimi in quanto notiamo una divisione narrativa piuttosto netta in due trame: da un lato Owen e Claire (rispettivamente interpretati da Chris Pratt e Bryce Dallas Howard, protagonisti del primo JW) alle prese con una vita in clandestinità a causa di una genitorialità improvvisata della figlia Maisie (Isabella Sermon), cercando di nascondersi dal governo e aiutando il mondo a convivere con i dinosauri, boicottando allevamenti clandestini e simili con i mezzi a loro disposizione; dall’altra un Alan Grant e una Dott.ssa Sattler (protagonisti insieme al Dott. Ian Malcom del primo JP) in gran spolvero che vogliono trovare soluzione ad un “pericolo ecologico” messo in atto da una multinazionale dal lato oscuro intenzionata ad ottenere potere senza troppi scrupoli. So cosa vi state chiedendo “ma come possono due incipit così diversi trovare un punto d’incontro all’interno della vicenda?”, beh… a questo punto della pellicola sarete costretti a dover scegliere che tipo di spettatore voler essere per le 2 ore e 30 minuti che vi aspettano.
Iniziamo con lo spettatore “a cervello spento”, se avete scelto la pillola blu vi divertirete come dei bambini, questo nuovo capitolo della saga è follia pura, vedremo finalmente i dinosauri scontrarsi con la contemporaneità dei giorni nostri dando anche il fianco a questioni interessanti, facendo riferimento a ciò che potrebbe succedere se effettivamente la criminalità umana potesse mettere le mani su una “risorsa” del genere (dal bracconaggio e vendita sul mercato nero alla sperimentazione genetica illegale, insomma, nulla di originale, ma ho apprezzato lo sforzo), per poi passare a ore piene di scene d'azione alla "Fast and Furious" dove, però, negli inseguimenti al posto di Camaro cromate vedremo dei velociraptor e non finisce qui perché saremo bombardati da dinosauri geneticamente modificati, incroci tra specie, piani malvagi che prevedono l'utilizzo di ibridi, momenti alla “Dragon Trainer” dove si accarezza tutto quello che cammina e ha gli artigli, pterodattili che fanno precipitare aerei, non una ma ben due battaglie tra dinosauri giganti completamente a caso e una spolveratina di camere fisse sul lato B dei personaggi (anche quello del Dott. Grant, sì). Insomma, potrei andare avanti all’infinito, ma non voglio rovinare le mille sorprese che nasconde questa meraviglia. Ultimo dettaglio, ma non meno importante: amanti delle citazioni, non vi preoccupate, perché saranno tutte talmente tanto didascaliche che non dovrete fare il minimo sforzo per coglierle.

Spettatori “attenti”, o meglio “fastidiosamente perspicaci”, che per colpa della vostra pillola rossa non riuscite a digerire il fatto che il Conjuring Universe sia il più bello mai creato… saranno 2 ore e passa impegnative. Iniziamo rispondendo al dubbio sollevato prima in relazione a “come” le due trame presenti andranno collegarsi: molto semplice non lo faranno MAI, gli sceneggiatori hanno avuto la brillante idea di incollarle insieme grazie ad una “coincidenza” facendole coesistere nel film, ma entrambe potrebbero benissimo andare per la propria strada senza problemi; tutto ciò è ovviamente solo un pretesto per incastrare i personaggi della prima trilogia all'interno della nuova, facendoli interagire tra di loro in maniera veramente goffa, mal riuscita e assolutamente non necessaria. Restando sempre sulla trama, la problematica principale è che succedono tantissime cose contemporaneamente, ma nessuna risulta minimamente interessante, si vede proprio lo sforzo di “riempire” di avvenimenti il tutto, ma il risultato è un polpettone esageratamente action dove inseguimenti vari e momenti “scappiamo dai dinosauri/scappiamo dai mercenari” (come è giusto che sia in una storia di questo tipo, ma i tempi andrebbero calibrati) sono talmente frequenti che ogni tanto dimentichi cosa effettivamente i protagonisti stiano facendo al di là del mettersi in salvo. 
Passando ai personaggi, beh, che dire, quelli di JP godono della protezione derivante dall’opera di provenienza, qui sono sfruttati in maniera pessima, ma, bene o male, ci siamo tutti affezionati; quelli di JW, se prima erano delle macchiette su gambe, ora li hanno bidimensionati completamente (come tutti i nuovi volti, ovviamente), ma, come dicevo, in questo capitolo trama e approfondimenti psicologici sono stati messi da parte per dare spazio alla componente action e al fattore “oddio sto vedendo Alan Grant e la Dott.ssa Sattler in un film moderno che emozione mamma mia”, semplicemente non è così che funziona, perché mai dovrei interessarmi ad un storia dove non mi importa assolutamente nulla dei protagonisti? (“parentesi Daniella Pineda”, nel film interpreta la zia Rodriguez, ossia una sorta di “signora del crimine” super malvagia, neanche troppo rilevante, eppure viene inquadrata di continuo, nei 10 minuti di presenza scenica ha credo cinquanta zoom languidi sul volto e non ho capito perché, dopo un po' credevo mi stesse sfuggendo qualcosa, ma tutt’ora non ho trovato una possibile spiegazione. Che fosse un product placement come quelli presenti di Apple e Maserati? Forse non lo scopriremo mai.) 

Ad ogni modo, il problema più grande arriva ora: come già accennato, JW ha portato, tra le varie innovazioni, il concetto di "creiamo delle attrazioni biologiche a nostro piacimento", cosa interessante, ma allo stesso tempo terribilmente difficile da gestire, visto che il confine tra credibile e grottesco è veramente sottile, ovviamente, in questi film, questa barriera viene sfondata e, dopo un dinosauro con le abilità di Predator e uno che è fondamentalmente un carro armato con i denti, cosa mai si saranno inventati? Minimo un dinosauro a due teste stile "2-Headed Shark Attack", un ibrido uomo-T-rex, una creatura cyborg… nulla di tutto ciò, in JW3, nonostante facciano riferimento nei trailer in modo fuorviante al "carnivoro più grande mai esistito" (ne parleremo dopo), abbiamo delle cavallette... delle grosse cavallette e, ovviamente, sono loro (nonostante il film ce la metta tutta per non farlo sembrare così palese) il motore della seconda storyline, quindi salutiamo anche la possibilità di vedere un “antagonista” degno di nota. 
Piccolo focus sul lato tecnico; pure su questo lato non ci siamo, la regia è confusionaria da morire e per il 90% delle scene d’azione non si capirà nulla; la fotografia è buona nel complesso, ma abbastanza insipida; la CGI è molto altalenante e passa da qualità Asylum a iper realistica in un attimo; e la colonna sonora, quando non è poco incisiva, tira fuori dei riarrangiamenti del tema principale del primo JP posizionandoli in modo quasi comico come sottofondo a delle scene sbagliatissime. 

Quindi, tirando le somme, l’ultimo (si spera) capitolo di questa saga è consigliato? Direi di sì, sia per le pillole blu che per le pillole rosse, i primi si faranno quattro risate in compagnia, i secondi godranno del senso di completismo per aver visto tutto quello che il cinema ha fatto uscire negli anni sui nostri amati lucertoloni e, infine, grazie a questo, potranno apprezzare ancora di più la qualità del vero e unico Jurassic Park. 
Se siete arrivati fin qui con la lettura complimenti, adesso entriamo un pochino più nello specifico facendo SPOILER per parlare di ulteriori dettagli problematici. Inizio col dire che non mi ricordavo minimamente dell’esistenza di Maisie e che Owen e Claire avessero deciso di “adottarla”, sono rimasto alquanto confuso e, come se non bastasse, ci verrà spiegato che lei è un clone. Un clone partorito da se stessa. Partorito… perché… perché mai dovrebbe succedere una cosa del genere, che è tra l’altro il trigger della seconda storyline... veramente gli sceneggiatori non hanno avuto nessun’altra idea per far intrecciare le due trame? Hanno dovuto ricorrere a tale livello di forzatura? Questo apre anche una questione etica di un certo spessore, ma ovviamente nessuno si farà delle domande, pure Maisie scopre di essere un clone e rimane impassibile, quindi, se non lo fa lei, perché dovrebbero preoccuparsene gli altri; per non parlare del fatto che la “Maisie Scienziata” abbia deciso di creare un clone di se stessa per porre rimedio alla malattia genetica incurabile di cui soffriva per regalare una “una vita piena” alla “Maisie clone” senza però condividere la scoperta con il mondo… perché? 

Restando sempre sulle storyline parliamo del pretesto che coinvolge Grant e la Sattler, veramente uno sciame di locuste minaccia i raccolti (e non solo) dell’intero paese e l’unica persona ad interessarsene è la Dott.ssa Sattler? (è lei che coinvolge Grant nella missione, lui stava vivendo la sua personale lotta in difesa della paleontologia in un mondo dove ti puoi ritrovare un triceratopo nel giardino di casa). A proposito delle locuste, se sono state scelte come “minaccia di punta” perché hanno dovuto aggiungere forzatamente la presenza del Gigantosauro? Appare sì e no in due scene dove si scontra con il Tirannosauro del primo film (è proprio quello del primo JP, era stato detto ai tempi di JW2) in questa lotta ai limiti dell’imbarazzo, dove sembra quasi ci voglia esse uno scontro tra le due trilogie, dove in un primo momento sembra vincere “quella nuova” ma poi ovviamente il T-Rex ha la meglio, quasi a voler dire “abbiamo fatto 3 film osceni ma lo sappiamo e portiamo rispetto al vero cult”, cosa che si ricollega a forse l’unica parte veramente bella del film che consiste in 5 secondi di Ian Malcom che dice “Jurassic World? Non sono un fan”. 
Rimanendo su cose che non stanno ne in cielo ne in terra: Henry Wu (BD Wong). BASTA! Qualcuno arresti quest’uomo, nel primo JP ok, faceva solo il suo lavoro niente da dire, però poi in JW ha creato l’Indominus Rex e dovrebbe esserci il suo zampino anche nell’Indoraptor (la cui base genetica è l’Indominus Rex) di JW2 e qui crea le locuste, al di là di un ergastolo a vita, almeno, smettete di assumerlo, capisco che sia comodo a livello di soluzioni narrative, ma sta diventando imbarazzante. Ciliegina sulla torta, come ultima riflessione, vi porto la scena che ritrae Owen, il Dott. Grant e Maisie che, per catturare “il figlio/clone di Blue” (velociraptor importante nel primo JW e non voglio neanche toccare l’argomento, stendiamo un velo pietoso), si mettono di fronte a lui, bloccandolo coda al muro per utilizzare la “tecnica” di Owen per domare i raptor, quindi, non solo vediamo i protagonisti delle due trilogie fare squadra in un momento di cringe piuttosto elevato, ma ci viene fatto intuire che Maisie potrebbe esse la nuova protagonista del possibile prossimo capitolo...

Potete vedere "Jurassic World - Il Dominio" attualmente nelle sale cinematografiche.

ARTICOLO DI




REVISIONE DI ROBB P. LESTINCI E GIULIA ULIVUCCI